{"id":39430,"date":"2019-10-04T09:00:04","date_gmt":"2019-10-04T07:00:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=39430"},"modified":"2019-10-04T10:41:40","modified_gmt":"2019-10-04T08:41:40","slug":"lo-specchio-nero-a-caccia-di-neofascisti-sugli-schermi-ditalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2019\/10\/lo-specchio-nero-a-caccia-di-neofascisti-sugli-schermi-ditalia\/","title":{"rendered":"Lo specchio nero.  A caccia di neofascisti sugli schermi d&#8217;Italia."},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.dotsedizioni.it\/prodotto\/lo-specchio-nero-i-sovranismi-sullo-schermo-dal-2001-a-oggi\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-39431\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Schermata-2019-10-02-alle-16.26.31.png\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"866\" \/><\/a><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">[<strong>WM2<\/strong>: Poco prima dell&#8217;estate, <a href=\"https:\/\/www.dotsedizioni.it\/prodotto\/lo-specchio-nero-i-sovranismi-sullo-schermo-dal-2001-a-oggi\/\">la casa editrice <em>Dots<\/em> ha pubblicato <em>Lo specchio nero<\/em><\/a>, un saggio del collettivo <strong>Dikotomiko<\/strong>* dedicato alla presenza\/assenza dei neofascisti sugli schermi italiani e planetari. L&#8217;analisi dei due autori ha svariati punti in comune con articoli e riflessioni che abbiamo pubblicato su <em>Giap, <\/em>a proposito delle amnesie del cinema nostrano, della riluttanza a pronunciare \u00ab<a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/12\/toh-i-fascisti\/\">la parola con la F<\/a>\u00bb, dei <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/04\/omicidio-di-alatri-e-parola-con-la-f\/\">format giornalistici e televisivi<\/a> utilizzati per raccontare (e ignorare) la violenza fascista. Letto e apprezzato il libro, abbiamo contattato <strong>Massimiliano Martiradonna<\/strong> e <strong>Mirco Moretti <\/strong>per sviscerare con loro le questioni che pi\u00f9 ci stavano a cuore. Ecco la chiacchierata telematica che ne \u00e8 venuta fuori.]<\/span><\/p>\n<p><strong>Il vostro libro \u00e8 un viaggio molto approfondito nella rappresentazione in video di neofascisti e neonazisti. Prima di discutere i risultati\u00a0 della vostra ricerca, vorrei porre una domanda di metodo. Anzi due, che per\u00f2 riguardano la stessa questione, quella di come avete circoscritto il terreno da esplorare. E quindi: che periodo avete considerato? E perch\u00e9, invece di limitarvi al cinema, avete deciso di spaziare dai videoclip musicali ai documentari, dalle serie TV ai lungometraggi?<\/strong><\/p>\n<p>Nell\u2019accelerazione compulsiva impressa dalle nuove tecnologie, il cinema ha dovuto adeguarsi a nuove forme di fruizione. Altro che <em>falso movimento<\/em>, tutto il cinema di oggi \u00e8 una corsa verso nuovi linguaggi, nuovi formati. Non ha pi\u00f9 senso parlare, solo, di film in quanto lungometraggi: se si parla di rappresentazione, occorre parlare, anche, di documentari, videoclip musicali, video disponibili per lo streaming su piattaforme planetarie. Un insieme non omogeneo di schegge impazzite. Una cluster bomb.<br \/>\nPer ovvie ragioni di analisi e di sintesi, abbiamo dovuto circoscrivere il nostro periodo di interesse, individuando una fondamentale discontinuit\u00e0 storica, il nostro \u201cda quel momento nulla \u00e8 stato pi\u00f9 come prima\u201d. Parliamo dell\u2019anno 2001, che ha deviato in modo traumatico e definitivo una traiettoria di futuro possibile &#8211; e plausibile. <!--more--><\/p>\n<p>Con amarezza, nelle presentazioni pubbliche del nostro saggio, ci siamo accorti che il 2001 \u00e8 percepito dai pi\u00f9 giovani in modo vago, un anno come i tanti di un presente liquido, male o non ancora storicizzato. Invece \u00e8 tra le rovine del 2001 che nasce il verme di ogni sovranismo.<\/p>\n<p>All\u2019alba del nuovo millennio, il mondo pare pervaso di autentico fervore sociale, solidale, internazionale. Si protesta, si balla, si sfila. Genie di giovani non allineati, ribelli con una causa. I nemici del movimento &#8220;no global&#8221; sono i grandi della terra, quelli con la G maiuscola: i governi dei Paesi occidentali, le principali economie mondiali, che allora come oggi si riuniscono in assetto variabile: a sette, a otto, a enne. Quel che accadde nei giorni del G8 di Genova, a luglio 2001, \u00e8 presente nel nostro saggio, direttamente con <em>Diaz \u2013 Don\u2019t Clean Up This Blood<\/em>, di D. Vicari, e di rimando con <em>ACAB<\/em>, di S.Sollima.