{"id":36095,"date":"2018-12-06T09:00:05","date_gmt":"2018-12-06T08:00:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=36095"},"modified":"2018-12-10T09:47:26","modified_gmt":"2018-12-10T08:47:26","slug":"ride-in-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2018\/12\/ride-in-guerra\/","title":{"rendered":"Ride&#8230; in guerra. Note proletkultiste sul cinema working class"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-36101\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/rideinguerra.png\" alt=\"Ride in guerra\" width=\"700\" height=\"482\" \/><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\ndi <strong>Wu Ming 4<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">[Venerd\u00ec 7 dicembre a Bologna dialogheremo con <strong>Valerio Mastandrea<\/strong> sul tema: \u00ab<em>Ride<\/em>\u00a0e\u00a0<em>Proletkult<\/em>. Come comporre le storie affinch\u00e9 il nostro fare vada a buon fine\u00bb. L&#8217;incontro si terr\u00e0 alle h.18 al Cinema Lumi\u00e8re, Piazzetta Pasolini, entrata da via Azzo Gardino 65\/b. Dopo l&#8217;evento, Valerio presenter\u00e0 il suo film <em>Ride<\/em> alle h.21 al Cinema Arlecchino, via Lame 59\/A. Anticipiamo qui alcuni appunti di (doppia) visione su <em>Ride<\/em>\u00a0e <em>In guerra<\/em> di <strong>St\u00e9phane Briz\u00e9<\/strong>.]<\/span><\/p>\n<h4><strong>Ridere per non piangere<\/strong><\/h4>\n<p>La prima prova di regia di <strong>Valerio Mastandrea<\/strong> \u00e8 innanzi tutto un film su un blocco emotivo davanti alla morte. Un&#8217;assenza che si verifica come un fulmine a ciel sereno lascia spiazzati, shockati e incazzati. Ci vuole tempo perch\u00e9 il dolore esploda, bisogna prima rendersi conto di ci\u00f2 che \u00e8 successo, e cos\u00ec capita che la disperazione e le condoglianze altrui circondino chi resta, mettendolo in imbarazzo per un dolore che non ce la fa a uscire. Ma se questo \u00e8 il problema di Carolina, la protagonista del film interpretata da <strong>Chiara Martegiani<\/strong>, e di suo figlio Bruno, si staglia su un contesto nient&#8217;affatto casuale. La morte \u00e8 una delle tante \u00absul lavoro\u00bb. \u00c8 la morte di un operaio figlio d&#8217;operaio. Perch\u00e9 questo \u00e8 <em>Ride<\/em>, una storia operaia, ambientata tra il proletariato urbano di Nettuno, una delle citt\u00e0-satellite di Roma. E se anche \u00e8 difficile riconoscere nella protagonista una casalinga moglie di metalmeccanico, proprio per questo \u00e8 il personaggio che serve a questa storia, una sorta di aliena \u2013 riminese emigrata al contrario \u2013 che improvvisamente si trova a dover affrontare la gestione sociale del lutto, prima ancora che la mancanza privata.<!--more--><\/p>\n<p>I personaggi che le si muovono attorno sono una carrellata balzachiana d&#8217;umanit\u00e0 varia. Su tutti si staglia il conflitto maschile nella famiglia d&#8217;origine del morto, tra il padre, operaio in pensione, e il figlio superstite, che l&#8217;operaio non ha voluto farlo e per questo ha scelto l&#8217;altra via del proletario, cio\u00e8 la delinquenza, la vita di espedienti. Il padre tutto d&#8217;un pezzo, reduce della vecchia guardia rossa, insieme agli ex-colleghi, osserva con amarezza la generazione successiva rientrare in fabbrica senza colpo ferire, anche dopo una morte che la riguarda cos\u00ec da vicino. Le parole pesano come macigni, pronunciate dalla voce roca con l&#8217;accento laziale: \u00abSe c&#8217;eravamo noi, Mauro non sarebbe morto\u00bb. Gli operai della generazione degli anni Settanta, quelli delle grandi battaglie dentro e fuori le fabbriche, avrebbero lottato senza tregua contro le morti bianche, contro l&#8217;insicurezza sul posto di lavoro, contro lo sfruttamento sempre pi\u00f9 selvaggio. Sono uomini superati dai tempi, che serbano l&#8217;orgoglio d&#8217;essere stati classe di ferro, capace di farsi rispettare dal padronato, ma nascondono l&#8217;amarezza della sconfitta, del non avere trasmesso ai figli la stessa voglia di cambiare il destino collettivo. Dovranno scusarsi con la generazione successiva, per non esserci stati, in una delle scene pi\u00f9 commoventi del film; per non essersi preoccupati di trasmettere l&#8217;affetto e insieme a quello anche la caparbiet\u00e0 di non accettare lo stato delle cose.<\/p>\n<p>La morte di Mauro fa venire al pettine tutti i nodi, quelli famigliari, quelli politici e sociali. Quelli di un paese paradossale dove i vecchi sopravvivono e i giovani muoiono, di lavoro, di remissivit\u00e0, di inettitudine, sepolti vivi, come fosse un universo capovolto. Lo stato delle cose, appunto.