{"id":37209,"date":"2019-03-28T08:45:07","date_gmt":"2019-03-28T07:45:07","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=37209"},"modified":"2025-09-24T23:02:13","modified_gmt":"2025-09-24T21:02:13","slug":"italian-limes","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2019\/03\/italian-limes\/","title":{"rendered":"La visione dal basso. Una conversazione tra Wu Ming 1 e Italian Limes su clima, territorio, confini, esplorazioni"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_37706\" style=\"width: 710px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37706\" class=\"wp-image-37706\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/ItalianLimes_DSL_09.jpg\" alt=\"Spedizione di Italian Limes sul ghiacciaio del Similaun, quota 3330, 2 aprile 2016. Foto: Studio Folder.\" width=\"700\" height=\"467\" \/><p id=\"caption-attachment-37706\" class=\"wp-caption-text\">Spedizione di Italian Limes sul ghiacciaio del Similaun, quota 3330, 2 aprile 2016. Foto: Studio Folder.<\/p><\/div>\n<p><span style=\"font-size: small;\">[<strong><a href=\"http:\/\/www.italianlimes.net\/project.html\">Italian Limes<\/a><\/strong> \u00e8 un collettivo di architetti, designer e scienziati che lavora sui rapporti tra storia, geografia e cambiamento climatico. Se ne \u00e8 parlato <a href=\"http:\/\/www.alpinismomolotov.org\/wordpress\/2018\/05\/29\/i-confini-della-patria-nella-lunga-estate-calda-intervista-a-italian-limes-in-vista-di-diverso-il-suo-rilievo-2018\/\">sul blog di Alpinismo Molotov<\/a> e alla seconda edizione di <em>Diverso il suo rilievo<\/em>, la festa galattica di AM (altopiano di Macereto, Monti Sibillini, giugno 2018).<br \/>\nIl progetto eponimo <em>Italian Limes<\/em> ha gettato luce su una conseguenza del <em>climate change<\/em> a cui pochissimi pensano: sciogliendo i ghiacciai e spostando gli spartiacque alpini, il riscaldamento globale sta spostando gli stessi confini d&#8217;Italia. A conclusione e documentazione di oltre cinque anni di lavoro, <span class=\"notranslate\">\u00e8 uscito da pochi giorni un libro bellissimo e di grande impatto: <em><a href=\"https:\/\/www.arch.columbia.edu\/books\/catalog\/369-a-moving-border-alpine-cartographies-of-climate-change\">A Moving Border: Alpine Cartographies of Climate Change.<\/a><\/em><\/span><\/span><span style=\"font-size: small;\"><span class=\"notranslate\"><br \/>\n<\/span><\/span><span style=\"font-size: small;\"><span class=\"notranslate\">Ricorrendo a un&#8217;ampia selezione di documenti provenienti dagli archivi dell&#8217;Istituto Geografico Militare e qui pubblicati per la prima volta, gli autori di <em>A Moving Border<\/em> tracciano una storia visiva dei confini alpini d&#8217;Italia, raccontandoli attraverso mappe, architetture, numeri, paesaggi ed ecologie precarie.<br \/>\n<\/span><\/span><span style=\"font-size: small;\"><span class=\"notranslate\">Il volume si apre con una prefazione del sociologo e filosofo francese <strong>Bruno Latour<\/strong> e include contributi del geografo <a href=\"https:\/\/warwick.ac.uk\/fac\/soc\/pais\/people\/elden\/\"><strong>Stuart Elden<\/strong><\/a> , dell&#8217;antropologa e storica del territorio <strong>Mia Fuller<\/strong> \u2013 che nel suo saggio affronta il retaggio dell&#8217;imperialismo italiano \u2013 e dell&#8217;architetta <strong>Francesca Hughes<\/strong>.<br \/>\n<\/span><\/span><span style=\"font-size: small;\"><span class=\"notranslate\">Pagina dopo pagina, constatiamo che l\u2019idea di \u00abconfine naturale\u00bb \u00e8 in realt\u00e0 il prodotto di una precisa narrazione storica, politica e geografica, e ci si apre davanti agli occhi una verit\u00e0 pi\u00f9 ampia: il cambiamento climatico mette in discussione dalle fondamenta l&#8217;idea stessa di sovranit\u00e0 territoriale.<br \/>\nA chiudere il libro, una conversazione con<strong> Wu Ming 1<\/strong> dove si riflette sul rapporto tra scrittura ed esplorazione del territorio, tramite una &#8220;carrellata&#8221; sul lavoro fatto da <em>Point Lenana<\/em> in poi. Quella che pubblichiamo \u00e8 la versione originale in italiano.<br \/>\nRicordiamo che su questi argomenti \u2013 cambiamento climatico, viandanza, oggetti narrativi non-identificati ecc. \u2013 proprio stasera Wu Ming 1 terr\u00e0 una conferenza-performance al L\u00e0bas di Bologna: <em>Blues per le terre nuove. Come raccontare il cambiamento climatico: il caso del basso ferrarese \/ Delta del Po<\/em>. <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/events\/395739724574446\/\">Evento Facebook qui<\/a>. Intanto, buona lettura.]<\/span><\/span><\/p>\n<p>I confini italiani sono stati demarcati tra la met\u00e0 dell\u2019ottocento e la met\u00e0 del novecento. Essi coincidono con lo spartiacque alpino per buona parte della loro lunghezza. Lo spartiacque attraversa ghiacciai perenni, molti dei quali si stanno sciogliendo a causa del cambiamento climatico prodotto dall\u2019uomo. Quando i ghiacciai cambiano morfologia lo spartiacque si sposta, e con esso si spostano i confini, che in molti casi non coincidono pi\u00f9 con le loro rappresentazioni sulla cartografia ufficiale. Per affrontare il problema, l&#8217;Italia, l&#8217;Austria e la Svizzera <a href=\"https:\/\/www.swissinfo.ch\/ita\/per-un-pugno-di-metri--svizzera-e-italia-rivedono-i-confini\/487504\">hanno introdotto<\/a> il concetto di \u00abconfine mobile\u00bb, riconoscendo implicitamente l\u2019instabilit\u00e0 di elementi topografici, come lo spartiacque, che si pensava fossero permanenti.<!--more--><\/p>\n<p>Il progetto <a href=\"http:\/\/italianlimes.net\/\">Italian Limes<\/a>, lanciato nel 2014 da <strong>Marco Ferrari<\/strong> e <strong>Elisa Pasqual<\/strong> (Studio Folder), si propone di mappare le fluttuazioni della linea di confine dovute al riscaldamento globale. Nel corso di due spedizioni sul Gr\u00e4fferner\/Vedretta della Grava, al confine tra Italia e Austria, un gruppo di architetti, designer, e scienziati ha installato una griglia di sensori in grado di trasmettere la propria posizione ad un pantografo che disegna una mappa delle linea in tempo reale \u2013 e di conseguenza sempre diversa. Il progetto \u00e8 stato presentato alla Biennale di architettura di Venezia nel 2014, e allo ZKM di Karlsruhe nel 2016.