<br \/>\nDue mesi dopo Genova, ecco un altro colpo di Storia, il colpo di grazia: l\u2019attentato alle Torri Gemelle. Un avvenimento che da allora non vuole smettere di finire, ripreso e scansionato e reso virale e tramandato in pixel nei secoli dei secoli. Altro che il tramonto della Camelot dei Kennedy, altro che il filmato Zapruder sull\u2019attentato di Dallas a JFK.<br \/>\nIl nuovo ordine mondiale come ordine del terrore. Terrore \u00e8 diverso da orrore, terrore \u00e8 il tremore, orrore sono i peli che si arricciano. Il tremore \u00e8 timore ancestrale, si cerca conforto dove non ce n\u2019\u00e8, si ripone la speranza nella religione. Nell\u2019ordine del terrore, vediamo infatti tornare la guerra di religione. Rozza, brutale, ubiqua, visibile e visionabile <em>on demand<\/em>.<\/p>\n<p>Vecchi fanatismi, nuovi linguaggi, nuove platee da sedurre, e nuovi strumenti per diffondere menzogne, perch\u00e9 il nuovo millennio \u00e8 l\u2019era dei social network, dei passaparola contagiosi e incontrollabili. Occorre essere seducenti, arrivare anche all\u2019ultimo degli analfabeti funzionali, indurlo, con le cattive o con le false notizie a sentirsi in pericolo. Si trasformano i frustrati e gli emarginati in tanti potenziali kamikaze, da tastiera e non solo.<\/p>\n<p><strong> Un\u2019altra scelta di metodo \u00e8 quella di mettere a confronto l\u2019Italia con il resto del mondo. A livello planetario, il vostro scandaglio rileva l\u2019emergere di un genere piuttosto definito, che chiamate <em>neonazi drama<\/em>. Di che si tratta?<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-39435\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/alina-levshin_combat-girls_kriegerin_guerriere_affiche-film_movie-poster-3.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"280\" \/>La produzione mondiale di rappresentazioni a tema \u00e8 copiosa. A cominciare dai fondamentali <em>Chez Nous<\/em> (A Casa Nostra) e <strong><em>Un Fran\u00e7ais<\/em><\/strong> (French Blood) dei cugini d&#8217;Oltralpe, per proseguire con il serbo <em>Skinning<\/em>, con i tedeschi <em>L\u2019Onda<\/em> e <em><strong>Kriegerin<\/strong><\/em> (Combat Girls)<em>.<\/em>Queste opere sembrano seguire un canone, apparentemente semplicistico, ma basato sull&#8217;osservazione e sull&#8217;analisi della realt\u00e0: la caratterizzazione del neonazista, il suo aspetto fisico, i suoi rapporti con la famiglia o col quartiere dove abita sono spesso gli stessi. Il neonazi \u00e8 un giovane arrabbiato, frustrato, si sente incompreso. Trova complicit\u00e0 e accettazione nel branco di skinhead, o nella sezione di movimenti e partiti di estrema destra che frequenta. Odia e aggredisce gli immigrati, fa sua la difesa dell&#8217;identit\u00e0 nazionale. Vede la polizia come un nemico, anche se \u2013 con le dovute differenze tra Stato e Stato \u2013 spesso la polizia \u00e8 corrotta e cerca di utilizzare gli estremisti di destra per il proprio tornaconto. La fasci-nazione per l&#8217;estrema destra, inoltre, non \u00e8 esclusiva di classe o sesso: chiunque \u00e8 vulnerabile, dal genio della matematica alla figlia di ricchi borghesi. Le parabole del male raccontate ad ogni latitudine sottolineano anche la facilit\u00e0 con la quale si pu\u00f2 passare dalla partecipazione a un corteo di benpensanti, benvestiti, cattolici, nazionalisti alla militanza estremista e violenta. Le sirene della propaganda sono sempre in agguato, insomma, e suonano sempre le stesse note.<\/p>\n<p>Ancora, un altro <em>topos<\/em> ricorrente \u00e8 il rapporto tra il cattivo maestro (uomo di mezza et\u00e0, cultura medio-alta, oratore carismatico, look borghese pi\u00f9 o meno raffinato ma sempre distinto dalla truppa) e il giovane discepolo, un luogo comune potentissimo e immortale, che al cinema funziona sempre: \u00e8 sicuramente una degenerazione del legame padre\/figlio, anche se alla base c&#8217;\u00e8 sempre la stessa volont\u00e0, ovvero lo sfruttamento della manovalanza da parte del dirigente di partito senza scrupoli, che appare in tv al mattino per uno spot elettorale dai toni rassicuranti e patriottici (i cui contenuti sono anch&#8217;essi sempre uguali) e a tarda sera interviene in una riunione clandestina, aizzando la gang di naziskin e incitandoli a \u201cripulire le strade\u201d. Il passo successivo pu\u00f2 essere l&#8217;utilizzo della stessa gang nel servizio d&#8217;ordine durante comizi e manifestazioni, ma questo \u00e8 un percorso segnato, che sbocca sempre nell&#8217;allontanamento o nell&#8217;espulsione dal partito, accompagnato da commenti classisti molto interessanti e rivelatori. Sono teppisti. Non possono essere educati. Con questi ci vuole il guinzaglio. Il muro di classe \u00e8 invalicabile, insomma, come <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-39434\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/un-francais.