{"id":3832,"date":"2011-04-18T00:00:39","date_gmt":"2011-04-17T22:00:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3832"},"modified":"2025-03-04T16:02:46","modified_gmt":"2025-03-04T15:02:46","slug":"disintossicare-levento-ovvero-come-si-racconta-una-rivoluzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2011\/04\/disintossicare-levento-ovvero-come-si-racconta-una-rivoluzione\/","title":{"rendered":"Disintossicare l&#8217;Evento, ovvero: Come si racconta una rivoluzione?"},"content":{"rendered":"<h5><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-3838\" style=\"margin-top: 2px; margin-bottom: 2px;\" title=\"The revolution will continue\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/revolutionwillgoon.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"678\" \/><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n[Si conclude la pubblicazione su <em>Giap<\/em> degli interventi fatti da WM1 e WM2 alla UNC (University of North Carolina) di Chapel Hill, il 5 aprile scorso. Dopo quello di Wu Ming 1 (<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3637\">&#8220;Siamo tutti il febbraio del 1917, ovvero: A che somiglia una rivoluzione&#8221;<\/a>), ecco quello di Wu Ming 2, che fa tesoro di molte discussioni svoltesi su <em>Giap<\/em> (a cominciare da quella sulle <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=1480\">&#8220;narrazioni tossiche&#8221;<\/a>).<br \/>\nLe versioni italiane di entrambi gli interventi sono disponibili<strong> <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/italiano\/WM1_e_WM2_Conferenza_americana_aprile2011.pdf\">in un unico pdf<\/a><\/strong>. Quelle in inglese in due pdf separati (vedi in calce a questo post).]<\/h5>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #000000;\">&#8211; &#8211; &#8211;<\/span><\/p>\n<p>A novembre dell\u2019anno 2010, quando abbiamo proposto il titolo per questa conferenza [*], il problema di distinguere una rivoluzione da qualcos\u2019altro non era di particolare attualit\u00e0: lo avevamo scelto con un occhio alla nostra produzione di romanzi storici, dove abbiamo raccontato rivolte, rivoluzioni e guerre d\u2019indipendenza.<\/p>\n<p>Nel frattempo, per\u00f2, i tumulti sono tornati di moda, come non accadeva da oltre vent\u2019anni, e giornali e riviste sono inondati di articoli dove ci si chiede se in Tunisia o in Libia sia in corso una rivoluzione, se il Bahrein, l\u2019Oman o la Siria ne conosceranno davvero una, e via discorrendo.<!--more-->Prima di questa nuova primavera dei popoli, durante lo scorso decennio, il termine che ci interessa era stato accoppiato a colori e nomi di piante per definire una serie di contestazioni elettorali in Serbia, Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Iraq e Iran. Oggi \u00e8 abbastanza evidente che quei movimenti, lungi dall\u2019essere vere e proprie rivoluzioni, erano piuttosto campagne politiche, in alcuni casi non-violente, studiate per rovesciare una maggioranza parlamentare forte e autoritaria. Tuttavia, molti continuano a ricordarli come eventi rivoluzionari e le etichette con i vari colori (arancione, rosa, verde, porpora) sono ormai passate alla storia.<br \/>\nAncora pi\u00f9 indietro nel tempo, il crollo simultaneo dei regimi filo-sovietici dell\u2019Europa Orientale, nel 1989, ha fatto parlare indistintamente di \u201crivoluzione\u201d, anche di fronte a esiti molto diversi tra loro, come quelli che si produssero in Cecoslovacchia e in Romania.<\/p>\n<p>Siamo dunque di fronte a un fenomeno che non ha caratteristiche chiare e condivise, n\u00e9 tanto meno condizioni sufficienti: i cambiamenti di regime possono nascere da un colpo di stato, da una guerra civile e a volte addirittura dalla normalit\u00e0 politica, mentre una situazione rivoluzionaria pu\u00f2 protrarsi a lungo, e incidere nella societ\u00e0, senza sfociare in un trasferimento forzoso di potere.<br \/>\nCome per ogni concetto diacronico, affermare che \u00abx \u00e8 una rivoluzione\u00bb, presuppone che x sia una scelta di eventi singoli, allineati uno dopo l\u2019altro lungo il filo del tempo.<br \/>\nDi conseguenza, se volete convincermi che l\u2019ascesa del fascismo \u00e8 stata una rivoluzione, non potete mostrarmi un filmato della Marcia su Roma e dirmi: ecco, guarda. Dovete andare molto oltre la semplice ostensione di un singolo evento: dovete descrivere un pezzo della storia d\u2019Italia. Anzi, dovete andare anche oltre la descrizione e collegare tra loro tutti gli elementi narrativi della &#8220;pentade&#8221; di <strong>Kenneth Burke<\/strong>: attori, azioni, scopi, scene, strumenti. In altre parole, dovete produrre un racconto di quella vicenda che rientri nel genere \u201crivoluzione\u201d. Un genere dai confini piuttosto sfumati, sul quale storici e filosofi hanno prodotto diverse teorie contrapposte. Ma forse, come direbbe Wittgenstein, un concetto confuso \u00e8 proprio quello che ci serve.<\/p>\n<p>Altri grandi eventi storici, al contrario, hanno confini pi\u00f9 netti, e le parole per nominarli si dovrebbero usare con meno incertezze.<br \/>\nUna guerra pu\u00f2 dirsi tale nel momento stesso in cui un governo la dichiara, o quando un esercito spara a pi\u00f9 riprese contro un altro esercito, ed \u00e8 per questo che il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, si \u00e8 reso ridicolo quando ha affermato che il nostro paese non \u00e8 in guerra contro la Libia di Gheddafi. La guerra \u00e8 auto-evidente, anche quando non la si vuole chiamare con il suo nome, e si preferiscono termini meno compromettenti come <em>no-fly zone<\/em>. Una guerra pu\u00f2 essere oggetto di valutazione morale, non ontologica. Certo, come per tutte le parole, esistono usi allargati anche del termine \u201cguerra\u201d, che permettono agli storici di chiamare un lungo periodo di ostilit\u00e0 \u201cGuerra dei Trent\u2019anni\u201d, oppure \u201cGuerra Fredda\u201d, ma al cuore di queste accezioni pi\u00f9 libere, esiste un senso stretto ben definito. Se qualcuno mi dicesse che la \u201cGuerra Fredda\u201d non \u00e8 stata <em>davvero<\/em> una guerra, gli farei alcuni esempi concreti: dalla Corea all\u2019Ungheria, dal Vietnam all\u2019Afghanistan, a Grenada.<\/p>\n<p>Al contrario, se voi mi diceste che in Tunisia non c\u2019\u00e8 stata una vera rivoluzione, dovremmo prima di tutto confrontare le nostre idee di rivoluzione, quindi le nostre narrazioni di quella vicenda particolare.