{"id":5152,"date":"2011-09-17T00:18:25","date_gmt":"2011-09-16T22:18:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=5152"},"modified":"2011-09-17T14:07:47","modified_gmt":"2011-09-17T12:07:47","slug":"nostra-legittima-stranezza-torna-la-%c2%abstoria-della-follia%c2%bb-di-michel-foucault","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2011\/09\/nostra-legittima-stranezza-torna-la-%c2%abstoria-della-follia%c2%bb-di-michel-foucault\/","title":{"rendered":"Nostra legittima stranezza. Torna la \u00abStoria della follia\u00bb di Michel Foucault"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5206\" title=\"Storia della follia nell'et\u00e0 classica\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/storiafolliacover.jpg\" alt=\"Storia della follia nell'et\u00e0 classica\" width=\"500\" height=\"772\" \/><\/p>\n<h5>[E&#8217; giunta in libreria da pochi giorni, a cinquant&#8217;anni esatti dalla prima uscita in Francia, una nuova edizione italiana di <em><a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Storia_della_follia_nell%27et%C3%A0_classica\">Storia della follia nell&#8217;et\u00e0 classica<\/a><\/em>, capolavoro (storico? letterario? filosofico?) di <strong>Michel Foucault<\/strong>. Non si tratta di una mera ristampa, bens\u00ec di un nuovo esordio. Infatti, il libro \u00e8 proposto per la prima volta in versione integrale. Il curatore, <strong>Mario Galzigna,<\/strong> ha reinserito nell&#8217;opera brani mai tradotti in precedenza e ha recuperato la <em>Prefazione<\/em> di Foucault all&#8217;edizione del 1961, espunta per volont\u00e0 dell&#8217;autore dalle edizioni successive. Nella sua Introduzione, Galzigna spiega perch\u00e9 ha deciso di ripescare quel &#8220;reperto&#8221;, e in che modo la riscoperta del Foucault &#8220;lirico&#8221; dei primi anni Sessanta, con le sue riflessioni sulla poesia e sull&#8217;<em>esperienza letteraria<\/em>, possa gettare luce sul presente e le odierne pratiche di resistenza. Naturalmente, \u00e8 un discorso che a noi interessa parecchio. Di pi\u00f9: \u00e8 un discorso che incrocia le nostre riflessioni degli ultimi mesi e ha forti risonanze con il romanzo che stiamo scrivendo.<!--more--><br \/>\nGalzigna \u00e8 docente di Storia della cultura scientifica e di Etnopsichiatria e psichiatria\u00a0clinica (epistemologia e storia) all&#8217;Universit\u00e0 Ca&#8217; Foscari di Venezia. E&#8217; autore di molti libri ed \u00e8 il curatore delle edizioni italiane degli ultimi corsi di Foucault al Coll\u00e8ge de France. A novembre le edizioni Feltrinelli pubblicheranno, con sua traduzione e curatela, <em>Il coraggio della verit\u00e0<\/em>, ultima grande riflessione di Foucault prima della morte (1984), incentrata sul tema della <em>parres\u00eca<\/em> (il &#8220;parlar franco&#8221; degli antichi Greci).<\/h5>\n<h5>In accordo con l&#8217;editore Rizzoli e il blog <a href=\"http:\/\/www.ibridamenti.com\/\">Ibridamenti<\/a>, pubblichiamo su Giap il testo integrale dell&#8217;Introduzione a\u00a0 <em>Storia della follia<\/em>. E&#8217; un testo denso, che si rivolge a chi gi\u00e0 conosce Foucault, eppure crediamo che anche il &#8220;principiante&#8221; possa trarne qualcosa di suggestivo, magari partendo dalle &#8220;vociferazioni&#8221; di <strong>Antonin Artaud<\/strong> che abbiamo incorporato e linkato nel testo.<br \/>\nNe approfittiamo per segnalare che <em>Storia della follia nell&#8217;et\u00e0 classica<\/em> verr\u00e0 presentato a Venezia il 5 ottobre. Per maggiori informazioni <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/Foucault_Venezia_5ottobre.pdf\">ecco il volantino (pdf)<\/a>.]<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/h5>\n<p><strong>INTRODUZIONE<\/strong> [1]<\/p>\n<p>\u201cLe persone che amo, le utilizzo. Il solo segno<br \/>\ndi riconoscimento che si possa testimoniare<br \/>\na un pensiero [\u2026] \u00e8 precisamente di utilizzarlo,<br \/>\ndi deformarlo, di farlo stridere, gridare. Allora,<br \/>\ndicano pure i commentatori se si \u00e8 o non si \u00e8<br \/>\nfedeli, ci\u00f2 non ha alcun interesse\u201d<br \/>\n(Michel Foucault, 1975)<\/p>\n<p>Nella follia l\u2019opera sprofonda, scrive Foucault al termine dell\u2019<em>Histoire de la folie<\/em>. \u201c<em>Dove c\u2019\u00e8 opera non c\u2019\u00e8 follia<\/em>; e tuttavia la follia \u00e8 contemporanea dell\u2019opera, poich\u00e9 inaugura il tempo della sua verit\u00e0\u201d. La follia interrompe l\u2019opera, \u201capre un vuoto, un tempo di silenzio, una domanda senza risposta\u201d.<br \/>\nE tuttavia, nella \u201clacerazione senza rimedio\u201d che essa provoca, \u201cil mondo \u00e8 obbligato a interrogarsi\u201d. Il mondo \u2013 quello stesso mondo che pretendeva \u201cdi misurarla e di giustificarla con la psicologia\u201d \u2013 ora \u201csi trova citato in giudizio\u201d e \u201cdeve giustificarsi davanti a essa\u201d(p. 455). La follia \u00e8 \u201cassoluta rottura dell\u2019opera\u201d, ma al tempo stesso \u201crappresenta il momento costitutivo di un\u2019abolizione che fonda nel tempo la verit\u00e0 dell\u2019opera\u201d(p.454).<br \/>\nAl vertice estremo della singolarit\u00e0, viene scoperta e svelata, nella follia, la compresenza di due dimensioni eterogenee: irriducibili ma segretamente complici, speculari e a volte complementari. Laddove il soggetto mostra la sua costitutiva vulnerabilit\u00e0 \u2013 la sua esposizione ai molteplici fattori patogeni che producono in lui passivit\u00e0, dissoluzione, rovina, frammentazione \u2013, ebbene, proprio l\u00ec pu\u00f2 emergere un movimento di riscatto: un\u2019energia progettuale che lo rende capace di ridiventare protagonista attivo della propria esistenza. Proprio l\u00ec pu\u00f2 emergere un\u2019intima ed enigmatica solidariet\u00e0 tra distruzione e costruzione, tra perdita e arricchimento, tra malattia e creativit\u00e0.<br \/>\nUn buon esempio di connessione tra dimensioni eterogenee Foucault lo fornisce attraverso l\u2019analisi della malinconia sviluppata nel cap. III della seconda parte. Le qualit\u00e0 si trasmettono, senza alcun supporto, \u201cdal corpo all\u2019anima, dall\u2019umore alle idee, dagli organi alla condotta\u201d. Vi \u00e8 cos\u00ec una meccanica delle qualit\u00e0, una dinamica delle qualit\u00e0 e \u201cuna specie di dialettica delle qualit\u00e0 che, libera da ogni obbligo sostanziale, da ogni assegnazione primitiva, cammina attraverso rovesciamenti e contraddizioni\u201d. E poich\u00e9 il conflitto pu\u00f2 nascere all\u2019interno di una singola qualit\u00e0, \u201cuna qualit\u00e0 pu\u00f2 alterarsi nel suo sviluppo e diventare il contrario di ci\u00f2 che era\u201d(p. 233). Attraverso una puntigliosa analitica del testo medico, Foucault\u00a0 svela spostamenti, contraddizioni, rovesciamenti. Ogni condizione patologica \u00e8 perci\u00f2 molto fluida; subisce modificazioni continue e spesso pu\u00f2 rovesciarsi nel suo contrario: fino al limite estremo, per cui, come afferma il medico inglese <strong>Thomas Sydenham<\/strong> (1624-1689), frequentemente citato nell\u2019<em>Histoire<\/em>,<\/p>\n<blockquote><p>i malinconici sono \u201cpersone le quali per il resto sono molto sagge e molto sensate, e dotate di una penetrazione e di una sagacia straordinarie. Cos\u00ec Aristotele ha osservato giustamente che i malinconici hanno pi\u00f9 spirito degli altri\u201d(p. 232).<\/p><\/blockquote>\n<p>La malinconia, quindi, \u00e8 certamente una condizione patologica, un\u2019entit\u00e0 morbosa, ma pu\u00f2, in opportune condizioni e situazioni, produrre stati di eccellenza intellettuale. E\u2019 come sospesa, sempre in bilico tra prostrazione (tristezza, paura), delirio parziale e genialit\u00e0. Il malinconico, come affermava <strong>Marsilio Ficino<\/strong> nel <em>De triplici vita<\/em>, coglie la profondit\u00e0 di tutte le cose[2].<br \/>\nOltre che nel rapporto tra follia e assenza d\u2019opera, la contraddittoriet\u00e0 del soggetto emerge dunque anche nell\u2019analitica del testo medico, che tanto spazio occupa nell\u2019<em>Histoire<\/em>: un soggetto molto spesso definibile come sinergia di qualit\u00e0 contrastanti e soprattutto come compresenza di dimensioni attive e passive. Entro tale prospettiva, voglio proporre un breve <em>d\u00e9tour<\/em>: cio\u00e8 un accostamento inconsueto tra <strong>Jean-Paul Sartre<\/strong> e Foucault, poich\u00e9 per entrambi il soggetto \u00e8 al tempo stesso attivo e passivo. Comincer\u00f2 con Sartre.<\/p>\n<div id=\"attachment_5186\" style=\"width: 138px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5186\" class=\"size-full wp-image-5186\" title=\"Jean-Paul Sartre\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/Jean-Paul_Sartre_128x128.png\" alt=\"Jean-Paul Sartre\" width=\"128\" height=\"128\" \/><p id=\"caption-attachment-5186\" class=\"wp-caption-text\">Jean-Paul Sartre<\/p><\/div>\n<p>Nelle <em>Questioni di metodo<\/em> viene citata e commentata l\u2019affermazione di Engels, contenuta in una lettera indirizzata a Marx: \u201cGli uomini fanno la loro storia da s\u00e9 ma in un ambiente dato che li condiziona\u201d[3]. Sartre tematizza ampiamente la duplicit\u00e0 costitutiva del soggetto, delineata nel passaggio epistolare engelsiano, soprattutto nella <em>Critica della ragione dialettica<\/em> e nella grande ricerca dedicata a Flaubert, <em>L\u2019idiota della famiglia<\/em>. Viene pi\u00f9 volte ribadito, in questi testi, il primato dell\u2019esistenza sulla coscienza, al fine di cogliere la presenza dell\u2019 \u201c<em>uomo reale<\/em> in mezzo al <em>mondo reale<\/em>\u201d[4]. Ed \u00e8 possibile il disvelamento di questa presenza \u2013 di questa <em>situazione<\/em> \u2013 solo attraverso una prassi trasformativa capace di modificarla. Il \u201cprincipio <em>antropologico<\/em>\u201d che permette di definire \u201cla persona concreta in base alla sua materialit\u00e0\u201d \u2013 fuori da ogni ritorno \u201calla semplice immanenza del soggettivismo idealista\u201d \u2013 rappresenta \u201cun punto di partenza che ci rigetta subito tra le cose e gli uomini, nel mondo\u201d. Entro tale prospettiva, aggiunge Sartre, \u201cla sola teoria della conoscenza che possa essere oggi valida \u00e8 quella che si fonda su questa verit\u00e0 della microfisica: lo sperimentatore fa parte del sistema sperimentale\u201d[5]. Si tratta di uno snodo importante, a partire dal quale l\u2019autore prende le distanze dalla teoria marxista della conoscenza \u2013 il vero \u201cpunto debole\u201d del marxismo \u2013, accusata di espellere la soggettivit\u00e0 dalla sfera dell\u2019atto conoscitivo. La dialettica, cara a Sartre, tra \u201ccoscienza costitutrice\u201d (o costitutiva, come avrebbe detto Foucault) e \u201ccoscienza costituita\u201d, mette capo a una \u201cfrattura del rapporto reale dell\u2019uomo con la storia\u201d nel momento\u00a0 stesso\u00a0 in\u00a0 cui\u00a0 la\u00a0 prima\u00a0 diventa\u00a0 \u201cteoria pura\u201d,\u00a0 \u201csguardo non situato\u201d, e la seconda si limita a funzionare come \u201csemplice passivit\u00e0\u201d. Fuori da ogni tentazione idealistica, si tratta di costruire un\u2019<em>epistemologia realista<\/em>, \u201cche <em>situi<\/em> la conoscenza <em>nel mondo<\/em>\u201d: che spezzi la dicotomia tra osservatore e osservato, riconoscendo il coinvolgimento del soggetto nella realt\u00e0 osservata come parte costitutiva ed essenziale del processo conoscitivo.