{"id":42172,"date":"2020-03-06T10:56:21","date_gmt":"2020-03-06T09:56:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=42172"},"modified":"2020-03-30T10:34:19","modified_gmt":"2020-03-30T08:34:19","slug":"degoogling","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2020\/03\/degoogling\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 \u00e8 necessario e urgente liberarsi di Google \u2013 e come cominciare a farlo"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42214\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/google-spy-on-us.png\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"249\" \/><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">[Riprendiamo il discorso aperto con <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2019\/12\/lamore-e-fortissimo-il-corpo-no-1-twitter-addio\/\"><em>L&#8217;amore \u00e8 fortissimo, il corpo no<\/em><\/a>: quello sul capitalismo delle grandi piattaforme, sui comportamenti indotti dagli algoritmi dei social media, sull&#8217;estrazione di <em>big data<\/em> dalle nostre vite e sulla sorveglianza pervasiva che ne deriva.<br \/>\n<\/span><span style=\"font-size: small;\">Farlo \u00e8 quantomai appropriato, nei giorni dell&#8217;<strong>emergenza Covid19<\/strong>.<br \/>\nTra i poteri e soggetti economici che stanno approfittando dell&#8217;epidemia \u2013 o meglio, delle misure di \u00abdistanziamento sociale\u00bb e nuovo disciplinamento del corpo sociale \u2013 ci sono soprattutto le multinazionali del Big Tech. Ne approfittano per rafforzare la loro presa sulla societ\u00e0, il loro monopolio di fatto su molte attivit\u00e0 oggi imprescindibili. Ne approfittano per intensificare processi di <em>privatizzazione della sfera pubblica<\/em>.<br \/>\nUna privatizzazione <em>soffice<\/em>, implicita e non percepita perch\u00e9 non \u00e8 rapida e &#8220;molare&#8221;, non c&#8217;\u00e8 uno scontro pubblico tra istanze (privatizzazione s\u00ec vs. privatizzazione no); \u00e8 invece graduale e &#8220;molecolare&#8221;, avviene grazie all&#8217;infittirsi di reticoli fatti di piccole pratiche e automatismi quotidiani.<br \/>\nGoogle, di cui ci occupiamo nel post a seguire, ha offerto al nostro ministero dell&#8217;istruzione (MIUR), come a quelli di altri paesi, la \u00absoluzione alla chiusura delle scuole\u00bb: il colosso di Mountain View fornisce ai docenti mail con spazio illimitato e <a href=\"https:\/\/archive.is\/ntota\">piattaforme per l&#8217;istruzione telematica<\/a> (G Suite for Education). Gi\u00e0 prima di quest&#8217;annuncio, diverse scuole stavano spingendo i docenti a farsi la casella Gmail e l&#8217;account su Hangouts Meet e\/o Google Classroom. Di pi\u00f9: svariati insegnanti, esasperati dall&#8217;incertezza e dall&#8217;impossibilit\u00e0 di fare lezioni, per non lasciare allo sbando i loro scolari e studenti hanno fatto ricorso a questi strumenti di propria iniziativa, per avviare la didattica a distanza.<br \/>\nSe da un lato ammiriamo l&#8217;intento e \u2013 come si dice oggi \u2013 la <em>resilienza<\/em> di quest* insegnanti, dall&#8217;altro constatiamo che manca la consapevolezza su cosa facciano <em>davvero<\/em> quegli strumenti, del cui funzionamento non vediamo che l&#8217;idiomatica punta dell&#8217;iceberg.<br \/>\nIn pratica, la scuola pubblica <em>privatizza<\/em> il rapporto stesso docente-studente, incentivando entrambi a usare piattaforme private e lesive della privacy, che immagazzineranno nuovi dati per poi venderli a vari soggetti, i quali li useranno a scopi non solo commerciali ma anche <em>politici<\/em>, in tutte le accezioni possibili del termine. E in tutto questo, Google\/Alphabet passer\u00e0 pure come benefattrice: l&#8217;azienda che ha \u00absalvato la scuola\u00bb.<br \/>\nGoogle trova in quest&#8217;emergenza \u2013 che peraltro <a href=\"https:\/\/www.cnbc.com\/2020\/03\/04\/google-showing-ads-for-anti-coronavirus-products.html\">contribuisce ad alimentare in vari modi<\/a> \u2013 l&#8217;opportunit\u00e0 di innervarsi in sempre pi\u00f9 gangli della vita associata, rendendosi indispensabile anche se <em>le alternative ci sono.<\/em> Ci sono eccome, e sarebbero pure facili da usare.<br \/>\nChiunque non ritenga la parola \u00abdemocrazia\u00bb un semplice involucro contenente solo retorica, una volta ben informat* su cosa sia Google e su come faccia profitti, non pu\u00f2 trarne che una conclusione: Google \u00e8 una minaccia per la democrazia.<br \/>\nL&#8217;emergenza \u2013 <em>non<\/em> l&#8217;epidemia in s\u00e9, ma l&#8217;emergenza come <em>metodo di governo basato sull&#8217;epidemia<\/em> \u2013 ci sta facendo arretrare su cos\u00ec tanti terreni che non si sa da dove cominciare a denunciarne le conseguenze, a spiegare chi e come sta cogliendo la palla al balzo.<br \/>\nAlla fine, un punto d&#8217;inizio vale l&#8217;altro. Da genitori, cominciamo dalla scuola, dalla didattica a distanza e, in particolare, da Google.<br \/>\nGi\u00e0 prima del virus avevamo chiesto al giapster <strong>Ca_Gi<\/strong> di scrivere un pezzo per <em>Giap<\/em> sul fenomeno del <em>degoogling<\/em>, che a fine 2019 si stava diffondendo rapidamente. Con l&#8217;emergenza coronavirus la strada si \u00e8 fatta pi\u00f9 in salita, ma a maggior ragione va percorsa.<br \/>\nBuona lettura. <strong>WM<\/strong>]<\/span><!--more--><\/p>\n<p>di <strong>Ca_Gi.<\/strong>*<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>1. A day in your life (Google lo sa)<\/strong><\/h4>\n<p>Ti svegli dopo un sonno di sei ore. Hai dormito male, sonno leggero e agitato. Google lo sa: lo ha rilevato dall&#8217;accelerometro e dal microfono nel tuo smartphone.<br \/>\nDall&#8217;analisi della rete a cui sei connessa sa pure che non eri a casa tua, ma in un appartamento dall&#8217;altra parte della citt\u00e0 e, dal registro dei tuoi spostamenti, sa pure che da circa un mese ti ci rechi almeno un paio di volte a settimana.<\/p>\n<p>Google sa chi vive in quella casa, perch\u00e9 il GPS del suo smartphone indica giornalmente la sua presenza l\u00ec. Conosce bene quella persona, come conosce te. Sa che non fa parte della tua cerchia di amici ristretti, perch\u00e9 il suo numero non \u00e8 nelle loro rubriche e molto raramente si trova negli stessi posti che loro frequentano. Sa che vi siete registrati a vicenda in rubrica qualche mese fa, ma solo negli ultimi tre avete iniziato a chiamarvi spesso. <!--more--><\/p>\n<p>Ieri sera avete visto un film sulla Chromecast. Ovviamente Google sa qual era il film e poich\u00e9 i dati GPS indicavano che eravate entrambi in casa e non vi siete mossi, deduce che probabilmente eravate in salotto.<br \/>\nSa pure che all&#8217;altra persona il film non doveva interessare molto, perch\u00e9 mentre lo stavate guardando non faceva che giocare con un videogame sul suo smartphone Android.<\/p>\n<p>Grazie al DNS Google sa che, appena alzata, come ogni mattina, hai controllato le news sul solito sito. Android e Chrome glielo confermano.<br \/>\nDall&#8217;archivio delle tue abitudini di lettura degli ultimi anni, Google sa che le notizie relative alle occupazioni abitative sono di tuo interesse, ma che leggi in dettaglio solo quelle che parlano di sgomberi. Dall&#8217;analisi dei testi delle tue email sa che ne parli anche con amici e conoscenti e che manifesti crescente preoccupazione per le dichiarazioni di un certo assessore. Dall&#8217;analisi dei movimenti del tuo dito sullo schermo sa quali titoli di notizie hanno attirato la tua attenzione anche se poi non li hai letti, e ritiene che se in questi titoli fossero state presenti determinate parole la probabilit\u00e0 che tu li aprissi sarebbe stata maggiore.<\/p>\n<p>Alle otto hai percorso un certo tragitto in citt\u00e0. Google lo sa, sempre grazie al GPS e per via del distacco dal wi-fi dell&#8217;appartamento.