<br \/>\nQuesto significa che per distinguere una rivoluzione da ci\u00f2 che non lo \u00e8, abbiamo bisogno di un buon concetto euristico, da un lato, e di una buona narrazione, dall\u2019altro. Storici, filosofi e sociologi possono aiutarci ad approntare il primo, mentre romanzieri e cantastorie possono dirci qualcosa della seconda. Anche perch\u00e9 non \u00e8 questo l\u2019unico legame che esiste tra narrazione e rivoluzione, e prima di procedere con l\u2019analisi, vorrei elencarne almeno altri due.<\/p>\n<p>Il <span style=\"text-decoration: underline;\">primo<\/span> \u00e8 che entrambe ruotano intorno alla violazione di una norma. In una sequenza di eventi canonici non c\u2019\u00e8 storia e non c\u2019\u00e8 nemmeno rivoluzione. Senza una potenziale rottura del mondo ordinario, il gioco narrativo non vale la candela. La rivoluzione nasce dalla stessa dialettica che fa da perno per qualsiasi racconto: quella tra conservazione e cambiamento, tra ci\u00f2 che \u00e8 stato e ci\u00f2 che potrebbe essere.<br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\">Secondo<\/span>, ogni rivoluzione \u00e8 anche un tentativo di raccontare il mondo con nomi e concetti nuovi, sia sul piano simbolico (come ad esempio per la riforma del calendario durante la Rivoluzione Francese), che su quello materiale, con leggi, soggetti e diritti prima sconosciuti. Non a caso, i fautori di un colpo di stato cercano spesso di giustificare s\u00e9 stessi attraverso cambiamenti semantici che scimmiottano questa necessit\u00e0 rivoluzionaria.<\/p>\n<p>Giunti a questo punto, mi sembra evidente che per occuparsi della rivoluzione occorre maneggiare molti pi\u00f9 materiali narrativi di quanto potrebbe sembrare a prima vista. E all\u2019interno di questi materiali, di questi mitologemi e di queste retoriche, vorrei individuare quali cortine fumogene possono confondere lo sguardo, avvelenare la narrazione e impedirci di distinguere tra una rivoluzione e ci\u00f2 che non lo \u00e8, o meglio: tra una narrazione tossica della rivoluzione e una narrazione salubre, aperta, fedele al suo scopo.<\/p>\n<p><strong>Narrazioni tossiche<\/strong><\/p>\n<p>Per cominciare la ricerca, dobbiamo chiederci cosa significa essere \u201cfedele al suo scopo\u201d per una narrazione che intende riferirsi alla realt\u00e0.<br \/>\nSi potrebbe rispondere che essa dev\u2019essere vera, ma poi bisognerebbe spiegare di quale verit\u00e0 stiamo parlando, se della verit\u00e0 come corrispondenza con i fatti &#8211; spesso invocata da politici e giornalisti &#8211; oppure della verit\u00e0 come coerenza interna a un paradigma, che troviamo all\u2019opera nelle scienze o in matematica.<br \/>\nNel caso di una narrazione credo sia meglio parlare di \u201cverit\u00e0 poetica\u201d, la quale non dipende dalla semplice rappresentazione dei singoli fatti, ma riguarda soprattutto il loro significato complessivo. Una narrazione \u00e8 tanto pi\u00f9 \u201cvera\u201d quanto pi\u00f9 aumenta la nostra consapevolezza, la nostra comprensione (in senso etimologico) di una sequenza fattuale. In altre parole, mentre la pura cronaca si limita a descrivere i fatti, la narrazione deve anche farli parlare: deve connettere eventi, significati e individui. Una storia, come abbiamo visto, merita di essere raccontata perch\u00e9 insinua l\u2019inammissibile nella normativit\u00e0 quotidiana. Nelle favole c\u2019\u00e8 un mondo ordinario in crisi e un eroe che parte per il mondo straordinario, allo scopo di staccarne un pezzetto e riportarlo al villaggio. Ogni storia nasce da un \u201c<em>what if<\/em>\u201d (cosa succederebbe se&#8230;?) e cos\u00ec facendo introduce una dimensione eventuale e congiuntiva nel regno dell\u2019indicativo.\u00a0 Per dirla con <strong>Aristotele<\/strong>:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abcompito del poeta non \u00e8 dire ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto, ma ci\u00f2 che potrebbe avvenire, vale a dire ci\u00f2 che \u00e8 possibile secondo verosimiglianza (<em>eikos<\/em>) o necessit\u00e0 (<em>anankaion<\/em>).\u00bb [1]<\/p><\/blockquote>\n<p>Qualunque racconto dei fatti che vada al di l\u00e0 della pura cronaca e miri a far emergere una verit\u00e0 poetica, afferma sempre a proposito del suo contenuto: \u201cQuesto sarebbe potuto accadere\u201d, anche quando sembra dire: \u201cQuesto \u00e8 accaduto\u201d.<\/p>\n<p>Ecco allora che una narrazione tossica, una narrazione che non fa il suo mestiere, \u00e8 quella che cancella la sua dimensione congiuntiva, nasconde l\u2019ipotesi, cerca di bloccare in tutti i modi la spinta a \u201craccontare altrimenti\u201d, a pensare altre storie possibili, altre verit\u00e0 poetiche per quell\u2019insieme di fatti.<\/p>\n<p>In questo senso, tutte le storie contengono una dose di tossine, perch\u00e9 &#8211; come ha dimostrato <strong>George Lakoff<\/strong> con i suoi studi sul legame neurale, \u00abquando tu accetti una particolare narrazione, allora ignori i dati che la contraddicono. Le narrazioni hanno il potere di nascondere la realt\u00e0\u00bb [2]. Questo non significa che possiamo buttarle via e sostituirle con la fredda e dura ragione. Come abbiamo visto, per identificare una rivoluzione abbiamo bisogno di raccontarla. La proposta di Lakoff \u00e8 quella di un Nuovo Illuminismo, nel quale \u00abriconosceremo che gli schemi narrativi fanno parte dell\u2019attrezzatura permanente del nostro cervello, ma potremo almeno esserne consapevoli\u00bb [3].<\/p>\n<p>Come cantastorie, mi piacerebbe produrre narrazioni che aumentino tale consapevolezza, che limitino il pi\u00f9 possibile il proprio potere di nascondere la realt\u00e0 e che anzi incoraggino narrazioni alternative, fornendo al lettore spunti, appigli, crepe. Credo che un narratore dovrebbe essere leale, non obiettivo. Infatti, per raccontare una storia non possiamo fare a meno di adottare una prospettiva e la cosiddetta obiettivit\u00e0 \u00e8 solo una convenzione stilistica, studiata apposta per occultare questa ineludibile parzialit\u00e0. Si potrebbe dire che proprio la pretesa di una narrazione \u201cbipartisan\u201d \u00e8 il primo e pi\u00f9 generale veleno che infetta il racconto della realt\u00e0. Al contrario, essere leali significa giocare ad armi pari, ovvero stimolare il lettore a farsi narratore a sua volta, con un suo punto di vista, e non tenerlo buono con sonniferi e tranquillanti.