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"272\" \/>si vede chiaramente in una scena del film <em>Un Fran\u00e7ais<\/em>: il giovane, proletario, protagonista neonazi, entra nella casa di un ricco sostenitore del Front National, piena di fascisti d&#8217;alto bordo, con i quali non ha proprio niente in comune. Dovrebbe essere lotta di classe, diventa invece un improbabile gemellaggio. Che come abbiamo detto non dura, non pu\u00f2 durare. <em>Un Fran\u00e7ais<\/em> \u00e8 anche il primo film francese a entrare nella galassia neonazista; \u00e8 uscito nel 2015, scatenando fin dal trailer una campagna d&#8217;odio su internet che port\u00f2 anche a minacce per i gestori delle sale cinematografiche. Era prevedibile, perch\u00e9 mette in scena in maniera chiarissima l&#8217;impatto del Front National sulle classi popolari, partendo dai primi anni Ottanta fino all&#8217;anno d&#8217;uscita del film, quando \u00e8 ormai diventato il terzo partito francese.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un altro punto fondamentale, in questo codice immaginario e condiviso: l&#8217;estremista di destra violento, esaltato, criminale, con la testa rasata e la svastica (o le parole <em>White Power<\/em>) tatuata sul corpo, viene etichettato indifferentemente come nazista o fascista. Fascista o nazista. Come del resto succede negli articoli di giornali o libri pubblicati fuori dal territorio italiano. Evidentemente la favola mistificatoria, tutta italiana, sulle presunte differenze tra le due \u201cideologie\u201d (che nelle sue infinite varianti prosegue dal secondo dopoguerra), su un fascismo buono che viene corrotto da un nazismo cattivo, non convince autori e platee internazionali.<br \/>\n<strong><br \/>\nIn Italia, invece, vi imbattete in una voragine nell\u2019immaginario visivo, in qualche modo parallela alla reticenza dei media nel pronunciare o scrivere \u00abla parola con la F\u00bb. In maniera piuttosto netta scrivete che \u00abad oggi non esiste, in Italia, un film di fiction che abbia per protagonista un giovane neofascista. O anche uno vecchio\u00bb. Al punto che gli stessi neofascisti, in cerca di autorappresentazione, si rivolgerebbero a un cinema di tutt\u2019altro genere. Questo almeno per quanto riguarda il cinema, e si tratta gi\u00e0 di un\u2019assenza pesantissima. Ma visto che la vostra scorribanda riguarda anche i documentari, come siamo messi in quel campo? Penso a lavori come\u00a0 <em>Nazirock<\/em>, di Claudio Lazzaro, o allo speciale della trasmissione <em>Primo Piano<\/em>, intitolato <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=l2iU451l_4s\"><em>Nero \u00e8 bello<\/em><\/a>, a cura di Giampiero Mughini (!), mandato in onda nel dicembre 1980, quattro mesi dopo la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna.\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Il caso di <em>Nazirock<\/em> \u00e8 esemplare, ci ricorda il famoso giornalismo embedded, quello dei reporter in prima linea. <strong>Claudio Lazzaro<\/strong> viaggia nella galassia umana orbitante intorno a Forza Nuova. L\u2019occasione \u00e8 l\u2019adunata del centrodestra del 2006, due milioni di persone convenute a Roma a tributare l\u2019ennesimo saluto a Berlusconi, nell\u2019ansia veemente della defenestrazione di Prodi. E tra loro, non pochi per \u00absaluto\u00bb intendevano quello romano.\u00a0 <em>Nazirock<\/em> coglie il momento di trasformazione, la transizione del pensiero e del linguaggio neofascista. Il documentario \u00e8 del 2008: focalizzandoci sugli slogan utilizzati dai camerati musicanti, notiamo un florilegio di \u00abPrima gli Italiani\u00bb, \u00abL\u2019Italia agli Italiani\u00bb, \u00abDio patria e famiglia\u00bb. Non pi\u00f9, o non solo, i \u00abCredere, obbedire, combattere\u00bb, o i \u00abVincere, e vinceremo!\u00bb. Una sloganistica chiaramente orientata a interpretare \u2013 manipolare \u2013 quel presente, scegliendo la leva su <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-39436\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Nazirock_locandina.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"282\" \/>cui impostare il proselitismo del futuro.