<br \/>\nDall&#8217;analisi di percorso e velocit\u00e0 Google deduce che lo spostamento sia avvenuto in bicicletta. Sa che poi sei entrata in un certo bar, probabilmente a fare colazione, dato che ti sei trattenuta mezz&#8217;ora, e che l\u00ec ti sei connessa al Wifi sbagliando il captcha tre volte, deducendone che forse sei ancora un po&#8217; addormentata, poich\u00e9 di solito li becchi al primo colpo.<\/p>\n<p>Google rileva che poi ti sei agganciata alla rete della biblioteca e hai cercato un certo oggetto che ritiene ti debba interessare molto, poich\u00e9 la ricerca ti ha portato a girar diversi siti, finendo per trovarlo su quello di un certo negozio online dove l&#8217;hai acquistato fornendo la tua solita carta di credito. Ritiene statisticamente probabile che possa trattarsi di un regalo per una delle tue migliori amiche, quella che compir\u00e0 gli anni tra un paio di settimane e che a sua volta acquista spesso oggetti dallo stile simile.<\/p>\n<p>Poi scrivi un testo su un&#8217;app che hai scaricato dal Play Store e anche se non \u00e8 un&#8217;app di Google, l\u2019azienda ha accesso alla tastiera di Android e quindi \u00e8 comunque in grado di comprendere cosa hai digitato, incluse le parti cancellate. Il testo contiene passaggi in inglese e dalla velocit\u00e0 con cui le hai digitate capisce che \u00e8 una lingua che pensi di padroneggiare bene, anche se in realt\u00e0 nota che ripeti sempre gli stessi errori di grammatica.<\/p>\n<p>A quel punto ricevi una chiamata da una persona che nella tua rubrica \u00e8 registrata come \u00abMamma\u00bb, e parlate per cinque minuti. Google rileva una certa ansia nella tua voce e ci\u00f2 gli conferma quel che aveva gi\u00e0 presunto: c&#8217;\u00e8 tensione tra te e tua madre.<br \/>\nLo aveva dedotto da diversi fattori, tra cui il gran numero di volte che non rispondi alle sue chiamate anche se sei a casa, e dal fatto che durante le feste sei lontana da lei e non la chiami.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 tardi ti scatti un selfie con alcuni amici e dai metadati della foto Google pu\u00f2 sapere dove e quando \u00e8 stata scattata. Analizzando l&#8217;immagine pu\u00f2 identificare le persone ritratte cos\u00ec come il tipo d&#8217;abbigliamento, dal quale pu\u00f2 dedurre gusti e marche, dato utile per confermare cose che gi\u00e0 sa sul tuo e loro livello economico.<\/p>\n<p>Arriva la sera e fai una corsa nel parco ascoltando musica e indossando un braccialetto elettronico che registra le tue attivit\u00e0 come il tipo di andatura, il battito cardiaco ecc. Non ci hai mai fatto caso, ma sia l\u2019app per la musica in streaming sia quella del braccialetto avvisavano da qualche parte che i dati sarebbero stati condivisi con \u00abterze parti\u00bb, ossia partner commerciali. Ci\u00f2 che non potevi sapere \u00e8 che tra questi vi \u00e8 pure Google, che quindi conosce anche i tuoi dati fisiologici, le tue abitudini sportive, oltre ovviamente ai tuoi gusti musicali.<\/p>\n<p>Google sa anche che sei una persona romantica e riflessiva, perch\u00e9 traspare da ci\u00f2 che cerchi online nei momenti liberi; sa che fai letture impegnate, e che hai un debole per i panda.<\/p>\n<p>Non possiamo affermare con certezza quali rilevazioni Google faccia costantemente, quali <em>una tantum<\/em> a scopo &#8220;sperimentale&#8221; e quali invece siano rilevazioni che tecnicamente potrebbe fare ma in realt\u00e0 non esegue. Non possiamo dirlo, perch\u00e9 quel che accade nei server di Google lo pu\u00f2 sapere solo Google, e perch\u00e9 i suoi strumenti sono spesso chiusi e non permettono una verifica trasparente.<!-- Legal check-up: nell\u2019articolo alcune affermazioni su Google vengono date per sicure ma si tratta spesso di speculazione. Evitiamo magari una causa da Google, ecco. --><\/p>\n<p>Quali che siano le rilevazioni effettivamente fatte, sappiamo che Google ci osserva attraverso innumerevoli canali, e registra le nostre attivit\u00e0. La mole\u00a0 dati a cui Google ha accesso gli permette di ricostruire la vita delle persone in modi che nemmeno un social network potente e pervasivo come Facebook pu\u00f2 sognare.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>2. Siamo un terreno di conquista commerciale<\/strong><\/h4>\n<p>Quando si parla di <em>Big Tech<\/em>, ossia delle principali multinazionali tecnologiche, la prima constatazione \u00e8 che mai, nella storia, poche aziende commerciali private di dimensioni tanto colossali erano riuscite a diventare parte inestricabile della vita di miliardi di persone, e in modo cos\u00ec diffuso e capillare.<\/p>\n<p>Lo scenario, gi\u00e0 problematico, di poche grandi aziende che detengono il potere su tecnologie ritenute ormai indispensabili risulta ancor pi\u00f9 inquietante <em>invertendo i fattori<\/em> della constatazione: mai prima d&#8217;ora ogni minimo dettaglio della vita di miliardi di persone era stato portato a un tale livello di mercificazione, fino ad annoverarlo fra i terreni di conquista di poche colossali aziende private.<\/p>\n<p>Parliamo dunque di <em>big data<\/em>, ossia dell&#8217;estrazione di informazioni dettagliate dalle nostre attivit\u00e0, dalle nostre <em>vite<\/em>, a fini \u2013 non solo \u2013 commerciali.<\/p>\n<p>Quello dei <em>big data<\/em> \u00e8 un circuito che si autoalimenta per allargare costantemente i propri margini. C&#8217;\u00e8 uno scambio impari tra noi persone\/utenti e le aziende che grazie ai dati che forniamo sviluppano tecniche e strumenti atti a legarci maggiormente ad esse, per estrarci ancor pi\u00f9 informazioni.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 avviene attraverso soluzioni tecniche e psicologiche note e meno note, scelte di design applicate a software che sfruttano la <em>gamification<\/em> per indurci a interagire maggiormente o attraverso l&#8217;imposizione di standard <em>de facto<\/em> cui risulta assai difficile sfuggire. La ricerca di gratificazione data dai like o l\u2019impossibilit\u00e0 di rinunciare a Whatsapp, per esempio.<\/p>\n<p>Qui possiamo osservare il circuito che si autoalimenta: abbracciare acriticamente servizi e strumenti imposti dall&#8217;industria tecnologica si rivela sempre pi\u00f9 una scelta obbligata, poich\u00e9 pi\u00f9 questi vengono adottati, meno spazio vien dato alle alternative libere: i documenti di testo sono quasi sempre realizzati in Word; per condividere i file di lavoro nella maggioranza dei casi la scelta cade quasi sempre su Google Drive, Dropbox e poco altro; per conoscere le attivit\u00e0 di un&#8217;associazione \u00e8 necessario stare su Facebook; se si vuol creare un account email la scelta dei provider \u00e8 indirizzata verso un ristretto numero di colossi (Google su tutti), e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Con l&#8217;\u00ab<em>Internet of things<\/em>\u00bb (d&#8217;ora in poi IoT), ossia col sempre maggior numero di oggetti costantemente connessi, non si far\u00e0 che estendere i campi d\u2019estrazione: automobili elettriche che comunicano costantemente una miriade di dati, lampadine di cui l&#8217;azienda sapr\u00e0 se sono accese o spente, asciugacapelli, televisori, frigoriferi, biciclette, attrezzi da cucina, orologi da polso ecc. \u00c8 facile prospettare lo sviluppo di innumerevoli tecnologie IoT da parte di aziende anche medio-piccole che verranno poi assorbite dai grandi colossi, e non \u00e8 fantascienza immaginare un futuro prossimo in cui sar\u00e0 difficile, se non impossibile, procurarsi oggetti che non trasmettano informazioni alle Big Tech.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42185\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Internet-of-Things.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"423\" \/><\/p>\n<p>Questo \u00e8 il primo problema: pi\u00f9 strumenti e piattaforme commerciali utilizziamo, pi\u00f9 ci precludiamo un\u2019indipendenza da essi.