<br \/>\nAl di l\u00e0 del puntuale e pertinente richiamo di Sartre alla microfisica, \u00e8 necessario ricordare che l\u2019idea dell\u2019osservatore come variabile capace di modificare il fenomeno osservato ha conosciuto una grande fortuna in ambito antropologico. Si tratta di un\u2019idea ben presente in alcune importanti figure di padri fondatori, che negli anni giovanili ebbero una formazione scientifica: ad esempio <strong>Georges Devereux<\/strong>, creatore dell\u2019etnopsichiatria[6], che studi\u00f2 chimica e fisica a Parigi, e <strong>Bronislaw Malinowski<\/strong>, che prima del 1910 ebbe una formazione filosofica e fisico-matematica.<br \/>\nNell\u2019ambito delle scienze umane, vale la pena ribadirlo, \u00e8 l\u2019antropologia il campo di ricerca in cui la discussione sul rapporto tra soggetto osservatore e processo osservato \u00e8 stata davvero continua e approfondita, anzitutto all\u2019interno di quel metodo della ricerca etnografica che venne definito, a partire da Malinowski, metodo dell\u2019<em>osservazione partecipante<\/em>. Ha forse ragione <strong>Clifford Geertz<\/strong>: fu \u201cpi\u00f9 un desiderio che un metodo\u201d[7]. In ogni caso, Geertz rilancia e discute proficuamente questo concetto, con una particolare attenzione alle esperienze di \u201cetnografia immersionista\u201d[8], nelle quali l\u2019antropologo pone al centro della sua tensione partecipativa lo sforzo di essere accettato dal gruppo sociale studiato, stabilendo con alcuni membri di questo stesso gruppo un certo afflato emozionale, una certa <em>empatia<\/em>: condizione di possibilit\u00e0 di ogni conoscenza autentica e radicale. Come ha ben detto Geertz in un\u2019intervista, con disarmante semplicit\u00e0: \u201cNon si pu\u00f2 capire la gente senza interagire con essa dal punto di vista umano\u201d[9]. Entra in gioco, qui, quello che Geertz chiama l\u2019<em>osservatore situato<\/em>; quello che Sartre, circa trent\u2019anni prima, aveva definito uno <em>sguardo situato<\/em>: laddove cio\u00e8 \u201cl\u2019atto del guardare\u201d \u2013 come scrive Francesco Faeta, un antropologo sensibile alla curvatura probabilistica connessa al principio di indeterminazione di Heisenberg \u2013, \u201cmodifica, com\u2019\u00e8 ben noto, la realt\u00e0 osservata e diviene sensato, cos\u00ec, spostare il<em> focus<\/em> etnografico dai fenomeni, in s\u00e9 e nel loro divenire, alle pratiche d\u2019interazione tra osservatori e osservati\u201d[10].<br \/>\nSolo a partire da uno sguardo situato \u2013 cio\u00e8 da un attivit\u00e0 conoscitiva <em>situata<\/em>,\u00a0 immersa e coinvolta in quello stesso mondo che occorre conoscere \u2013 possiamo cogliere la nostra duplice natura di soggetti liberi e al tempo stesso condizionati: da un lato liberi di conoscere qualcosa che sta fuori di noi, dall\u2019altro lato condizionati dalla nostra intima adesione a questo qualcosa (un qualcosa che perci\u00f2 si colloca sia dentro che fuori dalla nostra mente). Entro tale prospettiva, possiamo allora definirci all\u2019interno di un\u2019articolazione serrata e ineludibile tra necessit\u00e0 e libert\u00e0, tra la sfera dei condizionamenti e l\u2019ambito dei processi di soggettivazione. Possiamo pensarci, in ultima analisi, come soggetti costituiti (prodotti, determinati, inglobati nella realt\u00e0 da conoscere) e come soggetti costituenti (produttivi,\u00a0 determinanti, capaci di cooperare alla costruzione della realt\u00e0 che ci ingloba). O ancora, pi\u00f9 semplicemente, possiamo comprendere, per usare il lessico di Marx, la nostra appartenenza sia al \u201cregno della necessit\u00e0\u201d che al \u201cregno della libert\u00e0\u201d. Non a caso, proprio alla fine del primo capitolo delle <em>Questioni di metodo<\/em>, Sartre cita un passaggio marxiano tratto dal Libro III del <em>Capitale<\/em>:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cDi fatto, il <em>regno della libert\u00e0<\/em> c o m i n c i a\u00a0 soltanto l\u00e0 dove cessa il lavoro determinato dalla <em>necessit\u00e0<\/em> e dalla finalit\u00e0 esterna: si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria\u201d[11].<\/p><\/blockquote>\n<p>Il che significa, per Sartre, che \u201cnon appena c o m i n c e r \u00e0\u00a0 <em>per tutti<\/em> un margine di libert\u00e0 <em>reale<\/em> oltre la produzione della vita, il marxismo avr\u00e0 fatto il suo tempo; una filosofia della libert\u00e0 ne prender\u00e0 il posto\u201d[12].<\/p>\n<div id=\"attachment_5191\" style=\"width: 110px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5191\" class=\"size-full wp-image-5191\" title=\"Karl Marx\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/marx.jpg\" alt=\"Karl Marx\" width=\"100\" height=\"141\" \/><p id=\"caption-attachment-5191\" class=\"wp-caption-text\">Karl Marx<\/p><\/div>\n<p>C o m i n c i a,\u00a0 c o m i n c e r \u00e0. Non appena \u201ccomincer\u00e0\u201d, scriveva Sartre: in questo commento, l\u2019avvento di una filosofia della libert\u00e0 viene collocato nel futuro ed \u00e8 perci\u00f2 legato, in qualche modo, all\u2019adozione di una prospettiva escatologica; ma il testo marxiano utilizza, a ragion veduta, il tempo presente: il regno della libert\u00e0, in effetti, \u201ccomincia\u201d gi\u00e0 ora; oltre a rappresentare il contenuto di una prefigurazione, esso vive anche dentro il presente, nel momento stesso in cui la logica produttiva non domina incontrastata ma subisce, incalzata dal conflitto, interruzioni, battute d\u2019arresto, parziali cessazioni; nel momento stesso, quindi, in cui una variabile antagonista <em>comincia<\/em> a erodere e a mettere in scacco il determinismo che regola la sfera della produzione materiale.<br \/>\nIn ogni caso, <em>determinismo<\/em> e <em>libert\u00e0<\/em> sono due dimensioni strettamente connesse. Uno spazio non ideologico di libert\u00e0 e una prospettiva autentica e percorribile di liberazione si sviluppano a partire dalla complessit\u00e0 dei rapporti tra queste due dimensioni; non possono quindi emergere come conseguenza automatica di una loro meccanica successione temporale. La libert\u00e0 si annida nel determinismo, fa i conti con le sue ferree leggi e con le sue funeste costrizioni. Il determinismo, a sua volta, nel suo storico dispiegamento, ci aiuta a definire i terreni e i momenti entro i quali deve necessariamente svilupparsi ogni movimento antagonista e libertario.<br \/>\nAl di l\u00e0 dei suoi rapporti con l\u2019escatologia marxista \u2013 la quale, in armonia con le sue matrici ebraico-cristiane, assegna al proletariato una funzione di salvezza collettiva \u2013 va riconosciuto a Sartre il merito (un merito sia filosofico che politico) di aver assegnato una centralit\u00e0 strategica e ineludibile al problema del rapporto tra determinismo e libert\u00e0, e quindi tra soggetto costituito e soggetto costituente: un problema presente nella teoria marxiana, nella psicoanalisi freudiana, nell\u2019antropologia e in non pochi luoghi essenziali del pensiero filosofico e scientifico novecentesco. Ci sembra, in verit\u00e0, qualcosa di pi\u00f9 di <em>un problema<\/em> interno alle singole discipline o a una particolare <em>episteme<\/em>: \u00e8 per noi <em>il problema <\/em>fondamentale del pensiero e della condizione umana, perennemente in bilico tra i bagliori della libert\u00e0 e le tenebre della necessit\u00e0. Ed \u00e8 in ogni caso un problema centrale e decisivo, va detto subito, in tutto l\u2019itinerario filosofico di Michel Foucault.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5169\" title=\"La follia che canta nelle ossa\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/foucault_follia_ossa2.jpg\" alt=\"La follia che canta nelle ossa\" width=\"500\" height=\"437\" \/><\/p>\n<p>Un\u2019originale ripresa della problematica sartriana prima menzionata l\u2019ho ritrovata, <em>mutatis mutandis<\/em>, proprio nell\u2019itinerario di Foucault, e in particolar modo nel passaggio dalla genealogia degli anni \u201970 alla successiva messa in scena dei processi di soggettivazione, presente soprattutto negli ultimi due libri (<em>La cura di s\u00e9<\/em>, <em>L\u2019uso dei piaceri<\/em>) e negli ultimi tre corsi tenuti al Coll\u00e8ge de France (<em>L\u2019ermeneutica del soggetto<\/em>, <em>Il governo di s\u00e9 e degli altri<\/em>, <em>Il coraggio della verit\u00e0<\/em>). A ben guardare, Sartre e Foucault sono accomunati da una medesima difficolt\u00e0, che rappresenta anche la loro scommessa fondamentale: quella di concepire, di comprendere e di vivere gli aspetti attivi e gli aspetti passivi che definiscono il soggetto costituito e il soggetto costituente. Sartre direbbe: \u201cla constitution\u201d[13] e \u201cla personnalisation\u201d[14]; cio\u00e8 il <em>soggetto determinato<\/em> \u2013 condizionato da una pluralit\u00e0 di dimensioni: l\u2019economia, i rapporti di produzione, l\u2019ideologia, la cultura, la biografia personale, la vicenda familiare, il contesto storico-sociale \u2013 e il soggetto determinante, capace di produrre, di mettere in gioco, di inventare spazi di iniziativa e gradi di libert\u00e0 nei quali possa emergere e affermarsi un \u201cmode de vie\u201d, uno stile di vita, e quindi il profilo di un\u2019identit\u00e0 individuale[15]. Abbiamo dunque un lato passivo \u2013 la passivit\u00e0 costituita, come la chiamava Sartre[16] \u2013 e un lato attivo: due lati distinti ma al tempo stesso collegati da un legame forte e irriducibile, che rappresenta la cifra di ogni specifica singolarit\u00e0. La singolarit\u00e0, come si legge nell\u2019<em>Annexe<\/em> a <em>L\u2019Idiot<\/em> \u2013 pubblicato da Arlette Elka\u00efm-Sartre nel 1988 \u2013, realizza una \u201ctotalisation en int\u00e9riorit\u00e9 (sujet)\u201d e una \u201ctotalisation en ext\u00e9riorit\u00e9 (objet)\u201d: e il soggetto \u2013 in questo caso Flaubert \u2013 potr\u00e0 <em>fare la sintesi<\/em> tra i due livelli (\u201ctotalisation ext\u00e9rieure-int\u00e9rieure\u201d) solo nella misura in cui sar\u00e0 lui stesso un soggetto-oggetto, \u201cun sujet-objet\u201d[17]. Su questa composizione complessa della singolarit\u00e0, tutta interna alla dialettica tra costituzione e personalizzazione, Foucault innesta una variabile anarchica \u2013 la follia \u2013 che spariglia i giochi della dialettica: gi\u00e0 nella <em>Prefazione<\/em> la concepisce al tempo stesso come gesto originario e costitutivo, come esperienza-limite, come fattore imprevedibile, come livello precategoriale che rimane estraneo alla storia, ma che al tempo stesso, lo vedremo, la instaura e la rende possibile[18]. La follia \u2013 ancor prima che emergano i profili definiti e riconoscibili delle singolarit\u00e0 \u2013 si esprime come terreno privilegiato, all\u2019interno di una \u201cregione scomoda\u201d (p. 9) in cui non \u00e8 ancora avvenuta la scissione tra ragione e sragione; in cui si cerca di raggiungere \u201cquesto grado zero della storia della follia\u201d, dove la follia stessa rimane una \u201cesperienza indifferenziata\u201d, una \u201cexp\u00e9rience non ancore partag\u00e9e du partage lui-m\u00eame\u201d (<em>Pr\u00e9face<\/em>, p. 139)[19]. Un\u2019esperienza-limite, dunque, come lo sono, per il Foucault della <em>Prefazione<\/em>, il <em>Tragico<\/em>, l\u2019<em>Oriente<\/em>, il <em>Sogno<\/em>, il <em>Desiderio<\/em>. Un\u2019esperienza della partizione tra ragione e sragione. Un momento inaugurale. Un gesto originario, costitutivo, di rottura: il gesto di una distanza presa, laddove \u201cpotr\u00e0 apparire il territorio in cui l\u2019uomo di follia e l\u2019uomo di ragione, separandosi, non sono ancora separati\u201d (p.10). E\u2019 alla presenza oscura della Follia, della Demenza e della Sragione che la Ragione occidentale deve \u201cqualcosa della sua profondit\u00e0\u201d (p. 11), cos\u00ec come \u201cla \u03c3\u03c9\u03d5\u03c1\u03bf\u03c3\u03cd\u03bd\u03b7 dei dialoghi socratici\u201d deve qualcosa della sua profondit\u00e0 \u201calla minaccia dell\u2019\u1f55\u03b2\u03c1\u03b9\u03c2\u201d. In questa regione scomoda emerge \u201cil problema dei <em>limiti<\/em> piuttosto che dell\u2019identit\u00e0 di una cultura\u201d. Potremmo anche dire che la definizione dell\u2019identit\u00e0 di una cultura si gioca e si decide sulla percezione dei limiti, sulla messa a fuoco delle esperienze-limite, sulla \u201cstoria dei limiti\u201d, cio\u00e8 \u201cdi quei gesti oscuri, necessariamente dimenticati non appena compiuti, coi quali una cultura respinge qualcosa che sar\u00e0 per lei l\u2019Esteriore\u201d.