<\/p>\n<p>Portando avanti la ricerca, Marco Ferrari, Elisa Pasqual e <strong>Andrea Bagnato<\/strong> hanno scritto <em>A Moving Border<\/em>, recentemente <a href=\"https:\/\/www.arch.columbia.edu\/books\/catalog\/369-a-moving-border-alpine-cartographies-of-climate-change\">pubblicato<\/a> da Columbia Books on Architecture and the City. Uno dei capitoli del libro \u00e8 una conversazione con Wu Ming 1.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/AMB1-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-37699\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/AMB1-2.jpg\" alt=\"Pagine da A Moving Border, il libro a cura di Italian Limes\" width=\"700\" height=\"549\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">\u2042<\/p>\n<p><strong>Italian Limes:<\/strong> Vorremmo cominciare parlando dei tuoi tre libri pi\u00f9 recenti. <i>Point Lenana<\/i> (2013) segue la vita di <strong>Felice Benuzzi<\/strong>, un funzionario coloniale e autore del best-seller <i>Fuga sul Kenya<\/i>; <i>Cent\u2019anni a Nordest<\/i> (2015) \u00e8 un reportage sulle tracce della Grande Guerra nelle regioni di confine italiane; e <i>Un viaggio che non promettiamo breve<\/i> (2016) racconta la storia del movimento No TAV. La prima cosa che salta all\u2019occhio, che \u00e8 il motivo per cui abbiamo pensato di intervistarti, \u00e8 il fatto che questi tre libri siano accomunati dal parlare delle Alpi\u2026<\/p>\n<p><strong>Wu Ming 1:<\/strong> \u2026e del confine.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> S\u00ec. Nei tuoi libri le montagne sono raccontate attraverso due polarit\u00e0: come spazio di costruzione dell\u2019identit\u00e0 nazionale da un lato, e come spazio di resistenza dall\u2019altro. Qual \u00e8 quindi la relazione tra Alpi e confine, cio\u00e8 la relazione tra geografia e politica? Dall\u2019esterno non \u00e8 necessariamente ovvio che attraverso le Alpi si possa parlare di nazionalismo o di fascismo.<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-25148\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/PointLenana_SuperET-1.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"315\" \/>WM1:<\/strong> L&#8217;Italia ha un confine di terra quasi completamente montuoso. Gi\u00e0 l\u2019esistenza degli stati-nazione e dei relativi confini \u00e8 un fenomeno molto recente. Che il crinale di una montagna o la linea di displuvio siano identificati con la linea di confine \u00e8 un\u2019ulteriore novit\u00e0, risale a pochi secoli fa, al Trattato di Utrecht del 1713. Prima di allora, in genere i confini <i>includevano<\/i> le montagne, per il semplice motivo che il potere politico le ignorava: non erano considerate importanti, non erano simboli e quindi non potevano essere marcatori di nulla. Soltanto nel XVIII secolo si sviluppa in Europa un interesse per le montagne, e solo alla fine di quel secolo si cominciano a scalare le vette. Convenzionalmente, si data la prima ascensione alpinistica al 1786, prima salita al Monte Bianco.<\/p>\n<p>Una serie di processi storici ha portato quello stato-nazione che si chiamava Regno d&#8217;Italia ad avere il suo confine di terra coincidente con l\u2019arco alpino stesso: di l\u00e0 dalle Alpi ci sono, spostandosi dalle Marittime alle Giulie, la Francia, la Svizzera, l\u2019Austria e quella terra che fino ai primi anni Novanta era parte della Jugoslavia e ora \u00e8 la Repubblica di Slovenia.<\/p>\n<p>Mentre voi avete lavorato sui confini italo-svizzero e italo-austriaco, io mi sono concentrato sul confine orientale prima e sul confine occidentale poi, spostandomi sagittalmente dalle Giulie alle Cozie. Ho scritto del confine col \u00abmondo slavo\u00bb \u2013 confine oltremodo mobile, perch\u00e9 legato ai destini dell\u2019imperialismo italiano e del fascismo \u2013 e poi del confine con la Francia \u2013 o meglio, di una <i>borderland<\/i> molto peculiare tra Italia e Francia, la Val di Susa, che somiglia ben poco al clich\u00e9 della valle alpina che noi siamo soliti avere.<\/p>\n<p>Il fatto che sui loro crinali corra il confine nazionale ha sovraccaricato le Alpi di una congerie di significati simbolici, allegorici: sono diventate prima territori da contendere, poi i baluardi della nazione. Quando i confini erano contesi, tra alpinisti austriaci e italiani c\u2019era una gara continua a chi scalava per primo una vetta, anzi, a chi la \u201cconquistava\u201d. L\u2019immaginario nazionalista \u2013 e colonialista \u2013 \u00e8 sempre legato al maschilismo, al patriarcato: in italiano <i>la vetta<\/i> \u00e8 femmina, come <i>la montagna<\/i>, e dunque si \u201cconquistano\u201d.<\/p>\n<p>Oggi menzionare le Alpi non fa pensare subito al nazionalismo: la montagna fa venire in mente il turismo, evoca scenari da cartolina, ha a che fare con il sublime o il pittoresco. Questo accade perch\u00e9 interi territori sono stati riconfigurati a questo fine.<\/p>\n<div id=\"attachment_37687\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37687\" class=\"wp-image-37687\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/Castiglioni.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"164\" \/><p id=\"caption-attachment-37687\" class=\"wp-caption-text\">Ettore Castiglioni<\/p><\/div>\n<p>Soprattutto, per via della cattiva memoria nazionale, \u00e8 venuto a mancare il nesso, un tempo fortissimo, tra Alpi e fascismo. Il fascismo traeva le proprie origini dal mito della Grande Guerra, che si era combattuta sulle Alpi centro-orientali e orientali, e il nazionalismo &#8220;montano&#8221; ebbe un ruolo importante nella miscela dell\u2019immaginario fascista. Il regime fascista incentiv\u00f2 la pratica dell\u2019alpinismo, perch\u00e9 per i suoi scopi era perfetta: era una pratica d\u2019ardimento, di cimento virile, e al tempo stesso ribadiva che le Alpi erano <i>nostre<\/i>. Durante il ventennio l&#8217;alpinismo ebbe uno sviluppo molto forte, e si cement\u00f2 una particolare narrazione dell&#8217;andare in montagna, che ritroviamo nella rivista del CAI dell&#8217;epoca e in quasi tutti i racconti di ascensione degli alpinisti di allora, tranne di quelli antifascisti come <strong>Ettore Castiglioni<\/strong>. La montagna \u00e8 dove vai a provare te stesso per vedere se sei abbastanza uomo da rappresentare la stirpe italica, \u00e8 dove vai a piantare il tricolore in vetta, usanza sopravvissuta per decenni anche dopo il fascismo. Non dobbiamo pensare che il modo fascista di andare in montagna sia finito nel 1945: la spedizione al K2 del 1954, con la sua impostazione militare e nazional-patriottica, era ancora pienamente dentro quella temperie. Il primo che contest\u00f2 apertamente l&#8217;usanza di portare sulle vette bandiere nazionali fu <strong>Reinhold Messner<\/strong>. \u00abIl mio fazzoletto \u00e8 la mia bandiera\u00bb, dichiar\u00f2 in un&#8217;intervista a <i>Lotta Continua<\/i>.