<\/p>\n<p>Nel caso specifico della rivoluzione, allora, vorrei capire dove si annidano le tossine e quali scelte narrative contribuiscono a renderle pericolose.<br \/>\nPer farlo, partir\u00f2 dalla struttura narrativa che il cervello utilizza nel resoconto di un qualsiasi evento, adattandola al caso particolare della rivoluzione. [4]<\/p>\n<p>Prima di tutto abbiamo le <strong>Premesse<\/strong>, ovvero il contesto della narrazione. Nel nostro caso, tendiamo a sottolineare la presenza o assenza di fazioni con pretese incompatibili sulla gestione dello stato, la situazione dei diritti umani, la libert\u00e0 d\u2019espressione, la presenza o meno di una classe lavoratrice, le condizioni di lavoro e i principali bisogni della societ\u00e0 civile.<br \/>\nQuindi viene l\u2019<strong>Accumulo<\/strong>, ovvero gli eventi che portano all\u2019<strong>Evento Centrale<\/strong>: proteste, scioperi, tumulti, disobbedienza civile, reazioni delle forze governative, espropri, diserzioni, azioni dimostrative o simboliche, ecc.<br \/>\nDa queste prime tappe, dovremmo essere in grado di capire lo <strong>Scopo<\/strong>, ovvero cosa vogliono ottenere gli insorti, quali sono le loro richieste.<br \/>\nQuesto ci aiuta a identificare meglio l\u2019Evento Centrale, ovvero il perno di tutta la storia: nella maggior parte dei resoconti, sembra che la rivoluzione ruoti attorno a un cambiamento di regime.<br \/>\nMa non \u00e8 finita, perch\u00e9 l\u2019Evento Centrale genera la <strong>Via del Ritorno<\/strong>, ovvero gli avvenimenti che portano il racconto verso la sua conclusione: cosa ne \u00e8 degli esponenti del regime, chi li sostituisce nell\u2019immediato, i festeggiamenti della popolazione, ecc.<br \/>\nQuindi dobbiamo considerare il <strong>Risultato<\/strong>,\u00a0 ovvero la conclusione vera e propria della storia, cio\u00e8 la trasformazione del contesto socio-politico descritto nelle Premesse. Infine vengono le <strong>Conseguenze Ultime<\/strong>, una sorta di epilogo a distanza di tempo, che ci permette di verificare la \u201ctenuta\u201d del Risultato: nel nostro caso dovremmo chiederci quanto a lungo il desiderio di rinnovamento \u00e8 rimasto in circolo nella societ\u00e0 civile o quanto \u00e8 stato difficile, per il nuovo stato, rinegoziare i suoi rapporti internazionali, senza venir meno ai principi della rivoluzione.<\/p>\n<p>Quella che ho appena descritto \u00e8 una semplice struttura che si dipana nel tempo. La diacronicit\u00e0, infatti, \u00e8 una delle caratteristiche fondamentali dell\u2019arte narrativa. Raccontare significa sempre dar vita a una cronologia, interpretare il tempo, spesso con effetti rassicuranti dal punto di vista cognitivo, perch\u00e9 mettere in fila gli avvenimenti ci d\u00e0 la sensazione di dominarli, di averli compresi. Tanto che non di rado il semplice nesso temporale si trasforma in un nesso causale, nell\u2019illusione che dire \u00abC segue B e B segue A\u00bb sia equivalente a dire che\u00a0 \u00abC segue <em>da<\/em> B e B segue <em>da<\/em> C\u00bb. Pi\u00f9 in generale diremo che le sequenze temporali di una narrazione corrono sempre il rischio di essere lette come sequenze necessarie.<\/p>\n<p>Se ieri ho affermato che oggi alle 15 ci sarebbe stata una battaglia navale, la mia affermazione, oggi alle 15, \u00e8 falsa, poich\u00e9 la battaglia navale non infuria. Ma ieri, quella stessa affermazione era indeterminata, n\u00e9 vera n\u00e9 falsa, e la narrazione ha il compito di restituirci intatta quella sfumatura d\u2019imprevisto. Occorre evitare la cosiddetta <span style=\"text-decoration: underline;\">illusione retrospettiva di fatalit\u00e0<\/span>, una potenziale tossina presente in qualsiasi racconto. Sotto la sua azione tendiamo a dimenticarci che per ogni istante t ci sono infiniti futuri contingenti e che le narrazioni sono fatte per esplorare un\u2019ipotesi, non per contrabbandarla come inevitabile. Il regime fascista, ad esempio, nel presentarsi come prodotto di una rivoluzione scritta nel destino d\u2019Italia, fece ampio uso di questa tecnica, proponendo come \u201cnecessario\u201d tutto il suo percorso, dalla fondazione del Partito alla Marcia su Roma.<\/p>\n<p><strong>Le Premesse<\/strong><\/p>\n<p>Accade spesso che l\u2019analisi del contesto nel quale nasce la storia venga fatta solo ex-post, perch\u00e9 la rivoluzione <em>scoppia<\/em> &#8211; invece di <em>maturare<\/em>, come potremmo dire con una metafora migliore &#8211; in un paese di cui si sa poco, il quale improvvisamente attira l\u2019attenzione internazionale per via dei tumulti di piazza. Finiamo cos\u00ec per conoscere le premesse solo dopo che ci siamo fatti un\u2019idea di quel che sta succedendo, perch\u00e9 gli eventi incalzano e vanno comunque narrati. Ma se le premesse vengono ripescate in questa sorta di analessi, finiscono per cozzare contro un <em>frame<\/em> gi\u00e0 radicato, invece di contribuire a radicarlo. Qualcosa di simile \u00e8 accaduto per la Libia, dove le prime manifestazioni sono state subito inquadrate nella cornice \u201crivoluzioni in Nord Africa\u201d, e soltanto quando Gheddafi ha mostrato di poter resistere molto pi\u00f9 a lungo di Ben Ali e di Mubarak, allora ci si \u00e8 accorti della differenza, e ci si \u00e8 affrettati a motivarla con le peculiarit\u00e0 dello scenario libico. A quel punto, come si dice in italiano, la toppa \u00e8 stata peggiore del buco, e si \u00e8 arrivati ad attribuire un\u2019importanza fondamentale alle divisioni claniche e territoriali dei libici, accantonando del tutto l\u2019elemento della protesta spontanea, politica e universale.<\/p>\n<p>Bisogna ammettere che in Occidente, prima di queste sollevazioni, la conoscenza della societ\u00e0 civile tunisina, egiziana, libica, mediorientale, era tutta schiacciata sulla vulgata secondo la quale un paese arabo \u00e8 un paese musulmano, e un paese musulmano \u00e8 un paese dominato dalla religione. La societ\u00e0 civile, pertanto, si divide tra fondamentalisti e moderati, ma \u00e8 comunque la religione l\u2019unica chiave per comprenderla e impostare un dialogo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-3860\" style=\"border: 1px solid black;\" title=\"Una Grande Muraglia di cazzate \" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/padania_lepanto.