<\/p>\n<div id=\"attachment_5187\" style=\"width: 160px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5187\" class=\"size-full wp-image-5187\" title=\"Gilles Deleuze\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/deleuze.jpg\" alt=\"Gilles Deleuze\" width=\"150\" height=\"228\" \/><p id=\"caption-attachment-5187\" class=\"wp-caption-text\">Gilles Deleuze<\/p><\/div>\n<p>Per cogliere la fisionomia di quella regione scomoda, nella quale l\u2019uomo di follia e l\u2019uomo di ragione dialogano e comunicano nell\u2019ambito della loro radicale alterit\u00e0 \u2013 e quindi si separano senza essere ancora separati \u2013, occorre abbandonare una logica dialettica. Occorre pensare ai processi storici attraverso l\u2019uso della sintesi disgiuntiva[20],di matrice kantiana, che trover\u00e0 molto spazio nel pensiero di <strong>Gilles Deleuze<\/strong>, dalla <em>Logica del senso<\/em> all\u2019<em>Anti-edipo<\/em>, e che Foucault riproporr\u00e0 pi\u00f9 volte con\u00a0 chiarezza, ad esempio nel 1970 e nel 1979, dopo averla messa in gioco, prima e dopo la <em>Prefazione<\/em>, senza mai denominarla in modo specifico.<br \/>\nNel 1970:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cPer liberare la differenza occorre un pensiero senza contraddizione, senza dialettica, senza negazione: un pensiero che dica si alla divergenza; un pensiero affermativo il cui strumento \u00e8\u00a0 l a\u00a0 d i s g i u n z i o n e; un pensiero del molteplice, della molteplicit\u00e0 dispersa e nomade\u201d.<\/p><\/blockquote>\n<p>Nel 1979:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cChe cos\u2019\u00e8 la logica dialettica? E\u2019 una logica che mette in gioco dei termini contraddittori nell\u2019elemento dell\u2019omogeneo. A questa <em>logica della dialettica<\/em> io propongo piuttosto di sostituire quella che chiamerei una <em>logica della strategia<\/em>. Infatti, una logica della strategia non fa valere termini contraddittori nell\u2019elemento dell\u2019omogeneo, destinato a garantire la loro risoluzione in unit\u00e0; al contrario, ha la funzione di stabilire quali sono le <em>connessioni possibili tra termini disparati<\/em>, che <em>restano tali<\/em>. La logica della strategia \u00e8 la <em>logica della connessione dell\u2019eterogeneo<\/em>, non quella dell\u2019omogeneizzazione del contraddittorio\u201d[21].<\/p><\/blockquote>\n<p>Se nel <em>Corso<\/em> del 1979 era necessario tenere insieme, collegandole fra di loro, due dimensioni macrostoriche \u2013 due concezioni eterogenee della libert\u00e0, e cio\u00e8 \u201cl\u2019assiomatica fondamentale dei diritti dell\u2019uomo e il calcolo utilitaristico dell\u2019indipendenza dei governati\u201d[22] \u2013, nella <em>Prefazione<\/em> si sovrappongono, si mescolano e si ibridano l\u2019unit\u00e0 e l\u2019opposizione del senso e dell\u2019insensato, della ragione e della sragione, dell\u2019uomo di follia e dell\u2019uomo di ragione. La logica della connessione dell\u2019eterogeneo si realizza in questo paesaggio ambiguo e contraddittorio \u2013 abitato, come verr\u00e0 detto poi, da una \u201cmolteplicit\u00e0 dispersa e nomade\u201d \u2013, dove istanze inseparabili ma contrastanti, o addirittura contrapposte, \u201cintavolano il dialogo della loro rottura\u201d(<em>Prefazione<\/em>, p.10).<br \/>\nLa partizione originaria su cui si fonda questa connessione dell\u2019eterogeneo rappresenta un livello fondativo e costitutivo, a partire dal quale \u00e8 possibile \u201cparlare dell\u2019<em>esperienza della follia<\/em>\u201d[23]. Nel penultimo <em>Corso<\/em> al <em>Coll\u00e8ge de France<\/em>, tracciando un sintetico bilancio del suo itinerario, Foucault dice di aver esplorato la possibilit\u00e0 di una storia delle \u201cexp\u00e9riences\u201d: esperienze della follia, per l\u2019appunto, e quindi esperienze della malattia, della criminalit\u00e0 e della sessualit\u00e0. \u201cFoyers d\u2019exp\u00e9riences\u201d, cos\u00ec le chiama: focolai di esperienze che sono state importanti nella nostra cultura[24]. Il riferimento all\u2019esperienza, che accomuna la Prefazione del 1961 e il Corso del 1983, mostra, nel sottosuolo teorico dell\u2019intera ricerca, la presenza continua, anche se latente, di un orientamento fondamentale, riconducibile alla filosofia del senso, del soggetto e del vissuto: secondo Foucault, si tratta di un orientamento che si contrappone, nel pensiero francese del Novecento, alla filosofia dell\u2019errore, del concetto e del vivente, alla quale lui stesso si ricollega esplicitamente (una filosofia autorevolmente rappresentata, in Francia, dal lavoro del filosofo e storico delle scienze <strong>Georges Canguilhem<\/strong>, uno dei suoi maestri). In un testo del 1978 dedicato a Canguilhem \u2013 un testo rivisto e leggermente modificato nel 1984[25] \u2013 Foucault ha tematizzato questa <em>contrapposizione<\/em>, riconoscendo tuttavia al pensiero di Canguilhem, al suo lavoro di storico e di filosofo, \u201cune importance si d\u00e9cisive en France pour tous ces qui, \u00e0 partir de points de vue si diff\u00e9rents, ont essay\u00e9 de repenser la <em>question du sujet<\/em>\u201d[26]. Con una mossa inattesa, Foucault ripensa dunque la questione del soggetto, appannaggio tradizionale della fenomenologia e dell\u2019esistenzialismo, situandola anche nell\u2019alveo di una filosofia dell\u2019errore, del concetto e del vivente. In questa prospettiva, la gi\u00e0 citata contrapposizione, cos\u00ec come viene presentata negli interventi del 1979 e del 1984, appare meno rigida e definitiva. In effetti, un testo come le <em>Meditazioni cartesiane<\/em> di Husserl viene considerato \u201cl\u2019enjeu de deux lectures possibles\u201d (la posta in gioco di due letture possibili): la prima che va nella direzione di una filosofia del soggetto (e qui non a caso vengono citati Sartre e Heidegger), la seconda che si muove all\u2019interno di una filosofia del concetto, risalendo alle matrici fondative del pensiero husserliano (il formalismo e l\u2019intuizionismo)[27].<br \/>\nUno stesso testo si presta dunque a differenti possibilit\u00e0 di lettura, ma questa apertura plurale pu\u00f2 realizzarsi solo a partire da una capacit\u00e0 di muoversi nell\u2019ambito di momenti eterogenei del pensiero e della scrittura. In effetti, nel definire la trama delle influenze e dei debiti intellettuali, Foucault privilegia fin dal principio quella che pi\u00f9 tardi definir\u00e0 come una strategia di <em>connessione dell\u2019eterogeneo<\/em>: non a caso, gi\u00e0 a ridosso della <em>th\u00e8se<\/em> sulla follia \u2013 nella sua prima intervista, quella rilasciata nel 1961 a J.-P. Weber per <em>Le Monde<\/em>[28] \u2013 egli risponde alla domanda: \u201c<em>Influences?<\/em>\u201d con la seguente indicazione: \u201cSoprattutto opere letterarie\u2026 Maurice Blanchot, Raymond Roussel. Ci\u00f2 che mi ha interessato e guidato \u00e8 una certa forma di presenza della follia nella letteratura\u201d[29]. Un\u2019intervista molto breve: due pagine, in cui gi\u00e0 compaiono gli ingredienti essenziali di quella che vorrei definire una tecnologia del depistaggio. Dopo il privilegio accordato all\u2019influenza della letteratura, emergono infatti altri punti di riferimento, importanti e in ogni caso eterogenei: Freud e Lacan, anzitutto, e quindi <strong>Georges Dum\u00e9zil<\/strong>. Quest\u2019ultimo, pi\u00f9 che per la sua appartenenza disciplinare \u2013 l\u2019intervistatore lo definisce piattamente uno \u201cstorico delle religioni\u201d \u2013 viene ricordato per \u201cla sua idea di struttura\u201d: da lui applicata ai miti e utilizzata da Foucault per \u201cscoprire forme strutturate dell\u2019esperienza\u201d, come lo \u00e8 stata, ad\u00a0\u00a0 esempio,\u00a0\u00a0 la\u00a0\u00a0 struttura\u00a0\u00a0 della\u00a0\u00a0 \u201csegregazione\u00a0 sociale\u201d\u00a0 e dell\u2019 \u201cinternamento\u201d dei folli. Dopo aver problematizzato la relazione tra filosofia razionalista e strutture dell\u2019esclusione \u2013 assegnando all\u2019internamento la responsabilit\u00e0\u00a0 di aver sommerso le voci della follia nel \u201csilenzio\u201d dell\u2019<em>\u00e2ge classique<\/em> \u2013, Foucault sottolinea l\u2019importanza della \u201cgrande protesta lirica che troviamo nella poesia dopo Nerval fino ad Artaud\u201d: quando cio\u00e8 la follia ritrova e ripropone quella \u201cfunzione di manifestazione\u201d e \u201cdi rivelazione che essa aveva all\u2019epoca di Shakespeare e di Cervantes\u201d.<br \/>\nAncora la letteratura, dunque, per comprendere l\u2019esperienza-limite della follia, le sue dimensioni pre-logiche e pre-discorsive, il suo vivere al di qua e al di sotto della storia, il suo essere \u201cirreparabilmente meno della storia\u201d (<em>Prefazione<\/em>, p. 13). Nella stessa pagina della <em>Prefazione<\/em> in cui vengono menzionati i deliri di Thorin, \u201cle sue visioni fuggitive\u201d, \u201ci latrati del suo spavento\u201d \u2013 Thorin era un \u201cservo quasi analfabeta\u201d, un \u201cdemente furioso\u201d, citato come autore di un manoscritto di fine seicento conservato alla Biblioteca dell\u2019Arsenale \u2013, Foucault utilizza la poesia per sondare l\u2019enigma di questa dimensione sfuggente, continuamente sospesa tra l\u2019essere e il non-essere, tra la storia e l\u2019 \u201cassenza di storia\u201d, tra la pienezza della presenza e la voragine dei suoi vuoti [\u201cle forme del vuoto, del vano, del nulla\u201d (<em>Prefazione<\/em>, 14): \u201cles esp\u00e8ces du vide, du vain, du rien\u201d (<em>Pr\u00e9face<\/em>, 163)]. La qualit\u00e0 letteraria di questi passaggi risalta con grande evidenza. Non si tratta solo di un esercizio di stile, ma della volont\u00e0 di scegliere un registro lirico adatto a <em>presentare<\/em> la dimensione ineffabile e pressoch\u00e9\u00a0 indicibile di una storia che \u201cnon \u00e8 possibile se non si basa su un\u2019assenza di storia\u201d(p. 14). Il registro lirico prescelto trova una sua coerente continuit\u00e0 con questi due versi folgoranti[30], che Foucault cita senza menzionare l\u2019autore:<br \/>\n<em> <\/em><\/p>\n<blockquote><p><em>Je nommerai d\u00e9sert ce ch\u00e2teau que tu fus,<\/em><br \/>\n<em> Nuit cette voix, absence ton visage[31].