<\/p>\n<p>Guardare <em>Nazirock<\/em> significa, a tutti gli effetti, guardare la nascita della Lega 4.0, quella che ha riproposto gli slogan di cui sopra, sdoganandoli presso l\u2019opinione pubblica. Si potrebbe a proposito guardare <em>Camicie Verdi \u2013 Bruciare il Tricolore<\/em>, il documentario girato dallo stesso Lazzaro prima di <em>Nazirock<\/em>, che rappresentava la Lega secessionista nella campagna per il referendum sul federalismo amministrativo (la cosiddetta &#8220;Devolution&#8221;), del 2006. In quei tempi, i leghisti volevano marciare su Roma per marciare contro Roma, volevano, appunto, bruciare il tricolore o gettarlo nel cesso. Per i leghisti del 2006, Mussolini era stato \u00abun grande statista padano\u00bb: queste le parole dell\u2019onorevole Borghezio, il Caronte scelto da Lazzaro per guadare il fiume leghista. Borghezio, uno che si dichiara contiguo &#8211; &#8220;nel senso che mi stavano simpatici&#8221; &#8211; ai neofascisti di Ordine Nuovo, frequentatore dei comizi di Roberto Fiore di Forza Nuova, nel documentario dimostra di essere in piena transizione linguistica e politica, passando, senza soluzione di continuit\u00e0, dal tradizionale odio verso i meridionali al furore razzista verso gli immigrati e verso l\u2019Islam tutto.<\/p>\n<p>Facciamo adesso un salto lungo dieci anni. E\u2019 il 18 novembre 2018, <strong>Sky Atlantic<\/strong> manda in onda una puntata della serie \u00abIl racconto del reale\u00bb. La puntata si intitola: <em>Crescere neofascisti \u2013 Viaggio all\u2019interno dell\u2019universo Lealt\u00e0 Azione<\/em>. Le telecamere, dirette dal regista <strong>Andrea Bettinetti<\/strong>, entrano per quattro mesi nella vita quotidiana di <em>Lealt\u00e0 Azione<\/em>, sede di via Pareto, a Milano. Lealt\u00e0 Azione \u00e8 un\u2019organizzazione della galassia neofascista italiana, nata proprio a Milano, nel 2010, con una mission tanto ambiziosa quanto pericolosa, quella di (de)formare le nuove generazioni.<\/p>\n<p>Le immagini della sede di via Pareto &#8211; nude e crude, secondo la velleit\u00e0 di Sky \u2013, mostrano busti e bustini del duce, aneddoti e massime vergate un po\u2019 ovunque, profluvi di icone da repertorio dell\u2019estrema destra mondiale, con prevalenza dei simboli naziskin, in ossequio alla provenienza dei fondatori del gruppo. Per circa 50 minuti le telecamere mostrano l\u2019organizzazione e la vita di militanza al suo interno, dalle collette alimentari alle commemorazioni di vittime degli Anni di piombo, dal proselitismo alla pulizia del cimitero dei repubblichini. Il simbolo di Lealt\u00e0 Azione \u00e8 un lupo che ulula, e i suoi militanti sembrano, a prima vista, non aggressivi come lupi, ma altrettanto astuti e famelici. Intervistati, ripetono il mantra del mondo allo sfascio, del degrado dei valori e dei costumi, degli Italiani discriminati sul loro stesso suolo patrio. Intervistati pi\u00f9 a fondo, si dichiarano sovranisti, perch\u00e9 il fascismo \u00e8 roba antica, da ripetere nelle cose buone che ha fatto ma non negli errori. Ascoltati ai comizi, si dichiarano razzisti, antiabortisti, omofobi.<\/p>\n<p>Ascoltati in adunanza e ai pubblici concerti, urlano che vedono \u00absolo una bandiera nera, sventolare sull\u2019Italia intera\u00bb. La minaccia, il terrore sapientemente illustrato da Bettinetti non sta tanto nei contenuti, quanto nella logica: Lealt\u00e0 Azione \u00e8 una realt\u00e0 che appare operativa, articolata, efficientissima. Ha pochezza d\u2019argomenti ma chiarezza di intenti, spande fumo sulla propria natura vendendo il fumo della demagogia, delle nuove paure, cavalcando un disagio che tuttavia sembra rabbia e invidia sociale, pi\u00f9 che indigenza. Quando i militanti di Lealt\u00e0 Azione, divisione CooperAzione, consegnano i pacchi della raccolta alimentare, entrano in case ben arredate, comunque pi\u00f9 che decorose, in stabili popolari ma non cadenti. Inquietante, allora, \u00e8 anche la rappresentazione di un nascente legame tra una piccola borghesia arraffona, spiazzata dalla crisi economica, e una piccola orda di gente disposta a strumentalizzarne la cupidigia per fare politica, o \u00abmeta politica\u00bb, come dice uno dei capataz leali e attivi.<\/p>\n<p>A seguito della prima messa in onda sono esplose le polemiche. Parte della stampa ha accusato Bettinetti e Sky di essersi resi complici della divulgazione, di aver fatto propaganda. Polemiche che hanno avuto come ovvio effetto la rimozione. Dopo sette giorni dalla prima messa in onda, il documentario \u00e8 sparito dai palinsesti Sky, neppure le repliche gi\u00e0 programmate sono andate in onda. Sky non ha risposto alle nostre richieste di visionare il documentario per inserirne un\u2019analisi ne <em>Lo Specchio Nero.