{"id":4288,"date":"2011-05-29T02:32:05","date_gmt":"2011-05-29T00:32:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=4288"},"modified":"2025-03-04T16:05:09","modified_gmt":"2025-03-04T15:05:09","slug":"son-soddisfazioni-altai-la-nuova-fascetta-e-altro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2011\/05\/son-soddisfazioni-altai-la-nuova-fascetta-e-altro\/","title":{"rendered":"Son soddisfazioni. Altai, la nuova fascetta e altro"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-4292\" title=\"Altai nell'edizione NumeriPrimi\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Altai_numeriprimi1.jpg\" alt=\"\" width=\"494\" height=\"752\" \/><\/p>\n<p>In attesa che arrivino in libreria quest&#8217;edizione economica e questa fascetta, proponiamo ai nostri lettori una lunga intervista su <em>Altai<\/em> e sul nostro modo di lavorare, realizzata alla fine del tour di presentazione del romanzo (estate 2010). Le domande sono di <strong>Marco Amici<\/strong>, le risposte di Wu Ming 1 (ma a un certo punto c&#8217;\u00e8 un invisibile cut-up di frasi di WM4, tanto, <a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=Nnpil_pRUiw\">come cantava quel tale<\/a>, \u00abI am he as you are he as you are me and we are all together\u00bb).<br \/>\nL&#8217;intervista &#8211; un sunto poetico-politico della nostra fase 2008-2010 &#8211; \u00e8 uscita nel dicembre scorso sul n.2 della rivista di italianistica <em><a href=\"http:\/\/www.lalibellulaitalianistica.it\/blog\/\">La libellula<\/a><\/em>, e non era mai stata segnalata su <em>Giap<\/em> (tantomeno sul <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/italiano\/Altai\/\">blog dedicato al romanzo<\/a>, che in quel periodo era gi\u00e0 ufficiosamente chiuso).<br \/>\nIn calce al post, riproponiamo alcuni reperti musicali e ricordiamo alcuni appuntamenti di questa settimana.<!--more--><\/p>\n<p><strong>FRA NARRAZIONI DI TRASFORMAZIONE STORICA ED ETICA DEL MITO: INTERVISTA A WU MING 1<\/strong><\/p>\n<p>Nel 1999 viene pubblicato a firma Luther Blissett il romanzo storico <em>Q<\/em>, che si rivela un best seller e viene tradotto in numerose lingue. Gli autori sono quattro membri della sezione bolognese del Luther Blissett Project che a partire dal gennaio 2000, con l\u2019aggiunta di un nuovo componente, danno vita al collettivo letterario Wu Ming. Fra le varie opere pubblicate dal collettivo vanno ricordati almeno i romanzi <em>54<\/em>, ambientato nel secondo dopoguerra e animato da decine di personaggi, <em>Manituana<\/em>, storia settecentesca che racconta le origini degli Stati Uniti d\u2019America e l\u2019ultimo <em>Altai<\/em>, che segna un ritorno al mondo di <em>Q<\/em>. Nel 2008 Wu Ming 1 ha pubblicato un saggio di critica letteraria che ha generato un ampio dibattito: <em>New Italian Epic. Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro<\/em>. Nel testo in questione si propone una sistemazione teorica del panorama letterario italiano degli ultimi quindici anni.<\/p>\n<p><strong>Dieci anni dividono <em>Q<\/em>, il romanzo storico che firmaste con il nome multiplo Luther Blissett, e la vostra ultima opera collettiva, <em>Altai<\/em>, che di <em>Q<\/em> torna ad esplorare le vicende. Cosa vi ha spinto a riprendere le fila dell\u2019epilogo di <em>Q<\/em> per scrivere qualcosa di molto diverso da un semplice <em>sequel<\/em>?<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-4313\" style=\"margin-left: 2px; margin-right: 2px;\" title=\"floppy-Q\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/floppy-Q.jpg\" alt=\"\" width=\"247\" height=\"245\" \/>All\u2019inizio dell\u2019estate 1998, dopo quasi tre anni di lavoro, consegnammo il testo di <em>Q<\/em> alla casa editrice. Per dare l\u2019idea di come si lavorava nell\u2019editoria in quella fase di transizione: spedimmo il floppy per posta dentro una busta imbottita. Oggi i floppy non esistono pi\u00f9, e da un pezzo. Il romanzo sarebbe uscito nel marzo successivo e avevamo qualche mese di \u2018buco\u2019, ma con la testa stavamo ancora nel XVI secolo, i piedi a Venezia e lo sguardo rivolto a est. Dopo tutto quel tempo investito nell\u2019impresa titanica di scrivere un romanzo-fiume (e ricordo che nessuno di noi aveva mai scritto un romanzo, non dico \u2018fiume\u2019 ma nemmeno un rigagnolo!), faticavamo a staccarci da quel mondo. Tanto per chiacchierare, ci chiedemmo che ne sarebbe stato dei personaggi dopo l\u2019epilogo.<br \/>\nPer chi non lo ricordasse, l\u2019epilogo di <em>Q<\/em> era datato \u2018Istanbul, 1555\u2019 e mostrava i tre personaggi fuggiti da Venezia (l\u2019anonimo protagonista e io narrante, ormai ribattezzato \u2018Ismael\u2019; la sua compagna Beatriz de Luna Miquez; l\u2019ebreo sefardita Joao Miquez, nipote di Beatriz) nell\u2019anticamera del sultano, Solimano il Magnifico. Stavano per essere ricevuti, e gli avrebbero raccontato la loro storia. Nell\u2019attesa, Ismael e Joao fumavano un narghil\u00e8 e assaggiavano il caff\u00e8. Pi\u00f9 tardi ci siamo accorti che in quell\u2019epilogo c\u2019erano due strafalcioni: in primis, il Sultano non riceveva nessuno (persino le sedute del Divano, il consiglio dei visir, le seguiva da dietro una grata); in secundis, nel 1555 a Istanbul non c\u2019era ancora un solo narghil\u00e8. Pazienza. Insomma, fantasticammo un poco su come sarebbe stata la vita di Ismael e degli altri nell\u2019impero ottomano. Non volevamo scrivere un seguito del libro, avevamo gi\u00e0 in mente di spostarci negli anni \u201850 del Novecento (e infatti negli anni successivi scrivemmo <em>Asce di guerra<\/em> e <em>54<\/em>), quindi era solo un <em>pour parler<\/em>, stimolato dal fatto che due personaggi su tre erano realmente esistiti, e di loro sapevamo qualcosa. Beatriz e Joao (che a Istanbul si sarebbero ripresi i loro nomi ebrei: Gracia e Yossef Nasi) erano gi\u00e0 ricchi e potenti, persino nell\u2019Europa dell\u2019Inquisizione e della Controriforma. A Istanbul Yossef era diventato uomo di fiducia di Selim II