<\/em><\/p><\/blockquote>\n<p>Questi versi del 1953 non vengono commentati, poich\u00e9 realizzano un <em>continuum<\/em> sia con la tonalit\u00e0 espressiva dell\u2019intera pagina, sia con il suo contenuto ideativo, presentato e rappresentato. Lo stesso contenuto, cio\u00e8 la tensione irrisolta tra presenza e assenza \u2013 l\u2019altalena enigmatica tra presenza e assenza di storia \u2013 attraversa omogeneamente i versi di Bonnefoy e la prosa di Foucault. Questa continuit\u00e0 ideativa ed espressiva rende comprensibile la scelta di non menzionare l\u2019autore dei due versi: si tratta di Yves Bonnefoy, nato tre anni prima di Foucault, nel 1923, e diventato suo collega al Coll\u00e8ge de France nel 1981. La tensione tra presenza e assenza, evidente nella <em>Prefazione<\/em>, trova riscontro sia nei due versi appena citati, del 1953, sia in qualche intervento critico dell\u2019epoca (ad esempio quello del critico G. Pirou\u00e9, specialista di Victor Hugo, del 1958), sia, infine, negli scritti giovanili di Bonnefoy: basti citare, qui, una prosa del 1959, <em>L\u2019acte et le lieu de la po\u00e9sie<\/em> \u2013 che il Foucault dell\u2019<em>Histoire<\/em> potrebbe aver letto \u2013 laddove il poeta afferma: \u201cdobbiamo sfidare l\u2019assenza di un essere, il tempo che ci ha frodati, il baratro che si apre nel cuore stesso della presenza\u201d[32].<\/p>\n<div id=\"attachment_5173\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5173\" class=\"size-full wp-image-5173\" title=\"Ren\u00e9 Char\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/renechar1.jpg\" alt=\"Ren\u00e9 Char\" width=\"200\" height=\"225\" \/><p id=\"caption-attachment-5173\" class=\"wp-caption-text\">Ren\u00e9 Char<\/p><\/div>\n<p>La scelta di evitare ogni attribuzione d\u2019identit\u00e0 al soggetto dell\u2019enunciazione poetica si ripete altre due volte lungo tutta la Prefazione, quando vengono riportati due passaggi, su cui torneremo, tratti da un\u2019opera poetica di <strong>Ren\u00e9 Char<\/strong>, <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em> (1948), particolarmente cara a Foucault.<br \/>\nL\u2019attenzione a Char e a <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>, giova ricordarlo, emerger\u00e0 anche in un articolo del 1962, dove Foucault prende lo spunto da un saggio di Jean Laplanche su <em>H\u00f6lderlin et la question du p\u00e8re<\/em>. In questo articolo viene messo l\u2019accento sul \u201clegame tra l\u2019opera e l\u2019assenza d\u2019opera\u201d, per cui si pu\u00f2 dire, come scrive Foucault, che \u201cogni opera \u00e8 impresa di esaustione del linguaggio\u201d[33]: si rimane, insomma, all\u2019interno di quella oscillazione tra presenza e assenza di storia che attraversa tutta la <em>Prefazione<\/em>. All\u2019altezza di tale alternanza trova spazio, nell\u2019articolo del 1962, una citazione di \u201cSeuil\u201d, che appartiene alla raccolta <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>. Char mette in scena \u201cparole che non volevano perdersi\u201d, che \u201ctentarono di resistere\u201d: e proprio qui, secondo il poeta, \u201csi decise la dinastia del loro significato\u201d[34].<br \/>\nDopo quella di Bonnefoy, vi \u00e8 un\u2019altra presenza senza nome: quella di Char, tutt\u2019altro che secondaria. Nella <em>Prefazione<\/em>, oltre alla nota a fondo pagina in cui il poeta viene citato esplicitamente (p. 19) \u2013 e si tratta, ancora una volta, di <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em> (pi\u00f9 in particolare della stanza Suzerain) \u2013 sono riportati, come si \u00e8 detto, altri due passi della stessa raccolta, senza nessuna menzione del loro autore.<br \/>\nRiporto qui, in lingua originale, entrambe le citazioni, accessibili, nel testo, in traduzione italiana (p. 15 e p. 19):<\/p>\n<blockquote><p>Or, elle \u201cne dispose l\u00e0 que du morose \u00e9tat civil de ses prisons, de son exp\u00e9rience muette de perc\u00e9cut\u00e9e, et nous n\u2019avons, nous, que son signalement d\u2019\u00e9vad\u00e9e\u201d (<strong><em>Fureur et myst\u00e8re<\/em><\/strong>, \u201cSuzerain\u201d).<br \/>\nCompagnons path\u00e9tiques qui murmurez \u00e0 peine, allez la lampe \u00e9teinte et rendez les bijoux. Un myst\u00e8re nouveau chante dans vos os. D\u00e9veloppez votre \u00e9tranget\u00e9 l\u00e9gitime (<strong><em>Fureur et myst\u00e8re<\/em><\/strong>, \u201cPartage formel\u201d, Frammento XXII).<\/p><\/blockquote>\n<p>Nella prima citazione, al verbo \u201cdispose\u201d \u2013 che nel testo di Char ha un soggetto maschile: \u201cl\u2019Homme violet\u201d, cio\u00e8 Sade (come mi ha suggerito Stefano Agosti), immerso nell\u2019et\u00e0 della solitudine (\u201cl\u2019\u00e2ge de la solitude\u201d) \u2013 Foucault assegna arbitrariamente un soggetto femminile attinto al periodo precedente:\u00a0 la follia, per l\u2019appunto, la cui libert\u00e0 pu\u00f2 essere compresa solo \u201cdall\u2019alto della fortezza che la tiene prigioniera\u201d (p. 15). Anche qui, come era accaduto prima con i versi di Bonnefoy, il passo poetico di Char viene per cos\u00ec dire sottratto al suo luogo d\u2019origine e inserito nel contesto della <em>Prefazione<\/em>, in modo da creare un effetto di continuit\u00e0 rispetto ai contenuti e alle modalit\u00e0 espressive di quello stesso contesto.<br \/>\nLa seconda citazione chiude la <em>Prefazione<\/em> e contiene un\u2019incisiva ingiunzione di Char, che pu\u00f2 essere senza dubbio considerata \u2013 ha ragione Timothy O\u2019Leary \u2013 come un\u2019epigrafe dell\u2019intera opera di Foucault[35]: \u201cSviluppate la vostra legittima stranezza\u201d (p. 19). La parola francese, <em>\u00e9tranget\u00e9<\/em>, ha per\u00f2 un duplice significato: \u00e8 infatti stranezza ma anche estraneit\u00e0, e riguarda sia coloro che sono strani, sia coloro che sono estranei e stranieri: due condizioni che anche nella lingua inglese vengono rappresentate da due sostantivi distinti (<em>strangeness<\/em> \/ <em>foreignness<\/em>). L\u2019essere stranieri ed estranei, piuttosto che l\u2019essere strani: mi sembra comunque questa l\u2019accezione maggiormente compatibile con il contesto della <em>Prefazione<\/em> e con il significato che la parola assume in <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>: nel Frammento 190 di \u201cFeuillets d\u2019Hypnos\u201d (1943-1944), si parla in effetti di una \u201cinexorable \u00e9tranget\u00e9\u201d[36]. Si tratta dunque, pi\u00f9 che di una stranezza, di un\u2019estraneit\u00e0 <em>legittima<\/em> e <em>inesorabile<\/em>, che deve essere riconosciuta e accolta come cifra <em>necessaria<\/em> e <em>inevitabile<\/em> della condizione umana.<br \/>\nQuesta <em>\u00e9tranget\u00e9<\/em> legittima e inesorabile, necessaria e inevitabile, rinvia all\u2019oggetto fondamentale della ricerca, al tema di fondo della <em>Prefazione<\/em> e di tutta l\u2019<em>Histoire<\/em>: quella \u201c<em>necessit\u00e0 della follia<\/em>\u201d che ci rivela il suo stretto legame con la \u201c<em>possibilit\u00e0 della storia<\/em>\u201d (p. 15). Tematizzare questo livello strutturale e costitutivo della follia significa mettere in gioco non soltanto un\u2019attrezzatura categoriale, ma anche e soprattutto un\u2019esperienza e un <em>Erlebnis<\/em>: l\u2019esperienza di un qualcosa che, come si \u00e8 visto, sta irrimediabilmente al di sotto della storia. Qualcosa di meno della storia. Ma \u00e8 proprio su questo meno che Foucault intende indagare, sul piano dell\u2019esperienza piuttosto che su quello delle idee e dei concetti.<br \/>\nIl che significa interrogare lo scambio, il dialogo e la differenza tra follia e ragione <em>prima<\/em> che venga realizzata la partizione tra queste due dimensioni a livello delle istituzioni e delle forme di conoscenza. Come dire: sul terreno del <em>renfermement<\/em> (cio\u00e8 dell\u2019internamento della follia nelle strutture asilari) e sul terreno delle categorie nosografiche messe in gioco dalla <em>psicopatologia<\/em>. Si tratta allora di cogliere la follia \u2013 e il suo dialogo con la ragione \u2013 <em>prima<\/em> che essa si costituisca come malattia mentale; <em>prima<\/em>, dunque, dell\u2019internamento e della sua legittimazione psicopatologica; <em>prima<\/em> che il linguaggio della follia venga ridotto al silenzio (il \u201clungo silenzio classico\u201d) e venga destinato a un inesorabile oblio. Accedere a questo prima significa\u00a0 addentrarsi\u00a0 in\u00a0 una\u00a0 \u201cregione\u00a0 scomoda\u201d: un\u2019 \u201coscura regione\u201d che \u00e8 anche \u201corigine, poich\u00e9 da lei nascer\u00e0 il linguaggio della storia\u201d. Cos\u00ec continua poi Foucault, in un passaggio di rara pregnanza espressiva, che ci spinge a privilegiare la <em>ripetizione<\/em> (una ripetizione che \u201ccade al di fuori del concetto\u201d[37]), e a rifiutare l\u2019anestesia del commento o il terreno disciplinare dell\u2019esegesi:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cla grande opera della storia del mondo \u00e8 indelebilmente accompagnata da un\u2019<em>assenza d\u2019opera<\/em> che si rinnova continuamente ma che procede inalterata nel suo vuoto inevitabile lungo il corso della storia stessa: e fin da prima della storia, poich\u00e9 essa \u00e8 gi\u00e0 presente nella decisione primitiva; e ancora dopo, poich\u00e9 essa trionfer\u00e0 nell\u2019ultima parola pronunciata dalla storia\u201d (p. 14).<\/p><\/blockquote>\n<p>Vale la pena ribadirlo: il registro lirico \u2013 privilegiato da Foucault nella <em>Prefazione<\/em> e presente in molti passaggi dell\u2019<em>Histoire<\/em> \u2013 pu\u00f2 restituirci l\u2019intensit\u00e0 della <em>Stimmung<\/em> emotiva connessa alla messa in scena di una follia intesa come esperienza-limite, come assenza d\u2019opera: tutta giocata sull\u2019enigmatica oscillazione tra presenza e assenza. Il registro lirico, dunque. Questa scelta stilistica abbatte i confini tra filosofia e poesia, convocando direttamente il linguaggio dei poeti come supporto indispensabile di quello che vorrei definire una sorta di <em>lirismo argomentativo<\/em>: \u00e8 un movimento espressivo sviluppato da Foucault come <em>pathos<\/em>, capace di rompere la\u00a0 grigia coerenza e la sacerdotale astrattezza \u2013 <em>\u00e0 la<\/em> Heidegger \u2013 del discorso teoretico: capace, attraverso l\u2019irruzione narrativa e lo slancio poetico, di colmare il vuoto che si spalanca tra la ricchezza della vita e la povert\u00e0 di quelle che Florenskij chiamava le sue \u201cdefinizioni razionali\u201d[38]. In questa direzione, la pista era gi\u00e0 stata aperta[39], con Nietzsche, Blanchot e Bataille\u2026<br \/>\nSolo un\u2019archeologia del silenzio classico \u2013 sostenuta da una solida erudizione,\u00a0 ben presente in tutta l\u2019<em>Histoire<\/em>, e coniugata con le risorse di un originale lirismo argomentativo[40] \u2013 pu\u00f2\u00a0 metterci\u00a0 in contatto con quella terra di confine dove il dialogo tra l\u2019uomo di follia e l\u2019uomo di ragione \u00e8 ancora possibile, quando la follia stessa non \u00e8 stata ancora ridotta a malattia mentale, esiliata dalla verit\u00e0 e spogliata dei suoi poteri.