<\/p>\n<p>Il legame tra fascismo e montagna condizion\u00f2 molto la stessa conformazione del territorio. Gi\u00e0 durante la prima guerra mondiale il territorio alpino era stato sconvolto dalla costruzione di infrastrutture militari: ferrate, mulattiere, teleferiche, rifugi&#8230; Per la prima volta da quando esisteva, l\u2019alta montagna veniva infrastrutturata, riconfigurata e quindi risemantizzata, perch\u00e9 quando riconfiguri un territorio esso acquisisce nuovi significati. Dopo la guerra, il fascismo continu\u00f2 l&#8217;opera, per motivi di sfruttamento delle risorse (pensiamo alle centrali idroelettriche), ma anche per spingere gli sport di montagna.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/mussolini-sulli-sci.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-37693\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/mussolini-sulli-sci.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"264\" \/><\/a>Gli anni Trenta sono quelli in cui lo sci, da modo di spostarsi sulla neve delle popolazioni montane, diventa sport praticato dalla borghesia cittadina. Si parla sempre del fascismo che \u00abfaceva le strade\u00bb, ma fece anche piste da sci, seggiovie, stazioni turistiche, rifugi. Il turismo di montagna italiano si svilupp\u00f2 durante il ventennio, non solo per volont\u00e0 del regime. Prima del 1919 le Dolomiti erano in Austria, e il turismo di montagna austriaco era una cosa molto d&#8217;\u00e9lite, signorile, aristocratica. Durante il fascismo inizia il processo che ne far\u00e0 una pratica di massa, piccolo-borghese.<\/p>\n<p>Insomma, nella prima met\u00e0 del ventesimo secolo c&#8217;\u00e8 questa temperie, questo vortice di discorsi sulla montagna, discorsi che in realt\u00e0 riguardano l&#8217;identit\u00e0 nazionale, lo \u00abspazio vitale\u00bb della nazione, e quindi il colonialismo. L&#8217;andare in montagna e l&#8217;andare in colonia hanno immaginari sovrapponibili: anche l&#8217;Africa \u00e8 una donna da conquistare. In tutta l\u2019iconografia coloniale c&#8217;\u00e8 sempre la donna nera, e anche l\u00ec \u00e8 una questione di mostrarsi virili. Quando gli italiani arrivano in Etiopia cercano subito montagne da scalare; il CAI organizza spedizioni nell\u2019Etiopia conquistata, molto limitate dal fatto che in realt\u00e0 l&#8217;Etiopia <em>non<\/em> \u00e8 conquistata, perch\u00e9 se ne \u00e8 occupata solo una piccola parte e tutt&#8217;intorno c\u2019\u00e8 la guerriglia.<\/p>\n<p>Dunque si va in colonia come si va in montagna, ma soprattutto viceversa: le montagne sono colonie interne. Con le montagne, soprattutto con le Alpi, la pianura, la citt\u00e0, il capitalismo intrattengono un rapporto coloniale, di occupazione e predazione. La montagna \u00e8 luogo di sfruttamento delle risorse che pu\u00f2 essere manomesso senza remore, ed \u00e8 luogo di svago per il cittadino, e anche questo ha comportato pesanti manomissioni. Pensiamo a come il territorio montano \u00e8 stato sconvolto per instaurarvi l&#8217;industria dello sci: per fare una pista da sci bisogna piallare le montagne, irreggimentare le acque, costruire bacini <i>ad hoc<\/i> per l&#8217;innevamento artificiale&#8230;<\/p>\n<p>In <i>Point Lenana<\/i> ho cercato di affrontare il groviglio di queste tre linee tematiche \u2013 nazionalismo e maschilismo; colonialismo; montagna \u2013 trasformando ogni filo in una storia. L&#8217;andamento straniante del libro, che a volte pu\u00f2 anche lasciare storditi, \u00e8 dovuto al fatto che la montagna \u00e8 un prisma: riflette la luce in tante direzioni, e questa rifrazione prismatica rivela tante cose della storia nazionale.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-21566\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/centannicover.jpg\" alt=\"Cent'anni a Nordest\" width=\"200\" height=\"311\" \/>Avevo un sacco di materiali di lavoro che non avevo potuto inserire in <i>Point Lenana<\/i>, spunti sui quali continuavo a meditare. Il tour di <i>Point Lenana<\/i> \u00e8 stato fatto prevalentemente lungo l&#8217;arco alpino, e girando continuavo a raccogliere storie. Quelle storie, le mie riflessioni e gli incontri che ho fatto sono diventati un reportage scritto a puntate per <i>Internazionale<\/i>, <em>Cent\u2019anni a Nordest<\/em>, che poi ho ulteriormente ampliato ed \u00e8 divenuto il libro.<\/p>\n<p><em>Cent&#8217;anni a Nordest<\/em> ha una forma pi\u00f9 canonica rispetto a <i>Point Lenana<\/i>, in fondo \u00e8 un reportage narrativo. La domanda da cui sono partito \u00e8: che cos\u2019\u00e8 il Nordest? Da un punto di vista geografico, il Nordest \u00e8 composto da Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Veneto, ma l\u2019espressione ha anche un significato politico, economico, antropologico&#8230; In ogni caso, il Nordest esiste perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 stata la prima guerra mondiale. Sono partito da l\u00ec: l&#8217;Italia non avrebbe <i>quel<\/i> Nordest se non ci fosse stata la Grande guerra, in seguito alla quale annesse Trentino, S\u00fcdtirol e K\u00fcstenland (pi\u00f9 o meno quella che chiamiamo Venezia Giulia). Non a caso in tutto il Nordest c&#8217;\u00e8 oggi una <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/tag\/austronostalgia\/\">diffusa nostalgia per l\u2019Impero austro-ungarico<\/a>, una narrazione che scorre sottotraccia ed esprime un rifiuto dello stato-nazione italiano. A volte si pensa che tale sentimento esista solo a Trento, Trieste e Gorizia; in realt\u00e0 \u00e8 diffuso anche in Veneto e ogni tanto si manifesta, ha dei picchi, come quando in Veneto era popolarissimo <strong>J\u00f6rg Haider<\/strong><em><span style=\"color: #6a6a6a;\"><b>.<\/b><\/span><\/em><\/p>\n<p>In Italia non si sono fatti i conti con la prima guerra mondiale, o meglio, con tutto quello che la vittoria in quella guerra ha comportato, fascismo incluso. Il centenario della guerra poteva essere un&#8217;occasione per riflettere su questi nodi, invece \u00e8 stato puramente, vuotamente celebrativo. Non si \u00e8 riflettuto su quanto il Nordest sia stato plasmato dalle contraddizioni risalenti alla vittoria del 1918. C\u2019\u00e8 un&#8217;ignoranza densissima: nel resto d\u2019Italia non si pensa mai alle minoranze nazionali che abbiamo inglobato vincendo la Grande guerra. Molta gente non lo sa nemmeno che in Italia ci sono circa centomila sloveni, o non ragiona sul perch\u00e9 mai si parli tedesco in Alto Adige. Quelle minoranze incarnano contraddizioni scomode e storie ancora laceranti, memorie divise. In <i>Cent&#8217;anni a Nordest<\/i> ho elaborato questo materiale nella forma del diario di viaggio con riflessioni prettamente geografiche, di geografia umana.