e poi Duca di Nasso e delle Cicladi. Insieme a sua zia aveva finanziato una colonia ebraica sul lago di Tiberiade, e aveva mire su Cipro. Gracia era morta nel 1569. Sapevamo che la buona sorte della famiglia Nasi era finita dopo la Battaglia di Lepanto, nel 1571. Yossef era morto nel 1578. Ok, e Ismael\/Ludovico\/Tiziano\/Gert\/Lot e tutti gli altri nomi? Quello era un personaggio immaginario, anche se lo avevamo creato cucendo biografie di personaggi veri e mettendo in fila nomi effettivamente riportati nelle cronache dell\u2019epoca. Il suo futuro era tutto da inventare. Sarebbe davvero rimasto a Istanbul, mentre i suoi amici frequentavano i potenti dell\u2019impero? Difficile crederlo. Ci dicemmo che, se qualcuno un giorno avesse scritto una sorta di \u2018seguito\u2019 di <em>Q<\/em>, si sarebbe dovuto svolgere tra la morte di Gracia nel 1569 e la Battaglia di Lepanto di due anni dopo. Dopodich\u00e9, non tornammo mai pi\u00f9 sull\u2019argomento. Fino ai primi mesi del 2008, quando ci rendemmo conto che il decennale dell\u2019uscita del libro era ormai dietro l\u2019angolo e poteva essere l\u2019occasione giusta per&#8230; tornare sulla \u2018scena del crimine\u2019 (per alcuni il nostro esordio fu un vero e proprio crimine) e \u2018fare i conti\u2019 con <em>Q<\/em>, un romanzo che ormai sentivamo molto distante ma che continuava (e continua tuttora) a condizionare la ricezione delle nostre opere successive.<\/p>\n<p><strong>In effetti, per una certa frangia di lettori voi siete rimasti \u2018quelli di <em>Q<\/em>\u2019, nonostante il vostro percorso di autori vi abbia portato a scrivere libri molto differenti rispetto a quel romanzo, a cui, retrospettivamente, muovete non poche critiche.<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-4319\" style=\"margin-left: 3px; margin-right: 3px;\" title=\"Quartetto Cetra\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/quartettocetra.jpg\" alt=\"\" width=\"225\" height=\"225\" \/>Di quel libro, troppe cose ci lasciavano (e ci lasciano) insoddisfatti. Quell\u2019epilogo, per esempio: lo trovavamo consolatorio, facilone, irrisolto. E poi la psicologia dei personaggi: troppo facile sguinzagliare per le pagine personaggi privi di radici e di passato, senza parentele, senza un solo ricordo d\u2019infanzia. Certo, \u00e8 un efficace stratagemma narrativo, \u00e8 il pistolero di P<em>er un pugno di dollari<\/em>: chi se ne frega di chi \u00e8 suo padre o cosa ha fatto prima di arrivare l\u00ec? Tuttavia, per un autore \u00e8 un approccio parecchio limitante, e infatti dopo <em>Q<\/em> lo abbiamo lasciato cadere, altrimenti ci saremmo impantanati in un manierismo di matrice \u2018ellroyana\u2019 e in definitiva tutti i nostri personaggi si sarebbero assomigliati, perch\u00e9 in fondo nient\u2019altro che \u2018vettori\u2019, espedienti per portare avanti l\u2019azione. Uno scrittore deve assumersi la responsabilit\u00e0 di mettere sulla pagina relazioni complesse, retaggi controversi, reazioni e contrasti e influenze di cui tutti noi siamo il risultato. In una parola: i \u2018dispositivi\u2019 che ci producono come soggetti. Soltanto cos\u00ec possiamo criticare i limiti dell\u2019identit\u00e0 e dell\u2019appartenenza: non ignorandone l\u2019esistenza. Negli anni abbiamo scavato sempre pi\u00f9 nella psiche dei personaggi, nella questione delle \u2018radici\u2019, delle eredit\u00e0, dei \u2018grumi\u2019, degli inciampi che ci portiamo dietro fin dall\u2019infanzia.<br \/>\nMa torniamo ai primi mesi del 2008: all\u2019inizio non pensavamo a un romanzo collegato a <em>Q<\/em>, perch\u00e9 stavamo preparando il secondo episodio del \u2018Trittico Atlantico\u2019 iniziato con <em>Manituana<\/em> (quello che stiamo scrivendo adesso). Pensavamo a un racconto, uno spin-off da pubblicare in coda a un\u2019edizione speciale di<em> Q<\/em>. Abbiamo cominciato a improvvisare trame, siamo tornati sulle fonti usate dieci-dodici anni prima&#8230; E inevitabilmente il tutto si \u00e8 gonfiato. Passammo al progetto di una novella, poi di un romanzo breve. Questo perch\u00e9 non ci interessava scrivere un vero e proprio sequel, un <em>Q2 \u2013 Il ritorno<\/em>, anzi, volevamo raccontare una nuova storia, quello di un altro personaggio, uno ancora da inventare, uno pi\u00f9 giovane che, spostandosi a oriente, incrociasse le rotte dei reduci di <em>Q<\/em>. Poi ci fu il patatrac. Nella primavera del 2008 il collettivo perse un membro, Wu Ming 3, che abbandon\u00f2 per problemi personali. Il quintetto si ritrov\u00f2 quartetto. Nelle presentazioni diciamo sempre: \u00abCome il <strong>Quartetto Cetra<\/strong>, solo che siamo tutti maschi\u00bb. Ci scherziamo perch\u00e9 fu un trauma. Uno shock da superare e un lutto da elaborare. Il rischio era la melancolia. Decidemmo di sfruttare l\u2019occasione del ritorno sulla scena del crimine. Scrivere il nuovo romanzo sarebbe stato la terapia. E non sarebbe stato un romanzo \u2018breve\u2019, non ci saremmo proprio posti il problema della \u2018taglia\u2019. Cos\u00ec decidemmo di raccontare la storia di Emanuele\/Manuel, che scappa da Venezia e inizia una contraddittoria ricerca delle proprie radici e della comunit\u00e0 di cui faceva parte sua madre (dice spesso: \u00abil popolo di mia madre\u00bb). Scrivere <em>Altai<\/em> \u00e8 stato il modo di far emergere i non-detti, i conflitti latenti tra di noi, conflitti che avevano avuto un ruolo nell\u2019uscita di Wu Ming 3. Ci siamo \u2018chiusi in studio\u2019, come ogni band che si rispetti in ogni fase critica che si rispetti. Abbiamo lavorato un anno e mezzo. Abbiamo ri-imparato a litigare. Ne siamo usciti temprati, il collettivo era salvo.