<br \/>\nMa \u201cnella loro forma generale, le grandi strutture della sragione\u201d rimangono comunque \u201clatenti nella cultura occidentale\u201d, e si collocano \u201cun po\u2019 al di sotto del tempo degli storici\u201d[41]. Rimangono al di sotto della soglia di un sapere storico positivo e per essere accolte, ascoltate e intese, come si \u00e8 visto, hanno bisogno del linguaggio poetico, o, quantomeno, di un lirismo argomentativo capace di riconoscersi in queste voci della follia che non sono ancora sapere, formazione discorsiva, linguaggio strutturato: voci e vociferazioni della follia che ci giungono come balbettii, come parole monche, slegate da ogni sintassi. Voci \u2013 come scrive Foucault in uno dei luoghi pi\u00f9 intensi e vertiginosi della <em>Prefazione<\/em> \u2013<\/p>\n<blockquote><p>\u201cche fanno udire a chi tende l\u2019orecchio un rumore sordo che proviene da sotto la storia, il mormorio ostinato di un linguaggio che dovrebbe parlare da solo: senza soggetto parlante e senza interlocutore, ravvolto su se stesso, stretto alla gola, sprofondante prima d\u2019aver raggiunto qualsiasi formulazione, e che ritorna senza strepito al silenzio di cui non si \u00e8 mai disfatto: radice calcinata del significato\u201d (p. 14).<\/p><\/blockquote>\n<p>Viene in mente, qui, la parola sonora, la parola-grido, <a href=\"http:\/\/www.ubu.com\/sound\/artaud.html\">la parola-urlo di Antonin Artaud<\/a>[42], cio\u00e8 di uno degli autori pi\u00f9 frequentemente invocati nell\u2019<em>Histoire<\/em> quando si tratta di individuare i momenti e i luoghi in cui emerge o riemerge l\u2019esperienza della sragione:\u00a0 tale dimensione esperienziale \u00e8 \u201crestata in parte nell\u2019ombra\u201d e si \u00e8 \u201cconservata sordamente \u2013 scrive infatti Foucault \u2013 a partire dal <em>Nipote di Rameau<\/em> fino a Raymond Roussel e ad Antonin Artaud\u201d; essa si afferma radicalmente<\/p>\n<blockquote><p>nella \u201cgrande protesta lirica che si trova nella poesia, da Nerval fino ad Artaud, e che rappresenta uno sforzo per restituire all\u2019esperienza della follia una profondit\u00e0 e un potere di rivelazione che erano stati annientati dall\u2019internamento\u201d[43].<\/p><\/blockquote>\n<p style=\"text-align: center;\"><object width=\"500\" height=\"284\"><param name=\"movie\" value=\"http:\/\/www.youtube.com\/v\/iLSF544ELcg?version=3&amp;hl=it_IT\" \/><param name=\"allowFullScreen\" value=\"true\" \/><param name=\"allowscriptaccess\" value=\"always\" \/><embed type=\"application\/x-shockwave-flash\" width=\"500\" height=\"284\" src=\"http:\/\/www.youtube.com\/v\/iLSF544ELcg?version=3&amp;hl=it_IT\" allowfullscreen=\"true\" allowscriptaccess=\"always\"><\/embed><\/object><\/p>\n<p>In questo scenario, le opere poetiche e letterarie occupano in effetti un ruolo privilegiato. Danno voce a quelle <em>parole imperfette<\/em>, senza <em>sintassi fissa<\/em>, di cui si parla nella <em>Prefazione<\/em>, che costituiscono, molto spesso, l\u2019intelaiatura fragile, provvisoria e al tempo stesso potente della <em>d\u00e9raison<\/em>, rompendo verticalmente il legame tradizionale e apparentemente necessario tra significante e significato. Il significante si autonomizza, all\u2019interno di un movimento che raggiunge alcune volte i limiti pi\u00f9 estremi: ad esempio con Artaud e con le sue <em>glossolalie<\/em>, ma anche con Joyce[44] e con <em>Finnegans Wake<\/em>\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>***<\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_5160\" style=\"width: 130px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5160\" class=\"size-full wp-image-5160\" title=\"Antonin Artaud\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/artaud.jpg\" alt=\"Antonin Artaud\" width=\"120\" height=\"152\" \/><p id=\"caption-attachment-5160\" class=\"wp-caption-text\">Antonin Artaud<\/p><\/div>\n<p>Dopo che nel 1946 Gaston Gallimard gli propone di pubblicare le sue <em>\u0152uvres compl\u00e8tes<\/em>, <strong>Antonin Artaud<\/strong> (1896-1948), nell\u2019agosto di quello stesso anno, scrive un <em>Pr\u00e9ambule<\/em>. Ma la prima edizione del primo volume delle sue opere vede la luce solo dieci anni dopo, nel giugno del 1956: cinque anni prima dell\u2019uscita di <em>Folie et d\u00e9raison<\/em>. Un evento letterario di grande rilievo si situa dunque nel periodo in cui, come si \u00e8 gi\u00e0 visto, l\u2019attenzione di Foucault alla letteratura e alla poesia occupa una posizione di primo piano, soprattutto per la loro capacit\u00e0 di dar voce a questa esperienza-limite, perennemente sospesa tra \u201cl\u2019urgenza dell\u2019essere e la pantomima del non-essere\u201d[45]: una sospensione, una tensione tragica tra presenza e assenza \u2013 evidente in Char e in Bonnefoy \u2013 che attraversa in profondit\u00e0 tutta la scrittura di Artaud e che nel <em>Pr\u00e9ambule<\/em> assume i contorni di una cifra generale, quasi programmatica. Leggiamo infatti: \u201cLes paroles sont un limon qu\u2019on n\u2019\u00e9claire pas du c\u00f4t\u00e9 de l\u2019\u00eatre mais du c\u00f4t\u00e9 de son agonie\u201d[46]. Le parole sono fango, che viene rischiarato non sul versante dell\u2019essere, ma sul versante della sua agonia. Nelle parole prive di sostegno, ontologicamente incerte, che la letteratura e la poesia hanno continuato e continuano a trasmetterci, vive e trova spazio una singolarit\u00e0 che non coincide con l\u2019individualit\u00e0: una singolarit\u00e0 impersonale o, se si preferisce, un \u201cimpersonale singolare\u201d, come avrebbe detto Deleuze, cio\u00e8 un terreno in cui \u201cla follia rinasce, ma come scoppio lirico: scoperta che nell\u2019uomo l\u2019interno \u00e8 anche l\u2019esterno, che l\u2019estremo della soggettivit\u00e0 si identifica col fascino immediato dell\u2019oggetto\u201d[47].<br \/>\nLa follia rinasce come esperienza della sragione lungo quella \u201cgrande linea spezzata che va dalla Nave dei Folli alle ultime parole di Nietzsche e forse fino alle <strong><a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=fP0_MqFfYNE\">vociferazioni di Artaud<\/a><\/strong>\u201d[48]. Su quella stessa linea spezzata, Foucault ritrova quello che potremmo definire un testo-soglia, un testo liminare, <a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Il_nipote_di_Rameau\"><em>Le Neveu de Rameau<\/em><\/a>: in questa celebre opera di <strong>Denis Diderot<\/strong>, alla quale Foucault dedica uno dei momenti decisivi di tutta l\u2019<em>Histoire<\/em>, compare \u201cl\u2019ultimo personaggio\u201d dell\u2019et\u00e0 classica \u201cin cui follia e sragione si riuniscono\u201d, che \u201c\u00e8 anche quello in cui viene prefigurato il momento della separazione\u201d, che sveler\u00e0 \u201ci suoi significati filosofici e tragici\u201d, rispetto alla cultura occidentale, \u201csoltanto negli ultimi testi di Nietzsche o in Artaud\u201d[49]. La rottura\u00a0 messa in atto dal <em>Neveu de Rameau<\/em> \u2013 che non fu percepita dai contemporanei \u2013 \u201cnon poteva essere cap\u00ecta se non all\u2019epoca di Hegel e di H\u00f6lderlin\u201d[50]. L\u2019annotazione di Foucault \u00e8 molto sintetica, ma del tutto pertinente. In effetti, tra il 1761 e il 1777 Diderot lavor\u00f2 a questo testo, che rimase inedito in Francia fino al 1823. In possesso di un esemplare manoscritto giunto clandestinamente a Leipzig, Goethe lo tradusse nel 1805 (<em>Rameaus Neffe<\/em>, Leipzig 1805). Nella <em>Fenomenologia dello spirito<\/em> Hegel lo citer\u00e0 utilizzando questa versione tedesca. Sono propenso a credere che Foucault abbia tenuto presente la lettura hegeliana del <em>Neveu<\/em>, se non altro grazie alla mediazione di <strong>Jean Hyppolite<\/strong> \u2013 suo riconosciuto punto di riferimento \u2013, che pubblic\u00f2 la fondamentale monografia sulla <em>Fenomenologia<\/em> hegeliana nel 1946[51]. Oltre a questa ragione, connessa alla trama delle filiazioni intellettuali, vi \u00e8 anche, forse, un motivo intrinseco, molto pi\u00f9 sostanziale. Il <em>Neveu<\/em> viene in effetti utilizzato da Hegel come esemplificazione paradigmatica di quello che egli chiama <em>Die Sprache der Zerissenheit<\/em>: il linguaggio della disgregazione (o disgregatezza)[52], dove la coscienza disgregata \u2013 questo io puro che \u00e8 assolutamente scomposto (<em>Ich selbst ist absolut zersetzt<\/em> [53]) \u2013 coinvolge direttamente il mondo della cultura: \u201cIl linguaggio della disgregazione, invece, \u00e8 il linguaggio perfetto, \u00e8 la vera esistenza dello spirito di tutto questo mondo della cultura\u201d[54]. L\u2019espressione \u201cmondo della cultura\u201d, <em>Welt der Bildung<\/em>, va qui restituita alla sua problematica complessit\u00e0 e contraddittoriet\u00e0, dove <em>Bildung<\/em> indica, al tempo stesso, l\u2019orizzonte della libert\u00e0 e quello dell\u2019estraniazione. La tensione tra polarit\u00e0 contrapposte, la logica dell\u2019ossimoro e questa \u201cconfusione chiara a se stessa\u201d[55], come la definisce Hegel, attraversano verticalmente il testo di Diderot, quello di Hegel e quello di Foucault. Il linguaggio della disgregazione, che \u00e8 poi il linguaggio del Nipote, appartiene alla coscienza frammentata, disgregata, scomposta, che \u00e8 \u201ccoscienza dell\u2019inversione, e precisamente dell\u2019inversione assoluta\u201d. E\u2019 un linguaggio ricco di spirito (<em>Sprache geistreich<\/em>), che proprio in quanto \u201cinganno universale di s\u00e9 e degli altri\u201d \u2013 un inganno pronunciato con impudenza \u2013 \u201ccostituisce la verit\u00e0 pi\u00f9 alta\u201d[56]: esso ci viene restituito con grande efficacia in un passaggio in cui Hegel, riscrivendo il vaniloquio del Nipote, compendia vari brani del testo diderottiano aggiungendovi alcune espressioni proprie:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cun vaniloquio sospeso tra saggezza e follia, come un miscuglio di garbo e di volgarit\u00e0, di idee giuste e di idee false, di totale perversione del sentimento, dell\u2019infamia pi\u00f9 perfetta e, insieme, della verit\u00e0 pi\u00f9 schietta. Non si potr\u00e0 rinunciare ad attraversare tutti questi toni, a percorrere su e gi\u00f9 l\u2019intera scala dei sentimenti, dal disprezzo e dall\u2019abiezione pi\u00f9 profondi fino alla pi\u00f9 grande ammirazione e commozione; e con questi ultimi sentimenti verr\u00e0 a fondersi una venatura di ridicolo che li snaturer\u00e0\u201d[57].<\/p><\/blockquote>\n<p>Se la \u201ccoscienza quieta\u201d e \u201conesta\u201d si ritrova \u201cnell\u2019uguaglianza dei toni\u201d, la \u201ccoscienza disgregata\u201d riconosce, in un vaniloquio sospeso tra saggezza e follia, \u201cla verit\u00e0 pi\u00f9 alta\u201d, il profilo pi\u00f9 elevato della verit\u00e0: e questo bench\u00e9 entrambi i livelli, anche se distinti, appartengano a \u201cun\u2019unica e medesima coscienza\u201d[58].<br \/>\nNel tema di un linguaggio della follia come luogo in cui traspaiono <em>le verit\u00e0 segrete dell\u2019uomo<\/em>, \u00e8 possibile cogliere la permanenza di alcuni motivi della <em>Fenomenologia <\/em>hegeliana, circolati in Francia e presenti in Foucault soprattutto grazie all\u2019influenza di <strong>Jean Hyppolite<\/strong>[59].