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-25884\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Wu_Ming_1_Viaggio_cover_Zero_Calcare.jpg\" alt=\"Un viaggio che non promettiamo breve - Wu Ming 1 &amp; Zerocalcare\" width=\"200\" height=\"313\" \/>A quel punto per\u00f2 avevo gi\u00e0 spostato l\u2019attenzione sul confine italo-francese, perch\u00e9 gi\u00e0 da tempo seguivo la vicenda No Tav. Ho pensato che il metodo che avevo adottato a Nordest \u2013 andare a vedere la <em>singolarit\u00e0<\/em> di un territorio \u2013 potesse essere fecondo anche a Nordovest. La domanda che prima o poi ci siamo fatti tutti \u00e8: \u00abperch\u00e9 proprio in Val di Susa?\u00bb Perch\u00e9 in quella valle si \u00e8 sviluppato un movimento di protesta cos\u00ec forte? Nel caso di altre grandi opere in Italia, come il MOSE, non \u00e8 successa la stessa cosa. Qual \u00e8 la peculiarit\u00e0 della Val Susa? C\u2019\u00e8 qualcosa \u2013 siccome ogni storia <i>ha luogo<\/i>, e la storia avviene <i>nella<\/i> geografia \u2013 che ha a che fare con la conformazione della valle.<\/p>\n<p>Basta <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/images\/Valsusa_WM1viaggioNoTav.pdf\">guardarla sulla carta<\/a>, la Val di Susa: \u00e8 stretta e molto lunga, 90 chilometri; secondo alcuni parte dalla Sacra di S. Michele, secondo altri gi\u00e0 da Avigliana, per alcuni addirittura da Alpignano; la verit\u00e0 \u00e8 che entra in dissolvenza dall\u2019hinterland occidentale torinese. Una valle alpina che comincia nella metropoli, e gi\u00e0 questo \u00e8 strano. Procedendo verso ovest, attraversiamo il fondovalle, zona industrializzata fin dalla met\u00e0 dell\u2019Ottocento. Una valle alpina di operai, altra rarit\u00e0. In quei 90 chilometri si avvicendano tanti mondi e sono tutti Val di Susa, seppure diversissimi tra loro: partiamo dalla metropoli, attraversiamo un\u2019area ex-industrializzata, poi andiamo su, e man mano che andiamo su sentiamo cambiare la parlata, perch\u00e9 dal dialetto piemontese si passa al <i>patois<\/i> occitano, e vediamo sbucare chiese protestanti; arrivi al confine con la Francia sopra i tremila metri, confine che si \u00e8 spostato pi\u00f9 volte, l\u2019ultima dopo la seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p>In Val di Susa c&#8217;era il valico principale per arrivare in Italia da ovest, l\u00ec entrava la Via Francigena, da l\u00ec \u00e8 probabilmente entrato <strong>Annibale<\/strong> con gli elefanti, da l\u00ec \u00e8 entrato <strong>Napoleone<\/strong> per fare la Campagna d\u2019Italia, da l\u00ec \u00e8 uscito <strong>Giulio Cesare<\/strong> per andare a fare le guerre galliche\u2026 \u00c8 una zona di transito, condizionata e plasmata dal transito. Ma cosa vuol dire \u00abtransito\u00bb? Un tempo chi attraversava la valle lo faceva scambiando qualcosa con la valle: la Via Francigena era punteggiata di luoghi di sosta, locande, mercati, si passava per i villaggi, ed era un viaggio lento. Il viandante lasciava in valle qualcosa di s\u00e9, fosse anche solo un ricordo, e si portava dietro qualcosa. La valle reca ancora le tracce di questo. La sua storia deriva dalla sua geografia.<\/p>\n<p>Allora mi sono chiesto: questa storia come entra nella genesi del movimento No Tav? Ho dedicato pi\u00f9 di tre anni all\u2019esplorazione del territorio, al lavoro d\u2019archivio, alle interviste, e mi sono dato una risposta: c&#8217;entra moltissimo.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Quando abbiamo iniziato a fare ricerca storica sul confine alpino, ci siamo posti una domanda: perch\u00e9 il confine coincide con lo spartiacque? La risposta non \u00e8 scontata come potrebbe sembrare, perch\u00e9 la scelta della linea spartiacque ha una storia politica ben precisa.<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Prima del 1713 le montagne dell&#8217;alta Val Susa erano parte del Delfinato, anche al di qua della linea displuviale che oggi fa da confine. Infatti quella parte di Val Susa aveva pi\u00f9 rapporti col Brian\u00e7onnais e con la Francia che con Torino. Ancora oggi ha caratteristiche che vengono percepite come poco italiane, perch\u00e9 fino al XVIII secolo il confine non era sullo spartiacque, questa \u00e8 proprio un\u2019invenzione della modernit\u00e0.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/AMB2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-37698\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/AMB2.jpg\" alt=\"Pagine da A Moving Border, il libro a cura di Italian Limes\" width=\"700\" height=\"557\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Al Nordest era la stessa cosa, perch\u00e9 il concetto di spartiacque permise agli italiani di rivendicare l&#8217;Alto Adige e l&#8217;Istria come propri. A partire dal 1900 si costru\u00ec una narrazione secondo la quale Alto Adige e Istria erano \u00abnaturalmente\u00bb italiani, e dovevano solo essere riportati dalla parte giusta. Dopo l&#8217;unificazione italiana l\u2019impresa geodetica principale \u00e8 stata proprio quella di definire lo spartiacque, perch\u00e9 in s\u00e9 non \u00e8 cos\u00ec evidente, e poi demarcare i confini di conseguenza. Lavorando nell\u2019archivio dell\u2019Istituto Geografico Militare ci siamo posti il problema di come usare questo materiale cartografico, perch\u00e9 comunque rappresenta un progetto di espansione nazionale.<\/p>\n<p>Questa premessa \u00e8 per introdurre la questione della risemantizzazione dei segni del passato. Tu in <i>Cent&#8217;anni a Nordest<\/i>, e anche in articoli pi\u00f9 recenti, parli molto della necessit\u00e0 di <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/11\/predappio-toxic-waste-blues-3-di-3\/\">ricontestualizzare i segni fisici del passato fascista<\/a> \u2013 l&#8217;architettura, le statue del regime&#8230; Cosa fare con questo materiale? \u00c8 una questione molto calda, soprattutto all\u2019estero; in Italia facciamo fatica ad avere questo tipo di discorso. Si pu\u00f2 pensare di ricontestualizzare l\u2019idea, la storia e la cartografia del confine?