<\/p>\n<p><strong>E avete scritto <em>Altai<\/em>, che \u00e8 uscito nell\u2019autunno 2009. Un romanzo che prende le mosse da <em>Q <\/em>per staccarsene definitivamente, con grande dispiacere di chi voleva il <em>sequel<\/em>\u2026<\/strong><\/p>\n<p>Noi l\u2019abbiamo detto in tutte le salse che non era il <em>sequel<\/em> di <em>Q<\/em> ma un romanzo che \u00abstava nel continuum di <em>Q<\/em>\u00bb, ma \u00e8 servito a poco, perch\u00e9 la gente voleva il seguito di <em>Q<\/em>, voleva illudersi che lo avessimo scritto, e se smentivamo doveva essere una posa, una strategia di qualche tipo&#8230; C\u2019\u00e8 stato l\u2019equivoco della fascetta. A te quando compri un libro frega qualcosa della fascetta? Io la getto nel cestino appena esco dalla libreria. La casa editrice ci teneva a metterci la fascetta, cosa che a noi invece non piace, allora abbiamo detto: \u00abVa bene, purch\u00e9 non venga presentato come il seguito di <em>Q<\/em>\u00bb. Abbiamo concordato questa scritta: \u00abQuindici anni dopo l\u2019epilogo di <em>Q<\/em>\u00bb. Infatti l\u2019epilogo di <em>Q<\/em>, come ricordavo prima, si svolgeva nel 1555, e <em>Altai <\/em>si svolge quindici anni dopo. Era una mera constatazione. Bene, succede che molta gente capisca tutt\u2019altro: \u00abQuindici anni dopo <em>Q<\/em>, ecco l\u2019epilogo della storia\u00bb! Una lettura fuorviata, visto che <em>Q<\/em> era uscito dieci anni prima, non quindici, e che nella scritta non c\u2019erano virgole. E cos\u00ec si ingenera proprio l\u2019aspettativa che noi volevamo scoraggiare, perch\u00e9 <em>Altai<\/em> non somiglia proprio per niente a <em>Q<\/em>, in mezzo \u00e8 successo di tutto, il libro \u00e8 molto pi\u00f9 \u2018figlio\u2019 dei nostri romanzi pi\u00f9 recenti, soprattutto di <em>Manituana<\/em> e di <em>Stella del mattino<\/em>. Cos\u00ec ci tocca la solita tiritera: \u00abEeeehhh, ma non \u00e8 come <em>Q<\/em>\u00bb, \u00abE\u2019 bello, s\u00ec, ma <em>Q<\/em> era un\u2019altra cosa&#8230;\u00bb<br \/>\nC\u2019\u00e8 tutta una \u2018scena\u2019 di lettori inchiodati-a-Q, ossessionati da quel romanzo, gente delusa perch\u00e9 all\u2019epoca non facemmo <em>Q2<\/em>, <em>Q3<\/em>, <em>Q4<\/em>&#8230; L\u2019eterno ritorno dell\u2019uguale. Qualunque cosa scriviamo e scriveremo, costoro ci rimprovereranno perch\u00e9 somiglia poco a <em>Q<\/em>, ma si devono rassegnare, perch\u00e9 noi abbiamo imboccato altre vie. Non vogliamo pi\u00f9 scrivere romanzi dove l\u2019importante non \u00e8 vincere o perdere, ma avere ragione. Cio\u00e8 stare dalla parte giusta, sbagliare sempre in buonafede, essere sempre all\u2019avanguardia di tutti. Questo \u00e8 l\u2019elemento \u2018consolatorio\u2019 che oggi troviamo in <em>Q<\/em>, che infatti \u00e8 un romanzo scritto, per 3\/4, da poco-pi\u00f9-che-ventenni. Il messaggio \u00e8: se ci si mantiene \u2018puri\u2019 allora non si verr\u00e0 mai davvero sconfitti e si potr\u00e0 ancora solcare il mare, andare avanti, sempre avanti, fino alla prossima occasione rivoluzionaria. Questa coerenza assomiglia troppo all\u2019incapacit\u00e0 di vivere e si mostra come un costante oscillare tra esaltazione e autocommiserazione, rivoluzione e repressione, presa della Bastiglia e Termidoro, fase eroica dei movimenti e riflusso etc. Alla fine che cosa resta? Se l\u2019eroe non \u00e8 mai in grado di \u2018tornare\u2019, di portare indietro dall\u2019avventura un \u2018premio\u2019 utile al bene collettivo, a cosa serve? C\u2019\u00e8 un\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 che il protagonista di <em>Q<\/em> non attua\u2026 se non appunto in <em>Altai<\/em>. Quando sceglie di sottrarsi alla faida, alla guerra di denari e religioni, per ritornare a \u2018casa\u2019, cio\u00e8 l\u00e0 dove sa di poter essere ancora utile a qualcosa e a qualcuno.<\/p>\n<p><strong>Molti degli altri libri che avete scritto fra <em>Q<\/em> e <em>Altai<\/em> sono o \u2018sembrano\u2019 dei romanzi storici. La necessit\u00e0 del confronto con la storia (che sia quella con la s maiuscola o quella meno eclatante degli sconfitti e degli emarginati) pu\u00f2 considerarsi come una delle principali chiavi di lettura della vostra opera? Inoltre: Altai \u00e8 un romanzo che \u2018lavora\u2019 la storia intorno a delle tematiche per voi ricorrenti: la crisi, il conflitto, la sconfitta, la sopravvivenza. Quali motivazioni o esigenze sono alla base di questo approccio? <\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-4332\" style=\"margin-left: 2px; margin-right: 2px;\" title=\"Il sangue dei finti\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/pansa0oc.jpg\" alt=\"\" width=\"198\" height=\"320\" \/>Il passato \u00e8 un campo di battaglia, e in Italia lo sappiamo bene. La storia nazionale \u00e8 materia rovente, i suoi passaggi pi\u00f9 \u2018duri\u2019 vanno demonizzati oppure edulcorati in certe fiction televisive. Il controllo e l\u2019amministrazione della memoria pubblica sono le stampelle di ogni potere costituito. Il modo in cui viene \u2018rivisitata\u2019 a scopo strumentale ogni fase controversa della storia d\u2019Italia, dal Risorgimento alla Resistenza alle lotte degli anni Sessanta e Settanta fa venire in mente quel che diceva <strong>Michel Foucault<\/strong> in un colloquio con i redattori dei <em>Cahiers du cin\u00e9ma<\/em>. Si parte dicendo che \u00abnon ci sono eroi\u00bb, e sulle prime potrebbe anche sembrare una demistificazione positiva, ma dietro \u00abnon ci sono eroi\u00bb si nasconde un messaggio completamente diverso, e cio\u00e8: \u00abnon c\u2019\u00e8 stata lotta\u00bb. Nel senso: non c\u2019\u00e8 stata lotta disinteressata. I partigiani erano tagliagole grassatori e vendicativi; Garibaldi era un cretino vanaglorioso; le lotte degli anni Settanta non avevano un reale radicamento sociale, erano solo minoranze allucinate e probabilmente manovrate da potenze straniere, etc. etc. La verit\u00e0 \u00e8 che la storia delle classi subalterne e delle loro lotte fa paura. Qui torna utile <strong>Mario Tronti<\/strong> quando ammonisce: \u00abGuardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l\u2019hanno spedita tra i demoni dell\u2019inferno, la seconda l\u2019hanno accolta nei palazzi di governo.