<\/p>\n<p>Tra le maggiori aziende che ruotano attorno a questa massiccia estrazione di dati, quella pi\u00f9 imponente \u00e8 sicuramente Google. Non \u00e8 certo l&#8217;unica azienda-vampiro, e molte delle osservazioni presenti in quest&#8217;articolo potrebbero essere applicate anche ad altre, le pi\u00f9 note delle quali sono parte dell&#8217;acronimo GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. Tuttavia, se ognuna di queste aziende si \u00e8 evoluta a partire da settori specifici non necessariamente incentrati sull&#8217;estrazione dati, Google nasce fin dal principio come <em>puro recettore di informazioni<\/em>, ed \u00e8 quella che nel tempo ha ampliato le proprie capacit\u00e0 estrattive nei modi pi\u00f9 diffusi e capillari.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42186\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/GAFAM-2.png\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"368\" \/><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>3. &#8220;Sappiamo&#8221; ma non sappiamo<\/strong><\/h4>\n<p>Che \u00abGoogle ci guarda\u00bb \u00e8 un sentire comune, ma a ben vedere si tratta di una mera <em>conoscenza latente<\/em>: sappiamo che certi banner pubblicitari appaiono solo dopo che abbiamo fatto determinate ricerche, e ci viene costantemente ricordato che i cookie per accedere a diversi siti sono usati per profilarci, ma al di fuori di questi pochi esempi e del concetto generale, ci sfuggono la variet\u00e0 e il funzionamento dei meccanismi con cui avviene l&#8217; estrazione di dati.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il secondo problema: in una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 dipendente da tecnologie informatiche, la scarsa conoscenza del funzionamento di tali strumenti ci pone pi\u00f9 o meno nella posizione di analfabeti che devono muoversi in un mondo sempre pi\u00f9 basato sulla lingua scritta.<\/p>\n<p>A differenza dell&#8217;alfabetizzazione, per\u00f2, l&#8217;informatizzazione pu\u00f2 avvenire a livelli molto pi\u00f9 diversificati, e lo dimostra il fatto che sia possibile esser al tempo stesso utenti smaliziati che si muovono agilmente tra mail, fogli elettronici, sistemi di chat, impostazioni dello smartphone e applicazioni di ogni tipo, ma non esser in grado di scrivere una sola riga di codice e non aver la minima idea di come facciano questi strumenti a funzionare.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che essere utenti che sanno utilizzare gli strumenti non basta, perch\u00e9 la mancanza di <i>comprensione<\/i> del loro <em>funzionamento profondo<\/em> ci relega nella condizione passiva di semplici utilizzatori finali, privi delle conoscenze necessarie a sviluppare un approccio critico per non farci sopraffare.<\/p>\n<p>Periodicamente appaiono notizie su fughe di dati personali, applicazioni malevole, problemi legati alla privacy e preoccupanti episodi di censura e abuso di potere da parte delle Big Tech. Eppure, nonostante tutti questi segnali concordino nel prospettare scenari preoccupanti, l&#8217;adozione di strumenti alternativi non \u00e8 ancora diventata un fenomeno diffuso. Questo a causa delle due problematiche qui esposte: da un lato la posizione di dominio dei prodotti delle Big Tech e dall\u2019altro il fatto che l\u2019insufficiente conoscenza di tali strumenti impedisce di comprendere <i>davvero<\/i> i pericoli che quel dominio comporta.<\/p>\n<p>Tuttavia, il dominio delle Big Tech non \u00e8 affatto ineluttabile, ma non sar\u00e0 possibile limitare le derive oppressive delle tecnologie informatiche senza uno sforzo di apprendimento il pi\u00f9 collettivo possibile su come queste funzionano.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 certo pretendere che si diventi tutti programmatori, e nemmeno che si abbandonino in modo drastico e immediato strumenti e piattaforme conosciute a favore di strumenti liberi con cui non si ha (ancora) dimestichezza, ma \u00e8 comunque necessario correre al pi\u00f9 presto ai ripari e avviare <em>subito<\/em> un processo di apprendimento ed adozione di tecnologie libere.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>4. Come \u00e8 potuto succedere<\/strong><\/h4>\n<p>\u00c8 utile riassumere brevemente come si sia arrivati alla situazione attuale. Negli anni Novanta l\u2019arrivo di Internet e del web fu accolto da un vento di cyber-utopismo trasversale e generalizzato, spesso tanto entusiasta da convincersi che l&#8217;estendersi della rete avrebbe portato <em>automaticamente<\/em> a un&#8217;informatizzazione spontanea delle masse, e conseguentemente a forme di democratizzazione planetaria per via tecnologica. Tale entusiasmo nasceva dall\u2019incontro tra le visioni utopistiche e anarchiche diffuse tra informatici, hacker e attivisti e l&#8217;ingenua curiosit\u00e0 della maggioranza delle persone verso tecnologie dal sapore vagamente fantascientifico.<\/p>\n<p>Negli stessi anni la contrapposizione tra Microsoft e i sistemi operativi liberi GNU\/Linux gi\u00e0 conteneva tutti i conflitti futuri tra grandi aziende e software libero: grazie ad accordi commerciali stretti da Microsoft coi maggiori produttori di computer mondiali, quando si acquistava un nuovo PC, come sistema operativo vi si trovava preinstallato Windows (e come ben sappiamo, questa situazione si \u00e8 protratta fino ad oggi). Fu cos\u00ec che la potenza di fuoco dell&#8217;azienda di Redmond min\u00f2 in modo drammatico l&#8217;adozione di sistemi operativi GNU\/Linux per uso personale. Oggi Windows \u00e8 di fatto lo standard principale per i computer domestici.<\/p>\n<p>A cavallo del 2000, l&#8217;entusiasmo per le nuove tecnologie port\u00f2 alla nascita di esperienze come quella di Indymedia, ma pure all&#8217;esplosione della bolla speculativa delle dot-com, che fece fallire innumerevoli imprese digitali. Se gli anni Novanta erano stati caratterizzati da un alto tasso di sperimentazione che riguardava sistemi operativi, piattaforme online di comunicazione, formati digitali e siti di diverso tipo capaci di nascere e morire in tempi rapidissimi, gli anni Zero portarono a maturazione l&#8217;esperienza precedente con la nascita di un gran numero di strumenti e piattaforme commerciali la cui fortuna continua ancor oggi.<\/p>\n<p>Giusto per far qualche esempio noto, oltre a riconfermare le realt\u00e0 gi\u00e0 esistenti pi\u00f9 solide**, come Amazon (1994) e Google (1998), gli anni Zero videro la nascita di iTunes (2001), Wikipedia (2001), Skype (2003), Facebook (2004), Gmail (2004), Yelp (2004), YouTube (2005), Google Maps (2005), Twitter (2006), Google Docs (2006), Spotify (2006), lo Smartphone (2007 &#8211; primo iPhone), DropBox (2007), Chrome (2008), AirBnB (2008), Zalando (2008) WhatsApp (2009), Uber (2009), Pinterest (2009), Instagram (2010), Tablet (2010 &#8211; primo iPad).<\/p>\n<p>Grazie alla sempre maggiore diffusione di Internet e al continuo aumento di servizi online, in quegli anni l\u2019accesso al web inizi\u00f2 a diventare esperienza quotidiana anche al di fuori dell&#8217;ambito lavorativo per molte persone che non provenivano dal mondo dell\u2019informatica o dell\u2019hacking.<\/p>\n<p>Se gli ambienti hacktivisti prospettavano un futuro di utenti con un approccio all&#8217;informatica critico e attivo, le nuove piattaforme commerciali compresero che il vero affare era l\u2019estrazione di informazioni dagli utenti, e che ci\u00f2 poteva essere ottenuto fornendo strumenti gratuiti e subito funzionanti, che richiedessero pochissimo impegno per capire come usarli. La maggior parte degli utenti, dunque, si approcci\u00f2 al web in quegli anni trovando la disponibilit\u00e0 di applicazioni e piattaforme gratuite realizzate con grandi capitali, ampiamente pubblicizzate, esteticamente piacevoli e molto facili da usare. Se negli anni &#8217;90 era considerato normale dover pagare per servizi come l&#8217;email, ora un&#8217;intera generazione di utenti veniva educata ad abbracciare strumenti e servizi gratuiti, e a ritenere inevitabile il dover dare in cambio l\u2019accesso ai propri dati.<\/p>\n<p>Il software libero realizzato da una galassia eterogenea di realt\u00e0 prive di grandi capitali, che richiedeva uno sforzo di comprensione maggiore e in alcuni casi era a pagamento, risultava decisamente meno attraente.