<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-37688\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/506px-la-via-di-schener-cover-2.png\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"290\" \/>WM1:<\/strong> Due cose. Uno, il confine non \u00e8 una linea ma \u00e8 una fascia. Lo storico <strong>Matteo Melchiorre<\/strong> ha scritto che il confine \u00e8 \u00abcolla e solvente\u00bb. Non \u00e8 quella linea che vedi, ma una <i>borderland<\/i>, una terra di confine che si estende un po\u2019 di qua e un po\u2019 di l\u00e0. Per\u00f2 \u00e8 ancora pi\u00f9 complicato di cos\u00ec, perch\u00e9, due, spesso il confine reale \u2013 il confine culturale, storico \u2013 \u00e8 da un\u2019altra parte.<\/p>\n<p>Nel caso dell&#8217;Alto Adige, che divent\u00f2 italiano solo nel 1918, questa cosa \u00e8 evidente. Il confine storico tra mondo mitteleuropeo e mondo mediterraneo non \u00e8 al Brennero, perch\u00e9 anche Bolzano e Trento sono storicamente mitteleuropa. No, il confine corre molto pi\u00f9 gi\u00f9: nel suo libro <i>La via di Schen\u00e8r<\/i> Melchiorre lo individua con chiarezza, \u00e8 il confine tra Veneto e Trentino, che un tempo era confine tra la Repubblica di Venezia e l&#8217;Impero austroungarico. Oggi \u00e8 solo un confine regionale, ma fino al 1918 era una falda geopolitica, e di quel che era rimane il fantasma, perch\u00e9 ognuno di questi spostamenti lascia fantasmi, ed evocare quei fantasmi ti fa capire il territorio, la sua storia, come si \u00e8 evoluto e conformato.<\/p>\n<p>Quindi se noi accettiamo queste due suggestioni \u2013 che il confine non \u00e8 una linea, e che spesso non \u00e8 dove viene segnato \u2013 possiamo rendere tutto molto pi\u00f9 fluido e molto pi\u00f9 relativo. Questa \u00e8 la premessa immaginativa, concettuale e narrativa per poter risemantizzare l\u2019idea stessa del confine e i segni del confine.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Perch\u00e9 \u00e8 importante osservare uno stato a partire dai suoi confini? Si ha una maggiore definizione, o una maggiore rarefazione?<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Sul confine non c&#8217;\u00e8 rarefazione, anzi, \u00e8 tutto pi\u00f9 denso, pi\u00f9 netto e pi\u00f9 estremo. Il nazionalismo italiano di confine \u00e8 molto pi\u00f9 forte; a Trieste e Bolzano i fascisti sono superfascisti. Ogni fenomeno si manifesta in modo pi\u00f9 radicale perch\u00e9 \u00e8 un territorio di conflitto tra narrazioni, e la mia narrazione deve essere ben tornita, densa, dura per poter essere usata come oggetto contundente contro l&#8217;altro.<\/p>\n<p>Partendo dai margini, dalle estremit\u00e0, la visione \u00e8 molto pi\u00f9 chiara di quella che avresti partendo dal centro. La storia d\u2019Italia la capisci meglio dai confini \u2013 da Trieste, da Bolzano, dalla Val Susa. La storia dell\u2019unificazione nazionale, la storia delle guerre, dei confini rinegoziati la capisci dai confini stessi, non la capisci da Roma.<\/p>\n<div id=\"attachment_37700\" style=\"width: 710px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/confinealpino-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37700\" class=\"wp-image-37700\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/confinealpino-1.jpg\" alt=\"L'atlante del confine alpino realizzato da Italian Limes\" width=\"700\" height=\"382\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-37700\" class=\"wp-caption-text\">L&#8217;atlante del confine alpino incluso in <em>A Moving Border<\/em>. Clicca per ingrandire.<\/p><\/div>\n<p><strong>IL:<\/strong> Il concetto di confine mobile, contenuto negli accordi bilaterali tra Italia, Austria e Svizzera, \u00e8 stata approvato dal Parlamento all\u2019unanimit\u00e0, con una discussione minima. Anche a livello di dibattito pubblico non \u00e8 stato assolutamente trattato, e ci siamo chiesti perch\u00e9 sia stato cos\u00ec.<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Di montagna non si parla mai. Se ne parla quando succede una tragedia, quando muore un alpinista, a volte quando c\u2019\u00e8 un incendio, ma sempre controvoglia \u2013 il che \u00e8 incredibile, vista l&#8217;importanza delle montagne nella storia d&#8217;Italia, nella vita pubblica. Il mainstream non si cura dei margini. Delle problematiche della montagna non si parla mai, quindi essendo il confine in montagna, viene ghermito da questa rimozione.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Sia nel discorso dei cartografi e dei politici che si occupano dei confini, che in quello di chi propone l\u2019alta velocit\u00e0, la montagna viene quasi sempre raccontata come marginale o disabitata. Invece per esempio sul ghiacciaio del Similaun, che \u00e8 ad oltre 3000 m di altitudine, c\u2019\u00e8 una lunghissima storia di passaggio, di transumanza, che continua ancora oggi. Il confine viene continuamente negoziato dai pastori, i cui diritti di uso esistono da molto pi\u00f9 tempo. Una prova \u00e8 che proprio su quel ghiacciaio \u00e8 stato trovato il corpo di \u00d6tzi, che risale ad oltre 3000 anni fa. Quindi la montagna diventa una di quelle che <strong>Naomi Klein<\/strong>, nel suo libro <i>Una rivoluzione ci salver\u00e0<\/i>, definisce \u00abzone sacrificali\u00bb. Questo ha senso se uno inizia a pensare alle Alpi come terreno di conquista, come dicevi prima: come in tutte le colonie, il primo passo \u00e8 rappresentare il territorio come se fosse vuoto.<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Bisogna stare molto attenti alla retorica sul fatto che, per la prima volta nella storia, la maggior parte della popolazione del pianeta vive in citt\u00e0. Sar\u00e0 anche vero dal punto di vista strettamente statistico, ma perch\u00e9 viene ripetuto cos\u00ec insistentemente? Cosa si vuole implicare? Che bisogna preoccuparsi solo di chi sta in citt\u00e0 e ignorare tutti gli altri? Per quanto basata su dati fattuali, \u00e8 pur sempre una narrazione, perch\u00e9 questo dato pu\u00f2 avere molte interpretazioni, mentre viene presentato come se fosse auto-evidente e non necessitasse di alcuna articolazione del discorso. Il rischio \u00e8 che sia funzionale ad individuare sempre pi\u00f9 vasti territori sacrificabili.