\u00bb Ecco, noi spesso scendiamo \u00abtra i demoni dell\u2019inferno\u00bb, in cerca di storie che valga la pena raccontare. Ma prima di tutto, noi cerchiamo di adottare punti di vista stranianti, e questo ricorso porta \u2018spesso\u2019 (non sempre) a raccontare dal punto di vista degli sconfitti.<br \/>\nMa non sempre, nei nostri romanzi, gli sconfitti sono la parte sconfitta in una guerra. Raccontiamo molto pi\u00f9 spesso di sconfitte individuali, ottenute non sul campo ma sul piano esistenziale, come capita al <strong>Lawrence d\u2019Arabia<\/strong> di <em>Stella del mattino<\/em> (vincitore trionfale sul campo ed eroe di guerra, sconfitto su tutt\u2019altro piano). In <em>Altai<\/em> noi raccontiamo l\u2019assedio di Famagosta dal punto di vista dei vincitori, e andrebbe anche ricordato che, a dispetto di quel che racconta la vulgata storica, Lepanto non fu per nulla una battaglia \u2018decisiva\u2019, non certo sul piano militare. Non rappresent\u00f2 la sconfitta dell\u2019impero ottomano, che non solo si tenne Cipro, ma nel giro di pochi mesi ricostru\u00ec completamente la flotta e continu\u00f2 a dominare il Mediterraneo orientale. Quindi noi raccontiamo una guerra dal campo dei veri vincitori. La storiografia \u2018dal basso\u2019 affermatasi nel Novecento, la \u2018microstoria\u2019, la storia orale, <em>Les Annales<\/em>, oltre ovviamente alla storiografia di ispirazione pi\u00f9 marxiana, tutto questo \u00e8 il nostro punto di imbarco, partiamo da l\u00ec e lo abbiamo sempre riconosciuto, noi siamo narratori sulle spalle di giganti storiografici. Non c\u2019\u00e8 quasi stata intervista su Q in cui non abbiamo nominato <strong>Carlo Ginzburg<\/strong> e <strong>Adriano Prosperi<\/strong>. Abbiamo addirittura definito Prosperi \u00abun quinto autore di<em> Q<\/em>\u00bb, oltre ad aver presentato il romanzo insieme a lui in una libreria pisana, nel 1999. E, nemmeno lo facessimo apposta, finiamo sempre per mettere il dito in una piaga storiografica, cio\u00e8 scegliamo periodi e storie che sono al centro di furiosi dibattiti e radicali re-interpretazioni. Per scrivere <em>Manituana<\/em> leggemmo decine e decine di libri di storici della rivoluzione americana che stanno radicalmente mettendo in questione il mito delle origini, e ci siamo accorti che la stragrande maggioranza dei titoli che ordinavamo era stata pubblicata dopo il 2003. Non che anche prima non esistessero opere e storici di valore (<strong>Howard Zinn<\/strong> con la sua storia dal basso della rivoluzione, o il decano <strong>Francis Jennings<\/strong>). Ma anche l\u2019opera pi\u00f9 importante, l\u2019opera capitale di Jennings \u00e8 appena del 2000, e le opere di Zinn hanno avuto il loro massimo impatto dopo l\u201911 Settembre. La battaglia sulle origini degli USA, insomma, infuria. Anzi, nel caso del ruolo degli indiani e dei neri nella rivoluzione americana, e di quest\u2019ultima vista dal campo comodamente definito \u2018lealista\u2019, la battaglia \u00e8 appena iniziata. Il punto di vista degli sconfitti, dei rimossi, dei dimenticati non pu\u00f2 mai essere dato per gi\u00e0 definitivamente acquisito, mai, perch\u00e9 l\u2019oblio \u00e8 una forza dinamica, continua ad avanzare, e la propaganda dei poteri costituiti che usano la storia pro domo loro \u00e8 incessante.<br \/>\nAd ogni modo, per ampliare quanto dicevo all\u2019inizio: non sempre \u2018gli sconfitti\u2019 sono gli sconfitti. La guerra del Vietnam fu vinta dai vietnamiti, ma il punto di vista che ci viene ossessivamente riproposto (anche nella pubblicistica che critica la guerra con asprezza) \u00e8 sempre quello degli USA, invariabilmente. Quanti libri o film dal punto di vista dei Vietcong abbiamo letto o visto, negli ultimi trent\u2019anni? Gli sconfitti sul campo sono i vincitori nella guerra della memoria pubblica, e i vincitori sul campo sono i veri rimossi. Insomma, le cose non sono tanto semplici.<\/p>\n<p><strong>Rispetto ai vostri precedenti romanzi, sembra che in <em>Altai<\/em> sia riservata un\u2019attenzione particolare alle interazioni tra dinamiche storiche e personali. \u00c8 possibile mettere in relazione quest\u2019aspetto col fatto che i personaggi di <em>Altai<\/em> sono fra i pi\u00f9 complessi e riusciti della vostra produzione, e che la stessa dimensione emotiva della narrazione appare in qualche modo pi\u00f9 accentuata rispetto al passato? <\/strong><\/p>\n<p>Come dicevo prima, in mezzo ci sono stati <em>Manituana<\/em> e <em>Stella del mattino<\/em>. Romanzi in cui ci siamo cimentati, in modi diversi, con \u2018l\u2019introspezione\u2019. Cosa che avevamo iniziato a fare in <em>54<\/em>, che per\u00f2 era un romanzo a dominante comico-grottesca. <em>Manituana<\/em> e <em>Stella del mattino<\/em> erano invece a dominante tragica. <em>Altai<\/em> prosegue su quel cammino. In tutti e tre questi romanzi ci siamo sforzati di lavorare sui personaggi femminili e sulle relazioni tra i generi. In <em>Altai<\/em>, in particolare, il fallimento del progetto utopico dei personaggi maschili avviene per due motivi: il primo \u00e8 che la libert\u00e0 non \u00e8 mai una concessione dall\u2019alto (il Sultano che ti offre un regno), ma una conquista dal basso; il secondo \u2013 e forse ancora pi\u00f9 importante \u2013 \u00e8 che gli uomini non possono operare alcuna trasformazione, se non la operano con loro anche le donne. Nessun progetto pu\u00f2 fare a meno di met\u00e0 (pi\u00f9 della met\u00e0) dell\u2019intelligenza collettiva disponibile. Yossef esclude le donne a priori. Morta l\u2019unica donna che per lui contasse qualcosa, Gracia, non ha pi\u00f9 pensato che le donne potessero dare un contributo. E questo lo fotte. A un certo punto dice che le donne non contano, contano (cantano) i cannoni. In un altro passaggio usa come sinonimo la parola \u2018ingegno\u2019, ma sta sempre parlando di cannoni. Di grandi cazzi, tanto per essere banale. E\u2019 un \u2018ingegno\u2019 tutto maschile. Cos\u00ec non si va da nessuna parte. Rileggendo il libro, ho constatato che i personaggi femminili messi in scena (quelli vivi, non quelli morti) fanno notare questa piccola, terribile verit\u00e0. Cercano di avvisare i maschi. Che per\u00f2 non ascoltano, e si rendono conto troppo tardi. Del resto, \u00e8 un romanzo tragico.