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"381\" \/><br \/>\nPer nostra fortuna,\u00a0 se c\u2019\u00e8 un regime che \u00e8 stato rivoluzionato in questi mesi, quello \u00e8 il nostro regime di discorso intorno al mondo arabo e ai musulmani. Gli eventi di Tunisi e di Piazza Tahrir hanno mandato in pezzi la narrazione tossica delle premesse imperniata sul teorema dello scontro di civilt\u00e0 (anche se per diversi giorni, proprio quella narrazione tossica ha impedito a molti commentatori di capire ci\u00f2 che stava succedendo e li ha spinti a cercare invano la leadership religiosa delle rivolte). All\u2019improvviso, i fautori del \u201cdialogo religioso\u201d e del relativismo culturale si sono ritrovati senza bussola, perch\u00e9 i loro concetti, pensati come alternativi rispetto alla contrapposizione tra Occidente e Islam radicale, avevano finito per farle da complemento. Due versioni diverse di quelli che <strong>Marco Aime<\/strong> ha chiamato \u201ceccessi di culture\u201d.<\/p>\n<p>Come ha fatto notare <strong>Hayrettin Yucesoy:<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>\u00abil discorso sull\u2019Islam portato avanti dai progressisti, somiglia pi\u00f9 o meno alla frase di Maria Antonietta,\u00a0&#8220;<em>qu&#8217;ils mangent de la brioche<\/em>&#8221; [Il popolo non ha pane? Che mangi le brioches]. Buoni propositi che rivelano scarsa comprensione e non risolvono i problemi.\u00bb [5]<\/p><\/blockquote>\n<p>Un altro esempio di narrazione tossica delle premesse \u00e8 la mitopoiesi costruita da <strong>T.E.Lawrence<\/strong> intorno alla cosiddetta \u201crivoluzione araba\u201d. Tra il 1915 e il 1916, gli inglesi attaccarono l\u2019Impero Ottomano a Gallipoli e in Mesopotamia, incontrando una resistenza imprevista. Questo scoraggi\u00f2 le societ\u00e0 segrete arabe, che speravano nella guerra per aprire un fronte interno indipendentista. Tali societ\u00e0 erano formate da borghesi e da ufficiali dell\u2019esercito e avevano le loro basi in citt\u00e0 come Damasco, Baghdad e Aleppo. Di fronte all\u2019intiepidirsi dei loro propositi rivoluzionari, gli inglesi, che di quella rivoluzione avevano un gran bisogno, decisero di rivolgersi ai beduini dell\u2019Hejaz.\u00a0 Nell&#8217;introduzione ai <em>Sette Pilastri della Saggezza<\/em>, Lawrence giustifica questo cambiamento di strategia con un&#8217;operazione ideologico-poetica intrisa di orientalismo. Spiega che la forza degli Arabi nasce e vive nel deserto, non nelle mollezze cittadine. E&#8217; nel deserto quindi che deve svilupparsi la rivolta, grazie a una koin\u00e9 di trib\u00f9 nomadi, tenute assieme dalla lingua e dalla fede nel Corano.<\/p>\n<p>Raccontando in questo modo le premesse della rivoluzione, Lawrence dimentica di dire che quelle trib\u00f9 erano buone per sollecitare le fantasie romantiche occidentali e per dare filo da torcere ai Turchi con la guerriglia, ma non avrebbero mai portato a termine una rivoluzione, ricavando la Grande Arabia dalle rovine dell&#8217;Impero ottomano. Esse &#8211; a differenza degli arabi di citt\u00e0 &#8211; non erano affatto interessate a costruire una &#8220;nazione&#8221;, tanto meno uno &#8220;stato&#8221;. Soltanto i loro leader, tutt&#8217;al pi\u00f9, avrebbero potuto diventare capi nazionali, ma di stati messi in piedi da qualcun altro.<\/p>\n<p><strong>L\u2019Accumulo<\/strong><\/p>\n<p>Nel raccontare una rivoluzione in presa diretta, siamo soliti tralasciare le premesse e andare subito in cerca di un punto d\u2019origine, che getti luce su quanto sta accadendo: una data da festeggiare sul calendario o da studiare in futuro sui libri di scuola. Qualunque storia ha bisogno di un incipit, ma nella struttura del genere \u201crivoluzione\u201d esso assume una particolare valenza simbolica e fondativa, come una sorta di <span style=\"text-decoration: underline;\">peccato originale<\/span>. La sua scelta non \u00e8 mai arbitraria, in un istante qualsiasi del continuum temporale: molto difficilmente si sente narrare una rivoluzione con un attacco <em>in medias res<\/em>. Il pi\u00f9 delle volte ci si focalizza invece su un avvenimento che rivela una debolezza delle forze governative. Questo perch\u00e9, come sostiene <strong>Charles Tilly <\/strong>[6], il nostro concetto di \u201csituazione rivoluzionaria\u201d comprende tre caratteristiche: la presenza di fazioni che avanzano pretese incompatibili per il controllo dello Stato, l\u2019ampia adesione della cittadinanza a queste fazioni\u00a0 e l\u2019incapacit\u00e0 da parte dello Stato di rispondere adeguatamente &#8211; con le buone o con le cattive &#8211; alle loro pretese.<\/p>\n<p>In tutti i resoconti delle rivolte nordafricane, si fa gi\u00e0 un riferimento mitico al gesto di un giovane laureato tunisino, costretto a fare il venditore ambulante di frutta, che si \u00e8 bruciato vivo per protestare contro la decisione della polizia di confiscargli la merce. Il suo suicidio ha spinto molti altri cittadini a manifestare il loro dissenso, con una determinazione che ha spiazzato il regime di Ben Ali.<br \/>\nUn inizio del genere non \u00e8 soltanto un inizio: \u00e8 una genesi. Esso ha finito per simboleggiare la spontaneit\u00e0 della rivolta e la sua composizione sociale: proletariato giovanile con un buon livello di istruzione. Cos\u00ec, quando ai tumulti si sono affiancati i lavoratori in sciopero e i vecchi dissidenti del Partito Comunista, il loro contributo \u00e8 stato minimizzato, perch\u00e9 non si armonizzava bene con la tonalit\u00e0 suggerita dal primo accordo della sinfonia.<\/p>\n<p>Una situazione rivoluzionaria contiene sempre diverse situazioni, produce molteplici cambiamenti, in molti ambiti e in tempi diversi, e focalizzarsi su un punto d\u2019origine rischia di occultarne il carattere plurale.<br \/>\nUn buon racconto della rivoluzione dovrebbe avere come prologo le premesse e come primo capitolo un incipit che non sia un punto d\u2019origine, ma provi a racchiuderne pi\u00f9 d\u2019uno.<br \/>\n<strong>Italo Calvino<\/strong> ha scritto che \u00abl\u2019inizio \u00e8 un momento di distacco dalla molteplicit\u00e0 dei possibili\u00bb [7].\u00a0 \u201cDistacco\u201d non significa esclusione o isolamento. Abbiamo bisogno di una soglia che parli anche di quanto lascia fuori.