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 che col tempo, a parte poche meritevoli eccezioni ascrivibili al mondo dell&#8217;hacking vero e proprio, anche gli ambienti inizialmente pi\u00f9 critici e attenti hanno finito con l&#8217;adottare gli stessi strumenti commerciali che avrebbero dovuto avversare. Ci siamo dunque trovati con realt\u00e0 anticapitaliste che comunicano le proprie iniziative su Facebook, si scambiano le email con Gmail, comunicano con Whatsapp e si scambiano documenti con Google Drive.<\/p>\n<p>In modo altrettanto preoccupante, diversi enti pubblici hanno affidato le proprie comunicazioni (anche interne!) agli strumenti delle Big Tech. Oltre a consolidare queste preoccupanti situazioni di monopolio privato ed a contribuire alla diffusione del <em>data mining<\/em> nelle nostre vite, l&#8217;adozione acritica di questi mezzi ha contribuito a consolidare la falsa idea che questo modello\u00a0 \u2013 grande azienda di capitali che fornisce strumenti centralizzati su scala globale \u2013 sia l\u2019unico possibile.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>5. Software libero<\/strong><\/h4>\n<p>Uno degli aspetti frustranti di quest&#8217;abbandonarsi in massa alle tecnologie traccianti \u00e8 che le alternative non mancano affatto. Non solo non si \u00e8 mai smesso di realizzare software libero ma anzi, quest&#8217;ultimo copre una grande percentuale del software prodotto su scala mondiale.<\/p>\n<p>Non \u00e8 certo possibile condensare in poche righe la natura, filosofia e storia del software libero, del movimento internazionale che lo supporta e men che meno esporne le diverse sfaccettature, ma giusto per illustrarne i tratti essenziali baster\u00e0 dire che si tratta di programmi il cui codice-sorgente \u00e8 aperto e distribuito liberamente. Questo permette a chiunque ne abbia la capacit\u00e0 di verificarne il funzionamento, collaborare a migliorarlo, modificarlo e crearne versioni alternative.<\/p>\n<p>Si tratta di una differenza notevole rispetto al software commerciale, che invece \u00e8 chiuso, intoccabile e protetto da copyright. Volendo fare un paragone automobilistico, il software libero \u00e8 come un\u2019automobile di cui si pu\u00f2 aprire il cofano, vedere il motore, ripararlo, modificarlo o addirittura assemblarne uno nuovo, mentre il software chiuso \u00e8 come un\u2019automobile il cui cofano \u00e8 sigillato e si pu\u00f2 solo tentar di dedurre come funzioni esattamente, senza averne mai la certezza.<\/p>\n<p>Se il software commerciale \u00e8 sempre controllato dall\u2019azienda che lo produce, il software libero \u00e8 realizzato e mantenuto da un ventaglio di realt\u00e0 che spaziano dal singolo programmatore che lavora in autonomia all\u2019azienda etica che mette a disposizione gratuita il software che ha creato guadagnando invece dalla vendita di servizi o tramite donazioni, fino a intere community dedite allo sviluppo collettivo di un intero sistema operativo.<\/p>\n<p>La filosofia stessa con cui viene realizzato il software libero stimola costanti revisioni da parte di intere comunit\u00e0 globali e fa s\u00ec che questo sia spesso molto pi\u00f9 efficiente di quello commerciale, tanto che anche molti strumenti commerciali che utilizziamo quotidianamente contengono, sotto i propri cofani, ampie porzioni di software libero.<\/p>\n<p>Se da un lato le aziende commerciali hanno imposto il proprio dominio tramite una potenza di fuoco difficile da contrastare, dall&#8217;altro lato \u00e8 pur vero che si sono imposte anche grazie ad un certo tipo d&#8217;attenzione all&#8217;utente medio, in termini di semplicit\u00e0 e immediatezza di utilizzo, che il mondo del software libero non sempre \u00e8 stato in grado di fornire.<\/p>\n<p>Si tratta tuttavia, anche in questo caso, di una classica situazione ricorsiva: la minor adozione di strumenti liberi da parte della maggioranza degli utenti \u00e8 al tempo stesso causa e conseguenza del loro insufficiente adattamento alle esigenze del grande pubblico.<\/p>\n<p>Un esempio su tutti pu\u00f2 essere il caso di <a href=\"https:\/\/www.jabber.org\/\"><strong>Jabber\/XMPP<\/strong><\/a>, tecnologia di chat che esiste dal 1999. Non ha nulla da invidiare ai vari Whatsapp, iChat e simili, ma non \u00e8 mai stata in grado di imporsi. Molto probabilmente una maggior adozione iniziale avrebbe contribuito non poco a consolidarne la diffusione e spronare un maggior numero di persone ad attivarsi per levigarne alcune caratteristiche che ancor oggi ne rallentano la diffusione.<\/p>\n<p>Va per\u00f2 tenuto conto che alla base di certe caratteristiche che possono rendere meno immediato l&#8217;utilizzo del software libero vi sono spesso ragioni tecnico-etiche che <em>devono<\/em> essere mantenute tali. Prendiamo ancora l&#8217;esempio di Jabber\/XMPP: per usare Whatsapp, Viber o Telegram bastano pochi click sullo smartphone e questi, dopo aver preso possesso del nostro numero di telefono e di quello di tutti i nostri contatti, funzionano immediatamente. Al contrario Jabber\/XMPP richiede la creazione di un account e poi i contatti vanno inseriti manualmente. Se nel primo caso regaliamo i dati di tutti i nostri conoscenti e tutti i nostri dialoghi in cambio di uno strumento subito funzionante, nell&#8217;altro abbiamo uno strumento che richiede s\u00ec alcuni settaggi iniziali, ma in cambio non invade la privacy di nessuno.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-40616\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/mastodonlogo.png\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"161\" \/>Ad ogni modo, il mondo del software libero non \u00e8 mai stato a guardare ed ha costantemente maturato e migliorato la propria attenzione verso l&#8217;utenza media. <strong>Mastodon<\/strong> \u00e8 uno degli esempi di software libero che, mirando ad equilibrare le proprie caratteristiche complesse e un utilizzo il pi\u00f9 possibile semplificato, riesce ad attrarre numeri importanti.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>6. I mille tentacoli di Google<\/strong><\/h4>\n<p>Di solito chi utilizza un certo strumento vuole solamente che sia facile e pratico nel fare ci\u00f2 che deve. Questo atteggiamento pu\u00f2 certo bastare nel caso di strumenti che per loro natura sono finiti in s\u00e9 stessi, come un martello, una bici o una macchina da scrivere, ma non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente quando si ha a che fare con strumenti informatici, perch\u00e9 questi ultimi, sotto la loro parte visibile, possono comportarsi in modi che non approviamo e che contribuiscono a ingabbiarci sempre pi\u00f9.<\/p>\n<p>Nel caso di Google, ad esempio, le informazioni che inseriamo attivamente nei suoi strumenti sono la parte <em>visibile<\/em> di ci\u00f2 che stiamo consegnando: i testi che digitiamo: una parola cercata sul motore di ricerca, il contenuto di un&#8217;email, gli appuntamenti inseriti sul calendario, una citt\u00e0 cercata su Google Earth, ma anche i pdf caricati su Google Drive, le foto ed i tracciati GPS&#8230; Sono dati che grossomodo chiunque si rende conto di consegnare all&#8217;azienda.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 la parte <em>invisibile<\/em> quella pi\u00f9 consistente, composta da miriadi di informazioni personali che Google carpisce anche quando non ci rendiamo nemmeno conto che stiamo inviando dati, anzi, anche quando non ci rendiamo nemmeno conto che stiamo usando Google.