<\/p>\n<p><strong>In diverse occasioni avete ribadito come all\u2019origine dei vostri romanzi storici vi sia la volont\u00e0 di scandagliare delle zone d\u2019ombra che la storiografia ufficiale non \u00e8 in grado di rischiarare per mancanza di dati certi. Sembra invece che nei vostri ultimi libri la necessit\u00e0 sia quella di offrire una prospettiva diversa su eventi storici che non hanno nulla di misterioso. Pensiamo alla cosiddetta \u2018battaglia di Lepanto\u2019 in <em>Altai<\/em> o alla rivoluzione americana vista dalla prospettiva gli indiani Mohawk fedeli al \u2018Grande Padre Inglese\u201d re Giorgio III in <em>Manituana<\/em>. \u00c8 cambiato qualcosa nel vostro metodo o si tratta di esigenze diverse?<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-4333\" style=\"margin-left: 3px; margin-right: 3px;\" title=\"...\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/mario-borghezio-300x181.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"181\" \/>Non \u00e8 necessario che manchino i dati certi perch\u00e9 vi sia un \u2018cono d\u2019ombra\u2019. Spesso il problema non \u00e8 quello che sanno gli storici, ma quello che trasmette la vulgata. Pensa a Lepanto: pochi giorni dopo l\u2019uscita di <em>Altai<\/em>, La Padania usc\u00ec con il titolo cubitale: \u00abUN\u2019ALTRA LEPANTO PER FERMARE L\u2019ISLAM\u00bb. E\u2019 evidente che la Lega Nord non sa nulla di quella battaglia, o meglio, di quella guerra, che l\u2019Occidente \u2018perse\u2019. Il catenaccio dell\u2019articolo diceva, tra le altre cose, che \u00abLa battaglia di Lepanto ferm\u00f2 l\u2019ondata islamica in Occidente\u00bb. A parte il fatto che in Occidente non vi era alcuna ondata islamica (e che in ogni caso l\u2019Islam dell\u2019impero ottomano non era quello di Al Qaeda), andrebbe spiegato a questi analfabeti storici che nel secolo successivo l\u2019impero ottomano tocc\u00f2 il culmine della propria potenza, e che nel 1683 (centododici anni dopo Lepanto) i turchi arrivarono alle porte di Vienna. Ma <em>La Padania<\/em> non ha fatto altro che riportare una vulgata plurisecolare, costruita dalla propaganda successiva alla battaglia. Quindi, pur trattandosi di un episodio famosissimo, resta pochissimo conosciuto al di fuori delle cerchie di specialisti. C\u2019\u00e8 differenza tra \u2018famoso\u2019 e \u2018conosciuto\u2019. E quindi c\u2019\u00e8 un cono d\u2019ombra. Anche il fatto che gli irochesi combatterono al fianco di Giorgio III contro l\u2019esercito continentale rivoluzionario \u00e8 cosa nota, ma a chi? Nella vulgata sulla guerra d\u2019indipendenza, nei film come<em> The Patriot <\/em>con Mel Gibson, gli indiani sono assenti. E anche le narrazioni di quella guerra dal punto di vista \u2018lealista\u2019 sono molto rare. Quindi, nonostante quegli eventi siano praticamente mappati in scala 1:1, stanno in un cono d\u2019ombra. E noi siamo andati a esplorarlo.<\/p>\n<p><strong>Le possibilit\u00e0 di documentazione che offre attualmente la rete a chi si cimenta in ricerche di tipo storico sono incomparabili rispetto al passato. Inevitabilmente questa novit\u00e0 sta modificando lo stesso approccio verso le narrazioni del passato. Quali sono le vostre considerazioni al riguardo? <\/strong><\/p>\n<p>Lo scibile che abbiamo a disposizione oggi e a cui possiamo accedere quasi istantaneamente \u00e8 pi\u00f9 di quanto i filosofi illuministi potessero sognare di accumulare in dieci vite e con un budget illimitato. E\u2019 verosimile dire che sul sito di Project Gutenberg vi siano pi\u00f9 libri di quanti ne abbia mai visti Voltaire dalla nascita alla morte. In un suo racconto, <strong>Stephen King<\/strong> chiama Google \u00abl\u2019Onnipotente\u00bb (con la maiuscola reverenziale). Scherza, ma mica tanto. Oggi, di qualunque periodo storico decidiamo di occuparci, abbiamo a disposizione una tale abbondanza di fonti primarie e secondarie da dare le vertigini. Bisogna \u2018imparare a imparare\u2019, sapersi orientare in mezzo al marasma, darsi dei limiti altrimenti si soccombe a una <em>hybris<\/em> da ricercatore compulsivo, da \u2018tossico di notizie\u2019. Anzich\u00e9 scrivere il libro, si naufraga chiss\u00e0 dove.<br \/>\nNoi spesso diciamo (lo abbiamo detto fino alla nausea!) che i nostri non sono romanzi \u2018di ambientazione storica\u2019, com\u2019erano molti romanzi storici d\u2019antan, bens\u00ec romanzi \u2018di <em>trasformazione<\/em> storica\u2019, nel senso che la rapida disponibilit\u00e0 di materiali di ricerca su \u2018praticamente qualunque cosa\u2019 permette di andare talmente a fondo, di entrare nei meandri della storia e delle relazioni tra personaggi, di innervare l\u2019elemento di fiction in recessi prima irraggiungibili (che dico, nemmeno immaginabili, almeno non da noi), che alla fine ti trovi a lavorare \u2018direttamente\u2019 con la storia, l\u2019hai portata in primo piano, non \u00e8 pi\u00f9 sul fondale. Un indizio di quel che sta accadendo \u00e8 la mutata proporzione, in molti romanzi storici, tra personaggi realmente esistiti e personaggi d\u2019invenzione letteraria. Nei romanzi storici di una volta, i personaggi principali erano generalmente fittizi, spesso erano dei \u2018tipi\u2019 creati ad hoc per rappresentare questa o quella componente della societ\u00e0: il padrone arrogante, il borghese rampante, il militare sfavillante, la madre superiora mortificante, il nobile decaduto, il bambino preso dal brefotrofio\u2026 Le vicende di costoro si svolgevano contro il fondale di grandi eventi storici: le guerre napoleoniche, la restaurazione post-Congresso di Vienna, la prima guerra mondiale, il Risorgimento\u2026 Poi ogni tanto, nemmeno sempre, facevano capolino alcuni (pochi) personaggi realmente esistiti. I loro erano pi\u00f9 che altro dei \u2018cameo\u2019. Di solito