<\/p>\n<p>Se ci pensate, questo \u00e8 stato il discorso delle linee ferroviarie ad alta velocit\u00e0: collegare solo i grandi centri, emarginando tutti i centri intermedi e piccoli \u2013 che in Italia vuol dire tantissima gente, perch\u00e9 siamo un paese di piccoli e medi centri. In ogni caso, quella dell&#8217;individuo metropolitano non \u00e8 l&#8217;unica forma di vita sul pianeta.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Di questo si sta discutendo anche nell\u2019ambito delle discipline urbanistiche: teorici come <strong>Neil Brenner<\/strong> e <strong>Rem Koolhaas<\/strong> stanno mettendo in discussione la preponderanza della citt\u00e0 nell&#8217;immaginario spaziale, e l\u2019uso strumentale di dati come quello che hai citato. Ed effettivamente nel tuo metodo di scrittura c\u2019\u00e8 una grandissima attenzione allo spazio fisico. Continuerai a lavorare in questa direzione?<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/bpltn.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-37690 size-full\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/bpltn.jpg\" alt=\"\" width=\"2048\" height=\"1167\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> <i>Point Lenana<\/i>, <i>Cent\u2019anni a Nordest<\/i>, e <i>Un viaggio<\/i> <i>che non promettiamo breve<\/i> formano una sorta di trittico alpino, ma non \u00e8 un trittico chiuso, il lavoro prosegue. Il metodo che ho affinato nello scrivere questi tre libri lo sto utilizzando per passare a un altro territorio di confine sorprendente, sfuggente, cangiante: quello da cui provengo, il delta del Po. Non si parla pi\u00f9 di confini tra stati nazionali, ma di confini tra terra e acqua, tra Emilia e Veneto, tra emerso e sommerso, tra inurbato e vuoto. Il delta del Po \u00e8 un territorio che non assomiglia a nessun altro in Italia, ha una storia e una conformazione particolarissime e soprattutto \u00e8 <i>vuoto<\/i>. Il Basso Ferrarese \u00e8 l&#8217;unico territorio di pianura incluso nella Strategia nazionale per le Aree interne [quelle a rischio di spopolamento, N.d.R.].<\/p>\n<div id=\"attachment_37691\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/carta_delta_po.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37691\" class=\"wp-image-37691\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/carta_delta_po.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"200\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-37691\" class=\"wp-caption-text\">Il Delta del Po mostrato nella carta non esisteva prima del 1604 e continua a modificarsi. Clicca per ingrandire.<\/p><\/div>\n<p>Quella protuberanza che oggi sulla carta identifichiamo con il delta del Po \u00e8 di formazione recentissima, \u00e8 tutto limo e detriti portati dal fiume negli ultimi quattrocento anni, a partire dal Taglio di Porto Viro, la deviazione dell\u2019ultimo tratto del fiume, avvenuta nel 1604. Il profilo della costa \u00e8 cambiato in maniera drastica, e ci sono centri abitati come Gorino che prima dell&#8217;inizio del Novecento non esistevano, perch\u00e9 non esisteva proprio la terra su cui sono costruiti. E anche tutt&#8217;intorno al delta ci sono terre nuove. Sono il risultato di quattrocento anni di bonifiche. Terre che erano sommerse sono emerse; dove prima c\u2019erano gigantesche paludi sia di acqua dolce sia di acqua salsa adesso c&#8217;\u00e8 terra, ci sono i campi. C&#8217;\u00e8 tutta una storia conflittuale su come \u00e8 avvenuta questa bonifica, e poi la riforma agraria, che spiega perch\u00e9 il territorio oggi sia in stato di abbandono.<\/p>\n<p>Potreste chiedervi perch\u00e9 \u2013 a parte la motivazione autobiografica \u2013 dalle montagne mi sia spostato cos\u00ec in basso. In realt\u00e0 \u00e8 una scelta coerente, perch\u00e9 anche il delta del Po \u00e8 una questione di confini, di margini, di estremit\u00e0, e in pi\u00f9 \u00e8 una sorta di montagna rovesciata. Ha problematiche simili a quelle montane nonostante sia la pianura pi\u00f9 piana che si possa immaginare. Come in montagna, nella zona del delta si fanno gi\u00e0 sentire, in modo pi\u00f9 netto che altrove, gli effetti del cambiamento climatico: la siccit\u00e0 che a monte fa sparire le sorgenti, a valle abbassa il livello dei fiumi, con una vera e propria inversione del flusso: oggi \u00e8 l\u2019acqua salata dell\u2019Adriatico a <i>risalire <\/i>il Po di svariati chilometri. Ed \u00e8 solo l&#8217;inizio: si prevede che in quell&#8217;area l\u2019Adriatico, innalzandosi, avr\u00e0 un\u2019ingressione fino a 30 km nell&#8217;entroterra.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Prima hai detto che spesso la storia \u00e8 conseguenza della geografia. Questa \u00e8 una questione di cui anche a livello storiografico si discute da tanto tempo, a partire almeno da <strong>Fernand Braudel<\/strong>, che per primo parl\u00f2 del ruolo dell\u2019ambiente nelle vicende umane.<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Non vedo la relazione tra storia e geografia in chiave di determinismo, ma di conflitto. Le contraddizioni che la popolazione di un territorio deve affrontare sono determinate dalla geografia, ma le risposte possibili sono molteplici e variegate: c\u2019\u00e8 una complessit\u00e0 che non pu\u00f2 essere predetta, tantomeno predeterminata, a cui non pu\u00f2 essere imposta una chiave di lettura univoca.<\/p>\n<p>Sotto questo aspetto, il delta del Po \u00e8 la festa della complessit\u00e0. Mentre la Val di Susa una qualche forma di determinazione pi\u00f9 rigida della sua storia l\u2019ha avuta, perch\u00e9 effettivamente c&#8217;\u00e8 derivazione diretta tra la sua forma e quel che vi \u00e8 successo, nel delta del Po \u00e8 tutto pi\u00f9 sfuggente. Molti fenomeni ed eventi che hanno dato a quel territorio la sua forma sono stati disastri naturali. Ma che cos\u2019\u00e8 un disastro \u201cnaturale\u201d? I disastri naturali \u2013 come pu\u00f2 essere un\u2019alluvione \u2013 spesso hanno concause umane, derivano da un particolare intervento sul territorio, o da una mancata manutenzione del territorio.<\/p>\n<p>Il delta del Po \u00e8 un territorio costruito in secoli e secoli di interventi. Non solo bonifiche, ma un complessivo governo delle acque, come lo chiamavano gli Estensi. Oggi 4000 chilometri di canali solcano il Basso Ferrarese. Le acque in eccedenza vengono sollevate da 170 impianti idrovori [80 impianti di scolo e 90 dediti all&#8217;irrigazione, N.d.R.], che le immettono in canali a un livello pi\u00f9 alto che vanno dritti all\u2019Adriatico. \u00c8 un territorio iper-ingegnerizzato, l\u00ec \u00e8 la storia che determina la geografia, nel senso che il territorio ha quella forma per via del rapporto continuo, conflittuale tra predeterminato naturalmente e manufatto, tra progetto e contingenza. \u00c8 difficile estrapolarne un determinismo\u2026 \u00c8 un rapporto circolare.