{"id":629,"date":"2010-05-28T00:00:04","date_gmt":"2010-05-27T22:00:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=629"},"modified":"2012-06-14T20:41:19","modified_gmt":"2012-06-14T18:41:19","slug":"tolkien-pensatore-cattolico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2010\/05\/tolkien-pensatore-cattolico\/","title":{"rendered":"Tolkien pensatore cattolico?"},"content":{"rendered":"<h4><strong>Versione integrale dell&#8217;intervento di Wu Ming 4 al convegno <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=566\">&#8220;Tolkien e la Filosofia&#8221;<\/a>, Modena, 22 maggio 2010<\/strong><\/h4>\n<p><strong><br \/>\n1. Storyteller<br \/>\n<\/strong><br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-668\" title=\"trinity\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/trinity.jpg\" alt=\"\" width=\"260\" height=\"234\" \/>E&#8217; gi\u00e0 stato detto che nella sua opera Tolkien non cit\u00f2 mai esplicitamente alcun filosofo, n\u00e9 in vita disquis\u00ec troppo di teorie filosofiche, ma casomai us\u00f2 concetti filosofici per costruire un universo letterario che \u00e8 specchio del mondo reale, quindi per forgiarne i valori e i conflitti ideali. Ed \u00e8 quello che fa ogni narratore.<br \/>\nAllo stesso modo nell&#8217;opera tolkieniana \u00e8 possibile rintracciare elementi di evidente derivazione religiosa. Anche se la cosmogonia di Arda non ricalca pedissequamente quella ebraico-cristiana, tuttavia si tratta di un universo monoteistico, nel quale si produce una corruzione originaria, la caduta di un angelo, una lotta durevole tra il bene e il male, ovvero in cui la luce originaria va via via frastagliandosi e spezzettandosi divenendo a tratti pi\u00f9 tenue a tratti pi\u00f9 forte. Soprattutto \u00e8 un mondo salvato dai piccoli, dagli esseri minuti che diventano pietra angolare per il destino collettivo.<br \/>\nSi potrebbe continuare a lungo cercando similitudini e punti di contatto tra l&#8217;opera di Tolkien e la narrazione del mondo cristiana, e tuttavia niente di tutto questo risponde davvero alla domanda: Tolkien era un pensatore cattolico?<!--more--><br \/>\nE&#8217; evidente che per quanto riguarda il termine \u201cpensatore\u201d, non si pu\u00f2 non essere d&#8217;accordo con chi afferma che la scelta a favore della narrativa non \u00e8 occasionale o di comodo, ma anzi, trova una motivazione profonda nel pensiero e nell&#8217;attitudine di Tolkien. Detto questo, bisogna riformulare la domanda nei termini pi\u00f9 corretti e intenderci sui termini stessi, per liberare il campo da eventuali equivoci.<br \/>\nSe dunque Tolkien non era un filosofo, la domanda che intitola questa sessione diventa: \u201cTolkien fu un narratore cattolico?\u201d.<\/p>\n<p><strong> 2. Narratore cattolico <\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-649\" style=\"margin: 1px 7px 1px 5px;\" title=\"Allegoria cristiana\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/cgfa_provost3-231x300.jpg\" alt=\"\" width=\"231\" height=\"300\" \/>Con l&#8217;espressione &#8220;narratore cattolico\u201d di solito si intende uno scrittore organico alla propria fede e religione, cio\u00e8 intento a mettere in narrazione virt\u00f9 e princ\u00ecpi del cristianesimo e del cattolicesimo, come fecero ad esempio Dante Alighieri, o Alessandro Manzoni. Se il senso della domanda \u00e8 questo, allora la mia risposta \u00e8 no, Tolkien non lo fu. Non fece teologia attraverso la narrazione, non compose un&#8217;allegoria cristiana, men che meno mascher\u00f2 la morale cattolica sotto le sembianze del romanzo epico d&#8217;avventura. Certamente utilizz\u00f2 valori e simbologie cristiane (ma non soltanto quelle), ovvero si lasci\u00f2 ispirare dalla visione del mondo che lui stesso condivideva, senza per\u00f2 produrre un&#8217;architettura narrativa coerentemente e univocamente cristiana.<br \/>\nSappiamo quanto lui stesso abbia ribattuto a chi pretendeva di leggere in chiave tutta religiosa la sua opera. Tolkien lo spiega bene quando afferma di avere \u201cintenzionalmente scritto un racconto costruito su certe idee &#8216;religiose&#8217;, ma che non \u00e8 un&#8217;allegoria di queste (o di qualcosa d&#8217;altro) e non le cita apertamente, meno ancora le diffonde\u201d (Lettera 211, 1958). In sostanza \u00e8 Tolkien stesso a sostenere che la sua narrativa non ha &#8220;intenzioni allegoriche, generali, particolari, o morali, religiose o politiche&#8221; (lettera 165, 1955). Ecco perch\u00e9 non pu\u00f2 essere associato all&#8217;Alighieri e nemmeno al Manzoni, che invece erano animati da ben altro spirito, cio\u00e8 erano scrittori <em>engag\u00e9s<\/em>, e costruirono architetture narrative coerentemente cristiane, prendendo posizione sulle cose del mondo secondo un&#8217;ottica religiosa. Gli intenti e il <em>modus operandi<\/em> di Tolkien sono completamente diversi, per sua stessa ammissione. Tolkien afferma di essersi reso conto che &#8221; <em>Il Signore degli Anelli<\/em> \u00e8 un&#8217;opera fondamentalmente cristiana e cattolica (\u2026) durante la correzione&#8221;, non mentre lo scriveva (lettera 142, 1953), quindi <em>a posteriori<\/em>, e di essere stato mosso all&#8217;origine dal semplice desiderio di narrare &#8220;una storia avvincente&#8221; (lettera 208, 1958).