erano nomi grossi, tipo Marat, Metternich, Carlo V\u2026 Oggi la proporzione sembra essersi rovesciata: in diversi romanzi storici, <em>in primis<\/em> quelli che scriviamo noi, la maggior parte dei personaggi viene dritta dalle fonti, sono persone realmente vissute e non necessariamente celeberrime, magari le abbiamo trovate nelle pieghe di cronache minori, ma comunque sono vissute, gli storici le citano. Talvolta, pur essendo rimasti fuori dal riflettore, hanno avuto ruoli e funzioni importanti, hanno preso decisioni cruciali e fatidiche etc. In <em>Manituana<\/em>, tutti i personaggi importanti sono reali a parte due. In <em>Altai<\/em> l\u2019io narrante \u00e8 un personaggio di invenzione, ma lo facciamo muovere nelle pieghe, nelle crepe, negli anfratti della storiografia. Incontra e si relaziona (paritariamente, e questo \u00e8 molto importante) con personaggi veri: Yossef Nasi, Reyna Nasi, David Gomez, Ralph Fitch, Mehmet Sokollu, Solomon Ashkenazi, Lala Mustafa Pasha, Marcantonio Bragadin, sono tutti personaggi realmente esistiti. Il nostro protagonista \u00e8 nella tenda insieme a Lala Mustafa e Bragadin quando, dopo la resa di Famagosta, accade l\u2019irreparabile. E\u2019 l\u00ec con loro, e le sue azioni e battute di dialogo sono certosinamente inserite negli interstizi, nei micro-spazi lasciati vuoti dalle cronache dell\u2019episodio, dalle testimonianze di chi c\u2019era. Come quando Zemekis inscrisce Forrest Gump in un vero talk show degli anni \u201860, ma in modo meno <em>glamorous<\/em>, perch\u00e9 noi cerchiamo gli interstizi&#8230; nei coni d\u2019ombra, figurarsi.<br \/>\nQuesta \u00e8 quella che nel gergo del collettivo chiamiamo \u2018la lamina\u2019. Per noi l\u2019invenzione narrativa, l\u2019elemento di finzione \u00e8 qualcosa di sottile, appunto una lamina, che inseriamo nelle fessure tra gli eventi realmente accaduti. La rete risulta fondamentale per lavorare cos\u00ec: se hai il minimo dubbio (ma Lala Mustafa Pasha era veramente a Costantinopoli in quel mese del 1570?), gi\u00e0 durante la riunione di lavoro uno si fionda a cercare in rete, e a forza di cercare trova su Google Books lo stralcio di un libro fuori commercio in cui, <em>en passant<\/em>, trovi il dettaglio che ti serviva come pezza d\u2019appoggio. Tutto questo in pochi minuti. Solo qualche anno fa sarebbero occorse diverse visite in biblioteca, anzi, in diverse biblioteche, ammesso e non concesso che la ricerca avesse un esito. In pochi minuti puoi fare una ricerca bibliografica che un tempo sarebbe stata impossibile o comunque impervia, puoi scoprire l\u2019esistenza di libri mai pubblicati in Italia, trovarli usati a prezzi ridicoli e ordinarli in due click, puoi accedere ad archivi che sono stati digitalizzati. Sul web c\u2019\u00e8 tutto il carteggio di <strong>George Washington<\/strong>, con le scansioni delle lettere originali. E poi, su qualunque argomento hai una rampa di lancio, che \u00e8 la voce di Wikipedia, e da l\u00ec puoi partire per espandere, approfondire. E puoi discutere subito ogni sviluppo, ogni idea, anche senza vederti fisicamente col tuo gruppo di lavoro. Tra una riunione de visu e l\u2019altra, noi ci confrontiamo continuamente via e-mail o su Skype. Sono tutte risorse che i romanzieri storici di una volta non avevano. Potevano fare qualche ricerca in biblioteca, e se erano agiati o addirittura ricchi, visitare diverse biblioteche in diverse citt\u00e0 o nazioni. La ricerca poteva durare molti anni ed era comunque lacunosa. Oggi una ricerca lacunosa non ti viene perdonata, perch\u00e9 anche il lettore ha gli strumenti di verifica descritti sopra, anche il lettore ha potenzialmente accesso a molte fonti, quindi \u2018ti fa le pulci\u2019, se c\u2019\u00e8 uno svarione, un\u2019imprecisione, una licenza poetico-storica davvero troppo forzata, te lo fa notare, anzi, lo fa notare a tutto il mondo, perch\u00e9 lo scrive su Anobii, sul suo blog, nella discussione su un forum che tutti possono vedere. Oggi non possiamo pi\u00f9 scrivere romanzi come quelli di <strong>Emma Orczy<\/strong> (la serie della Primula rossa), i <em>nitpickers<\/em> non avrebbero piet\u00e0! Va detto che a quelle lacune un bravo scrittore suppliva con il talento (o addirittura il genio), con l\u2019invenzione, con l\u2019estensione dell\u2019arbitrio dell\u2019autore. E molti di quei romanzi sono capolavori assoluti. Certo, non \u00e8 il caso di quelli di Emma Orczy, che pure ebbero un successo spropositato e ancora vengono ripubblicati. Per\u00f2 il punto non \u00e8 dire se i romanzi storici di oggi siano peggio o meglio di quelli di ieri: semplicemente, sono diversi, \u00e8 quasi un altro genere.<\/p>\n<p><strong>In un\u2019epoca caratterizzata da tecnologie di simulazione e media invasivi, spesso ci si interroga sulla rilevanza che una pratica \u2018obsoleta\u2019 come quella letteraria possa ancora avere a livello di immaginario. Le vostre posizioni in questo senso non hanno mai ceduto a facili catastrofismi: fiducia nella parola letteraria e convinzione che \u00abl\u2019unica alternativa per non subire una storia \u00e8 raccontare mille storie alternative.