<br \/>\nAnche perch\u00e9 l\u2019eccessiva attenzione a un singolo punto d\u2019origine pu\u00f2 farci ammalare di <span style=\"text-decoration: underline;\">miopia cronologica<\/span>.<\/p>\n<p>La miopia cronologica si ha quando sopravvalutiamo l\u2019importanza degli eventi pi\u00f9 recenti e tendiamo a dimenticarci quelli pi\u00f9 remoti.<br \/>\nNel nostro caso, essa pu\u00f2 farci raccontare come &#8220;rottura rivoluzionaria&#8221;, un evento che invece si trova in continuit\u00e0 con quanto accade da tempo. Ad esempio, il &#8220;Giorno della Rabbia&#8221; organizzato nella Piazza della Perla di Manama \u00e8 stato frettolosamente raccontato come punto d\u2019origine della &#8220;rivoluzione&#8221; in Bahrein, quando nel paese sono molti anni che si verificano proteste simili, silenziate dal fatto che il Bahrein di solito non interessa a nessuno.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-3867\" title=\"Manama, Bahrain. Manifestazione in Piazza della Perla, prima che il regime demolisse il monumento\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/bahraini-antigovernment.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"331\" \/><br \/>\nQui, applicato all\u2019incipit, si manifesta un problema che vale per qualunque altro momento della narrazione. Per raccontare una buona storia abbiamo bisogno di scendere nei dettagli, di descrivere eventi singoli, di esemplificare intere tipologie. Ma non appena lo facciamo, questa particolarit\u00e0 rischia di essere letta come emblematica, rappresentativa di una totalit\u00e0, come in una sineddoche velenosa, dove la parte nasconde l\u2019intero. L\u2019unico antidoto, per un narratore leale, \u00e8 mettersi sempre in cerca della contraddizione, dell\u2019uno che diventa due e del due che diventa quattro. Ad esempio: il popolo del Bahrein protesta a Manama, in Piazza della Perla, contro i suoi governanti. Alla ricerca di dettagli per arricchire il racconto scopro che questo \u201cpopolo del Bahrein\u201d in Piazza della Perla \u00e8 formato da sciiti e che i governanti sono sunniti. Questi due particolari, da soli, attivano il frame della guerra civile tra sette religiose. E il frame della guerra civile nasconde le altre caratteristiche dell\u2019intera rivolta. Per contrastare questo <span style=\"text-decoration: underline;\">effetto sineddoche<\/span>, bisogna continuare la ricerca, inseguire la molteplicit\u00e0, arrivando a scoprire che nello stesso Bahrein si preparano scioperi di vaste proporzioni, che coinvolgono la Alba Aluminium, la pi\u00f9 grande fonderia di alluminio del mondo, il cui sindacato dei lavoratori \u00e8 capeggiato da <strong>Ali Bin Ali<\/strong>, un sunnita. E magari, con uno sforzo ulteriore, scoprire che il dettaglio scelto in prima battuta, la protesta degli sciiti in Piazza della Perla, pu\u00f2 essere interpretato come prototipo di un\u2019altra tipologia, perch\u00e9 gli sciiti rappresentano la maggioranza povera del paese, e dunque una ribellione di sciiti \u00e8 anche una ribellione di classe.<\/p>\n<p>Altro esempio: se qualcuno, in piazza Tahrir al Cairo, avesse bruciato una bandiera americana o israeliana, quel gesto particolare, una volta raccontato da televisioni e giornali, avrebbe assunto senz\u2019altro il valore di una sineddoche: se <em>qualcuno<\/em> brucia indisturbato una bandiera americana, allora <em>tutti<\/em> i rivoltosi sono contro gli Stati Uniti, ovvero sono fondamentalisti (\u00e8 interessante notare come questo meccanismo valga anche <em>in absentia<\/em>: siccome nessuno brucia bandiere americane all\u2019interno di una grande manifestazione in un paese islamico, allora gli amanti del complotto sostengono che dietro l\u2019intera rivolta dev\u2019esserci la CIA).<\/p>\n<p>Nello scegliere i particolari con cui puntellare la narrazione, siamo anche condizionati dalle regole del <span style=\"text-decoration: underline;\">genere narrativo<\/span> che stiamo praticando. Nel caso della rivoluzione, siamo spinti a cercare rivolte di piazza, scontri di potere, repressioni, cambiamenti di regime. A quanto pare, il genere di racconto rivoluzionario al quale il nostro cervello \u00e8 pi\u00f9 affezionato \u00e8 quello delle grandi rivoluzioni novecentesche: il popolo in piazza, la presa del potere. Non consideriamo che ci potrebbero essere generi diversi di narrazione-rivoluzione. Gli Stati sono molto cambiati dall\u2019ottobre del 1917: forse anche gli stilemi del genere \u201crivoluzione&#8221; dovrebbero evolversi di conseguenza. Anche perch\u00e9, come gi\u00e0 detto, una rivoluzione non riguarda sempre e solo il potere, il controllo dello stato, il diritto di espressione. Una rivoluzione si fa senz\u2019altro per le strade, ma \u00e8 soprattutto una spinta creativa a cambiare il mondo, a chiamarlo con nomi nuovi, a sperimentare l\u2019impossibile.<\/p>\n<p>Nei giorni scorsi sul sito del <em>Guardian<\/em> [8] \u00e8 comparsa una cronologia interattiva delle rivolte mediorientali, con tutti gli stati elencati in parallelo e gli avvenimenti pi\u00f9 importanti rappresentati con quattro simboli diversi: protesta\/risposta governativa alla protesta; mossa politica; cambiamento di regime; reazione della comunit\u00e0 internazionale. In una gabbia cos\u00ec stretta, la demolizione del Monumento alla perla, nella piazza omonima di Manama, ordinata dal sultano al-Khalifa per cancellare un simbolo della rivolta, \u00e8 stata catalogata come \u201cmossa politica\u201d quando invece si tratta di una mossa semantica. La rivolta ha cambiato segno a un grande monumento, dedicato ai pescatori di perle del Golfo; lo ha fatto scendendo in piazza, non a tavolino, e a quel punto anche il regime \u00e8 dovuto scendere in piazza, e non per colpire i manifestanti, ma per colpire i loro simboli, in uno strano rovesciamento preventivo di quel che di solito accade quando crolla un regime: l\u2019abbattimento dei simboli del potere e delle statue del leader.