<br \/>\nSe dunque Tolkien non pu\u00f2 essere equiparato agli autori summenzionati, a mio avviso non dovrebbe nemmeno essere <em>letto <\/em>a quel modo. Del resto, il fatto che le &#8220;fondamenta&#8221; del suo racconto siano cattoliche non implica che il racconto si esaurisca in esse. Anzi, io credo sia la sottile incoerenza del quadro d&#8217;insieme, la collisione tra gli elementi di ispirazione cristiana e quelli non propriamente tali, a rendere inesauribile l&#8217;applicabilit\u00e0 dell&#8217;opera di Tolkien, la quale altrimenti rischierebbe di ridursi a una mera traduzione narrativa del messaggio evangelico (e di assomigliare quindi a quell&#8217;allegoria morale che Tolkien rifiutava con forza).<br \/>\n<strong>Tom Shippey<\/strong> ha riflettuto a lungo su tali &#8220;incoerenze&#8221; e sui sottili slittamenti rispetto alla narrazione cristiana. Ad esempio quando riscontra nelle pagine del <em>Signore degli Anelli<\/em> una concezione del Male relativamente ambigua, oscillante tra ortodossia boeziana e manicheismo: &#8220;Tolkien stabilisce una continua ambivalenza lungo tutto <em>Il Signore degli Anelli<\/em>, che \u00e8 come una risposta allo stesso tempo ortodossa e indagatrice dell&#8217;intero problema dell&#8217;esistenza del male nell&#8217;universo creato da un Dio benevolo&#8221; (<a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/8886792719\/ASI\/300131\"><em>J.R.R. Tolkien autore del secolo<\/em><\/a>, 2000, cap. III). Oppure quando analizza l&#8217;escatologia interna alla sub-creazione tolkieniana, giungendo alla conclusione che &#8220;<em>Il Signore degli Anelli<\/em> contiene al suo interno tracce del messaggio cristiano, ma si rifiuta assolutamente di ripeterlo. I miti della Terra di Mezzo inoltre rifiutano con determinazione un qualsiasi senso di estrema salvezza&#8221; (<em>Ibidem<\/em>, cap. IV).<br \/>\nE&#8217; precisamente tale squilibrio a mantenere sempre fertile la Terra di Mezzo, perch\u00e9 rende la subcreazione tolkieniana sfuggente a qualsivoglia sistematizzazione teologica o ideologica.<br \/>\nSe invece con l&#8217;espressione &#8220;narratore cattolico&#8221; vogliamo riferirci a qualcosa che si colloca a monte della narrazione, cio\u00e8 qualcosa che costituirebbe la radice della vocazione narrativa di Tolkien, allora stiamo dicendo che Tolkien era un \u201ccattolico narratore\u201d, cio\u00e8 un cattolico che scriveva storie. In questo senso, anche ammesso che il cattolicesimo possa essere stata condizione <em>soggettivamente <\/em>necessaria per la sua scelta narrativa, non \u00e8 comunque condizione <em>poeticamente <\/em>sufficiente a definire la portata e le implicazioni di tale scelta.<br \/>\nUn conto infatti \u00e8 l&#8217;ispirazione &#8211; pi\u00f9 o meno legata alla fede &#8211; che pu\u00f2 muovere un autore, un altro la sua poetica; ancora diverso \u00e8 ci\u00f2 che la narrazione esprime in ultima istanza.<br \/>\nIspirazione, poetica e portata tematica sono tre aspetti che non andrebbero mai sovrapposti con leggerezza. Per dirla con una battuta: leggere Tolkien tenendo <em>Il Signore degli Anelli<\/em> in una mano e l&#8217;epistolario privato nell&#8217;altra \u00e8 un esercizio discutibile, perch\u00e9 presuppone che dentro un testo letterario non vi sia altro se non l&#8217;autore stesso, le sue intenzioni (o la sua fede), e non invece una stratificazione di archetipi narrativi, immagini, mitologemi, eccedenti rispetto all&#8217;intenzione e alla poetica enunciate. Eppure soltanto questa eccedenza pu\u00f2 spiegare come le opere di Tolkien abbiano ottenuto un clamoroso e duraturo successo anche in contesti culturali spuri o distanti dal cattolicesimo e dal cristianesimo.<\/p>\n<p><strong> 3. La verit\u00e0 del mito <\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_652\" style=\"width: 160px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-652\" class=\"size-thumbnail wp-image-652  \" title=\"Robert Graves\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/RobertGraves-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"150\" \/><p id=\"caption-attachment-652\" class=\"wp-caption-text\">Robert Graves<\/p><\/div>\n<p>Quanto detto fin qui spiega perch\u00e9 lascio volentieri ai biografi il discorso sull&#8217;ispirazione religiosa di Tolkien, per concentrarmi invece sulla sua poetica.<br \/>\nIn questo caso \u00e8 molto pi\u00f9 semplice (e meno aleatorio) individuare l&#8217;elemento propriamente religioso: vale a dire la verit\u00e0 nel racconto, nel mito. Per Tolkien esiste una parte di verit\u00e0 espressa attraverso l&#8217;arte e la mitopoiesi, dovuta alla presenza della scintilla divina nell&#8217;uomo: i nostri miti sono lo specchio deformato del mito vero, originariamente scritto dal Creatore. Il grande dono di Dio all&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 la capacit\u00e0 sub-creativa, la capacit\u00e0 artistica, l&#8217;espressione pi\u00f9 profonda della nostra specificit\u00e0 \u2013 cio\u00e8 del nostro essere specie. La creativit\u00e0 artistica \u00e8 quindi la parte essenziale della natura umana ed \u00e8 in grado di esprimere verit\u00e0 parziali sulle cose. Se per il cattolico Tolkien si tratta di verit\u00e0 che rimandano a un piano trascendente &#8211; almeno quanto per uno junghiano si tratta di verit\u00e0 universali immanenti alla psiche umana &#8211; \u00e8 la potenzialit\u00e0 assegnata all&#8217;arte sub-creativa che rimane centrale in questa riflessione.