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> E il conflitto dove entra in gioco?<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Il conflitto \u00e8 tra umani e ambiente \u2013 per domare l\u2019ambiente, perch\u00e9 c\u2019erano povert\u00e0 e malaria e si volevano rendere le terre coltivabili. Ma \u00e8 anche conflitto sociale. Ad esempio, le bonifiche del tardo ottocento sono state realizzate in modo speculativo, predatorio \u2013 coloniale, ancora una volta \u2013 da furfanti che videro l\u2019occasione di accaparrarsi terre sommerse con capitali prevalentemente stranieri. In buona sostanza misero le mani su vasti terreni per instaurarvi il grande latifondo \u2013 la moderna, gigantesca impresa agricola. Nel far questo, aggredirono dei beni comuni.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/feostellato07.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-37701\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/feostellato07.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"147\" \/><\/a>C\u2019\u00e8 una storia bellissima, la storia di valle Volta, vicino al paese di Massa Fiscaglia. Valle Volta era una palude di acqua dolce, si estendeva per 1700 ettari ed era un bene comune fin dal medioevo. Da secoli la popolazione di Massa Fiscaglia \u2013 2000 persone all\u2019epoca \u2013 viveva grazie a quella valle, con l\u2019economia della canna e della pesca, e nelle zone emerse c\u2019era lo <i>ius pascendi<\/i>, cio\u00e8 libert\u00e0 di pascolo. Intorno al 1870, con un trucco, un possidente locale, tale Pavanelli, riesce a far organizzare un&#8217;asta finta, finta nel senso che il tetto minimo \u00e8 altissimo e quindi pu\u00f2 partecipare solo lui, cos\u00ec ottiene il terreno in enfiteusi. Pavanelli cede subito il suo diritto di enfiteusi a un grande predatore latifondista dell&#8217;epoca, <strong>Girolamo Chizzolini<\/strong>.<\/p>\n<p>Chizzolini vuole cominciare la bonifica, ma la popolazione, che vede all\u2019improvviso il proprio bene comune aggredito, ingaggia una lotta senza quartiere. Adiscono le vie legali, ma il tribunale di Ferrara dar\u00e0 loro torto. Nel frattempo, cominciano a presidiare la valle, si scontrano con i carabinieri, occupano gli ingressi della valle per non far passare quelli che portano le pompe idrauliche. E poi quando nulla di tutto questo funziona cominciano a sabotare i macchinari di notte. Alla fine, la bonifica verr\u00e0 imposta<i> manu militari <\/i>con la cavalleria schierata a proteggere i lavori.<\/p>\n<div id=\"attachment_37710\" style=\"width: 1029px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/cannevie-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37710\" class=\"wp-image-37710 size-full\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/cannevie-1.jpg\" alt=\"\" width=\"1019\" height=\"601\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-37710\" class=\"wp-caption-text\">La valle salmastra di Cannevi\u00e9 \u2013 oggi <em>Oasi<\/em> Cannevi\u00e9 \u2013 in comune di Codigoro, lato ferrarese del Delta del Po. Cannevi\u00e9 era parte di un paesaggio vallivo che un tempo includeva anche Valle Volta, pochi chilometri pi\u00f9 a ovest. Valle Volta, luogo di feroce \u00abscontro tra modi di produzione\u00bb, doveva presentarsi pi\u00f9 o meno cos\u00ec. Clicca per ingrandire.<\/p><\/div>\n<p>Questo per dire che la bonifica \u2013 come altre grandi opere \u2013 non \u00e8 parte di un processo neutro, ma \u00e8 plasmata dai rapporti sociali, di classe, dalle dinamiche del capitalismo. Ogni scelta fatta sul territorio \u00e8 una scelta di conflitto. C\u2019\u00e8 un concetto marxiano, lo \u00abscontro tra modi di produzione\u00bb, e sotto ogni lotta importante si pu\u00f2 leggere questo scontro. Nella vicenda di valle Volta ci sono proprio due modi di produzione che si scontrano: il capitalismo agrario moderno, con tutte le sue dinamiche di appropriazione del suolo, e un modo di produzione locale basato sui beni comuni. Sotto la superficie evenemenziale della storia, vedi proprio i due modi di produzione che cozzano. Ogni territorio \u00e8 pieno di storie cos\u00ec, basta andarle a scavare.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Come potresti descrivere questo metodo di raccontare lo spazio fisico, di scavarlo e di andarlo a mappare o rimappare?<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Si comincia sempre camminando. Noi siamo parte di questa onda di scrittori che negli ultimi anni ha cominciato a riflettere sulla viandanza come strumento conoscitivo. Abbiamo sempre usato questa immagine: andare dove si incontrano l\u2019archivio e la strada. Cercare nell\u2019archivio approfondimenti su quello che vedi camminando, e viceversa. Trovi qualcosa in archivio \u2013 tutto pu\u00f2 essere archivio, chiaramente: l\u2019archivio lo ricombini tu, non \u00e8 necessariamente in un luogo \u2013 e vai a cercarne conferme camminando. Semplificando al massimo, il metodo \u00e8 questo.<\/p>\n<div id=\"attachment_37703\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/turri.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37703\" class=\"wp-image-37703\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/turri.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"157\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-37703\" class=\"wp-caption-text\">Il geografo Eugenio Turri (1927 &#8211; 2005)<\/p><\/div>\n<p>Adesso sto camminando lungo i canali della bonifica ferrarese. Vado, scelgo un tragitto, fotografo i manufatti, gli elementi tipici, quelli che <strong>Eugenio Turri<\/strong> chiamava gli \u00abiconemi\u00bb del territorio. Dalle mie parti gli iconemi sono l&#8217;architettura legata alla bonifica: il canale, la vasca scolmatrice, la chiavica, la chiusa, l&#8217;impianto idrovoro.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Qual \u00e8 il tuo rapporto con la cartografia, sia in termini di strumento che in termini di creazione? Quali cartografie alternative hai trovato nel tuo rapporto con i movimenti e nello studio del territorio?