<\/p>\n<p>L\u2019unico tentativo che \u00e8 stato fatto per raccontare queste rivolte senza guardare soltanto alle piazze, ha prodotto risultati insoddisfacenti: mi riferisco al meme \u201ctwitter revolution\u201d, nato durante una potenziale rivoluzione colorata in Moldova e poi trasferito al caso tunisino, con una velenosa confusione tra mezzi e cause. Twitter e i social network sono stati strumenti utili di raccordo e di informazione per le proteste tunisine, ma queste proteste non si sono svolte su Twitter. Come ha fatto notare <strong>Tarak Barkawi<\/strong>, \u00abi rivoluzionari in Francia e sull\u2019isola di Haiti, negli anni \u201890 del Settecento, ricevevano notizie gli uni degli altri grazie ai vascelli in servizio regolare tra la Giamaica e Londra\u00bb [9].<\/p>\n<p>Le narrazioni tecnofile &#8211; nel caso del Nord Africa &#8211; hanno avuto come effetto quello di rassicurare chi le ascoltava, di rendere la violazione della quotidianit\u00e0 meno dirompente. Se diciamo che in Tunisia si \u00e8 sviluppata una \u201ctwitter revolution\u201d ci sentiamo pi\u00f9 a nostro agio che raccontando una rivolta dura, lontana dalle nostre abitudini, con gente che si brucia viva o si ribella contro il prezzo del pane e dell\u2019olio da frittura. Non diversamente, il sultano Al &#8211; Khalifa ha tirato in ballo la TV &#8211; le immagini in arrivo dagli altri paesi in rivolta &#8211; per giustificare il cambiamento chiesto a gran voce dai suoi cittadini: \u00abQuesto non \u00e8 il Bahrain che conoscevo\u00bb, ha dichiarato. Dimenticando, per l\u2019occasione, che rivolte simili sono in corso da anni, con centinaia di prigionieri politici torturati nelle prigioni di Manama e dintorni.<\/p>\n<p>Twitter e Facebook sono in un certo senso i Lawrence d\u2019Arabia del ventunesimo secolo: porre l\u2019accento sui social network ci d\u00e0 la piacevole sensazione che queste rivolte \u201cper la democrazia\u201d siano un sotto-prodotto di Internet, lo strumento democratico e partecipativo per antonomasia, il quale \u00e8 a sua volta un prodotto dell\u2019Occidente. Dunque, ci diciamo, se l\u2019Egitto si \u00e8 rivoltato grazie a Internet, allora in fondo si \u00e8 rivoltato grazie a noi, e tendiamo a dimenticare cos\u00ec che il luogo simbolo di quella rivolta \u00e8 una piazza, non il cyberspazio, anche perch\u00e9 rovesciare un despota via Twitter non \u00e8 cos\u00ec semplice: primo, perch\u00e9 l\u2019accesso a Internet pu\u00f2 essere bloccato, e infatti \u00e8 stato bloccato, secondo perch\u00e9 anche i dittatori sbirciano nei social network.<\/p>\n<p><strong>Lo Scopo<\/strong><\/p>\n<p>Nel definire lo Scopo, un tipico ragionamento tossico consiste nel dedurre dalla natura autoritaria di un regime il fatto che le richieste della popolazione consistano <em>solo<\/em> nella \u201cdemocrazia\u201d, nei \u201cdiritti umani\u201d, e quindi che la rivoluzione sia finita con l\u2019abbattimento del tiranno, dopo il quale si pu\u00f2 invocare una \u201ctransizione ordinata\u201d, che tenga a bada richieste pi\u00f9 radicali.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, \u00e8 sempre tossica &#8211; oltre che narrativamente inefficace &#8211; la scelta di attribuire agli attori della rivoluzione un\u2019<span style=\"text-decoration: underline;\">intenzionalit\u00e0 presunta<\/span>: per raccontare una buona storia, infatti, bisogna sempre attribuire intenzioni precise ai suoi protagonisti. Chi non ha intenzioni credibili diventa un fantoccio e i fantocci hanno bisogno di un burattinaio. Ecco perch\u00e9, a cent\u2019anni di distanza, torna sulla ribalta il mito di Lawrence d\u2019Arabia, e l\u2019eroico Occidente deve assumersi il fardello di aiutare l\u2019Oriente a liberarsi da s\u00e9 stesso.<\/p>\n<p>Questo accade anche perch\u00e9 le storie tendono ad accumularsi le une vicine alle altre, a formare agglomerati, sulla base di somiglianze e richiami. Una tendenza che pu\u00f2 aiutare o sviare la narrazione, a seconda dell\u2019elemento che funge da attrattore: pu\u00f2 trattarsi di una caratteristica superficiale, che nasconde differenze importanti, oppure di una caratteristica profonda, importante al di l\u00e0 delle differenze.<br \/>\nAd esempio,\u00a0 l\u2019aspettativa creata dal crollo di molti regimi comunisti nel 1989, ha influito negativamente sul racconto della caduta di Ceausescu in Romania (dopo la quale altri esponenti del partito sono rimasti al potere). In Romania c\u2019erano peculiarit\u00e0 che sono rimaste nascoste a causa di questa narrazione comune. N\u00e9 ci ha aiutato assimilare quell\u2019evento alla tipica narrazione rivoluzionaria del popolo che giudica il Re. Mentre in Francia la testa mozzata di un monarca stimol\u00f2 il processo rivoluzionario, nel caso della Romania proprio la condanna a morte dei coniugi Ceausescu \u00e8 servita a nascondere il furto della rivoluzione, la <em>revolutia furata<\/em>, come gi\u00e0 la chiamavano gli studenti rumeni pochi mesi dopo quel giorno di Natale del 1989.<\/p>\n<p>A risultati come questo pu\u00f2 portare anche la focalizzazione del racconto rivoluzionario intorno alla figura del dittatore, la cui caduta \u00e8 un passaggio spesso necessario, ma certo non sufficiente per qualsiasi progetto rivoluzionario.<br \/>\nUna simile personalizzazione \u00e8 molto presente anche nei racconti che giungono dalla Libia e rischia di essere responsabile di un nuovo <span style=\"text-decoration: underline;\">effetto Ceausescu<\/span>: si toglie di mezzo il dittatore per poter raccontare al mondo l\u2019avvenuta rivoluzione, comodo paravento dietro il quale nascondere uno strisciante ritorno allo status quo.<\/p>\n<p>Un\u2019altra accumulazione narrativa di tipo etno-geografico (il frame delle \u201crivolte arabe\u201d), non aiuta la nostra comprensione degli eventi che interessano l\u2019Oman. Al momento, in quel paese, non ci sono state richieste di un cambiamento radicale nel regime, tuttavia le proteste pi\u00f9 dure sono state a Sohar, il centro industriale pi\u00f9 sviluppato del paese.<br \/>\nUn simile indizio potrebbe fornirci una ratio pi\u00f9 profonda per mettere insieme le diverse narrazioni e allargare lo sguardo: se in Oman si protesta in un grande centro industriale e in Bahrein scioperano gli operai della Alba Aluminium, in Tunisia i giovani disoccupati, in Ohio e Wisconsin gli impiegati pubblici, mentre a Roma, Londra, Lisbona e Parigi\u00a0 scendono in piazza gli universitari senza prospettive, e in Grecia lavoratori e studenti, allora forse c\u2019\u00e8 una narrazione pi\u00f9 vasta per quel che sta succedendo nel pianeta, al di l\u00e0 del mondo arabo, del Nord Africa e del Medio Oriente. Un\u2019accumulazione narrativa pi\u00f9 universale, rispetto alla quale la tossina \u00e8 invece un racconto a <span style=\"text-decoration: underline;\">macchie di leopardo<\/span>, che spezza le connessioni e cerca di separare quel che sarebbe simile, insistendo magari su altre somiglianze.