<br \/>\nCome faceva notare, ormai pi\u00f9 di sessant&#8217;anni fa, un celebre contemporaneo di Tolkien, <strong>Robert Graves<\/strong>, furono i filosofi greci dell&#8217;et\u00e0 classica a sancire la cesura tra filosofia e poesia come linguaggi distinti, uno riferito alla realt\u00e0 oggettiva, l&#8217;altro a quella soggettiva. Secondo Graves era esistito un tempo, precedente all&#8217;et\u00e0 minoica, in cui molto probabilmente arte e filosofia erano state la stessa cosa, e per conoscere la verit\u00e0 non era necessario distinguere &#8211; per dirla con <strong>Gilles Deleuze<\/strong> &#8211; i &#8220;concetti&#8221; dai &#8220;percetti&#8221;: entrambi erano momenti dello stesso cammino di conoscenza ed esperienza del mondo. Ecco, Tolkien avrebbe scommesso ancora sulla poesia: avrebbe ribaltato il rapporto platonico tra dialogo deduttivo e mito a favore del secondo. E questo, sul piano filosofico ed estetico, \u00e8 interessante a prescindere dalla fede che pu\u00f2 averlo spinto.<br \/>\nTuttavia, per dirla con Tolkien, io non voglio &#8220;mescolarmi ai filosofi&#8221;. Come narratore con un background marxista sono interessato a rintracciare nella sua poetica non tanto il legame tra narrazione ed espressione della verit\u00e0, quanto tra narrazione e trasformazione della realt\u00e0. E come narratore <em>tout court<\/em> posso farlo solo attraverso l&#8217;analisi del testo letterario.<\/p>\n<p><strong> 4. Tra il dire e il fare <\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_653\" style=\"width: 160px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-653\" class=\"size-thumbnail wp-image-653 \" title=\"Ian Holm\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/ian-holm-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"150\" \/><p id=\"caption-attachment-653\" class=\"wp-caption-text\">Bilbo Baggins<\/p><\/div>\n<p>All&#8217;inizio de <em>Lo Hobbit <\/em>il narratore onnisciente annuncia di cosa tratter\u00e0 la vicenda: <em>&#8220;Questa \u00e8 la storia di come un Baggins ebbe un&#8217;avventura e si trov\u00f2 a fare e dire cose del tutto imprevedibili&#8221;<\/em> (cap. I).<br \/>\nPoche pagine dopo, \u00e8 lo stesso Bilbo Baggins a parlare dello stregone Gandalf in questi termini: <em>\u201cQuel tipo che alle feste raccontava splendide storie di draghi e orchi e giganti, e la liberazione di principesse e la fortuna inaspettata di figli di vedove? [\u2026] Proprio Gandalf che spinse tanti bravi ragazzi e ragazze a partire per l&#8217;Ignoto in cerca di pazze avventure: arrampicarsi sugli alberi, visitare elfi o andare per nave e far vela per altri lidi!&#8221;<\/em><br \/>\nIl racconto di imprese avventurose genera nei giovani il desiderio di viverle davvero. Di l\u00ec a poco Bilbo sperimenter\u00e0 su se stesso gli effetti della poesia, dopo aver ascoltato il canto dei nani che parla delle loro avventure: <em>&#8220;Allora qualcosa che gli veniva dai Tuc si risvegli\u00f2 in lui e desider\u00f2 di andare a vedere le grandi montagne, udire i pini e le cascate, esplorare le grotte e impugnare la spada al posto del bastone da passeggio&#8221;.<\/em><br \/>\nLe storie ci fanno vivere un&#8217;esperienza vicaria, ci fanno uscire da noi stessi, dalla consuetudine della nostra vita, e ci spingono verso &#8220;l&#8217;Ignoto&#8221;, cio\u00e8 verso l&#8217;altro da noi. La narrativa produce quindi effetti pratici: le storie servono a fare le cose, addirittura &#8220;cose imprevedibili&#8221;.<br \/>\nQuesto \u00e8 un tema che ritorna con forza anche maggiore nel <em>Signore degli Anelli<\/em>.<br \/>\nCi sono alcuni momenti nel romanzo in cui i personaggi sembrano sull&#8217;orlo della consapevolezza di stare dando vita a un&#8217;avventura che \u00e8 gi\u00e0 una saga epica, indipendentemente da come andr\u00e0 a finire. C&#8217;\u00e8 in sostanza una sorta di riflessione sulla potenza delle narrazioni.<br \/>\nAd esempio quando nel capitolo V del libro II, la Compagnia sta attraversando le miniere di Moria e ritrova la cronaca che racconta l&#8217;epopea del popolo di Balin. Si tratta del diario della colonia nanesca stabilitasi a Moria, che si conclude con il racconto frammentario, roso dal tempo, dell&#8217;ultima resistenza contro gli orchi. Ecco le parole lette da Gandalf: &#8220;<em>Non possiamo uscire. Hanno preso il Ponte e il secondo salone<\/em>. [\u2026] <em>Non possiamo uscire. Giunge la fine<\/em>, [&#8230;] <em>tamburi, tamburi negli abissi<\/em>. [\u2026] <em>stanno arrivando<\/em>&#8220;.<br \/>\nPoco dopo la fine della lettura i tamburi si odono davvero, gli orchi si avvicinano, e i personaggi si ritrovano a pronunciare le stesse parole appena lette:<br \/>\n<em>&#8220;Stanno venendo!&#8221;, grid\u00f2 Legolas.<\/em><br \/>\n<em>&#8220;Non possiamo uscire&#8221;, esclam\u00f2 Gimli.<\/em><br \/>\n<em>&#8220;Intrappolati!&#8221;, esclam\u00f2 Gandalf. &#8220;Perch\u00e9 ho indugiato? Eccoci qui prigionieri, esattamente come loro, tempo addietro&#8221;.<\/em><br \/>\nSembra quasi che la lettura della cronaca degli ultimi istanti di vita dei nani asserragliati in quella sala abbia rievocato la scena riproponendola nel presente. C&#8217;\u00e8 un legame diretto tra il racconto e l&#8217;avventura che i protagonisti stanno vivendo.<br \/>\nQuesto legame funziona anche proiettandosi in avanti, anzich\u00e9 evocando storie trascorse.<br \/>\nQuando insieme ai suoi due compari Aragorn decide di inseguire gli orchi che hanno rapito i due hobbit Merry e Pipino, dice che quell&#8217;inseguimento <em>&#8220;sar\u00e0 narrato come un&#8217;impresa stupefacente dalle Tre Stirpi: Elfi, Nani e Uomini.