<\/em> Una reticenza simile l&#8217;ha dimostrata Bettinetti, il quale ci ha detto di non essere idoneo a rilasciare interviste, in quanto non titolare dei diritti di fruizione dell\u2019opera. Nessuna traccia del titolo nell\u2019elenco di produzioni della <em>Good Day Films<\/em>, di Michele Bongiorno, su Vimeo. <em>Crescere Neofascisti<\/em> \u00e8 stato cos\u00ec relegato nell\u2019ombra, sul portale di Sky \u00e8 un link che rimanda a una pagina di errore.<\/p>\n<p>Il fatto preoccupante \u00e8 che la stessa Lealt\u00e0 Azione si fregi del documentario, con un link sul proprio sito ufficiale. Il link rimanda a un video su Youtube, dove, con sorpresa grandissima, si pu\u00f2 guardare il prodotto Sky sic et simpliciter, per intero! A parte questo, Lealt\u00e0 e Azione evidentemente lo propone perch\u00e9 in esso si rispecchia, si mira e si rimira, agevolata dalla mancanza di contraddittorio. La rappresentazione infatti lambisce, pur non volendo, il terreno della propaganda: mettere in primo piano, senza filtro, protagonisti giovanissimi, pu\u00f2 indurre gli spettatori a sviluppare empatia e immedesimazione. Occorre, insomma, un sufficiente grado di consapevolezza per giudicare le immagini in modo corretto, e non \u00e8 detto che il target cui si rivolge Sky Atlantic lo possegga.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 di queste perplessit\u00e0, <em>Crescere Neofascisti<\/em> ha comunque il merito di aver illuminato, pur se in maniera maldestra, un\u2019altra zona d\u2019ombra, quella dell\u2019associazionismo neofascista al di fuori della <em>comfort zone<\/em> di Roma Capitale e delle sue Casa Pound.<\/p>\n<p><strong>Se lo sguardo dei cineasti italiani sui neofascisti \u00e8 quantomeno riluttante, trovo molto interessante la vostra lettura del film \u201cPiazza Vittorio\u201d, dove lo statunitense Abel Ferrara mette davanti alla macchina da presa i fascisti di Casapound. L&#8217;occhio di un regista straniero riesce a cogliere dettagli &#8220;mai visti&#8221;?<\/strong><\/p>\n<p><em>Piazza Vittorio<\/em> \u00e8 uno strambo oggetto visuale non identificato, che parla di periferie nel pieno centro di una capitale, di multiculturalit\u00e0 ineluttabile e necessaria. <strong>Abel Ferrara<\/strong>, che \u00e8 un migrante e un regista, non certo un giornalista, non deve spiegare o giustificare alcunch\u00e9, non deve seguire regole dettate dagli altri. E cos\u00ec fa la cosa giusta, schiacciando la famigerata intervista tra i festeggiamenti con i quali gli ecuadoriani omaggiano il sole, e i canti senza tempo dei griots, i cantastorie africani. Scelte di montaggio che sono sufficienti a ridimensionare tutto il movimento di Casapound e la sua presunta modernit\u00e0: Piazza Vittorio \u00e8 il futuro, inevitabile e stimolante, una sfida continua ed eccitante; Casapound \u00e8 il passato, tetro e fuori tempo massimo, che non ha spazio nell&#8217;avvenire.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-39437\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/pioazza-vittorio-poster.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"267\" \/>Sono piovute addosso a Ferrara una marea di critiche e accuse e polemiche: hai fatto uno spot elettorale per i fascisti, con la tua ignoranza e incompetenza nel trattare la materia hai dipinto la sede di Casapound come unico presidio culturale del quartiere Esquilino. Nessuna obiezione, nessun contraddittorio. Al contrario, i dieci minuti \u201cinside Casapound\u201d sono illuminanti e rivelatori, e crediamo valga la pena riportarne un paio di estratti:<\/p>\n<p>\u00abIn Italia non ci sono lavori che gli italiani non vogliono fare. Ci sono salari e tipologie di contratto che gli italiani non possono pi\u00f9 accettare. Cio\u00e8, noi abbiamo fatto delle rivoluzioni qui per avere un certo salario minimo, per avere le vacanze, la maternit\u00e0, la malattia, la pensione, per avere tutta una serie di benefit per i quali i nostri padri hanno lottato. Mentre invece questa manodopera a basso costo che l&#8217;Europa sta importando \u00e8 una manodopera che abbassa le condizioni minime, sociali, sindacali e di stipendio poi di tutti i lavoratori. Come \u00e8 stato teorizzato anche da Marx, tra l&#8217;altro.