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/addons.mozilla.org\/it\/firefox\/addon\/cloud-firewall\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-42177\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/cloudfirewall.png\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"421\" \/><\/a>Per esempio: quando si naviga su un <em>qualunque<\/em> sito internet \u00e8 molto probabile che questo contenga componenti che trasmettono informazioni a Google. Un&#8217;estensione per il browser <strong>Firefox<\/strong> chiamato <a href=\"https:\/\/addons.mozilla.org\/it\/firefox\/addon\/cloud-firewall\/\"><strong>Cloud Firewall<\/strong><\/a> permette di bloccare questi elementi. \u00c8 particolarmente istruttivo navigare sui siti che si frequentano regolarmente ma con Cloud Firewall impostato per bloccare <em>tutti<\/em> gli elementi traccianti o anche solo quelli di Google: da alcuni siti scompaiono i banner pubblicitari, in altri non appaiono pi\u00f9 i commenti, oppure possono scomparire i video e le immagini, o non ci sono pi\u00f9 i soliti font n\u00e9 gli sfondi; diversi pulsanti scompaiono o smettono di funzionare; certe pagine non sono nemmeno pi\u00f9 navigabili, perch\u00e9 basate completamente sui servizi delle Big Tech. Basta un pomeriggio di navigazione con Cloud Firewall attivato per rendersi immediatamente conto di <em>quanta<\/em> parte di Internet sia materialmente in mano a queste poche aziende.<\/p>\n<p>Ma non finisce qui: Google mette a disposizione di programmatori, web designer e professionisti vari una lunga serie di servizi tecnici\u00a0 \u2013 <a href=\"https:\/\/www.wikipedia.org\/wiki\/List_of_Google_products\">un elenco<\/a> \u00e8 disponibile su Wikipedia \u2013 a cui solitamente non si presta molta attenzione e con cui abbiamo a che fare quotidianamente, come i captcha (verifica in due passaggi per entrare in un sito web), il login con l\u2019account di Google, oppure Google Analytics. Sono tutti strumenti (tentacoli) con cui Google estende le proprie capacit\u00e0 di estrazione dati. Chi usa Android molto probabilmente sincronizza i propri contatti tramite Google e quindi gli consegna tutta la propria rubrica. Ci sono app di notizie che si appoggiano su Google News e dunque gli forniscono informazioni sugli argomenti che ci interessano ecc. Alcuni di questi strumenti, addirittura, possono essere essenziali al funzionamento stesso di Internet, come il Google Public DNS sul quale vale la pena spendere qualche parola.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>7. Il Google public DNS<\/strong><\/h4>\n<p>Ogni sito internet \u00e8 identificato da un proprio codice univoco chiamato <i>indirizzo IP<\/i> che funziona pi\u00f9 o meno come un numero di telefono: inserisci il codice IP nel browser e questo si connette alla pagina desiderata. Per esempio, questo post si trova su <em>Giap<\/em>, il cui indirizzo IP \u00e8 136.243.238.37. Se si inserisce tale indirizzo nella barra del proprio browser, premendo invio si aprir\u00e0 proprio <em>Giap<\/em>.<\/p>\n<p>Gli indirizzi IP per\u00f2 sono scomodi da ricordare: \u00abHo letto un gran bell&#8217;articolo su 136.243.238.37\u00bb non suona granch\u00e9 bene&#8230; Per questo fin dai primordi del web \u00e8 stata sviluppata una rete di server chiamati DNS, Domain Name System, ognuno dei quali contiene una sorta di rubrica indirizzi pubblica che collega gli indirizzi IP a nomi pi\u00f9 semplici da memorizzare, i nomi di dominio, ossia gli URL a cui siamo abituati che iniziano con www e finiscono con punto qualcosa. \u00c8 grazie al DNS che possiamo usare <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/\">www.<\/a><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/\">wumingfoundation.com<\/a> al posto di una scomoda sequenza di numeri.<\/p>\n<p>Qui arriva la parte che ci interessa: quando digitiamo un URL o clicchiamo un link il nostro device non fa altro che interrogare uno o pi\u00f9 server DNS chiedendo loro l&#8217;indirizzo IP corrispondente e permettendo la connessione. \u00c8 evidente che chi gestisce un server DNS sapr\u00e0 sempre che un dato computer o smartphone ha cercato un certo sito, e ci\u00f2 indifferentemente dal computer o modello di telefono usato, dal sistema operativo, browser e motore di ricerca. Ebbene, il servizio DNS pi\u00f9 grande e usato al mondo e che facilmente troviamo impostato di default nei nostri device <a href=\"https:\/\/www.wikipedia.org\/wiki\/Google_Public_DNS\">appartiene proprio a Google<\/a>.<\/p>\n<p>Google dichiara di cancellare parte dei dati di navigazione di cui viene a conoscenza entro 48 ore, ma che un&#8217;altra parte la conserva a tempo indefinito. In sostanza siamo di fronte a un&#8217;azienda che oltre a possedere un quasi-monopolio sulle ricerche online detiene pure il controllo di grandissima parte dei dati sulla navigazione anche di chi non usa il suo motore di ricerca.<\/p>\n<p>Ebbene, ci vuol poco a cambiare il server DNS che il nostro device interroga di default.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>8. Fonti differenti ma analisi unica<\/strong><\/h4>\n<p>Ricerche online, traffico DNS, movimenti del mouse, posizioni GPS, reti a cui ci si connette, rubriche telefoniche, tasti digitati sulla tastiera: sono informazioni di natura diversissima, e prese singolarmente possono avere un&#8217;importanza relativa, ma tutti insieme e in mano ad un\u2019unica azienda possono essere incrociati fra loro ed \u00e8 a questo punto che divengono estremamente importanti (per l\u2019azienda) e pericolosi (per noi).<\/p>\n<p>Per esempio, durante una banale navigazione in Internet le diverse fonti a cui Google attinge permettono di ricostruire ogni minimo dettaglio della nostra navigazione: possiamo fare una ricerca su Google (1) che ci rimanda a un sito che contiene componenti di Google (2), banner pubblicitari di Google (3) e un video di YouTube (4). Per accedere al sito potremmo doverci loggare con l&#8217;account di Google (5) e passare per il suo captcha (6). All&#8217;interno poi troveremo un link ad un secondo sito e cliccandoci useremo il DNS di Google (7). Tutto questo potrebbe esser stato fatto con Chrome (8) da un cellulare Android (9) della linea Pixel (10), prodotta dallo stesso Google. Pi\u00f9 sono gli strumenti di Google che utilizziamo e pi\u00f9 dettagliata sar\u00e0 la sua conoscenza delle nostre attivit\u00e0.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-42184\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Googleempire.png\" alt=\"\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<p>\u00c8 inevitabile che alcune attivit\u00e0 online vengano tracciate dai fornitori di servizi; ecco perch\u00e9 oltre alla comprensione degli strumenti e all\u2019utilizzo delle alternative libere, anche recidere i diversi tentacoli \u00e8 di importanza fondamentale, poich\u00e9 l\u2019accumulazione centralizzata di una grande mole di dati non permette solamente di ricostruire reti di contatti, abitudini e spostamenti ma, come si \u00e8 gi\u00e0 accennato, pu\u00f2 spingersi ancor pi\u00f9 a fondo permettendo una schedatura sociale, economica, psicologica e politica di ogni soggetto.<\/p>\n<p>Qui si apre un campo di discussione vastissimo in cui l&#8217;analisi dei dati va a toccare aspetti tecnici, semantici, psicologici, comportamentali, sociali e in cui strumenti e formule vengono continuamente sperimentati, scartati, modificati ed affinati. Le modalit\u00e0 e i criteri con cui questi dati vengono analizzati non sono di pubblico dominio e al massimo possiamo presumerli o dedurli.<\/p>\n<p>Chi presta attenzione alle notizie tecnologiche sa bene che negli anni Google ha continuamente sviluppato \u2013 e acquistato aziende che producono \u2013strumenti di vario genere utili ad acquisire pi\u00f9 informazioni o analizzarle con maggior dettaglio, e che tra il personale di Google vi sono psicologi, sociologi, esperti di statistica e di altri campi grazie ai quali vengono sviluppati algoritmi di analisi sempre pi\u00f9 raffinati, capaci di dedurre statisticamente tendenze sopite e debolezze psicologiche di ogni singolo utente arrivando a stilarne un ritratto completo e dedurne la <em>forma mentis<\/em>. E non solo la nostra: anche quelle di chi fa parte della nostra rete sociale.