&#8221;<\/em> (<em>Le Due Torri<\/em>, libro I, cap. I). La caccia che stanno per intraprendere sar\u00e0 tramandata e diventer\u00e0 leggenda. Lo stesso tema viene ripreso quando Eomer, maresciallo del Riddermark, si imbatte nello strano terzetto e manifesta il suo stupore dicendo: <em>&#8220;Sogni e leggende divengono realt\u00e0 e sorgono dall&#8217;erba dei prati&#8221;<\/em> (<em>Ibidem, <\/em>cap. II). E ancora, quando sente nominare i Mezzuomini, che per lui sono creature fiabesche, si chiede: <em>&#8220;Stiamo camminando in un mondo di favole, o su verdi praterie alla luce del sole?&#8221;<\/em> (<em>Ibidem<\/em>).<br \/>\nMa \u00e8 la risposta di Aragorn la pi\u00f9 interessante: <em>&#8220;E&#8217; possibile fare ambedue le cose\u201d, disse Aragorn. &#8220;Poich\u00e9 non siamo noi, bens\u00ec coloro che verranno dopo, a creare le leggende sui nostri tempi. Parli delle verdi praterie? E&#8217; uno splendido argomento per una favola, anche se le calpesti alla luce del sole!&#8221; <\/em>(<em>Ibidem<\/em>) <em>.<\/em><br \/>\nLa stessa consapevolezza dimostra Sam quando riflette sul rapporto tra l&#8217;avventura che sta vivendo e i racconti di cui \u00e8 appassionato: <em>&#8220;Penso agli atti coraggiosi delle antiche storie e canzoni, signor Frodo, quelle che io chiamavo avventure. [\u2026] Improvvisamente la gente si trovava coinvolta, e quello, come dite voi, era il loro sentiero. Penso che anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero. E se lo avessero fatto noi non lo sapremmo, perch\u00e9 sarebbero stati obliati. Noi sappiamo di coloro che proseguirono, e non tutti verso una felice fine, badate bene [\u2026]. Chiss\u00e0 in quale tipo di storia siamo piombati!&#8221;<\/em> (<em>Le Due Torri, <\/em>libro II, cap. VIII <em>)<\/em>.<br \/>\nE immediatamente realizza che, in effetti, la loro stessa avventura si ricollega alle saghe leggendarie che hanno sentito cantare dagli Elfi: <em>&#8220;Pensandoci bene, apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli! Non hanno dunque una fine i grandi racconti?&#8221;<\/em><br \/>\n<em>&#8220;No, non terminano mai i racconti&#8221;, disse Frodo. &#8220;Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando \u00e8 terminata la loro parte. La nostra finir\u00e0 pi\u00f9 tardi\u2026 o fra breve&#8221;<\/em> (<em>Ibidem<\/em>).<br \/>\nSubito dopo, i due hobbit giocano a immaginare se stessi come protagonisti delle canzoni popolari, che verranno cantate dai padri ai figli davanti al camino: &#8220;<em>[\u2026] E la gente dir\u00e0: &#8216;Parlateci di Frodo e dell&#8217;Anello!&#8217;. E poi dir\u00e0: &#8216;S\u00ec, \u00e8 una delle storie preferite. Frodo era molto coraggioso, vero pap\u00e0?&#8217;. &#8216;S\u00ec, ragazzo mio, il pi\u00f9 famoso degli Hobbit, ed \u00e8 dir molto'&#8221; <\/em>(<em>Ibidem<\/em>).<br \/>\nE ancora, proprio sul finale, quando tutto sembra perduto, Sam si consola al pensiero che forse diventer\u00e0 il personaggio di una storia: <em>&#8220;Che vicenda abbiamo vissuto, signor Frodo, non \u00e8 vero? [\u2026] Vorrei tanto sentirla narrare! Credete che diranno: Ecco la storia di Frodo dalle Nove Dita e dell&#8217;Anello del Fato? E allora tutti rimarranno silenziosi in ascolto, come quando a Gran Burrone ci narrarono la storia di Beren il Monco e del Grande Gioiello. Vorrei tanto sentirla! E mi domando chi continuer\u00e0 dopo di noi&#8221;. <\/em>(<em>Il Ritorno del Re<\/em>, libro II, cap. IV)<br \/>\nIn quel momento Sam non pu\u00f2 sapere che sar\u00e0 il menestrello di Gondor a cantare proprio quella canzone dopo l&#8217;eucatastrofe finale: ci\u00f2 di cui si preoccupa \u00e8 a chi passer\u00e0 il testimone del racconto.<\/p>\n<p><strong> 5. Cambiare la vita <\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_655\" style=\"width: 160px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-655\" class=\"size-thumbnail wp-image-655 \" title=\"Andr\u00e9 Breton\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/Breton-Andre-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"150\" \/><p id=\"caption-attachment-655\" class=\"wp-caption-text\">Andr\u00e9 Breton<\/p><\/div>\n<p>Quello che Tolkien ci suggerisce attraverso la riflessione dei suoi personaggi \u00e8 un circolo virtuoso tra passato, presente e futuro, che ha al centro la narrazione. I racconti antichi influenzano l&#8217;impresa presente, che a sua volta diverr\u00e0 racconto leggendario per i posteri, e cos\u00ec via. E&#8217; una convinzione talmente radicata e forte che &#8211; attraverso l&#8217;espediente del manoscritto ritrovato &#8211; lo spinge a trasformare entrambi i protagonisti del ciclo dell&#8217;Anello in narratori. <em>Lo Hobbit <\/em>contiene le memorie di Bilbo Baggins scritte di suo pugno, al ritorno dal suo primo viaggio; <em>Il Signore degli Anelli <\/em>quelle di Frodo Baggins, che prima di abbandonare per sempre la Terra di Mezzo lascer\u00e0 il testimone a Sam, dicendogli: &#8220;Le ultime pagine sono per te&#8221;. Cos\u00ec, attraverso il passaggio per altre mani e altre menti, con l&#8217;aggiunta di appendici, allegati, notizie storiche ed etnografiche, genealogie, cronologie, etc., nel corso del tempo si va a comporre <em>Il Libro Rosso dei Confini Occidentali<\/em>, che diventa un macro-racconto collettivo.