\u00bb<\/p>\n<p>E ancora:<\/p>\n<p>\u00abCi troviamo di fronte ad un fenomeno globale di flussi migratori, che noi chiamiamo grande sostituzione. E&#8217; il nuovo capitalismo: si continua a colonizzare, anche se non con gli eserciti. [&#8230;] In realt\u00e0, il popolo italiano e quelli europei hanno lo stesso nemico dei popoli africani e asiatici. Gli stessi che tengono sotto scacco i popoli italiani ed europei sono quelli che non permettono lo sviluppo in Africa. Quindi riappropriarsi della sovranit\u00e0 per noi europei e per gli africani in Africa garantirebbe uno sviluppo diverso. [&#8230;] Se non c&#8217;\u00e8 un cambiamento radicale, questo processo si accentuer\u00e0 sempre di pi\u00f9. Le statistiche dicono che verremo completamente sostituiti nel giro di cinquant&#8217;anni: il popolo italiano non esister\u00e0 pi\u00f9.\u00bb<\/p>\n<p>Come avete scritto pi\u00f9 volte qui su <em>Giap<\/em>, la retorica e lo stile comunicativo delle neodestre si sono evoluti, si appropriano &#8211; almeno a parole &#8211; delle battaglie che sono alla base dello Statuto dei lavoratori. La ricerca del consenso popolare \u00e8 l&#8217;unico obiettivo; e allora va bene citare Marx, Che Guevara, l&#8217;antimperialismo. Le case occupate, i manifesti nei quali <em>Equitalia<\/em> \u00e8 rappresentata come un vampiro, il sostegno materiale alle famiglie in difficolt\u00e0 &#8211; purch\u00e9 italianissime. Pescano dal menu del fascismo storico con attenta strategia, camuffando violenza e razzismo.<\/p>\n<p>E quindi s\u00ec, ci voleva un regista statunitense e migrante per rappresentare l&#8217;identit\u00e0 pi\u00f9 reale e profonda di Casapound. Forse \u00e8 arrivato il momento di smettere di preoccuparci dell&#8217;impatto che possono avere determinate immagini o parole sulla \u201cgente\u201d: l&#8217;antifascismo \u00e8 una cosa, il catechismo \u00e8 un&#8217;altra.<\/p>\n<p><strong>Per un regista straniero che guarda ai neofascismi di casa nostra, c\u2019\u00e8 un cantante di casa nostra che inquadra &#8211; forse senza vederlo &#8211; il nostro fascismo a casa degli altri. Mi riferisco al videoclip della canzone <em>Chiaro di Luna<\/em> di Jovanotti, girato per le vie di Asmara. Voi lo definite un esempio di \u00abneofascismo neomelodico\u00bb. Il testo parla d\u2019amore, senza riferimenti al luogo, ovvero la capitale della prima colonia italiana in Africa. In che senso anche questo lavoro ha a che fare con l\u2019assenza di neofascisti sugli schermi italiani?<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo dibattuto a lungo se includere <em>Chiaro di Luna<\/em> nel nostro saggio, e alla fine ne abbiamo fatto una menzione piuttosto fugace. E\u2019 successo poi che parlandone, nel corso di numerosi incontri con i lettori, guardandolo e riguardandolo, abbiamo capito che faceva al caso nostro, eccome!<\/p>\n<p>E\u2019 forse l\u2019avanguardia delle rappresentazioni post-neofasciste, un\u2019inaspettata piega del pensiero nazional popolare, che si rifugia \u2013 a sua insaputa? \u2013 in simboli e vestigia di un passato inglorioso.<\/p>\n<p>Il videoclip: <strong>Jovanotti<\/strong>, improvvisato <em>chansonnier<\/em> bianco, canta e suona e d\u00e0 a ballare ad una coppia di giovani belli, neri di pelle. Sono nel foyer di un cinema-teatro, <em>Roma<\/em> si chiama, <em>Roma<\/em> \u00e8 scritto cubitale, in font littorio, sul frontone. Il luogo \u00e8 l&#8217;<strong>Asmara<\/strong> di oggi, brulicante di vita, frenetica eppure placida. Nel fluire delle immagini, spicca la carrellata riservata ai luoghi pi\u00f9 suggestivi. <strong>Fiat Tagliero<\/strong>, la stazione di benzina costruita nel 1938. Una sala da barba, risalente allo stesso periodo coloniale, come da insegna. E il cinema <em>Roma<\/em>, appunto. Guardiamo Asmara e sembra Roma, la Roma del Ventennio. Per contrasto, <em>Chiaro di Luna<\/em> \u00e8 una canzone d\u2019amore senza riferimenti al luogo, all\u2019ideologia, all\u2019architettura che \u00e8 intrinsecamente politica, e che nella fattispecie \u00e8 memento di schiavit\u00f9 e morte. Jovanotti non fa accenni all\u2019Eritrea reale. In Eritrea vige la dittatura di Afewerki, dal 1993. Nessun riferimento.<\/p>\n<div id=\"attachment_39438\" style=\"width: 1803px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-39438\" class=\"wp-image-39438 size-full\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/tci29asm.jpg\" alt=\"\" width=\"1793\" height=\"1195\" \/><p id=\"caption-attachment-39438\" class=\"wp-caption-text\">Il piano regolatore del 1908 divideva Asmara in 4 zone separate: europea, indigena, mista e industriale.<\/p><\/div>\n<p>Nelle interviste rilasciate per il lancio del videoclip, Jovanotti ha enfatizzato la collaborazione con <strong>Yonas Tesfamichael<\/strong>, videomaker eritreo con un passato professionale a Milano, poi tornato in patria: \u201cI ragazzi non scappano se trovano opportunit\u00e0 e maggiori spazi di lavoro, sono orgogliosi di starci o di tornarci. Proprio come Yonas, un giovane eritreo esperto di video che ci ha fatto il backstage e che ha deciso di recente di tornare dall&#8217;Italia ad Asmara con sua moglie e sua figlia&#8221;(virgolettato di Jovanotti pubblicato su <a href=\"https:\/\/www.rockol.it\/news-697588\/jovanotti-guarda-il-video-chiaro-luna-ambientato-eritrea\">diversi siti<\/a> di musica e informazione nel novembre 2018).