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 significa che liberarsi dagli strumenti di Google non \u00e8 sufficiente se viene fatto da un singolo utente, senza coinvolgere anche gli altri componenti delle nostre cerchie sociali: Google saprebbe comunque chi ti ha inserito in rubrica e chi ti chiama dal proprio telefono Android, saprebbe il tuo compleanno perch\u00e9 altri lo hanno inserito nei loro calendari e saprebbe quando la tua solita compagnia si trova tutta assieme nel vostro locale preferito grazie ai loro GPS ecc.<\/p>\n<p>Google potrebbe anche condurre esperimenti mirati, come far funzionare appositamente male l&#8217;assistente vocale in determinati momenti solo per misurare l&#8217;ansia e nervosismo che questo genera in noi, analizzando la nostra voce, oppure esponendo gli abitanti di regioni diverse a versioni differenti di una stessa notizia per studiarne le reazioni. Le tecnologie dell&#8217;informazione in mano a societ\u00e0 di capitali, dunque, non si limitano a trasformare il mondo in una rete di sorveglianza a cielo aperto, ma trasformano ogni persona in una cavia per esperimenti psicologici e sociali e rendono amici, parenti e vicini <em>delatori involontari<\/em>, fonti di informazioni su di noi.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>9. Il problema non sono necessariamente i dati, ma chi li detiene e ci\u00f2 che vuol farne<\/strong><\/h4>\n<p>Google guadagna dalla vendita dei nostri dati. O meglio: vende aggregazioni e analisi dei nostri dati. Quali siano i dati che vende dipende da scelte commerciali e, almeno in teoria, da limiti legali. In teoria, non pu\u00f2 vendere dati sensibili capaci di ricondurre gli acquirenti alla singola persona, ma quali siano esattamente questi limiti \u00e8 argomento tecnico-giuridico assai complesso: ad esempio, vendere anonimi tracciati GPS di percorsi fatti al mattino in bicicletta da attiviste napoletane di sinistra tra i 25 e 30 anni con un debole per i panda, potrebbe essere perfettamente legale.<\/p>\n<p>Che siano venduti o no, tuttavia, questi dati sono comunque informazioni presenti nei database di un&#8217;azienda privata che in futuro potrebbe analizzarli con nuovi strumenti, venderli legalmente, farseli rubare o essere obbligata a comunicarli a governi e agenzie di intelligence. Gi\u00e0 ci sono segnali in questo senso: il governo degli Stati Uniti ha tentato di imporre ad Apple di fornirgli gli strumenti per poter accedere a qualunque iPhone, generando l&#8217;assurda situazione in cui una multinazionale si \u00e8 atteggiata a paladina &#8220;buona&#8221; della privacy.<\/p>\n<p>La cessione di questi dati e analisi ad aziende private o enti di sorveglianza pu\u00f2 portare a scenari che non \u00e8 esagerato definire distopici. Solitamente, chi difende questo stato delle cose o minimizza il problema se ne esce con la massima fascistoide secondo cui \u00ab<i>chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe preoccuparsi\u00bb,<\/i> non facendo altro che deviare il discorso dal punto della questione: il problema non \u00e8 necessariamente il contenuto dei dati di per s\u00e9, ma chi li detiene e ci\u00f2 che vuol farne!<\/p>\n<p>La consegna di tutti i nostri dati permette di redigere profilazioni che per quanto raffinate esse siano, non escludono mai i bias di chi li realizza. In sostanza, chi ritiene di \u00abnon aver nulla da nascondere\u00bb non fa che affidare il giudizio sulla propria intimit\u00e0 a\u00a0 multinazionali e poteri governativi, che ovviamente la giudicheranno coi propri parametri culturali e in base ai loro interessi.<\/p>\n<p>Tu che leggi sei una persona &#8220;irreprensibile&#8221;? Poco importa: gli scenari che potresti incontrare in un futuro caratterizzato da un uso ancor pi\u00f9 massiccio dei big data sono comunque tremendi. Le scuole migliori (privatizzate) potrebbero rifiutare l&#8217;iscrizione dei tuoi figli perch\u00e9 in base alle analisi preventive effettuate tramite big data non rientrano nei loro standard; enti di polizia potrebbero metterti in una lista di &#8220;attenzionati&#8221; perch\u00e9\u00a0 classificano come pericoloso chiunque legga un determinato sito nonostante contenga contenuti legittimi; la tua compagnia di assicurazioni potrebbero aumentarti la polizza in base ai dati fisiologici ottenuti dai tuoi attrezzi sportivi; aziende potrebbero negarti l&#8217;assunzione perch\u00e9 nella tua rete di contatti vi sono sindacalisti a loro non graditi, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Sono scenari potenziali, si, ma che si trovano dietro l&#8217;angolo: a dividerci da loro ci sono forse alcune reticenze e barriere legali, ma \u00e8 in questa direzione che il capitalismo spinge con forza, ed \u00e8 un futuro che pu\u00f2 tentare di realizzarsi in diversi modi: abituando le persone a consegnare volontariamente i propri dati, oppure per vie legali o in altre forme ancora, pertanto ogni segnale che punti in quella direzione va tenuto sott&#8217;occhio. In quest&#8217;emergenza coronavirus, ne abbiamo notati parecchi.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>10. Decentrare, federare, adottare standard aperti<\/strong><\/h4>\n<p>Liberarsi dalle maglie di Google e limitarne lo strapotere \u00e8 un processo che pu\u00f2 essere attuato solo adottando software libero, ma sostituire strumenti su cui non abbiamo il controllo con strumenti trasparenti non basta ad evitare la formazione di nuovi enti accentratori. Questo perch\u00e9 numerosi strumenti si appoggiano a servizi forniti da terzi: allo stato attuale, \u00e8 irrealistico prospettare uno scenario in cui ogni singola persona\/utente gestisce da s\u00e9 un proprio server casalingo su cui girino chat, email o quant\u2019altro.<\/p>\n<p>Parimenti, lo scenario \u2013 non meno irrealistico \u2013 in cui diversi servizi globali siano sostituiti da una moltitudine di alternative indipendenti farebbe venir meno diversi dei vantaggi che offrono alcune piattaforme globali.<\/p>\n<p>La soluzione prospettata da diverse piattaforme libere per fornire al tempo stesso i vantaggi delle reti autonome e la comodit\u00e0 delle grandi piattaforme consiste nell\u2019applicazione di due concetti: <em>decentralizzazione<\/em> e <em>federazione<\/em>, con cui si intende la creazione di reti interconnesse tra loro (\u00abfederate\u00bb) di diversi fornitori di servizio indipendenti (\u00abdecentralizzati\u00bb) attraverso una tecnologia di comunicazione comune.<\/p>\n<p>Un esempio di strumento federato e decentralizzato gi\u00e0 noto e usato da anni \u00e8 l\u2019email: gli indirizzi di qualsiasi provider difatti possono dialogare con tutti gli altri indirizzi mail esistenti.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42202\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Network-models-1.png\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"403\" \/><\/p>\n<p>Il concetto di fondo consiste nel dare la priorit\u00e0 non a singoli strumenti alternativi ma a protocolli aperti che possano a loro volta essere utilizzati tramite strumenti liberi, ossia consolidare standard diffusi e utilizzabili da chiunque senza obbligare nessuno a legarsi ad un certo fornitore di servizi specifico<\/p>\n<p>Per fare un paragone: Whatsapp \u00e8 uno strumento chiuso che pu\u00f2 essere usato esclusivamente passando da Whatsapp stesso (se ti togli da Whatsapp perdi tutte le chat Whatsapp); al contrario Mastodon \u00e8 uno strumento aperto privo di un &#8220;centro di comando&#8221;, che permette a chiunque di crearsi il proprio server con le regole che preferisce.<\/p>\n<p>Lo stesso concetto pu\u00f2 essere applicato in diverse forme: scegliere ad esempio di sostituire Google Drive passando in massa a Dropbox aiuterebbe ben poco. Al contrario si pu\u00f2 scegliere uno dei numerosi provider che usano il software libero <strong>Nextcloud<\/strong>: anche qui, lo stesso software, ma messo a disposizione da realt\u00e0 diverse e indipendenti fra loro.<\/p>\n<p>La preferenza per gli standard aperti pu\u00f2 essere declinata anche sui singoli file: ognuno, ad esempio, pu\u00f2 scegliere l\u2019editor di testi che preferisce ma se ci si impone di usare solo editor che possano lavorare in formato <strong>.odt<\/strong> (Opendocument, l\u2019alternativa libera dei file .doc) ecco che ci\u00f2 porterebbe pure diverse aziende commerciali ad adottare standard aperti.