<br \/>\nCome l&#8217;eroe sumero Gilgamesh che al ritorno dal suo viaggio incide la propria storia su tavolette d&#8217;argilla, o come Lawrence d&#8217;Arabia che tornato in patria scrive <em>I Sette Pilastri della Saggezza,<\/em> l&#8217;eroe diventa narratore. Il narratore dunque si trova in mezzo a un flusso inesauribile di storie, nel momento differito tra il dire e il fare, tra il racconto e la vita. Esiste un legame interattivo tra il Mondo Secondario e quello Primario: i racconti e i miti possono parlare ai lati pi\u00f9 nascosti del nostro essere e spingerci a fare cose del tutto imprevedibili, a partire per l&#8217;Ignoto, a far vela per altri lidi. Possono perfino trasformare un placido hobbit di campagna in un avventuriero, cio\u00e8 innescare un mutamento radicale della vita. Ma come avrebbe detto un altro celebre contemporaneo di Tolkien, <strong>Andr\u00e9 Breton<\/strong>: &#8220;Trasformare il mondo e cambiare la vita sono la stessa cosa&#8221;.<br \/>\nLa narrativa non si limita a rispecchiare il mondo, n\u00e9 a offrirci una scala di valori con cui rapportarci a esso, bens\u00ec ci rende una visione <em>sul<\/em> mondo che nel suo incontro con la storia pu\u00f2 innescare un cambiamento. Scrive Tolkien che <em>&#8220;ogni sub-creatore desidera in qualche misura essere un vero creatore, o spera di tracciare un disegno sulla realt\u00e0: spera che la peculiare qualit\u00e0 del Mondo Secondario (\u2026) sia derivata dalla Realt\u00e0, o confluisca in essa&#8221; <\/em>(<em>Sulle fiabe<\/em>, 1939).<br \/>\nE&#8217; un&#8217;idea &#8220;fondativa&#8221; della narrazione che si colloca alla radice dell&#8217;epica, di ogni epica, che \u00e8 sempre una messa alla prova dei valori sociali, delle idee, e la cui universalit\u00e0 \u00e8 data dalla vastit\u00e0 e complessit\u00e0 dei temi e delle contraddizioni affrontate dal racconto.<\/p>\n<p><strong> 6. Interludio: la trama e il simbolo<br \/>\n<\/strong><br \/>\nEd eccoci quindi al terzo aspetto: la portata tematica dell&#8217;opera.<br \/>\nTolkien sosteneva che l&#8217;elemento religioso nella sua narrativa era radicato nella trama e nel simbolismo (lettera 142, 1953).<br \/>\nDico subito che a me interessa pi\u00f9 la trama del simbolismo. Tolkien attingeva a un patrimonio di storie, leggende, mitologia, molto vasto, e anche i simboli cristiani riscontrabili nella sua opera assumono su di s\u00e9 una genealogia mitica molto risalente nel tempo. Il problema \u00e8 che i simboli acquistano significato relativamente al contesto, ovvero all&#8217;occhio di chi li guarda. Basti pensare alla svastica, a quello che ha simboleggiato nella cultura umana fin dal Neolitico (un augurio di buona fortuna) e a quello che simboleggiava ottant&#8217;anni fa in Germania o ancora a quello che significa oggi per noi. Ai simboli si possono far dire molte cose.<br \/>\nEcco perch\u00e9 io prediligo una lettura tematica, non simbolista, dei testi narrativi. La seconda parte del mio intervento si concentrer\u00e0 quindi su un paio di temi cruciali nell&#8217;opera di Tolkien. Vale a dire il coraggio e il potere.<\/p>\n<p><strong> 7. Il coraggio sbagliato <\/strong><\/p>\n<div style=\"width: 160px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" \" title=\"Albus_Dumbledore\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/Albus_Dumbledore-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"150\" \/><p class=\"wp-caption-text\">Albus P. Dumbledore<\/p><\/div>\n<p>Il filosofo francese <strong>Alain Badiou<\/strong> una volta ha detto che <em>&#8220;la filosofia ci invita al coraggio e anche a una certa forma di eroismo.&#8221;<\/em><br \/>\nVorrei dunque parlare della filosofia del coraggio e del modello eroico che emerge dalle pagine di Tolkien.<br \/>\nPer coraggio intendo la scelta che si colloca alla base dell&#8217;etica. Per dirla con il professor <strong>Albus Percival Dumbledore<\/strong>, dello Hogwarts College, il coraggio \u00e8 sapere scegliere tra la via facile e quella giusta. Scelta che si compie sempre fronteggiando &#8211; materialmente o simbolicamente &#8211; la morte (cfr. S. Regazzoni, <em>Harry Potter e la Filosofia<\/em>, Il Melangolo 2008).<br \/>\nOccorre inizialmente partire dalla contrapposizione tra due tipi di coraggio.<br \/>\nQuando Frodo, dopo essere scampato una prima volta a un Cavaliere Nero, realizza quale pericolo lo incalzi, si chiede: \u201c<em>Dove trover\u00f2 il coraggio?\u201d<\/em>, e la risposta dell&#8217;elfo Gildor \u00e8 davvero significativa: <em>\u201cNei luoghi pi\u00f9 impensati\u201d<\/em> (<em>La Compagnia dell&#8217;Anello,<\/em> libro I, cap. III). E&#8217; evidente che si tratta non solo di luoghi geografici, ma soprattutto di luoghi interiori. Luoghi impensati, nascosti, non immediatamente evidenti. L\u00ec si annida il coraggio.<br \/>\nEsiste infatti anche un coraggio molto pi\u00f9 evidente e, per cos\u00ec dire, teorizzato. Tolkien ce ne fornisce esempi in tutta la sua produzione letteraria. Il coraggio di Turin figlio di Hurin, ad esempio, \u00e8 animato dalla sete di vendetta, da una furia cieca, e dall&#8217;orgoglio, dalla <em>hybris<\/em> di sentirsi padrone assoluto del proprio destino: Turin <em>Turambar<\/em>. E&#8217; un coraggio rovinoso per l&#8217;eroe e per tutte le persone che gli stanno accanto. L&#8217;ira e l&#8217;orgoglio trasformano Turin da vendicatore a portatore di sventura e ne determinano la tragica fine, la stessa di Edipo e di Kullervo.