<\/p>\n<p><strong>L\u2019Evento centrale<\/strong><\/p>\n<p>Il nostro frame dell\u2019Evento centrale rivoluzionario, sempre secondo Tilly [10], \u00e8 quello del cambiamento radicale ai vertici dello stato e dell\u2019amministrazione, con ampi settori delle forze armate che si dichiarano fedeli al nuovo governo.<br \/>\nAnche in questo caso, il modello \u00e8 centrato sul potere e sui suoi equilibri, come se avessimo bisogno di individuare un cambiamento stabile definitivo e confidassimo di trovarlo solo negli assetti statali, e non anche negli assetti delle coscienze. Cos\u00ec facendo, potremmo finire per confondere la rivoluzione con un colpo di stato &#8211; che \u00e8 rivoluzionario nell\u2019esito ma non nei modi.<\/p>\n<p>Abbiamo visto negli esempi precedenti come ci siano narrazioni tossiche che mirano a rendere pi\u00f9 accettabile l&#8217;inatteso, ovvero ad addomesticare la dialettica, tanto quella della rivoluzione, quanto quella tipica di ogni racconto. \u201cTossica\u201d \u00e8 una storia che insinua l\u2019inammissibile nell\u2019ordine riconosciuto non per mettere in crisi quell\u2019ordine, ma per addomesticare l\u2019inammissibile, per non farcelo riconoscere.<br \/>\nEsistono anche casi nei quali la dialettica viene addomesticata con il procedimento opposto: ovvero \u201cgonfiando\u201d la violazione della norma, facendo sembrare che il mondo sia stato sovvertito, quando invece non lo \u00e8 stato, cos\u00ec da far passare per cambiamento radicale quella che in realt\u00e0 \u00e8 una conservazione. In altri casi ancora, si gonfia la dialettica sperando che la vera rivoluzione si materializzi dopo l\u2019evento centrale, coinvolgendo una cittadinanza che non vi ha preso parte dall\u2019inizio. Narrazioni intossicate da questo wishful thinking sono state ad esempio la \u201crivoluzione d\u2019ottobre\u201d di <strong>Siad Barre<\/strong> in Somalia, o la rivoluzione verde di Gheddafi.<\/p>\n<p><strong>La Via del ritorno, il Risultato e le Conseguenze ultime<\/strong><\/p>\n<p>Questa \u00e8 la parte che pi\u00f9 spesso ci si dimentica di raccontare, anche se la sua importanza non andrebbe mai sottovalutata. Ci si dimentica di raccontarla per colpa del nostro cervello, dove ogni tappa della narrazione accende emozioni diverse. L\u2019Evento centrale rivoluzionario \u00e8 un picco emotivo, che pu\u00f2 inondarci di sentimenti positivi o negativi, a seconda delle nostre convinzioni. Difficilmente ci lascia indifferenti, visto che i nostri neuroni specchio si accendono nello stesso modo sia quando viviamo un evento in prima persona, che quando ce lo sentiamo raccontare. Se il sentimento \u00e8 positivo, dopo l\u2019Evento Centrale il nostro cervello, che ha ricevuto una scarica di dopamina, si prende una specie di pausa <em>post coitum<\/em>. Se il sentimento \u00e8 negativo, allora siamo preoccupati o impauriti, e la norepinefrina riduce la nostra capacit\u00e0 di attenzione. In entrambi i casi, rischiamo di raccontare con minore interesse quello che ci appare come un semplice epilogo. Inoltre, il nostro frame dell\u2019esito rivoluzionario, ci spinge a pensare che l\u2019Evento Centrale, ovvero la presa del potere da parte dei ribelli, coincida con il risultato finale della narrazione.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-3873\" title=\"Risonanza magnetica (scena tratta dalla serie TV &quot;The Walking Dead&quot;)\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/dopamine2.gif\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"247\" \/><br \/>\nIn realt\u00e0, la storia insegna che i rivoluzionari, dopo aver rovesciato il regime, fronteggiano situazioni difficilissime e sfide che mettono a repentaglio il loro successo. La narratologia, d\u2019altra parte, ci insegna che un\u2019avventura non finisce mai con la prova centrale, ovvero l\u2019eroe che sconfigge il drago: altri pericoli &#8211; e spesso un ritorno in grande stile dell\u2019avversario &#8211; attendono l\u2019eroe sulla via del ritorno. Il senso di una storia si misura proprio nella capacit\u00e0 dell\u2019eroe di tornare a casa e cambiare il suo mondo ordinario grazie agli insegnamenti appresi durante prove e battaglie nel mondo straordinario. E\u2019 sulla via del ritorno che l\u2019eroe sperimenta sempre un\u2019ultima prova decisiva, per poter tornare al villaggio con l\u2019elisir. Ed \u00e8 in quell\u2019ultima prova che l\u2019eroe tragico, di solito, finisce per morire. L\u2019Evento centrale, come rivela il suo stesso nome, \u00e8 solo met\u00e0 di una storia e una storia raccontata a met\u00e0 non pu\u00f2 che essere velenosa.<\/p>\n<p>Il vero successo di una rivoluzione dipende dal desiderio di cambiamento che essa riesce a diffondere tra i cittadini, dal livello di creativit\u00e0 che essi investono in questo desiderio e dalla durata temporale di tale investimento.<br \/>\nIn una vera rivoluzione questa creativit\u00e0 resta in circolo, non si rapprende appena conquistato il Palazzo d\u2019Inverno. Ed \u00e8 una creativit\u00e0 condivisa, universale, non imposta dall\u2019alto.<br \/>\n<strong>Antonio Gramsci<\/strong> considerava il fascismo una <em>rivoluzione passiva<\/em>, ovvero una tesi che, accogliendo in s\u00e9 una parte subordinata dell\u2019antitesi, riusc\u00ec a conservarsi e a proporsi come sintesi. Ma il fascismo fu passivo anche perch\u00e9 dovette imporre dall\u2019alto quella creativit\u00e0 che le rivoluzioni non hanno bisogno di pianificare. La rivoluzione semantica fascista fu un colpo di stato contro il dizionario, l\u2019organizzazione del tempo, il galateo&#8230; Ridefin\u00ec concetti e linguaggi, ma lo fece soltanto a tavolino, e su un tavolino con pochi posti a sedere.<\/p>\n<p><strong>Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo cos\u00ec completato il nostro excursus in cerca di tossine lungo la struttura narrativa dell\u2019evento rivoluzionario.