<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Io parto dalle carte, poi devo trasformare la visione piatta della cartografia in visione sul terreno. La carta serve per poter essere forzata, \u00e8 la visione apicale, piana, bidimensionale di un territorio che invece io devo esplorare nella sua quadridimensionalit\u00e0, nelle sue trasformazioni. Non devo vederlo dall&#8217;alto, perch\u00e9 dall&#8217;alto ogni cosa diventa elemento di una geometria, quindi parte di un pensiero astratto. A me non serve quel pensiero astratto, io devo entrare nel concreto delle trasformazioni <i>vive<\/i> del territorio. Devo andare a verificare e in qualche modo forzare la visione &#8220;mappale&#8221; di quel territorio. O meglio, contro-forzare, perch\u00e9 ogni mappa \u00e8 una forzatura, una riduzione di complessit\u00e0. A un narratore la complessit\u00e0 serve.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Da dove vengono l&#8217;interesse per la strada e quello per i margini? Entrambi connotano fortemente quello che fate come scrittori.<\/p>\n<div id=\"attachment_37704\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/volantino-radio-blissett-2-per-artapart.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-37704\" class=\"wp-image-37704\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/volantino-radio-blissett-2-per-artapart.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"275\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-37704\" class=\"wp-caption-text\">Volantino di Radio Blissett, Roma, 1995. Clicca per ingrandire.<\/p><\/div>\n<p><strong>WM1:<\/strong> \u00c8 una lunga storia. All&#8217;epoca del progetto Luther Blissett, ormai pi\u00f9 di vent&#8217;anni fa, sia a Bologna sia a Roma facevamo \u00abderive psicogeografiche\u00bb, esploravamo la citt\u00e0. Avevamo una trasmissione, Radio Blissett, che andava in onda tutta la notte. Una volta alla settimana alcuni di noi rimanevano in studio e prendevano le telefonate degli ascoltatori che ci chiedevano di andare in un certo posto. Altri di noi, divisi in pattuglie, andavano sui luoghi, da l\u00ec telefonavano in studio e raccontavano cosa vedevano, chi c\u2019&#8217;ra, l&#8217;atmosfera&#8230; Spesso l&#8217;ispirazione veniva dalla cronaca: durante la settimana leggevamo la stampa locale, collegavamo sulla carta della citt\u00e0 i luoghi dove era successo qualcosa di significativo, poi li visitavamo di notte e li raccontavamo. Si componeva una geografia degli affetti, un reticolo di emozioni, di presentimenti, quelli che hai girando lo spazio urbano di notte.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> C&#8217;\u00e8 anche un elemento che ha a che fare con la storia sociale di Bologna, con le lotte e il conflitto sociale?<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> Certamente in un&#8217;altra citt\u00e0 sarebbe stato difficile far nascere e sviluppare il progetto Luther Blissett. Quand\u2019ero appena arrivato a Bologna ed ero matricola all&#8217;universit\u00e0, scoppi\u00f2 il movimento della \u00abPantera\u00bb: tra il 1989 e il 1990 tutte le facolt\u00e0 universitarie d&#8217;Italia furono occupate per protestare contro la legge Ruberti, riforma che apriva la strada alla cosiddetta autonomia universitaria e agli investitori privati negli atenei pubblici. Per i primi tre mesi della mia vita a Bologna non avevo casa, dormivo all\u2019universit\u00e0 occupata. C\u2019era un humus forte, una sedimentazione di esperienze politiche e controculturali che risaliva al 1977, a Radio Alice. Erano stati occupati da poco i primi centri sociali, come l&#8217;Isola nel Kantiere e la Fabbrica Occupata. Bologna \u00e8 una citt\u00e0 universitaria con gente che affluisce da tutta Italia e non solo; \u00e8 una citt\u00e0 colta, una citt\u00e0 di conflitti, con una tradizione operaia, di sinistra, partigiana, che \u00e8 sfumata via via negli anni ma comunque ha lasciato pi\u00f9 segni che altrove. Questo insieme di condizioni ha permesso al nostro progetto di svilupparsi come si \u00e8 sviluppato.<\/p>\n<p><strong>IL:<\/strong> Ci interessa sapere di pi\u00f9 sul passaggio che hai fatto dallo scrivere romanzi storici con il resto dei Wu Ming a questi libri pi\u00f9 recenti che possiamo definire, per usare un termine inglese, come <i>narrative non-fiction<\/i>. C\u2019\u00e8 un cambiamento nella forma letteraria, e ci chiedevamo quanto questa transizione sia una conseguenza del lavoro che avevi cominciato con i romanzi storici, che contenevano gi\u00e0 un&#8217;idea di storia alternativa, e quanto invece sia una risposta a delle contingenze politiche recenti che il romanzo non \u00e8 forse adatto ad affrontare.<\/p>\n<p><strong>WM1:<\/strong> C&#8217;\u00e8 chi sostiene che il romanzo sia adatto ad affrontare tutto. Dipende da cosa s&#8217;intende per romanzo, \u00e8 un concetto molto pi\u00f9 sfuggente di quanto sembri. Ad ogni modo, il lavoro che sto facendo \u2013 per semplicit\u00e0 definiamolo geografico \u2013 si basa sull&#8217;esperienza accumulata scrivendo romanzi storici. Deriva anche dalla mia formazione: sono laureato in storia contemporanea, per\u00f2 non ho mai voluto perseguire una carriera accademica, mi sono dato subito alla letteratura.<\/p>\n<p>Come collettivo Wu Ming, il romanzo storico l&#8217;abbiamo esplorato in lungo e in largo, finch\u00e9 non abbiamo pensato che le conoscenze acquisite avremmo potuto usarle in altri modi. Il che non vuol dire che non scriveremo pi\u00f9 romanzi [infatti nel frattempo \u00e8 uscito <em>Proletkult<\/em> e sta per uscire <em>La macchina del vento<\/em>, N.d.R.]: vuol dire che quel ciclo \u2013 il ciclo iniziato con <i>Q<\/i> \u00ad\u2013 \u00e8 finito.<\/p>\n<p>Siamo ripartiti dalla constatazione che ogni cosa racconta una storia: tutto il territorio, l&#8217;ambiente che abbiamo intorno \u00e8 pieno di storie. Di fronte a questo, uno pu\u00f2 avere uno spaesamento, sentirsi soverchiato, ma se, a forza di scrivere romanzi storici, si \u00e8 costruito un metodo, allora sa selezionare, sa decidere che cosa raccontare e in quali direzioni muoversi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Italian Limes \u00e8 un collettivo di architetti, designer e scienziati che lavora sui rapporti tra storia, geografia e cambiamento climatico. Se ne \u00e8 parlato sul blog di Alpinismo Molotov e alla seconda edizione di Diverso il suo rilievo, la festa galattica di AM (altopiano di Macereto, Monti Sibillini, giugno 2018). 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