<br \/>\nAnche il coraggio del conte Byrhtnoth alla <a href=\"http:\/\/www.carmillaonline.com\/archives\/2009\/03\/002966.html\">battaglia di Maldon<\/a>, nel celebre poema anglosassone studiato e chiosato da Tolkien, \u00e8 del tipo sbagliato. Il conte che per spirito cavalleresco sceglie la bella morte in battaglia, una morte eroica, trascinando con s\u00e9 i propri fedelissimi <em>housecarls<\/em>, dimostra un coraggio e una nobilt\u00e0 d&#8217;animo inutili, sprecati. Animato dall&#8217;orgoglio, Byrhtnoth sceglie di difendere l&#8217;onore personale invece della propria gente e del proprio paese. Nel suo celebre testo <em>Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm<\/em>, Tolkien ci suggerisce che la scelta imposta dalla teoria del coraggio nordica \u00e8 una scelta pagana anche quando \u00e8 compiuta con il nome di Dio sulle labbra. Ed \u00e8 una scelta esecrabile. La ricerca della bella morte \u00e8 in effetti anti-cristiana e non ci sono dubbi che questa dura presa di posizione di Tolkien nei confronti dei suoi amati eroi norreni sia dovuta alla visione cristiana del mondo da lui condivisa. Cos\u00ec come non \u00e8 casuale che tale elaborazione \u2013 come del resto la nascita degli hobbit, eroi moderni e borghesi \u2013 sia avvenuta nei primi anni Trenta, quando un certo neo-paganesimo germanico iniziava a produrre mostri.<\/p>\n<p><strong> 8. Pagani virtuosi <\/strong><\/p>\n<p>Allora vediamolo il coraggio giusto, che prende in considerazione il sacrificio di s\u00e9, ma sempre a favore del bene collettivo. E&#8217; quello di Gandalf sul ponte di Kazad Dum, o di Frodo quando accetta di portare l&#8217;Anello al luogo della sua distruzione. I capi militari che lottano dalla parte del bene, nella narrativa tolkieniana, non incitano mai i propri uomini a morire per la gloria o per un ideale eroico, bens\u00ec a resistere fino all&#8217;ultimo per salvare il mondo e la propria gente. E&#8217; cos\u00ec per re Th\u00e9oden alla battaglia dei campi del Pelennor, come per Bard di Esgaroth quando con i suoi arcieri affronta il drago Smaug.<br \/>\nTuttavia nessuno di loro si affida ciecamente alla speranza (con l&#8217;eccezione forse del solo Gandalf, che per\u00f2 \u00e8 un inviato dei Valar, quindi sa qualcosa che gli altri ignorano). Anzi, la consapevolezza degli eroi tolkieniani \u00e8 che la loro impresa potrebbe proprio essere senza speranza. Frodo a un certo punto lo dichiara esplicitamente: \u201cl&#8217;intera avventura \u00e8 senza speranza, ed \u00e8 quindi inutile preoccuparsi del domani. Probabilmente non arriver\u00e0\u201d. A un certo punto dice: \u201cNon mi rimane nessuna speranza\u201d e ne chiede in prestito a Sam, che invece, come vedremo, la conserva; e ancora: &#8220;Sono cos\u00ec le cose del mondo. Fallisce la speranza. Giunge la fine&#8221;.<br \/>\nLa stessa disperazione coglie E\u00f2wyn quando aspira a trovare la morte in battaglia e rifiuta l&#8217;amore dolente, terminale, di Faramir; o suo fratello E\u00f2mer quando pensa che lei sia caduta sul campo e si scaglia contro i nemici al grido di <em>&#8220;Morte!&#8221;<\/em>; o ancora Pipino quando nell&#8217;ultimo scontro con l&#8217;armata di Sauron d\u00e0 per certo che la sua storia finisca l\u00ec.<br \/>\nEcco come Gandalf prefigura la necessit\u00e0 di sfidare Sauron in campo aperto: <em>&#8220;Dobbiamo camminare a occhi aperti verso una trappola, con coraggio, ma con poca speranza di salvezza. Perch\u00e9, signori, pu\u00f2 darsi che periremo tutti in una nera battaglia lungi dalle terre dei vivi, e che, quindi, anche se Barad-d\u00fbr soccomber\u00e0, non vivremo per vedere una nuova era. Ma tale, penso, \u00e8 il nostro compito. Meglio, comunque, che perire ugualmente, ed \u00e8 certo ci\u00f2 che accadrebbe se rimanessimo qui ad aspettare, sapendo che non vi saranno nuove ere.&#8221;<\/em> (<em>Il Ritorno del Re<\/em>, libro I, cap. IX).<br \/>\nGli eroi di Tolkien non combattono per spirito di testimonianza, o con la promessa della vittoria finale e di una eventuale ricompensa nell&#8217;Aldil\u00e0 (n\u00e9 potrebbe essere altrimenti, dato che nel passato mitico inventato da Tolkien non si \u00e8 ancora verificato alcun Avvento). In questo sono ancora \u201cpagani virtuosi\u201d e non gi\u00e0 cristiani. E come pagani virtuosi scelgono senza promesse e senza fede la via giusta anzich\u00e9 quella facile. Ecco perch\u00e9 sono eroi che possono parlare anche a un non cristiano e a un non credente, cio\u00e8 sono eroi davvero universali, in grado di sancire il successo trasversale del racconto.<\/p>\n<p><strong> 9. I due pilastri del coraggio <\/strong> <em> <\/em><\/p>\n<h5><em>[N.B. parte dell&#8217;argomentazione in questo paragrafo \u00e8 tratta dal mio saggio <\/em>L&#8217;Eroe e la Dea, incluso\u00a0<em>nel libro <\/em><a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/884526503X\/ASI\/300131\">L&#8217;Eroe Imperfetto<\/a> <em>(<\/em><em>in uscita il 16 giugno nella collana Agone di Bompiani)]<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span> <\/em><\/h5>\n<p><a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/884526503X\/ASI\/300131\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" style=\"margin: 1px 6px; border: 1px solid black;\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/eroe_imperfetto_cover1-181x300.png\" alt=\"\" width=\"181\" height=\"300\" \/><\/a>Non sempre \u00e8 necessario porre la morte davanti a s\u00e9, dato che il coraggio si manifesta anche in gesti meno tragici, bench\u00e9 non meno drammatici. Pensiamo a quando Bilbo, ne <em>Lo Hobbit<\/em>, decide di tradire i suoi compagni di strada per sventare la guerra imminente, e consegna la gemma Archepietra alla parte avversa. E&#8217; un gesto che render\u00e0 possibile intavolare una trattativa diplomatica, ma che attirer\u00e0 su Bilbo le maledizioni di Thorin Scudodiquercia e dei nani. Si tratta di una sorta di tradimento giusto, che richiede senz&#8217;altro il giusto tipo di coraggio.