<br \/>\nL\u2019<em>esperienza<\/em> della sragione, che nell\u2019<em>Histoire<\/em> \u2013 e soprattutto nella <em>Prefazione<\/em> \u2013 viene assimilata \u201calla indicibilit\u00e0, al grido di dolore o all\u2019urlo del gesto letterario\u201d, produrr\u00e0 pi\u00f9 tardi, nella transizione dall\u2019archeologia alla genealogia, \u201cil passaggio decisivo dell\u2019idea del differenziale \u2013 come \u00e8 stato detto \u2013 dall\u2019esperienza-limite [\u2026] a un concetto di esperienza che acquista tutta la positivit\u00e0 dell\u2019enunciato, della forza reale e dell\u2019evento antagonista in un campo reale di conflitto\u201d. Lungo questa traiettoria, l\u2019esperienza sar\u00e0 cos\u00ec \u2013 cito ancora <strong>Mariapaola Fimiani<\/strong> \u2013 \u201cquell\u2019atto etico-politico che avr\u00e0 trasformato la costante \u00abverticalit\u00e0 della follia\u00bb in una \u00abfreccia sagittale nel presente\u00bb e dunque nell\u2019\u00abontologia dell\u2019attualit\u00e0\u00bb e nell\u2019\u00ab<em>ethos<\/em> filosofico\u00bb\u201d[60]. E\u2019 vero: la verticalit\u00e0 della follia \u00e8 un motivo <em>costante<\/em>, che non ha mai smesso di irrompere nella scena dei saperi e dei poteri che hanno preteso, gi\u00e0 nell\u2019et\u00e0 classica, di confiscarla, di ridurla al silenzio, di avvolgerla nelle tenebre dell\u2019errore e del non-senso. Un\u2019irruzione discontinua ma costante, al di l\u00e0 delle\u00a0 congiunture storiche, oltre e contro le differenti istanze del dominio: in questo senso il folle, portatore di un antagonismo che sta al di l\u00e0 o al di sotto della storia, \u00e8 un po\u2019 come il cinico \u2013 capace di dire il vero anche a rischio della vita \u2013, che per il Foucault degli anni 80 incarna una <em>categoria trans-storica<\/em>[61]. Tema, questo, ripreso e approfondito da <strong>Judith Butler<\/strong>, che si chiede, commentando Foucault, \u201cse esista una storia della ragione che possa rendere conto dell\u2019emergere di un soggetto trans-storico\u201d[62]. Follia e cinismo, dunque, come categorie trans-storiche.<br \/>\nLe emergenze della follia e l\u2019autonomia delle sue espressioni si configurano come fattori antagonisti, che di volta in volta mettono a nudo gli scacchi, le disfunzioni, le zone di fragilit\u00e0 dei dispositivi destinati a controllarla. Sono i dispositivi della nostra modernit\u00e0 che hanno prodotto le notti della follia, il suo \u201clungo silenzio classico\u201d, attraverso i \u201clumi\u201d di un sapere positivo (la nosografia) e attraverso la violenza delle pratiche dell\u2019esclusione (l\u2019internamento, l\u2019ospedale, l\u2019asilo). Tuttavia \u2013 gi\u00e0 nell\u2019et\u00e0 classica, ad esempio con Diderot, come si \u00e8 visto, ma soprattutto a partire dal primo ottocento e dall\u2019et\u00e0 romantica \u2013 i linguaggi della follia rinascono, si impongono e si ripropongono come esplosione lirica: come esperienza lirica irriducibile \u2013 e spesso contrapposta \u2013 all\u2019obiettivazione prodotta dal pensiero discorsivo e dai saperi a pretesa di verit\u00e0 che lo sorreggono (prima la medicina e la psichiatria, poi la psicologia e la psicoanalisi). Viene cos\u00ec tematizzato nella Prefazione \u2013 e sta qui la sua importanza e la sua potenza euristica \u2013 un singolare dualismo che scandisce l\u2019esperienza della follia soprattutto a partire dal tramonto dell\u2019et\u00e0 classica: da un lato il lirismo, dall\u2019altro il pensiero discorsivo. Nel pensiero discorsivo il folle si d\u00e0 come oggetto di conoscenza; nell\u2019esperienza lirica si presenta come <em>tema di riconoscimento<\/em>. Da un lato una cosa, una cosa medica. Dall\u2019altro lato un soggetto, che presenta dei temi \u2013 dei motivi, dei caratteri, degli assetti identitari \u2013 nei quali \u00e8 possibile riconoscersi. Dall\u2019et\u00e0 manicomiale fino ad oggi, questa tensione, sinergica o conflittuale, tra il lirismo (con i suoi risvolti empatici) e il pensiero discorsivo (con i suoi supporti nosografici e istituzionali), rappresenta l\u2019enigmatica ambivalenza connessa ad ogni intervento clinico radicale attorno alla follia. Volendo utilizzare e risituare \u2013 non interpretare! \u2013 l\u2019<em>Histoire<\/em> e la <em>Prefazione<\/em> nello spazio clinico contemporaneo, \u00e8 allora necessario ridefinire il concetto di lirismo: non \u00e8 l\u2019apologia della follia, oppure l\u2019ipostasi acritica di una follia sottratta ad ogni sapere positivo che la consideri un oggetto di conoscenza; \u00e8 invece una postura empatica \u2013 realizzata nel contesto delle cure \u2013 capace di riannodare le fila di un dialogo respinto o interrotto tra l\u2019uomo di follia e l\u2019uomo di ragione. In questo dialogo vi \u00e8 la distinzione, la distanza, la coscienza della differenza e della separazione; ma vi \u00e8 anche l\u2019incontro, il commercio terapeutico, il riconoscimento, l\u2019<em>Einf\u00fchlung<\/em>, che giunge a Foucault attraverso Husserl e Binswanger. Il folle, perci\u00f2, in quanto tema di riconoscimento, non esclude il folle in quanto <em>oggetto di conoscenza<\/em>. Anzi, lo implica, realizzando una sinergia tra questi due poli. Tale sinergia pu\u00f2 essere oggi riproposta, nell\u2019ambito di una ricerca filosofico-clinica[63], come <em>sintesi disgiuntiva<\/em> tra due momenti eterogenei. Ed \u00e8 sempre bene ricordare, anche in questo caso, che \u201cl\u2019eterogeneit\u00e0 non costituisce mai un principio di esclusione; o meglio ancora, l\u2019eterogeneit\u00e0 non impedisce in nessun caso la coesistenza, la congiunzione, la connessione\u201d[64].<br \/>\nCerco di situare a questo livello non il mio impegno esegetico e interpretativo, ma la mia lettura e il mio uso \u2013 filosofico e clinico \u2013 di Foucault, assumendo in maniera radicale ed estesa quanto egli disse con grande chiarezza nel 1975 a proposito di Nietzsche: \u201cLe persone che amo, le utilizzo. Il solo segno di riconoscimento che si possa testimoniare a un pensiero [\u2026] \u00e8 precisamente di utilizzarlo, di deformarlo, di farlo stridere, gridare. Allora, dicano pure i commentatori se si \u00e8 o non si \u00e8 fedeli, ci\u00f2 non ha alcun interesse\u201d[65].<br \/>\nAnche nel contesto clinico, la postura empatica, resa possibile dal <em>lirismo<\/em> e da una dialettica del <em>riconoscimento<\/em>, individua, tra i suoi strumenti peculiari, la poesia e la letteratura. In altri termini, una postura empatica implica uno sguardo poetico sulla follia: una poetica della relazione[66] che diventa, necessariamente, anche un\u2019etica dell\u2019accettazione, del riconoscimento, dell\u2019accoglienza dell\u2019altro e del suo \u201centour\u201d, come lo chiamava \u00c9douard Glissant. Un\u2019esegesi pedante del pensiero di Foucault considera datata tutta questa problematica. L\u2019attenzione alla poesia e alla letteratura, secondo quest\u2019ottica convenzionale, caratterizzerebbe \u201cil giovane Foucault\u201d, o, quantomeno, il Foucault degli anni 60. Due riferimenti essenziali dovrebbero permetterci di porre il problema in termini diversi.<br \/>\nIn <em>Arch\u00e9ologie d\u2019une passion<\/em>[67] \u2013 una lunga intervista del 1983 \u2013 Foucault riconduce l\u2019opera letteraria di Raymond Roussel al grande tema della scrittura come lavoro su di s\u00e9, e quindi come parte essenziale dei processi di soggettivazione e di costruzione di s\u00e9. Afferma infatti:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cSi scrive per essere altro da ci\u00f2 che si \u00e8. Vi \u00e8 una modificazione del proprio modo di essere a cui si mira attraverso il fatto di scrivere. E\u2019 questa modificazione del proprio modo di essere quella che Roussel osservava e cercava: credeva in essa e ne ha terribilmente sofferto\u201d[68].<\/p><\/blockquote>\n<p>L\u2019esperienza letteraria \u00e8 dunque un potente fattore di cambiamento e di autotrasformazione. Una variabile\u00a0 antagonista, in ultima analisi, come lo sono state la follia, i fenomeni di resistenza ai dispositivi di sapere e potere, la parr\u0113sia cinica, le sue posterit\u00e0 politiche ed estetiche, sia moderne che contemporanee.<br \/>\nPer finire, un\u2019ultima citazione, del 1977[69], dove viene messa a fuoco la presenza della letteratura, nel mondo occidentale, come luogo della trasgressione, dello scandalo e della rivolta:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cLa letteratura fa [\u2026] parte del grande sistema di costrizione mediante il quale l\u2019Occidente ha obbligato il quotidiano a mettersi in discorso; essa vi occupa per\u00f2 un posto particolare: nel suo accanirsi a cercare il quotidiano al di sotto del quotidiano stesso, a superare i limiti, a svelare brutalmente o insidiosamente i segreti, a spiazzare regole e codici, a far dire l\u2019inconfessabile, essa tender\u00e0 a porsi fuori legge o, quanto meno, a farsi carico dello scandalo, della trasgressione o della rivolta. Pi\u00f9 che qualunque altra forma di linguaggio, la letteratura rimane il discorso dell\u2019\u00abinfamia\u00bb: ad essa spetta dire ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 indicibile, peggiore, pi\u00f9 segreto, pi\u00f9 intollerabile, spudorato\u201d.<\/p><\/blockquote>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<h5><strong>NOTE<\/strong><\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[1] <\/strong>Pensata e scritta in vista di questa prima versione italiana integrale dell\u2019<em>Histoire de la folie<\/em>, l\u2019<em>Introduzione<\/em> prende lo spunto dai motivi che ci hanno spinto a ripubblicare la <em>Pr\u00e9face<\/em> della prima edizione (<em>Folie et d\u00e9raison. Histoire de la folie \u00e0 l\u2019\u00e2ge classique<\/em>, Plon, Paris 1961, nata come <em>th\u00e8se<\/em>), che Foucault aveva preferito eliminare dalla seconda edizione (Gallimard, Paris 1972). <strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[2] <\/strong>Per tutti questi aspetti, mi sia consentito il rinvio a M. Galzigna, <em>Vanit\u00e0 dell\u2019homo faber, Derive della malinconia<\/em>, in\u00a0 AA. VV., <em>Derive. Figure della soggettivit\u00e0: percorsi trasversali<\/em>, a cura di I. Adinolfi e M. Galzigna, Mimesis, Milano 2010, pp. 23-50.<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[3] <\/strong>J.-P. Sartre, <em>Critica della ragione dialettica<\/em>, I (Libro primo), preceduto da <em>Questioni di metodo<\/em>,  trad. di P. Caruso, Il Saggiatore, Milano 1963, p. 74, cit. in s\u00e8guito  come CRD, I.. La riflessione attorno al problema sollevato da questo  passaggio epistolare attraversa tutte le <em>Questioni di metodo<\/em> (pp.15-140) e viene ripresa e approfondita soprattutto nella monumentale  ricerca su Flaubert, considerata dall\u2019autore \u201cla suite\u201d delle <em>Questioni di metodo<\/em> (J.-P. Sartre, <em>L\u2019idiot de la famille<\/em>,  tre volumi, Nouvelle \u00e9dition revue et compl\u00e9t\u00e9e, Gallimard, Paris 1988,  cit. in s\u00e8guito come IF). Il passaggio della lettera di Engels citato a  p.74 era gi\u00e0 stato menzionato da Sartre pi\u00f9 estesamente (CRD, I, p.33):  \u201c\u2026Non \u00e8 dunque, come vogliono immaginarselo qua e l\u00e0 per pura e  semplice comodit\u00e0, un effetto automatico della situazione economica,  sono invece gli uomini che fanno la loro storia da soli, ma in un  ambiente dato che li condiziona, sulla base di condizioni reali  anteriori, tra le quali le condizioni economiche, per influenzate che  possano essere dalle altre condizioni politiche e ideologiche, sono  nondimeno, in ultima istanza, le condizioni determinanti, e  costituiscono da un capo all\u2019altro il filo rosso che, solo, ci permette  di comprendere\u201d.