<\/p>\n<p>\u00c8 dunque possibile passare da una situazione che vede un servizio di Google impostosi come riferimento unico globale, tipo Google Maps, ad una situazione con applicazioni diversissime e indipendenti che hanno come riferimento comune le ricche mappe di <a href=\"https:\/\/www.openstreetmap.org\/#map=5\/42.088\/12.564\"><strong>OpenStreetMap<\/strong><\/a>.<\/p>\n<p>Si tenga anche conto che in alcuni casi ci\u00f2 pu\u00f2 richiedere un acquisto o una donazione, perch\u00e9 realizzare e mantenere certi servizi pu\u00f2 avere un certo costo.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>11. Propaganda invisibile e mirata<br \/>\n<\/strong><\/h4>\n<p>Il banner &#8220;targetizzato&#8221; che appare dopo che abbiamo fatto una certa ricerca, per quanto fastidiosissimo, \u00e8 solo la forma pi\u00f9 grossolana e visibile di utilizzo dei nostri dati a scopo propagandistico-commerciale.<\/p>\n<p>Le cose diventano molto pi\u00f9 ambigue quando la propaganda si manifesta in modi meno espliciti. Gi\u00e0 adesso, per intenderci, Google cambia da utente a utente l\u2019ordine dei risultati che mostra sul suo motore di ricerca, ma \u00e8 nei possibili sviluppi futuri delle tecnologie che coinvolgono le intelligenze artificiali (IA) che il quadro si fa pi\u00f9 inquietante. I testi scritti automaticamente dalle IA. si stanno facendo sempre pi\u00f9 indistinguibili da quelli realizzati da esseri umani ed \u00e8 dunque possibile prospettare che dei crawler \u2013 programmi automatizzati che scrutano i contenuti presenti in rete \u2013 collegati ai database di Google e a IA specializzate in scrittura, potranno di fatto essere utilizzati come giornalisti-robot capaci di generare in tempi rapidissimi articoli di news altamente targetizzati, coi quali sarebbe possibile propagandare una stessa informazione in modi differenziati, per far passare un medesimo concetto a persone di orientamenti totalmente opposti, differenziando gli articoli in forme adatte ad essere maggiormente accettate da ciascun singolo utente.<\/p>\n<p>Se il concetto da far passare fosse che \u00abil soggetto politico X \u00e8 inaffidabile\u00bb, a una stessa ricerca le persone gi\u00e0 ostili a tale soggetto potrebbero vedere notizie che rafforzano la loro avversione, mentre alle persone simpatizzanti le stesse notizie potrebbero essere mostrate in forme pi\u00f9 ambigue e sfumate, in modo da scavalcare le difese e generare comunque sospetti e dubbi.<\/p>\n<p>La colonizzazione dei quotidiani da parte delle aziende di <em>data mining<\/em> potrebbe avvenire in forme non dissimili da quelle gi\u00e0 applicate dalla <em>gig economy<\/em> in altri settori: cos\u00ec come AirBnB non &#8220;possiede&#8221; gli appartamenti che affitta, Google potrebbe non possedere mai i quotidiani, ma legandoli irrimediabilmente a s\u00e9 attraverso i propri servizi e detenendo il potere sulle piattaforme utilizzati, controllarli di fatto. Attualmente Google avvantaggia i siti di news che adottano un suo formato di pubblicazione chiamato AMP, legando cos\u00ec a s\u00e9 queste testate, spingendoci a preferirle rispetto ad altre. Se cerchi una notizia su Google vengono mostrate prima le testate che usano AMP, mentre articoli forse pi\u00f9 completi e documentati vengono relegati alla pagina 3, che raramente viene aperta.<\/p>\n<p>Nel caso di Cambridge Analytica, che ha riguardato la Brexit e le presidenziali statunitensi del 2016, \u00e8 stato osservato che il massiccio uso di news dal taglio personalizzato e distribuite nei feed personali di Facebook pu\u00f2 aver influenzato l&#8217;opinione pubblica in maniera rilevante ma non controllabile, mostrando contenuti di propaganda mirata di cui non \u00e8 stato possibile tenere traccia, dato che scomparivano poco dopo esser stati letti (Facebook non registra la cronologia di quali annunci vengono mostrati ad un utente). In quel caso si \u00e8 trattato perlopi\u00f9 di post a pagamento che gli utenti pi\u00f9 sgamati avrebbero potuto identificare per ci\u00f2 che erano, ma cosa succeder\u00e0 quando non sar\u00e0 pi\u00f9 possibile comprendere se una data notizia \u00e8 targetizzata su di me o no?<\/p>\n<p>Oggi la cosa viene ancora svolta con un alto tasso di intervento umano, tramite persone che si occupano materialmente di scrivere materiale di propaganda in seguito trasmesso da bot o pubblicato come annuncio a pagamento ma non \u00e8 cos\u00ec distante il futuro in cui potremmo interagire con bot indistinguibili da utenti reali, con tanto di voce e immagine video generata artificialmente, che dialogheranno con noi esponendoci le loro &#8220;opinioni&#8221; utilizzando sottigliezze discorsive e psicologiche tagliate apposta per far breccia nella nostra psiche, grazie al fatto che, a nostra insaputa, ci conoscono perfettamente.<\/p>\n<p>Propaganda commerciale e propaganda politica si rivelano di fatto indistinguibili e ci\u00f2 non \u00e8 un mero accidente causato dalla tecnologia: si tratta della naturale evoluzione delle logiche capitalistiche, che vedono nell&#8217;estrazione di valore dalle attivit\u00e0 umane la premessa per manifestarsi appieno nella loro evoluzione successiva, ossia il capitalismo della sorveglianza.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>12. Capitalismo della sorveglianza<\/strong><\/h4>\n<p>Il capitalismo della sorveglianza \u00e8 gi\u00e0 realt\u00e0. Semplicemente, le forme in cui si realizza\u00a0 non si sono ancora espresse al massimo. E se le sue manifestazioni materiali pi\u00f9 evidenti sono quelle legate all&#8217;IoT, \u00e8 soprattutto agli aspetti sociali derivanti dalla loro implementazione che bisogna prestare attenzione, e soprattutto alla <em>domanda di sicurezza<\/em> che oggi viene costantemente alimentata (c&#8217;\u00e8 sempre un&#8217;emergenza utile alla bisogna).<\/p>\n<p>Basta solo ipotizzare che le reti di telecamere gi\u00e0 esistenti nelle nostre citt\u00e0 vengano implementate \u2013 <a href=\"https:\/\/www.theguardian.com\/commentisfree\/2020\/jan\/27\/facial-recognition-cameras-technology-police\">come sta avvenendo in altre parti del mondo<\/a> \u2013 con tecnologie di riconoscimento facciale a loro volta connesse con profilazioni ottenute da fonti come Google, per rendersi conto del potenziale livello di controllo a cui andiamo incontro.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 pu\u00f2 gi\u00e0 essere osservato in Cina, dove le tecnologie per la sorveglianza sono utilizzate in maniera massiccia: a Shanghai, megaschermi collegati a sistemi di riconoscimento facciale posti nei pressi di passaggi pedonali, mostrano il documento d&#8217;identit\u00e0 di chi attraversa con il rosso. Una forma moderna di gogna pubblica.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42189\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/China-public-shaming-1.jpeg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"466\" \/><\/p>\n<p>Le stesse tecnologie vengono impiegate in banche, aeroporti, alberghi e bagni pubblici. Se ne vedono le applicazioni pi\u00f9 estreme nello Xinjiang, dove tra sistemi di riconoscimento facciale, scansioni biometriche e sistemi di sorveglianza a terra ed aerea (coi droni) la regione abitata dalla minoranza uigura \u00e8 diventata un vero e proprio carcere a cielo aperto in cui i movimenti di ogni persona sono monitorati, registrati e analizzati.<\/p>\n<p>La <em>domanda di sicurezza<\/em> di cui sopra, che da tempo plasma la vita nelle nostre citt\u00e0, tra richieste di installazione di videocamere ovunque, militari impegnati nell&#8217;operazione \u00abStrade sicure\u00bb, controlli di vicinato, droni che sorvolano le manifestazioni, sistemi di riconoscimento veicolare e accessi monitorati mostra tendenze che potrebbero evolversi in scenari non dissimili da quello appena descritto per lo Xinjiang. L\u2019esempio pi\u00f9 recente cui abbiamo assistito \u00e8 stato quello dei lockdown imposti per il Covid-19, di dubbia utilit\u00e0 per lo scopo esplicito (contenere la diffusione del virus) ma utili a quello implicito, ossia far avanzare di qualche passo l&#8217;accettazione di controlli autoritari e sospensione delle libert\u00e0.