<br \/>\nCoraggio di cui nel corso di tutto <em>Lo Hobbit<\/em>, Bilbo da molte dimostrazioni, vincendo la sua parte nostalgica di casa, pigra e titubante. Parte che per\u00f2 non \u00e8 vista come pura zavorra, ma come componente importante dell&#8217;eroismo hobbit. Almeno quanto la parte &#8220;avventurosa&#8221; serve a uscire di casa e a trasformare la vita, come abbiamo visto, questa parte \u201cdomestica\u201d ha il ruolo di bilanciamento dello slancio eroico, impedendo che l&#8217;eroismo diventi fine a se stesso, gesto estetico o ideologico, come quello di Byrhtnoth.<br \/>\nE&#8217; questa una caratteristica peculiare degli hobbit e del tipo di eroismo che incarnano, come dimostra di aver capito anche Thorin Scudodiquercia in punto di morte, quando dice che in Bilbo si trovano \u201ccoraggio e saggezza, in giusta misura mischiati\u201d (<em>Lo Hobbit<\/em>, cap. XVIII).<br \/>\nIl coraggio e l&#8217;eroismo degli hobbit \u00e8 infatti composito. Non \u00e8 solo mescolato alla saggezza, \u00e8 anche qualificato da due elementi fondamentali.<br \/>\nUno \u00e8 il senso dell&#8217;umorismo, del comico, che gli hobbit dimostrano di avere anche nelle situazioni pi\u00f9 difficili, e che \u00e8 un ottimo antidoto contro l&#8217;orgoglio.<br \/>\nTrovando il lato comico anche nelle situazioni peggiori, gli hobbit ribadiscono continuamente i propri limiti, il proprio essere fuori ruolo. Soltanto scommettendo su questo paradosso possono riuscire a condurre l&#8217;impresa. E&#8217; chiaro che l&#8217;istintiva autoironia non impedisce loro di accettare il sacrificio per il bene collettivo: pur non essendo ascetici guerrieri, ma amanti dei piaceri quotidiani e delle gioie terrene, gli Hobbit non sono cinici n\u00e9 egoisti. La loro risata divertita non \u00e8 il ghigno sprezzante del guerriero che si lancia verso la morte, n\u00e9 il sorriso sardonico di chi contempla la propria e altrui sorte con distacco, ma un omaggio alla vita, in grado di risuonare scandalosamente perfino nelle desolazione di Mordor.<br \/>\nAncora pi\u00f9 importante \u00e8 il secondo elemento dell&#8217;eroismo hobbit, quello che abbiamo gi\u00e0 visto all&#8217;opera in Bilbo e che mantiene viva la speranza in Sam: il ricordo del bene.<br \/>\nQuando Sam crede che Frodo sia morto, sperduto nella terra di Mordor, si siede sconsolato e inizia a ricordare tutto ci\u00f2 che si \u00e8 lasciato alle spalle. Mormora &#8220;vecchie filastrocche infantili della Contea&#8221; e canzoni che evocano &#8220;eteree visioni della sua terra nativa&#8221;; ricorda i bagni d&#8217;estate, l&#8217;amata Rosie Cotton irradiata dal sole; il sapore del cibo. Quanto pi\u00f9 le possibilit\u00e0 di ritornare vivo dall&#8217;impresa si assottigliano, tanto pi\u00f9 i suoi pensieri si rivolgono a ci\u00f2 che di bello ha abbandonato. Non \u00e8 la prospettiva di un destino ulteriore o ultraterreno a ridargli speranza, ma la memoria del bene e del bello goduti in questa vita.<br \/>\nTutto ci\u00f2 vale sempre meno per Frodo che, sotto il peso dell&#8217;Anello, non riesce a ricordare pi\u00f9 nulla, &#8220;<em>N\u00e9 il sapore del cibo, n\u00e9 il gusto dell&#8217;acqua, n\u00e9 il rumore del vento, n\u00e9 il ricordo d&#8217;erba, albero o fiore, n\u00e9 l&#8217;immagine della luna e delle stelle sopravvivono in me.&#8221; <\/em>(<em>Il Ritorno del Re<\/em>, libro II, cap. III)<br \/>\nQuesta dimenticanza determina la sua sconfitta. All&#8217;ultimo passo Frodo cede alla tentazione del Potere e tiene per s\u00e9 l&#8217;Anello. E anche se appena un attimo dopo l&#8217;Anello gli viene provvidenzialmente strappato da Gollum e con lui cade nel baratro dove viene distrutto, Frodo capir\u00e0 che una volta valicato il confine dell&#8217;Ombra non \u00e8 pi\u00f9 possibile un pieno ritorno a se stessi: &#8221; <em>Non esiste un vero ritorno. Anche tornato nella Contea, non mi parr\u00e0 pi\u00f9 la stessa, perch\u00e9 io sono cambiato. Dove trover\u00f2 riposo? <\/em>(<em>Il Ritorno del Re, <\/em>II, cap. VII)<br \/>\nLa risposta giunge alla fine del romanzo, quando a Frodo viene concesso di poter salpare verso il reame beato, l&#8217;Aldil\u00e0 edenico dei Valar, dove potr\u00e0 forse trovare la pace di cui ha bisogno.<\/p>\n<p><strong> 10. Il Potere <\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-thumbnail wp-image-674 alignleft\" style=\"margin: 1px 6px;\" title=\"eye-of-sauron\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/eye-of-sauron-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"150\" \/>Un&#8217;altra caratteristica fondamentale degli Hobbit \u00e8 che a loro non importa nulla dell&#8217;onore n\u00e9 degli onori. Tanto meno sono interessati al potere. Non c&#8217;\u00e8 un&#8217;ideale eroico che li sovradetermina\u00a0e non hanno alcuna aspirazione al dominio. Questo risulta in maniera lampante quando Sam si trova a portare l&#8217;Anello e per lui la tentazione si manifesta nella prospettiva di diventare &#8220;Samvise il Forte, Eroe dell&#8217;Era&#8221;. La sua risposta consiste nel ristabilire il limite di ci\u00f2 a cui tiene, superando il quale verrebbe travolto dalla propria stessa <em>hybris<\/em>: &#8220;<em>Il piccolo giardino di un libero giardiniere era tutto ci\u00f2 di cui aveva bisogno, e non un giardino ingigantito alle dimensioni di un reame; aveva bisogno di adoperare le proprie mani, e non di comandare le mani altrui.