<\/h5>\n<h5><strong>[4] <\/strong>CRD, I, p.37.<\/h5>\n<h5><strong>[5] <\/strong>CRD, I, <em>ibidem<\/em>. Faccio qui riferimento alla lunga e densa nota 14 del primo capitolo delle <em>Questioni di metodo<\/em>:<em> <\/em>CRD, I, pp. 37-39.<\/h5>\n<h5><strong>[6] <\/strong>Per un  inquadramento dell\u2019etnopsichiatria e, al suo interno, della figura di  Devereux, mi permetto di rinviare a.M. Galzigna (a cura di), <em>Volti dell\u2019identit\u00e0. Le scienze psichiche, l\u2019altro e lo straniero<\/em>, Marsilio, Venezia 2001 (si veda in particolar modo il contributo di Tobie Nathan).<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[7] <\/strong>C. Geertz, <em>Opere e vite<\/em>. <em>L\u2019antropologo come autore<\/em>, Il Mulino, Bologna 1990, p.90.<\/h5>\n<h5><strong>[8] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 98.<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[9] <\/strong>Intervista del 18 maggio 1992: <a href=\"http:\/\/www.emsf.rai.it\/interviste\/interviste.asp?d=92\">http:\/\/www.emsf.rai.it\/interviste\/interviste.asp?d=92<\/a>.  Nella stessa intervista Clifford Geertz (1926-2006) parla di \u201cun\u2019ansia  di natura epistemologica\u201d relativa al grado di certezza delle  descrizioni antropologiche quando l\u2019 \u201cosservatore esterno\u201d diventa, per  forza di cose, \u201cosservatore partecipe\u201d e \u201cosservatore situato\u201d. La  comprensione, in altre parole, implica sempre l\u2019<em>immersione<\/em> dell\u2019antropologo nel fenomeno sociale e culturale studiato: \u201c\u00e8 un  esercizio fenomenologico ed ermeneutico \u2013 afferma Geertz in  un\u2019intervista del 2002 \u2013, un tentativo di comprendere le cose dal punto  di vista del nativo\u201d, anche se la comprensione non pu\u00f2 non svilupparsi  \u201cnei nostri termini\u201d, cio\u00e8 nei termini che appartengono al bagaglio  \u201cdell\u2019osservatore\u201d (cfr. C. Geertz, \u00ab<em>Non faccio sistemi\u00bb<\/em>. Intervista di Arun Micheelsen, in \u201caut aut\u201d, n. 335, 2007 [<em>L\u2019antropologia interpretativa<\/em> <em>di Clifford Geertz<\/em>], p. 29). <em> <\/em><\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[10] <\/strong>F. Faeta, <em>Le ragioni dello sguardo<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p.47 (e pp. 47-49).<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[11] <\/strong>K. Marx, <em>Il Capitale<\/em>, Libro terzo, 3, Edizioni Rinascita, Roma 1956, p.231. I corsivisono miei.<\/h5>\n<h5><strong>[12] <\/strong>CRD, I, p. 34. I corsivi sono di Sartre.<\/h5>\n<h5><strong>[13] <\/strong>IF, I, pp. 11-647.<\/h5>\n<h5><strong>[14] <\/strong>IF, I, pp. 653-1106, e IF, II, pp.1111-1775.<\/h5>\n<h5><strong>[15] <\/strong>Sul concetto di <em>mode de vie<\/em> nell\u2019ultimo Foucault, cfr. J. Revel, <em>Identit\u00e0, natura, vita: tre decostruzioni biopolitiche<\/em>, in M. Galzigna (a cura di), <em>Foucault, oggi<\/em>, Feltrinelli, Milano 2008, pp. 134-149.<\/h5>\n<h5><strong>[16] <\/strong>IF, III, pp. 771-772.<strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[17] <\/strong>IF, I, p. 653 e sgg.<\/h5>\n<h5><strong>[18] <\/strong>Sono questi alcuni dei temi portanti della prefazione a <em>Folie et d\u00e9raison<\/em>. <em>Histoire de la folie \u00e0 l\u2019\u00e2ge classique<\/em> (Plon, Parigi 1961). Per semplificare, ho indicato \u2013 e indicher\u00f2 in s\u00e9guito \u2013 tale testo di Foucault come <em>Prefazione<\/em>,  segnalando tra parentesi, se necessario, il numero di pagina relativo  alla presente edizione italiana. Se vorr\u00f2 citare il testo originale \u2013  facendo riferimento alla sua riedizione pi\u00f9 recente (M. Foucault, <em>Pr\u00e9face<\/em>, in Id., <em>Dits et \u00e9crits<\/em>, Gallimard, Paris, 1994, I, pp. 159-167) \u2013 lo indicher\u00f2 come <em>Pr\u00e9face<\/em>, segnalando il numero di pagina di questa riedizione del 1994. <em>Dits et \u00e9crits<\/em> verr\u00e0 in s\u00e8guito citato con le iniziali, DE, seguite dal numero romano  relativo al tomo e dalla numerazione araba relativa alle pagine.<\/h5>\n<h5><strong>[19] <\/strong>La traduzione italiana \u2013 \u201cesperienza, non ancora scissa, della scissura stessa\u201d (p. 41) \u2013 mi sembra insoddisfacente: <em>partage<\/em> \u00e8 \u201cpartizione\u201d, non \u201cscissura\u201d.<\/h5>\n<h5><strong>[20] <\/strong>Sulla sintesi disgiuntiva mi sia consentito il rinvio ad un mio libro, di prossima pubblicazione presso Bollati Boringhieri: <em>Rivolte del pensiero. Per riaprire il tempo<\/em>.<\/h5>\n<h5><strong>[21] <\/strong>Nel 1970:<strong> <\/strong>M. Foucault, <em>Theatrum Philosophicum<\/em>, Introduzione a G. Deleuze, <em>Differenza e ripetizione<\/em>, Il Mulino, Bologna 1971, p. XIII (il testo citato \u00e8 del 1970: cfr. DE, II, 75-99).<\/h5>\n<h5>Nel 1979: M. Foucault, <em>Naissance de la biopolitique<\/em>.  Cours au Coll\u00e8ge de France (1978-1979), a cura di M. Senellart, Hautes  \u00c9tudes \u2013 Gallimard \u2013 Seuil, Paris 2004, p. 44. Cito dalla versione  italiana: <em>Nascita della biopolitica<\/em>, trad. di M. Bertani e V. Zini, Feltrinelli, Milano 2005, p. 49 (i corsivi sono miei).<\/h5>\n<h5><strong>[22] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 50.<\/h5>\n<h5><strong>[23] <\/strong><em>Prefazione<\/em>,  p. 45 (corsivo mio).La stessa espressione ricorre pi\u00f9 avanti (p.15),  quando Foucault parla di \u201cquesta struttura dell\u2019esperienza della follia  che appartiene interamente alla storia, ma che sta ai suoi confini e  dove essa si decide\u201d.<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[24 <\/strong>M. Foucault, <em>Le gouvernement de soi et des autres<\/em>.  Cours au Coll\u00e8ge de France. 1982-1983, a cura di F. Gros, Hautes \u00c9tudes  \u2013 Gallimard \u2013 Seuil, Paris 2008, p. 7. Cito dalla versione italiana: <em>Il governo di s\u00e9 e degli altri<\/em>, Edizione italiana a cura di M. Galzigna, Feltrinelli, Milano 2009, p. 15. Nel 1984 Foucault riprender\u00e0 questa espressione \u2013 <em>foyer d\u2019exp\u00e9rience<\/em> \u2013 nella prima redazione dell\u2019introduzione generale alla <em>Storia della sessualit\u00e0<\/em>. Cfr. <em>Pr\u00e9face \u00e0 l\u2019\u00abHistoire de la sexualit\u00e9\u00bb<\/em>, DE, IV, pp. 578-584. Vale la pena rileggere il passaggio specifico in questione: \u201cRimane il fatto che nella <em>Storia della follia<\/em> era proprio un <em>foyer d\u2019exp\u00e9rience<\/em> quello che cercavo di descrivere dal punto di vista della storia del  pensiero, anche se il mio uso della parola \u00abesperienza\u00bb era assai  fluttuante\u201d (p.581). Un uso che rimane tuttavia molto largo ed esteso:  tra le \u201cforme di esperienza\u201d \u2013 precisa Foucault in questa <em>Pr\u00e9face<\/em> del 1984 \u2013 occorre includere le \u201cpratiche di internamento\u201d e le  \u201cprocedure mediche\u201d, e quindi, in relazione al Seicento e al Settecento,  \u201cla genesi di un sistema di pensiero come materia di esperienze  possibili\u201d; e cio\u00e8: \u201cformazione di un campo di conoscenze che si  costituisce come sapere specifico della malattia mentale; organizzazione  di un sistema normativo, che poggia su tutto un apparato tecnico,  amministrativo, giuridico e medico; definizione, infine, di un rapporto a  s\u00e9 e agli altri come soggetti possibili di follia\u201d (trad. mia). Sul  tema dell\u2019esperienza, tra la <em>Prefazione<\/em> e i lavori del 1984, e sull\u2019uso della letteratura nelle ricerche che Foucault, a partire dall\u2019<em>Histoire<\/em>, dedica alla follia, si veda l\u2019importante rassegna di Timothy O\u2019Leary, <em>Foucault, Experience, Literature<\/em>, in \u00abFoucault Studies\u00bb, N. 5, January 2008, pp. 5-25.<\/h5>\n<h5><strong>[25]<\/strong>M. Foucault, <em>La vie: l\u2019exp\u00e9rience et la science<\/em>, in DE, IV, 763-776. Questo importante testo nasce come introduzione alla traduzione americana del saggio di G. Canguilhem, <em><em>Le Normal et le Pathologique<\/em><\/em><em> (<\/em><em><em>On the Normal and the Pathological<\/em><\/em><em>,  D. Reidel, Boston 1978). Poco prima della morte (1984), Foucault ha  rivisto e leggermente modificato questa sua introduzione, che verr\u00e0  edita l\u2019anno successivo con lo stesso titolo nella \u201cRevue de  m\u00e9taphysique et de morale\u201d (n. 1, gennaio-marzo 1985, pp. 3-14). E\u2019  stata questa l\u2019ultima pubblicazione autorizzata da Foucault.<\/em><\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[26] <\/strong>DE, IV, 776 [trad.  mia: \u201cun\u2019importanza cos\u00ec decisiva in Francia per tutti coloro che, a  partire da punti di vista cos\u00ec differenti, hanno cercato di ripensare <em>la questione del soggetto<\/em>\u201d]. I corsivi sono miei<\/h5>\n<h5><strong>[27] <\/strong>DE, IV, 764.<\/h5>\n<h5><strong>[28] <\/strong>M. Foucault, <em>La folie n\u2019existe que dans un soci\u00e9t\u00e9<\/em>,  DE, I, 167-169. Che io sappia, questa \u00e8 la prima intervista rilasciata  da Michel Foucault, che \u00e8 stato forse il filosofo pi\u00f9 intervistato del  Novecento. Le interviste, come aveva ben visto Deleuze, rappresentavano  per Foucault vere e proprie <em>linee di attualizzazione<\/em> del suo  pensiero. Vorrei aggiungere che molto spesso l\u2019intervista, per Foucault,  era anche un modo per orientare e al tempo stesso per depistare i suoi  commentatori: per sfuggire alle acribie disciplinari e ai loro  mortificanti rituali, mirati, il pi\u00f9 delle volte, a produrre una  territorializzazione universitaria e <em>disciplinare<\/em> dei discorsi.<\/h5>\n<h5><strong>[29] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 169 (trad. mia).<\/h5>\n<h5><strong>[30] <\/strong>Sono i primi due versi della poesia \u201cVrai nom\u201d, di Yves Bonnefoy, pubblicata nella sua prima raccolta, <em>Du mouvement et de l\u2019immobilit\u00e9 de Douve<\/em> (1953). Non si tratta, come \u00e8 stato scritto da Mattiussi, di un  \u201cfragment non identifi\u00e9\u201d, che potrebbe, al limite, essere attribuito  allo stesso Foucault. E\u2019 invece pertinente, pi\u00f9 in generale, l\u2019analisi  di Mattiussi relativamente al rifiuto di Foucault di ripubblicare nel  1972 la <em>Pr\u00e9face<\/em> del 1961: cfr. L. Mattiussi, <em>Michel Foucault et le d\u00e9ni de pr\u00e9face<\/em>, in Mireille Hilsum (a cura di), <em>La relecture de l\u2019\u0153uvre par ses \u00e9crivains m\u00eames<\/em>, tome II: <em>Se relire contre l\u2019oubli? <\/em><em>XXe si\u00e8cle<\/em>,  \u00c9ditions Kim\u00e9, Paris 2007, pp. 169-181. Riporto qui la traduzione \u2013  della compianta Diana Grange Fiori \u2013 dei due primi versi di \u201cVrai nom\u201d: <em>Nominer\u00f2 deserto il castello che fosti<\/em>, \/ <em>Notte questa tua voce, assenza il viso<\/em>, in Y. Bonnefoy, <em>L\u2019opera poetica<\/em>, Mondadori \/ I Meridiani, Milano 2010, p. 129. Segnalo la rilettura del ruolo di questi versi nella <em>Pr\u00e9face<\/em> da parte di Stefano Agosti, che per primo li ha attribuiti a Bonnefoy. Cfr. S. Agosti, <em>Rencontres de Douve<\/em>,  in \u201cL\u2019Herne. Yves Bonnefoy\u201d, Paris 2010, pp. 49-51. Significativo, in  questo contributo, il ricordo autobiografico: sei anni dopo l\u2019uscita  dell\u2019<em>Histoire<\/em>, durante un colloquio televisivo dedicato a <em>Les Mots et les Choses<\/em>, Foucault \u2013 sollecitato da Stefano Agosti, che aveva menzionato i due versi di Bonnefoy riportati nella <em>Pr\u00e9face<\/em> \u2013, complet\u00f2 la citazione ripetendo a memoria i due versi successivi.