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42192\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Facial-recognition.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"407\" \/><\/p>\n<p>Non si tratta di scenari unilateralmente calati dall&#8217;alto: sono accolti e addirittura auspicati da una fetta della popolazione intrisa di ideologia securitaria o, pi\u00f9 spesso, auspicati parzialmente, senza rendersi conto dello scenario nel suo complesso.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 avviene nella presunzione che un monitoraggio costante di ogni attivit\u00e0 umana e sociale serva a renderci non solo pi\u00f9 sicuri ma pure pi\u00f9 efficienti, in una continua ricerca di \u00abottimizzazione\u00bb tramite sorveglianza e punizione.<\/p>\n<p>Basta pensare al livello di controllo che diverse aziende applicano sui propri dipendenti, sempre pi\u00f9 spesso obbligati a registrare ogni loro minima attivit\u00e0, a strisciare il badge all\u2019entrata e all\u2019uscita del gabinetto perch\u00e9 qualcuno possa stilare statistiche sui tempi della nostra pisciata media ecc.<\/p>\n<p>Ecco, in soldoni, la peggior deriva a cui stiamo andando incontro: un futuro che \u00e8 gi\u00e0 qui, in cui raccolta di dati, profilazione, monitoraggio e sorveglianza senza limite sono legati a doppio filo con l&#8217;ideologia legalitario-securitaria diffusa nella societ\u00e0 social-mediatizzata.<\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>13. Degooglizziamo le nostre vite<\/strong><\/h4>\n<p>\u00c8 in riferimento a tutto questo che risulta interessante, utile e preziosa la campagna di <em>degooglizzazione<\/em>, che invita a non consegnare pi\u00f9 a Google nessun momento delle nostre vite. Si tratta di una campagna informale portata avanti in modo spontaneo, singolarmente o in gruppo, da un gran numero di hacktivist in tutto il mondo.<\/p>\n<p>Rispetto ad altri processi simili e altrettanto importanti ma pi\u00f9 semplici da avviare \u2013 come l&#8217;adozione di piattaforme alternative a Facebook, Instagram, Twitter e Whatsapp \u2013 la rimozione di Google, per via della vastit\u00e0 e variet\u00e0 di campi informatici che tocca, \u00e8 una pratica da svolgersi in pi\u00f9 fasi, toccando ogni volta con mano e imparando tutti gli aspetti tecnici che \u00e8 necessario conoscere.<\/p>\n<p>La degooglizzazione, in sostanza, aiuta ad allenarsi per portare avanti l&#8217;impegno, sempre pi\u00f9 necessario, a sviluppare una maggior consapevolezza informatica.<\/p>\n<p>Una fonte consigliabile \u00e8 <a href=\"https:\/\/framasoft.org\/it\/\"><strong>Framasoft<\/strong><\/a>, associazione francese nata per diffondere l&#8217;adozione di software libero. Da alcuni anni Framasoft porta avanti un progetto di degooglizzazione <a href=\"https:\/\/degooglisons-internet.org\/fr\/list\/\">offrendo molti strumenti alternativi<\/a> e suggerimenti utili.<\/p>\n<p>Leggi: <a href=\"https:\/\/nilocram.wordpress.com\/tag\/framasoft\/\">Cosa puoi fare nel 2020 insieme a Framasoft.<\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/framasoft.org\/it\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-42190 size-full\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/framasoft.png\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"313\" \/><\/a><\/p>\n<h4 class=\"western\"><strong>Conclusione<\/strong><\/h4>\n<p>Siamo gi\u00e0 in ritardo e bisogna recuperare il tempo perduto. Si tratta di un percorso a volte scomodo \u2013 \u00abla degooglizzazione non \u00e8 un pranzo di gala\u00bb, ha scritto Wu Ming su Bida tempo fa \u2013 ma la cui necessit\u00e0 \u00e8 sempre pi\u00f9 impellente.<\/p>\n<p>L&#8217;impegno dev\u2019essere il pi\u00f9 attivo, diffuso e collettivo possibile: esistono decine di hacklab e migliaia di persone capaci di aiutare in questo percorso, che ha perlomeno il vantaggio di poter essere effettuato a scaglioni:<br \/>\n\u25a0 sostituire il motore di ricerca di Google con <a href=\"https:\/\/duckduckgo.com\/\"><strong>DuckDuckGo<\/strong><\/a> e <a href=\"https:\/\/searx.me\/\"><strong>SearX<\/strong> <\/a>\u00e8 operazione che si fa in un attimo;<br \/>\n\u25a0 sostituire Google Maps con <a href=\"https:\/\/osmand.net\/\"><strong>OsmAnd<\/strong><\/a> o <a href=\"https:\/\/pocketearth.com\/\"><strong>Pocket Earth<\/strong><\/a> pure;<br \/>\n\u25a0 stessa cosa per passare da Chrome a <a href=\"https:\/\/www.mozilla.org\/en-US\/firefox\/new\/\"><strong>Firefox<\/strong><\/a>;<br \/>\n\u25a0 per aprire una nuova casella email con <a href=\"https:\/\/www.autistici.org\/get_service\"><strong>Autistici<\/strong><\/a> o <a href=\"https:\/\/www.tutanota.com\/\"><strong>Tutanota<\/strong><\/a> \u00e8 gradita una donazione, nel primo caso, o richiesto un piccolo pagamento, nel secondo;<br \/>\nper cose pi\u00f9 complesse, come passare da Windows a una distribuzione GNU\/Linux o altro, ci vuole un po di pi\u00f9 tempo, via via fino a cose pi\u00f9 complesse come sostituire il sistema operativo del cellulare.<\/p>\n<p>Seguire le news tecnologiche e i forum di informatica dovrebbe diventare un\u2019attivit\u00e0 costante. Inevitabilmente ci saranno scazzi, si sbatter\u00e0 il muso sul bisogno di cambiare abitudini, imparare l&#8217;uso di strumenti nuovi, aver a che fare con le diverse opinioni degli &#8220;smanettoni&#8221; su quale sia lo strumento alternativo migliore, ma il punto \u00e8 tirarsi su le maniche e cominciare a lavorarci.<\/p>\n<p>Subito.<\/p>\n<p>_<\/p>\n<p>* <strong>Ca_Gi<\/strong> collabora a vari progetti della Wu Ming Foundation, tra i quali il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Ha <a href=\"https:\/\/cagizero.wordpress.com\/\">un blog<\/a> dove pubblica tutorial tecnologici e controinchieste su vari temi, e <a href=\"https:\/\/mastodon.bida.im\/web\/accounts\/33885\">un account sull&#8217;istanza Bida di Mastodon<\/a>. Da mesi lavora indefessamente al proprio <em>degoogling<\/em>. Diamogli una mano, degooglizzandoci anche noi.<\/p>\n<p><strong>ALTRE LETTURE<\/strong><\/p>\n<p>\u25a0 Il 7 febbraio scorso <strong>Bruce Hahne<\/strong>, ingegnere e manager presso Google, si \u00e8 dimesso dall\u2019azienda con <a href=\"https:\/\/www.alphabetworkers.org\/resignation-letter\/\" rel=\"nofollow ugc\">una dettagliata lettera aperta<\/a> e l\u2019avvio di una campagna rivolta tanto agli altri lavoratori di Alphabet quanto all&#8217;utenza. L&#8217;accusa, documentata, \u00e8 di complicit\u00e0 nel disastro climatico e nel business della guerra. Per capirci, il precedente storico che cita \u00e8 il ruolo che ebbe l\u2019IBM nello sterminio nazista. Parla anche delle ritorsioni contro dipendenti gay e transgender, licenziat* per il loro attivismo dentro l\u2019azienda.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">** Si noti che la maggior parte delle aziende nate negli anni &#8217;90 inizieranno a diventare economicamente rilevanti solo dopo diversi anni dalla fondazione, a riprova dell\u2019impegno economico-finanziario di chi, in anticipo sui tempi, aveva intuito la necessit\u00e0 di conquistare posizioni dominanti in questo settore. Il caso pi\u00f9 noto \u00e8 quello di Amazon che, sopravvissuta alla bolla delle dot-com, oper\u00f2 in perdita fino al 2001.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Riprendiamo il discorso aperto con L&#8217;amore \u00e8 fortissimo, il corpo no: quello sul capitalismo delle grandi piattaforme, sui comportamenti indotti dagli algoritmi dei social media, sull&#8217;estrazione di big data dalle nostre vite e sulla sorveglianza pervasiva che ne deriva. 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