\u00bb<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-4323\" style=\"margin-left: 2px; margin-right: 2px;\" title=\"Ernesto Guevara de la Serna\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/che-guevara1.jpg\" alt=\"\" width=\"241\" height=\"299\" \/>&#8230;E a quel punto subentra il problema. La \u2018mitopoiesi\u2019. Qui devo fare degli esempi che riguardano l\u2019evoluzione del nostro approccio. Noi abbiamo dovuto fare una dura autocritica su come portammo avanti il lavoro su letteratura, narrazioni, mito e media ai tempi d\u2019oro del movimento \u2018altermondialista\u2019, nel biennio 2000-2001. Sulla scia del successo di <em>Q<\/em>, avevamo scritto quella sorta di proclama pregno di medioevo, <em>Dalle moltitudini d\u2019Europa in marcia contro l\u2019impero e verso Genova<\/em>, un\u2019allegoria a chiave che nella prima met\u00e0 del 2001 circol\u00f2 parecchio e contribu\u00ec a far \u2018rapprendere\u2019 l\u2019immaginario intorno alla scadenza del G8 genovese. Contribu\u00ec a focalizzare e incanalare la propaganda per convincere la gente a muoversi, a organizzarsi per quei tre giorni. Quel testo non lo avevamo nemmeno firmato \u2018Wu Ming\u2019, pensavamo che dovesse essere \u2018del movimento\u2019. Soltanto in seguito divent\u00f2 un testo \u2018di Wu Ming\u2019, perch\u00e9 era un segreto di Pulcinella. L\u2019attribuzione acceler\u00f2 un processo gi\u00e0 avviato tempo prima, e ci trasform\u00f2 in una sorta di ufficio agitprop, o di cellula specializzata nella mitopoiesi. Di fatto, senza che noi opponessimo chiss\u00e0 quale resistenza, ci fu delegata un\u2019attivit\u00e0 \u2018immaginifica\u2019. Dei piccoli <strong>Georges Sorel <\/strong>che spingevano ogni pulsione nell\u2019imbuto di un mito che si pretendeva di costruire ad hoc. Ma il mito non pu\u00f2 essere costruito n\u00e9 modificato a piacimento, chi pretende di farlo otterr\u00e0 risultati mostruosi, otterr\u00e0 quello che lo studioso di miti <strong>Karoly K\u00e9renyi<\/strong> defin\u00ec \u00abmito tecnicizzato\u00bb, concetto su cui <strong>Furio Jesi<\/strong> lavor\u00f2 a fondo e scrisse pagine memorabili. E infatti, indaffarati com\u2019eravamo a produrre narrazioni \u2018soreliane\u2019, fraintendemmo quella fase, i pericoli insiti nell\u2019investire tutte le energie in un\u2019unica, grande iniziativa (c\u2019era qualcosa di chiliastico, in questo). I nostri furono altri (piccoli, ma collocati ad altezza occhi) mattoni nel muro che gi\u00e0 ostruiva la vista, che bloccava la comprensione lucida di quel che stava per succedere. Col risultato che andammo a Genova a farci sbaragliare, cosa che nell\u2019arco di un pomeriggio rese obsolete e irriproponibili prassi e forme costruite e perfezionate nel tempo e con fatica, per esempio la cosiddetta \u2018disobbedienza civile imbottita\u2019 delle tute bianche, lo strumento del \u2018forum sociale cittadino\u2019 etc. E ci metto anche la degenerazione di uno strumento telematico come Indymedia, che nel post-Genova si trasform\u00f2 principalmente in collettore di fango e calunnie reciproche, arena di diffamazione e resa dei conti tra correnti.<br \/>\nOra, non vorrei essere frainteso: non \u00e8 che quell\u2019esito sia stato tutta colpa nostra, ci mancherebbe. Il nostro fu un contributo negativo tra i tanti, un piccolo contributo. Rimane il fatto che il nostro approccio alla mitopoiesi si scontr\u00f2 con la realt\u00e0 di uno scontro molto pi\u00f9 duro. Avevamo evocato la violenza, l\u2019apocalisse, il chiliasmo, facendo gli apprendisti stregoni, e i nostri alambicchi erano esplosi in una pioggia di vetri e liquidi urticanti. E avevamo fatto gli stessi errori che in <em>Q <\/em>(romanzo anti-apocalittico e anti-chiliastico) avevamo denunciato! Il \u2018mito di lotta\u2019 non pu\u00f2 essere artificialmente evocato. Deve emergere nel reale, venendo dal basso. Ci deve essere un forte elemento di spontaneit\u00e0. Cos\u00ec, abbiamo spostato l\u2019enfasi del nostro discorso. Oggi usiamo meno spesso la parola \u2018mitopoiesi\u2019, anche perch\u00e9 \u00e8 un po\u2019 criptica, poco immediata. Ma anche quando la usiamo, ci teniamo a chiarire che non la intendiamo nell\u2019accezione esageratamente letterale di \u2018fabbricare il mito\u2019. Noi non facciamo letteratura per fabbricare il mito di lotta. Il compito che ci siamo dati \u00e8 cercare di penetrare il mito, capire il motivo per cui ha preso forma e, soprattutto, il motivo per cui si \u00e8 \u2018indurito\u2019. Insomma, prendere una narrazione consueta, mal tramandata, essiccata, gettarci sopra un po\u2019 d\u2019acqua e manipolarla, cercare di renderla di nuovo malleabile e lavorabile. Si tratta, se vuoi, di un\u2019etica del mito, un interrogarsi su come mantenere aperto il mito. \u00abRaccontare mille storie alternative\u00bb significa anche trovare mille alternative dentro una storia per troppo tempo raccontata in un modo solo. Rimuovere i \u2018blocchi\u2019 che ne avevano portato alla chiusura, i clich\u00e9s, i detriti depositati dall\u2019uso politico di una vulgata&#8230; La sfida ulteriore \u00e8 quella di rimuoverli senza pregiudicare la \u2018poesia\u2019 del mito, cio\u00e8 senza s-mitizzarlo, senza ridurne la complessit\u00e0 riportandolo solamente al suo significato storico. Per capirci: il rischio \u00e8 quello di fare un lavoro \u2018da meccanico\u2019, <em>absit iniuria<\/em>. Come lo smontaggio e la pulizia di un carburatore. Ma non funziona cos\u00ec. N\u00e9 ci interessa la mera \u2018demistificazione\u2019. Il trucco \u00e8 quello di mostrare come funziona il mito senza sminuirne gli elementi che lo hanno reso seducente, motivante, illuminante. Per fare un esempio molto immediato: in molti dicono che l\u2019icona di <strong>Che Guevara<\/strong> (la celeberrima foto di Korda) \u00e8 abusata, mercificata fino ad avere perso ogni senso e divenire alienante etc. Lo dicono, e si fermano l\u00ec. A cosa serve? A niente. Quel che invece serve \u00e8 cercare di raccontare la storia di Guevara trovandovi dentro le \u2018mille alternative\u2019 di cui sopra, gettandovi sopra mille sguardi. E\u2019 quello che ha fatto <strong>Paco Ignacio Taibo II<\/strong> nella sua monumentale, magnifica biografia <em>Senza perdere la tenerezza<\/em>. Leggendola, matura lentamente una nuova comprensione di quella storia, anzi, delle tante storie che in quella vicenda singolare hanno trovato un catalizzatore, e si capisce anche perch\u00e9 quell\u2019icona, a differenza di molte altre, non passi mai di moda. Si capisce che in quell\u2019icona sopravvive un qualche barlume della grandezza originaria, dell\u2019esemplarit\u00e0 della storia del Che. E si guarisce anche dal moralismo facilmente iconoclasta: se uno ha in casa il poster del Che, ben venga. E\u2019 anche per il viatico dell\u2019icona che il libro di Taibo ha avuto successo nel mondo, quindi non \u00e8 vero quel che lamentano i moralisti, cio\u00e8 che l\u2019icona non serva a nulla. Ma \u00e8 difficile camminare su questa corda tesa. E\u2019 un lavoro da acrobata.