<\/p>\n<p>Lo abbiamo cercato sui social: Yonas ha una produzione copiosa di post in cui parla dell\u2019Eritrea come una sorta di <em>best place to live in<\/em>, gente che sorride, paesaggi, rinascita e varia amenit\u00e0. Abbiamo provato a chiedergli, attraverso commenti ad alcuni post su Facebook, cosa ne pensa dell\u2019assenza di democrazia, ma non ci ha risposto, o meglio, ci ha risposto insinuando che i rapporti di <em>Amnesty International<\/em>, sulla violazione dei diritti umani in Eritrea, siano, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, fake news. Al suo profilo personale era poi collegata una pagina, dal nome Yonas, in cui si insinuava che l\u2019emigrazione di massa degli Africani in Italia avvenisse per colpa di Saviano e delle sinistre, ree di costruire un&#8217;immagine ingannevole dell&#8217;Occidente, a scapito del faticoso lavoro di ricostruzione posto in essere dai governi locali. Arrivava, Yonas, a definire \u201ctrafficanti\u201d quelli delle ONG, e poi, spingendosi oltre l\u2019estremo, attaccava John Lennon e la sua <em>Imagine<\/em>. \u201cChi sogna un mondo senza confini \u00e8 sostanzialmente un colonialista in borghese, a volte consapevole, a volte inconsapevole!\u201d.<\/p>\n<p>Siamo palesemente davanti ad un linguaggio sovranista, nella fattispecie sovranista eritreo. E\u2019 evidente il tentativo di propinare all\u2019Occidente, all\u2019Italia, l\u2019immagine di un&#8217;Eritrea di cartapesta, dove i nostri sovranisti d\u2019antan, i fascisti, hanno fatto anche cose buone, buone ancora oggi. Incalzato sul tema dai membri di <em>Eritrea democratica<\/em>, dissidenti del regime di Afewerki, Jovanotti non ha preso una posizione ufficiale. Risultano solo alcuni suoi virgolettati, riportati dal sito <em>tpi.it<\/em>, in risposta alle accuse che gli ha mosso Domenico Quirico su <em>La Stampa<\/em>. \u00abLe ragioni che mi hanno spinto a girare in Eritrea sono di natura artistica, ma tengono conto anche del contesto sociale: non ci sono andato con leggerezza o peggio ancora con intenzioni negazioniste\u00bb, si legge <a href=\"https:\/\/www.tpi.it\/spettacoli\/musica\/social-contro-jovanotti-asmara-20181128207256\/\">tra le altre cose<\/a>. In occasione del lancio del videoclip, Jovanotti dichiarava, ripreso da numerosi media e siti web di voler ambientare ad Asmara \u00abun racconto visivo in un luogo che evocasse suggestioni precise adatte alla mia canzone\u00bb. Su <a href=\"https:\/\/www.jova.tv\/chiaro-di-luna\"><em>Jova.tv<\/em><\/a>, leggiamo ulteriormente la sua dichiarazione di intenti: \u00abAsmara \u00e8 un assurdo, stranissimo, bellissimo posto, che da noi \u00e8 come un rimosso collettivo ma mi ha toccato il cuore. Come fece con mio nonno, che si chiamava come me, in un altro tempo, con altri desideri, in un mondo cos\u00ec diverso ma dal futuro altrettanto imprevedibile\u00bb.<\/p>\n<p>Nulla si crea, nulla si capisce, tutto si trasforma. Il fascismo e il colonialismo diventano parti integranti, accettate, benefiche di un presente che viene descritto come suggestivo, foriero di rosei futuri, anche grazie a nonni e bisnonni che volevano solo lavorare e vivere in pace, e pazienza se portavano pogrom e schiavit\u00f9 e madamato. Revisionismo 4.0.<\/p>\n<p><strong>Se volessimo riassumere i vostri ritrovamenti in un concetto soltanto, potremmo dire che l\u2019Italia sconta una mancata rappresentazione del neofascismo che invece non si ritrova negli altri paesi dove movimenti neofascisti e neonazisti sono presenti nella societ\u00e0. Pi\u00f9 in generale, per\u00f2, il cinema italiano \u00e8 tutto sforacchiato da buchi simili, ogni volta che si toccano questioni del passato. Film sulla Resistenza? Mica tanti. Sul colonialismo? Pochini. Sul fascismo? Una manciata. D\u2019accordo che il vostro soggetto d\u2019indagine &#8211; il neofascismo &#8211; non appartiene per nulla al passato, anche se gli si lega fin dal nome. Tuttavia, non credete che l\u2019assenza da voi rilevata sia parte di questo pi\u00f9 generale silenzio su alcuni momenti controversi della <em>storia patria<\/em>? O invece avete scovato qualcosa di pi\u00f9 peculiare, che la contraddistingue?