<br \/>\nAbbiamo visto quali insidie nascondono l\u2019illusione retrospettiva di fatalit\u00e0, la miopia cronologica, il peccato originale, l\u2019effetto sineddoche, le convenzioni di genere, l\u2019intenzionalit\u00e0 presunta, l\u2019accumulazione narrativa, le macchie di leopardo, l\u2019effetto Ceausescu, la dialettica addomesticata e gonfiata, la stanchezza post coitum.<br \/>\nIl pericolo \u00e8 quello di intossicare la narrazione oltre il livello di guardia, con il risultato di occultare la realt\u00e0 e di non capire quel che sta succedendo.<br \/>\nMa capire, vivere, immaginare e sognare un racconto &#8211; grazie all\u2019azione dei neuroni specchio &#8211; non sono attivit\u00e0 cerebrali tanto diverse.<br \/>\nCapire la rivoluzione e raccontarla in maniera efficace, significa allora saperla sognare, cominciare a viverla, provare a immaginarla.<\/p>\n<p>Grazie.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><strong>Wu Ming 2<\/strong>, marzo-aprile 2011<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/images\/mayakovsky3.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"170\" \/><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/WM1_UNC.mp3\">WU MING 1 &#8211; WE&#8217;RE ALL FEBRUARY OF 1917<\/a><\/strong> (47&#8217;31&#8221;)<br \/>\nAn article by <strong>Hardt &amp; Negri<\/strong> in <em>The Guardian<\/em> &#8211; Are the North-African uprisings revolutions? &#8211; Are 20th century references really that useless? &#8211; Looking for a &#8220;healthily schizophrenic&#8221; narrative of the revolution &#8211; Picture yourself in a trench by a river &#8211; How the Italian working class instantly grasped the anti-war nature of the 1917 February Revolution &#8211; What did the revolution look like in their eyes? &#8211; Forked tongues and resonances &#8211; <strong>Jacques Ranci\u00e8re<\/strong> on <em>In the shadow of young girls in flower<\/em> &#8211; What is &#8220;haecceity&#8221;? And can a sense of haecceity be conveyed through a narrative? &#8211; Enter <strong>Vladimir Mayakovsky<\/strong> &#8211; <strong>Lev Trotsky<\/strong> on Mayakovsky &#8211; <em>The 150 Million<\/em> &#8211; Conclusions.<br \/>\n<strong><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/WM1_UNC_talk_on_revolution.pdf\">PDF HERE<\/a><\/strong><\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/images\/lawrence140-mini.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"130\" \/><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/WM2_UNC.mp3\">WU MING 2 &#8211; HOW TO TELL A REVOLUTION FROM EVERYTHING ELSE<\/a><\/strong> (44&#8217;21&#8221;)<br \/>\nThe &#8220;colored revolutions&#8221; &#8211; 1989 &#8211; What is a &#8220;toxic&#8221; narrative of the revolution? &#8211; Retrospective illusion of fatality &#8211; The first regime to fall down was our regime of discourse on the Arab world &#8211; Orientalism and revolution: <strong>T.E. Lawrence<\/strong> &#8211; Looking for the &#8220;Original Sin&#8221; &#8211; Chronological myopia &#8211; The Synecdoche Effect &#8211; A timeline in the <em>Guardian<\/em> website &#8211; The meme of the &#8220;Twitter Revolution&#8221; &#8211; Partial intentionality and the Ceausescu Effect &#8211; &#8220;Divide and conquer&#8221; stories &#8211; The Main Event and the Wind-Down &#8211; The Result and post-coital tiredness &#8211; Conclusions.<br \/>\n<strong><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/WM2_UNC_talk_on_revolution.pdf\">PDF HERE<\/a><\/strong><\/p>\n<p><strong><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/suoni\/domandeUNC.mp3\">QUESTIONS &amp; ANSWERS<\/a><\/strong> (19&#8217;52&#8221;)<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<h5><strong>NOTE<\/strong><\/h5>\n<h5>* &#8220;<em>How to tell [about] a revolution [from<\/em> \u2014<em>]<\/em>&#8221; = &#8220;Come raccontare \/ distinguere una rivoluzione da&#8230;&#8221;<\/h5>\n<h5>1. Aristotele, <em>Poetica<\/em><\/h5>\n<h5>2. G. Lakoff, <em>The Political Mind<\/em>, Viking Penguin, 2008 (tr. it, Pensiero politico e scienza della mente, B. Mondadori, 2009)<\/h5>\n<h5>3. Ibidem<\/h5>\n<h5>4. Lo schema che segue \u00e8 una mia piccola rielaborazione di quello proposto da S. Narayanan come modello computazionale di ragionamento metaforico intorno a eventi complessi.<\/h5>\n<h5>5. H. Yucesoy, <em>Revolutions: what went wrong in the West?<\/em>, <a href=\"http:\/\/english.aljazeera.net\/indepth\/opinion\/2011\/03\/201132294241122428.html\">pubblicato su aljazeera.net<\/a> il 27.03.11<\/h5>\n<h5>6. Ch. Tilly, <em>Le rivoluzioni europee, 1492 &#8211; 1992<\/em>, Laterza, 1993<\/h5>\n<h5>7. I. Calvino, <em>Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio<\/em>, Garzanti, 1988<\/h5>\n<h5>8. <a href=\"http:\/\/www.guardian.co.uk\/world\/interactive\/2011\/mar\/22\/middle-east-protest-interactive-timeline\">Arab spring: an interactive timeline of Middle East protests<\/a><\/h5>\n<h5>9. T.Barkawi, <em>The globalization of revolution<\/em>, <a href=\"http:\/\/english.aljazeera.net\/indepth\/opinion\/2011\/03\/2011320131934568573.html\">pubblicato su aljazeera.net<\/a> il 21.03.2011<\/h5>\n<h5>10. Ch. Tilly, op. cit.<\/h5>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-3899\" title=\"Collettivo Militant\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/militant.jpg\" alt=\"\" width=\"90\" height=\"90\" \/>Di questi temi si parler\u00e0 anche domani, marted\u00ec 19 aprile, all&#8217;universit\u00e0 La Sapienza di <strong>Roma<\/strong>.<br \/>\nH.16, Aula Amaldi del Dipartimento di Fisica \u201cG. Marconi\u201d<br \/>\nIncontro \u201cConflitto, rivoluzione, potere. Alla ricerca di un immaginario condiviso\u201d<br \/>\ncon WM1 e Geraldina Colotti<br \/>\nIniziativa a cura del collettivo <strong><a href=\"http:\/\/www.militant-blog.org\/?p=4528\">Militant<\/a><\/strong><br \/>\n<a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/images\/19aprile.jpg\">Clicca per vedere la locandina<\/a><br \/>\n(Nella locandina figura anche Serge Quadruppani, ma per via di un contrattempo non potr\u00e0 esserci)<\/p>\n<p>WM1 e WM5 saranno a Roma anche il giorno dopo, e prenderanno parte a due eventi diversi, <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3323\">vedi calendario<\/a>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":". [Si conclude la pubblicazione su Giap degli interventi fatti da WM1 e WM2 alla UNC (University of North Carolina) di Chapel Hill, il 5 aprile scorso. 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