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-4326\" title=\"L'Arsenale di Venezia\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Arsenale-della-Serenissima-Venezia-F09.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/p>\n<p><script type=\"text\/javascript\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/playtagger_mod\/playtagger_mod.js\"><\/script><br \/>\nWu Ming 1 &amp; Maxmaber Orkestar<br \/>\n<strong><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/Mi_star_13_settembre_1569.mp3\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">WU MING &amp; MAXMABER ORKESTAR \u2013 13 SETTEMBRE 1569<\/a><\/strong><br \/>\n(Cap. 1 di <em>Altai<\/em>, l\u2019incendio all\u2019Arsenale di Venezia)<br \/>\nMp3 160k, 30 mega, 25 min.<br \/>\nSabato 16 gennaio 2010, su Radio 2, \u00e8 andata in onda una puntata della trasmissione <em>Tutti i colori del giallo<\/em> (condotta dal rubicondo Luca Crovi) interamente dedicata ad <em>Altai<\/em>. In studio WM1, WM4 e i Maxmaber Orkestar). Questa \u00e8 l\u2019intro musicale. Voce: Wu Ming 1 \u2013 Sax soprano: Alberto Guzzi \u2013 Fisarmonica: Max Jurcev \u2013 Cajon: Adriana Giacchetti.<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.maxmaber.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Il sito dei Maxmaber Orkestar<\/a><\/p>\n<p>Skinshout! feat. Xabier Iriondo<br \/>\n<strong><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/Skinshout_Altai_01_Fuga_da_Venezia.mp3\">FUGA DA VENEZIA<\/a><br \/>\n<\/strong>traccia 1 dell&#8217;album Altai (Improvvisatore Involontario, 2011), possibile colonna sonora del nostro romanzo, realizzata dal duo <a href=\"http:\/\/www.improvvisatoreinvolontario.com\/bands_detail.php?idband=55\"><strong>Skinshout!<\/strong><\/a> (Francesco Cusa alla batteria e Gaia Mattiuzzi alla voce), con la collaborazione del vulcanico polistrumentista Xabier Iriondo. <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3292\">Qui <\/a>le info sull&#8217;album e il testo scritto da noi per il booklet. <a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=IFvsSI5GwsY\">Qui<\/a> una testimonianza video di <em>Altai<\/em> dal vivo al Leoncavallo,<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/Altai_8_Muharram_977.mp3\"><strong>ALTAI LYRIC SUITE &#8211; PROLOGO, 8 MUHARRAM 977<\/strong><\/a><br \/>\nOrchestra \u201cAlessandro Volta\u201d diretta da Alessandro Bares<br \/>\nMusica di Alessandro Bares<br \/>\nSoprano: Irene Geninatti Chiolero<br \/>\nTesto di Wu Ming (tratto dal romanzo <em>Altai<\/em>, prologo)<br \/>\n<em>Altai Lyric Suite<\/em> \u00e8 un progetto della Compagnia Lirica di Milano e dall\u2019attore Fabrizio Pagella. <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/italiano\/Altai\/?p=994\">Qui le info<\/a>.<\/p>\n<p>Osteria Popolare Berica<br \/>\n<strong><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/OPBcapitanoGert.mp3\">CANZONE DEL CAPITANO GERT<\/a><\/strong><br \/>\nmp3, 160kbps, 4:04<br \/>\nL&#8217;OPB \u00e8 un&#8217;orchestrina di &#8220;folk da combattimento&#8221; nata a Vicenza agli inizi del millennio. Questo brano, tratto dall&#8217;album <em>Farabutti e faraboloni<\/em> (2005) , ripercorre il cammino e le avventure dell&#8217;anonimo protagonista di <em>Q<\/em>, dalla Guerra dei Contadini alla comune di Muenster, dall&#8217;Anversa dei banchieri alla Venezia degli intrighi. Quattro minuti forsennati, versi che irrompono nelle orecchie e rimangono incisi a nord del nervo ottico.<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.osteriapopolareberica.it\/\" target=\"_top\" rel=\"noopener\">Il sito ufficiale dell&#8217;OPB<\/a><br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.antiwarsongs.org\/canzone.php?lang=it&amp;id=8502\">Il testo completo di &#8220;Canzone del capitano Gert&#8221;<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-4329\" title=\"Nuova Rivista Letteraria\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Letteraria.jpg\" alt=\"\" width=\"336\" height=\"469\" \/><\/p>\n<p>Marted\u00ec 31 maggio<br \/>\n<strong>CAMPI BISENZIO (FI)<\/strong><br \/>\nh. 21, Teatrodanteopenspace<br \/>\nPiazza Dante 23<br \/>\nPresentazione di<em>Anatra all\u2019arancia meccanica<\/em><\/p>\n<p>Mercoled\u00ec 1 giugno<br \/>\n<strong>SIENA<\/strong><br \/>\nh. 17, Sala cinema Fieravecchia<br \/>\nFacolt\u00e0 di Lettere e filosofia, via Roma 47<br \/>\nSeminario <a href=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/\">\u201cIl lavoro culturale\u201d<\/a><br \/>\nWM1, \u201cL&#8217;occhio del purgatorio. I tempi della rivolta e dell&#8217;utopia\u201d<\/p>\n<p>Venerd\u00ec 3 giugno<br \/>\n<strong>SETTEFONTI (BO)<\/strong><br \/>\nh.20:30, Agriturismo Dulcamara<br \/>\nvia Tolara di Sopra 78<br \/>\n\u201cCena con l\u2019autore\u201d<br \/>\nCena sarda con presentazione del nuovo numero<br \/>\ndi \u201cNuova Rivista Letteraria\u201d (Edizioni Alegre)<br \/>\ncon il direttore Stefano Tassinari, Wu Ming 1 e Massimo Vaggi<br \/>\nCena + rivista: \u20ac 22<br \/>\nInfo e prenotazioni: 051796643<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.coopdulcamara.it\/cms\/\">coopdulcamara.it<\/a><\/p>\n<p>Sabato 4 giugno<br \/>\n<strong>RAVENNA<\/strong><br \/>\nh.19, Via dell\u2019Almagi\u00e0 2, Darsena di citt\u00e0<br \/>\nWM4 presenta<br \/>\n<em>L\u2019eroe imperfetto<br \/>\nnell\u2019ambito del <a href=\"http:\/\/festivaldelleculture.wordpress.com\/\">Festival delle culture<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"In attesa che arrivino in libreria quest&#8217;edizione economica e questa fascetta, proponiamo ai nostri lettori una lunga intervista su Altai e sul nostro modo di lavorare, realizzata alla fine del tour di presentazione del romanzo (estate 2010). 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