&#8221; <\/em>(<em>Il Ritorno del Re, <\/em>II, cap. I)<br \/>\nEcco il punto: nella narrativa tolkieniana il coraggio si contrappone al potere (e non \u00e8 certo un caso che nel <em>Signore degli Anelli<\/em> il termine &#8220;Power&#8221; sia l&#8217;appellativo pi\u00f9 ricorrente di Sauron).<br \/>\nQuesto \u00e8 vero non solo per i piccoli hobbit, ma anche per i loro compagni grandi e grossi. Gandalf e Aragorn in particolare cercano sempre di convincere gli altri, mai di costringerli. Al contrario il potere \u00e8 sempre coercitivo, \u00e8 esercizio di dominio, cosa che gli eroi di Tolkien non fanno mai, non solo nei confronti degli amici, ma nemmeno dei nemici. A tutti \u00e8 sempre lasciata una scelta, perfino al traditore Saruman.<br \/>\nQuello degli eroi di Tolkien \u00e8 il coraggio di assumere su di s\u00e9 la responsabilit\u00e0 nell&#8217;interesse collettivo, rifiutando il potere. E&#8217; cio\u00e8 l&#8217;esatto opposto dell&#8217;aspirazione al potere nell&#8217;interesse collettivo, che \u00e8 invece l&#8217;attitudine tipica dell&#8217;uomo politico, sia esso conservatore, riformista o rivoluzionario. Si tratta dell&#8217;affermazione pi\u00f9 paradossale espressa dalla narrativa di Tolkien, che recupera la radice pi\u00f9 estrema del cristianesimo e allo stesso tempo ne sventa la potenziale deriva antimondana, ancorandola alla necessit\u00e0 di fronteggiare il manifestarsi del male nella storia (vedi lettera 144, 1954). Gli eroi di Tolkien non si rassegnano al dispiegarsi dell&#8217;iniquit\u00e0 e vivono la dialettica luce-ombra sulla propria pelle. Alla tirannide di Sauron deve contrapporsi la regalit\u00e0 di Aragorn. Aragorn che, al contrario di quanto aveva fatto Thorin Scudodiquercia, usa il peso del proprio lignaggio con estrema cautela, non cede all&#8217;orgoglio, e una volta diventato re attraverso il consenso, concede la libert\u00e0 a tutti i popoli della Terra di Mezzo (inclusi quelli che hanno combattuto dalla parte di Sauron), offrendosi come garante della pace, e non appunto come dominatore.<br \/>\nVoler dominare le cose, affermare se stessi sugli altri, anche per il fine migliore, magari per desiderio di eccellere con la propria maestria artistica, come F\u00ebanor nei tempi antichi, o anche per proteggere la propria gente, come vorrebbe fare Boromir, \u00e8 l&#8217;inizio della corruzione che avvia una catena di eventi nefasti. Questa buona fede spinge a credere che il fine giustifichi i mezzi utilizzati per ottenerlo, e che quindi la Macchina, il potenziamento esteriore di s\u00e9, possa consentirci di perseguire un buon fine. Ma l&#8217;Anello del Potere non pu\u00f2 essere utilizzato a fin di bene, pu\u00f2 soltanto produrre ulteriore potere, cio\u00e8 asservimento a esso. L&#8217;unico modo di sconfiggere il male \u00e8 distruggere il mezzo del suo perpetrarsi.<br \/>\nSe dunque mezzi e fini coincidono &#8211; o strategia e tattica coincidono, per dirla con <strong>T.E. Lawrence<\/strong> &#8211; significa che ci\u00f2 che facciamo e ci\u00f2 che siamo sono la stessa cosa. Ne consegue che non c&#8217;\u00e8 nulla di pi\u00f9 politico ed etico della nostra stessa esistenza, ognuno di noi \u00e8 portatore di un&#8217;istanza morale strettamente connessa all&#8217;agire pratico. Nessuno pu\u00f2 chiamarsi fuori, nessuno pu\u00f2 dire \u201cio non c&#8217;entro\u201d. Per citare il film di <strong>Peter Jackson<\/strong>: &#8220;Si tratta di decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso&#8221;.<br \/>\nVorrei concludere dicendo che il tema del potere \u00e8 senz&#8217;altro connesso a quello della morte e dell&#8217;immortalit\u00e0 &#8211; identificato da Tolkien come il tema portante del <em> Signore degli Anelli<\/em>. Il potere infatti non accetta l&#8217;idea della morte, deve presumersi infinito, eterno. Il potere non cede mai il testimone, pu\u00f2 soltanto essere ribaltato o distrutto, o appunto sconfitto dalla morte. Non \u00e8 un caso che nella storia i grandi uomini di potere raramente abbiano saputo creare le precondizioni necessarie al passaggio di consegne. Di solito alla morte dei grandi leader segue un vuoto, una lotta senza quartiere tra i servi. Perch\u00e9 anche quando pretende di arrogarsi un ruolo paterno, il potere \u00e8 pi\u00f9 facilmente padrone che padre. E questa \u00e8 la dimostrazione pi\u00f9 eclatante della sua sterilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><object width=\"480\" height=\"385\" classid=\"clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000\" codebase=\"http:\/\/download.macromedia.com\/pub\/shockwave\/cabs\/flash\/swflash.cab#version=6,0,40,0\"><param name=\"allowFullScreen\" value=\"true\" \/><param name=\"allowscriptaccess\" value=\"always\" \/><param name=\"src\" value=\"http:\/\/www.youtube.com\/v\/y0rTIa0902w&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;\" \/><param name=\"allowfullscreen\" value=\"true\" \/><embed width=\"480\" height=\"385\" type=\"application\/x-shockwave-flash\" src=\"http:\/\/www.youtube.com\/v\/y0rTIa0902w&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;\" allowFullScreen=\"true\" allowscriptaccess=\"always\" allowfullscreen=\"true\" \/><\/object><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Versione integrale dell&#8217;intervento di Wu Ming 4 al convegno &#8220;Tolkien e la Filosofia&#8221;, Modena, 22 maggio 2010 1. 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