<\/strong><\/p>\n<p>Certo, la censura e l&#8217;autocensura (ancora pi\u00f9 odiosa) dei cineasti italiani sui conflitti interni &#8211; o sulle combustioni interne &#8211; non \u00e8 solo scandalosa. E&#8217; anche vecchia, datata, pi\u00f9 antica dei primi tagli imposti per legge sulle pellicole (1913). Se i film sulla Resistenza sono pochi, ancora meno sono le opere come <em>Achtung, Banditi!<\/em>, nel quale \u00e8 visibile, caso raro, l&#8217;unit\u00e0 tra i partigiani combattenti e gli operai delle fabbriche. Aggiungiamoci anche la stagione della lotta armata: i film che trattano l&#8217;argomento si dividono in due, o sono deprimenti e cimiteriali a prescindere, o raccontano storie parallele (lo splendido <em>Arrivederci, Amore Ciao<\/em> su tutti) e contigue, senza affondare il colpo. Sarebbe impensabile, da noi, un film come<em> La Banda Baader Meinhof<\/em> (basta pensare alle polemiche su <em>La Prima Linea<\/em>, cominciate prima ancora che <strong>Renato De Maria<\/strong> iniziasse le riprese). Perch\u00e9?<\/p>\n<p>Per la censura produttiva, sicuramente. Per le scorie del devastante ventennio berlusconiano, anche. Per le mosse allucinanti del PD, delle quali avete ampiamente parlato su <em>Giap<\/em>. Ma anche prima, prima addirittura del famigerato discorso di <strong>Violante<\/strong> del 1996, i film calati nelle pagine controverse della storia d&#8217;Italia sono stati pochissimi. Tornando agli ultimi vent&#8217;anni, la lacuna diventa ancora pi\u00f9 evidente se consideriamo l&#8217;attenzione che \u00e8 stata invece riservata alla periferia urbana, naturalmente culla dei neofascismi, ma che sullo schermo \u00e8 stata rappresentata in chiave puramente criminale (con risultati splendidi e di genere) o attraverso storie di (de)formazione, di famiglie disfunzionali, di adolescenti disadattati. I fascisti non esistono. Sembra una <em>fatwah<\/em> autoimposta, e parecchio <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-39439\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/locandina-go-home-zerocalcare.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"283\" \/>inquietante. Una limitazione al proprio e all\u2019altrui sguardo.<\/p>\n<p>Alcuni, quelli che hanno provato a buttare il neofascismo in farsa (Luca Miniero, <em>Sono Tornato<\/em>, 2018), o in commedia (Paolo Virz\u00ec, <em>Caterina Va in Citt\u00e0<\/em>, 2003), sono stati attaccati da una pletora di farisei, dileggiati nel metodo e nel merito. Altri, come pionieri, come cani sciolti, hanno provato a dare testimonianza in altre forme: <strong>Daniele Gaglianone<\/strong> (<em>I nostri anni<\/em>, 2000 ma anche<em> Dove bisogna stare<\/em>, 2019), <strong>Luca Guadagnino<\/strong> (<em>Inconscio Italiano<\/em>, 2011), <strong>Luna Gualano<\/strong> (<em>Go Home<\/em>, 2018). Guadagnino in particolare, come altri storici e documentaristi, ha cercato di far luce sulla radice del razzismo italiano: la colpa ereditaria incancellabile del colonialismo, e in particolare di quello fascista. Il colonialismo resta, ancora oggi, uno dei lati meno indagati del fascismo, i documenti sono pochi e mostrati con reticenza. \u00c8 nelle piaghe suppuranti del colonialismo che si origina l\u2019odio attuale, il razzismo trasversale verso gli immigrati. Spicca quindi ancora di pi\u00f9 <em>Go Home<\/em>, di Luna Gualano: un oggetto filmico nato dal basso, nel quale ci sono i neofascisti protagonisti, e come se non bastasse ci sono gli zombi! Zombi latitanti nel cinema italiano da trent&#8217;anni. Il genere horror utilizzato in chiave politica, netta, dicotomica. Con tutti i suoi limiti, <em>Go Home<\/em> \u00e8 un film pieno di senso, antifascista, di genere. Come piace a noi. Ma si tratta, purtroppo, di una splendida eccezione.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">* <strong>Dikotomiko<\/strong> \u00e8 un micro-collettivo composto da Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti, ultraquarantenni, non pi\u00f9 giovani, anzi, reduci. Dikotomiko, uno e bino, nasce come blog antagonista web e social, tra i vibrioni e la polvere di uno scaffale, nello spazio angusto e umido di un\u2019edicola di giornali, prossima allo sbaracco. Mirco Moretti, l\u2019edicolante, e Massimiliano Martiradonna, il cliente. In comune una certa idea di cinema, fiumi di parole e fiumi di visioni.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[WM2: Poco prima dell&#8217;estate, la casa editrice Dots ha pubblicato Lo specchio nero, un saggio del collettivo Dikotomiko* dedicato alla presenza\/assenza dei neofascisti sugli schermi italiani e planetari. 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