<\/h5>\n<h5><strong>[31] <\/strong>\u201cChiamer\u00f2 deserto quel castello che tu fosti, notte questa voce, assenza il tuo volto\u201d (p.46).<\/h5>\n<h5><strong>[32] <\/strong><em>L\u2019atto e il luogo della poesia<\/em>, trad. di D. Grange Fiori, in<strong> <\/strong>Y. Bonnefoy, <em>ivi<\/em>, pp. 1185. Sulla tensione presenza-assenza nella poesia di Bonnefoy, si veda ad esempio G. Pirou\u00e9, <em>Yves Bonnefoy ou l\u2019acte de d\u00e9gager la pr\u00e9sence dans l\u2019absence<\/em>, \u201cMercure de France\u201d, 1138, giugno 1958, pp. 365-368.<\/h5>\n<h5><strong>[33] <\/strong>M. Foucault, <em>Le \u00abnon\u00bb du p\u00e8re<\/em>, DE, I, 189-203. Traduzione mia.<\/h5>\n<h5><strong>[34] <\/strong>DE, I, 202-203. Il  passo di Char qui riportato da Foucault, da me tradotto solo  parzialmente, fa parte di \u201cSeuil\u201d, cio\u00e8 di una stanza del <em>Po\u00e8me pulv\u00e9ris\u00e9<\/em> (1945-1947), confluito nella raccolta <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>. Cfr. R. Char, <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>, Gallimard, Paris 1996, p. 181. Un\u2019ulteriore e interessante menzione di Char, e di <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>, la si ritrova in uno scritto del 1982 \u2013 <em>Pierre Boulez, l\u2019\u00e9cran travers\u00e9<\/em> (DE, IV, 219-222) \u2013 in cui Foucault fa riferimento al rapporto tra  Boulez e Char nel contesto dell\u2019amicizia che lo legava al musicista gi\u00e0  nei primi anni cinquanta.<\/h5>\n<h5><strong>[35] <\/strong>T. O\u2019Leary, <em>op. cit.<\/em>, p. 7 (\u201can epigraph to Foucault\u2019s entire work\u201d).<\/h5>\n<h5><strong>[36] <\/strong>R. Char, <em>Fureur et myst\u00e8re<\/em>, cit., p. 136.<\/h5>\n<h5><strong>[37] <\/strong>M. Foucault, <em>Theatrum Philosophicum<\/em>, cit., p. X.<\/h5>\n<h5><strong>[38] <\/strong>\u201cLa vita \u00e8 infinitamente pi\u00f9 ricca delle definizioni razionali e perci\u00f2 nessuna formula pu\u00f2 contenere <em>tutta<\/em> la pienezza della vita\u201d: P. A. Florenskij, <em>La colonna e il fondamento della verit\u00e0<\/em>,  a cura di Natalino Valentini, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, p.  160. Si veda anche la ricca introduzione, scritta dal curatore, N.  Valentini, a P. A. Florenskij, <em>Stupore e dialettica<\/em>, Quodlibet, Macerata 2011.<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[39] <\/strong>Su questa pista, si veda, molto bene, F. Rella, <em>Soglie. L\u2019esperienza del pensiero<\/em>, Anterem Edizioni, Verona 2011.<\/h5>\n<h5><strong>[40] <\/strong>Georges Canguilhem, nella sua veste di \u201crapporteur\u201d della <em>Th\u00e8se<\/em> del 1961, elogi\u00f2 il lavoro di Foucault, anche per la sua capacit\u00e0 di mettere assieme erudizione e poesia, e defin\u00ec poi l\u2019<em>Histoire<\/em>, vista sotto il profilo dei suoi effetti, come autentico <em>avvenimento<\/em>.  A Perugia, durante un convegno del 1985 \u2013 cio\u00e8 dieci anni prima della  sua morte e un anno dopo la morte di Foucault \u2013 Canguilhem, ricordando  con commozione l\u2019\u00aballievo\u00bb scomparso, mi ha ribadito questi suoi  convincimenti. Mi ha anche ribadito che \u00e8 stato Jean Hyppolite a  spingere Foucault a presentargli il suo lavoro di <em>th\u00e8se<\/em>. Cfr. G. Canguilhem, \u00abOuverture\u00bb a <em>Penser la folie<\/em>, a cura di E. Roudinesco, Galil\u00e9e, Paris, 1992, pp. 39-42.<\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[41] <\/strong><em>Infra<\/em>, p. 498. Facciamo sempre riferimento a questa edizione anche quando, nel testo, citiamo l\u2019opera, in forma abbreviata, come <em>Histoire<\/em>.<\/h5>\n<h5><strong>[42] <\/strong>Su questo mi permetto di rinviare a M. Galzigna (a cura di), <em>Artaud l\u2019irriducibile. Frammenti inediti dei \u201cCahiers\u201d con testo francese a fronte<\/em> (interventi di M. Galzigna, E. Borgna, G. Buongiorno, U. Artioli, M. Dotti), Il Poligrafo, Padova 2012.<\/h5>\n<h5><strong>[43] <\/strong>M. Foucault, <em>La folie n\u2019existe que dans une soci\u00e9t\u00e9<\/em> (1961), cit., p. 169.<\/h5>\n<h5><strong>[44] <\/strong>Su questo accostamento, si veda l\u2019originale approccio di E. Grossman, <em>Artaud \/ Joyce. <\/em><em>Le corps et le texte<\/em>, Nathan, Paris, 1996.<strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong> <\/strong><\/h5>\n<h5><strong>[45] <\/strong><em>Infra<\/em>, p. 502.<\/h5>\n<h5><strong>[46] <\/strong>Cito dal <em>Pr\u00e9ambule<\/em>,  scritto da Artaud nel 1946 come premessa all\u2019edizione Gallimard delle  sue opere complete, e uscito per la prima volta solo, come gi\u00e0 detto,  nel 1956: cfr. A. Artaud, <em>\u0152uvres<\/em> <em>compl\u00e8tes<\/em>, I*, Gallimard, Paris 1984, p. 10.<\/h5>\n<h5><strong>[47] <\/strong><em>Infra<\/em>, p. 712.<\/h5>\n<h5><strong>[48] <\/strong><em>Infra<\/em>, p. 498.<\/h5>\n<h5><strong>[49]<em> <\/em><\/strong><em>Infra<\/em>, p. 499.<\/h5>\n<h5><strong>[50] <\/strong><em>Infra<\/em>, p. 503.<\/h5>\n<h5><strong>[51] <\/strong>J. Hyppolite, <em>Genesi e struttura della \u00abFenomenologia dello Spirito\u00bb di Hegel<\/em>, La Nuova Italia, Firenze 1972. Per il rinvio al <em>Neveu<\/em>,  cfr. pp. 474-475 e pp. 502-511. Sull\u2019asse Foucault- Hyppolite, si veda:  il dibattito del 1965 (DE, I, pp. 448-464), l\u2019omaggio a Hyppolite del  1969 (DE, I, pp. 779-785) e la lezione inaugurale al Coll\u00e8ge de France  del 1970 (cfr. M. Foucault, <em>L\u2019ordine del discorso<\/em>, Einaudi, Torino 1972: soprattutto pp.54-60).<\/h5>\n<h5><strong>[52] <\/strong><em>Ivi, <\/em>pp. 502 e sgg. Cfr. Hegel, <em>Fenomenologia dello Spirito<\/em>. Testo tedesco a fronte, a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano 2008\u00b2, pp. 693-709.<\/h5>\n<h5><strong>[53] <\/strong><em>Ivi<\/em>, pp. 694-695.<\/h5>\n<h5><strong>[54] <\/strong><em>Ivi<\/em>, pp. 696-697. \u201cMondo della cultura\u201d traduce qui il tedesco <em>Welt der Bildung<\/em>.<\/h5>\n<h5><strong>[55] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 703. Richiamandomi direttamente a Foucault e al concetto di matrice kantiana (e poi deleuziana) di <em>sintesi disgiuntiva<\/em>, avevo valorizzato, prima, la <em>logica della strategia<\/em> \u2013 intesa come \u201clogica della connessione dell\u2019eterogeneo\u201d \u2013 contrapposta alla <em>logica dialettica<\/em>. Sulla stessa linea, mi sembra, si muove la <em>logica dell\u2019ossimoro<\/em>,  proposta, con grande finezza analitica, da Mariapaola Fimiani come  griglia di lettura di tre temi portanti della ricerca foucaultiana: la  follia, la malattia e la cura. Cfr. M. Fimiani, <em>La follia. Per una logica dell\u2019ossimoro<\/em>, Atti del convegno \u201cBioetica pratica e cause di esclusione sociale\u201d, CIRB, Napoli, 18-19 novembre 2010.<\/h5>\n<h5><strong>[56] <\/strong>Cfr. Hegel, <em>Fenomenologia dello Spirito<\/em>, cit., p.701.<\/h5>\n<h5><strong>[57] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 703.<\/h5>\n<h5><strong>[58] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 695.<\/h5>\n<h5><strong>[59] <\/strong>Cfr. la nota 51. Sulla possibilit\u00e0 di leggere l\u2019etica e la politica di Foucault con gli strumenti concettuali della <em>Fenomenologia dello spirito<\/em>, si veda M. Fimiani, <em>Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento<\/em>, ombre corte, Verona 2007.<\/h5>\n<h5><strong>[60] <\/strong>M. Fimiani, <em>La follia. Per una logica dell\u2019ossimoro<\/em>, cit.<\/h5>\n<h5><strong>[61] <\/strong>M. Foucault, <em>Le courage de la v\u00e9rit\u00e9. <\/em>Cours au Coll\u00e8ge de France 1984, a cura di Fr\u00e9d\u00e9ric Gros, Gallimard-Seuil, Paris 2009 [Edizione italiana a cura di M. Galzigna, <em>Il coraggio della verit\u00e0<\/em>,  Feltrinelli, Milano 2011]. Si veda soprattutto la Lezione del 29  febbraio 1984 (prima ora), dove viene affrontato il tema delle  \u201cposterit\u00e0 del cinismo\u201d.<\/h5>\n<h5><strong>[62] <\/strong>J. Butler, <em>Critica della violenza etica<\/em>, Feltrinelli, Milano 2006, p. 154. Su questo mi permetto il rinvio alla mia Introduzione a: M. Galzigna (a cura di), <em>Foucault, oggi<\/em>, Feltrinelli, Milano 2008, pp. 7-27.<\/h5>\n<h5><strong>[63] <\/strong>Per quanto riguarda la ricerca filosofico-clinica attorno alla psichiatria, mi sia consentito un rinvio a M. Galzigna, <em>Il mondo nella mente. Per un\u2019epistemologia della cura<\/em>, Marsilio, Venezia 2007.<\/h5>\n<h5><strong>[64] <\/strong>M. Foucault, <em>Naissance de la biopolitique<\/em>, cit., <em>ibidem<\/em>. Cito dalla versione italiana: <em>Nascita della biopolitica<\/em>, cit., <em>ibidem<\/em>.<\/h5>\n<h5><strong>[65] <\/strong><em>Entretien sur la prison<\/em> (1975), in DE II, p. 753 (trad. mia).<\/h5>\n<h5><strong>[66] <\/strong>E. Glissant, <em>Poetica della relazione<\/em>, Quodlibet, Macerata 2007.<\/h5>\n<h5><strong>[67] <\/strong>DE, IV, pp. 599-608.<\/h5>\n<h5><strong>[68] <\/strong><em>Ivi<\/em>, p. 605.<\/h5>\n<h5><strong>[69] <\/strong>M. Foucault, <em>La vita degli uomini infami<\/em>, trad. di G. Zattoni Nesi, con postfazione di Remo Bodei, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 67-68. Ed. originale: <em>La vie des hommes inf\u00e2mes<\/em>, \u00abLes Cahiers du Chemin\u00bb, N. 29, 1977, pp. 12-29, poi in DE, III, pp. 237-253. Corsivi miei.<\/h5>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5222\" title=\"Michel Foucault\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/foucault-12.jpg\" alt=\"Michel Foucault\" width=\"500\" height=\"682\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Michel Foucault<br \/>\n<em><span style=\"text-decoration: underline;\">Storia della follia nell&#8217;et\u00e0 classica<br \/>\n<\/span><\/em>Nuova edizione a cura di Mario Galzigna<br \/>\nBUR alta fedelt\u00e0 &#8211; Rizzoli, Milano 2011<br \/>\np. 819, \u20ac 12,90<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/8817046620\/ASI\/300131\"><strong>Libreria universitaria<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"http:\/\/www.amazon.it\/gp\/product\/8817046620\/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&amp;tag=wumingfound09-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8817046620\">Amazon.it<\/a><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" style=\"border: none !important; margin: 0px !important;\" src=\"http:\/\/www.assoc-amazon.it\/e\/ir?t=wumingfound09-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8817046620\" border=\"0\" alt=\"\" width=\"1\" height=\"1\" \/><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[E&#8217; giunta in libreria da pochi giorni, a cinquant&#8217;anni esatti dalla prima uscita in Francia, una nuova edizione italiana di Storia della follia nell&#8217;et\u00e0 classica, capolavoro (storico? letterario? filosofico?) di Michel Foucault. 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