<\/p>\n<p>Chi resta, insieme agli anziani, sono le vedove e i figli, come in una tragedia antica. Il film \u00e8 dedicato a loro, che alla fine ci restituiscono lo sguardo, come a chiamare in causa proprio noi che siamo ancora qua e qualcosa dobbiamo pur fare, rimboccarci le maniche, reagire, elaborare questo maledetto lutto e andare avanti.<\/p>\n<div align=\"center\"><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/QkeOHTr7Pzg\" width=\"700\" height=\"393\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/div>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/p>\n<h4><strong>Je lutte des classes<\/strong><\/h4>\n<p>Il film di <strong>St\u00e9phane Briz\u00e9<\/strong>\u00a0ha invece un protagonista maschile, un operaio non pi\u00f9 giovane ma nemmeno gi\u00e0 vecchio, il delegato sindacale Laurent Am\u00e9d\u00e9o \u2013 interpretato da un grande <strong>Vincent Lindon<\/strong>\u00a0\u2013 che sta per diventare un giovane nonno. <em>In guerra<\/em> potrebbe essere la versione aggiornata de <em>I compagni<\/em> di Monicelli (1963): un perfetto apologo sulla lotta di classe, che racconta in modo asciutto e al tempo stesso avvincente \u2013 telecamera a spalla, attori non professionisti (eccetto il protagonista) \u2013 una lunga vertenza sindacale.<\/p>\n<p>Per rendere perfetto l&#8217;apologo \u00e8 necessario che le burocrazie sindacali non entrino mai in gioco, e infatti le uniche parti in campo sono gli operai, con i loro rappresentanti di base; i padroni, cio\u00e8 i rappresentanti di una multinazionale; lo stato, cio\u00e8 i rappresentanti del governo. Alla dimensione privata di tutti \u00e8 concesso poco o niente, anche se in ogni istante si ha l&#8217;assoluta consapevolezza di quanta vita e quante vite siano in gioco. La storia racconta senza sbavature n\u00e9 retorica di come la spesso evocata \u00abresponsabilit\u00e0 sociale\u00bb dei capitalisti sia una chimera. Eppure negli anni delle vacche grasse, quando l&#8217;economia tirava e le bolle speculative si gonfiavano, la sinistra liberale s&#8217;era convinta che fosse davvero possibile rendere compatibili gli interessi dei lavoratori e quelli del grande capitale, fino a negare la contrapposizione stessa e a tirare la volata a quell&#8217;\u00abinteresse nazionale\u00bb che oggi si ripresenta nella sua vecchia veste sciovinista e fascistoide.<\/p>\n<p>In tanti hanno finito per crederci. Ma il film di Briz\u00e9 ci ricorda con una semplicit\u00e0 disarmante quanto quella narrazione sia falsa, perch\u00e9 alla fine della fiera l&#8217;interesse del capitale \u00e8 irriducibile a qualunque altro, ed \u00e8 ben protetto dalla legge dello stato borghese. Fu il motivo per cui durante la rivoluzione industriale gli operai immaginarono nuove forme di propriet\u00e0 e nuove forme statali, vale a dire il socialismo. La storia ci riporta ancora l\u00ec, dopo gli anni in cui i gonzi si erano autoillusi di avere liquidato il conflitto di classe semplicemente affermando che eravamo tutti ceto medio. Invece \u00e8 da sempre in corso una guerra, ci ricorda Briz\u00e9, e c&#8217;\u00e8 gente che la combatte quotidianamente perch\u00e9 non ha scelta, dato che arrendersi significa perdere tutto.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 nonostante la resa \u00e8 sempre dietro l&#8217;angolo: non \u00e8 certo un segreto che quella degli ultimi trent&#8217;anni \u00e8 la storia di una lunga sconfitta. Infatti non c&#8217;\u00e8 un briciolo di autocompiacimento o di sconfittismo in questo film, anzi, tutto il contrario. La lotta \u00e8 dura, e le fratture nel fronte dei lavoratori si riveleranno rovinose, perch\u00e9 il divide et impera \u00e8 la tattica del nemico di classe, che alletta i lavoratori con un uovo oggi (buonuscita) contro l&#8217;aspettativa di una gallina\u00a0 forse mai (il mantenimento del posto di lavoro). Argomento forte, anche fortissimo per chi ha bisogno subito e vede il domani gi\u00e0 come un lusso. Proprio questo \u00e8 il punto, l&#8217;assenza di orizzonte, di un&#8217;alternativa sistemica, di una progettualit\u00e0 di cambiamento radicale, cio\u00e8 di un avvenire. Senza una prospettiva d&#8217;avvenire nessuna lotta pu\u00f2 vincere davvero\u2026<\/p>\n<div align=\"center&quot;\"><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/JoKOhBwq7PU\" width=\"700\" height=\"393\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/div>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/p>\n<h4><strong>To Be Or Not To Be<\/strong><\/h4>\n<p><span style=\"font-size: small;\">[ATTENZIONE: questo paragrafo contiene spoiler, se ne sconsiglia la lettura a chi non volesse rovinarsi la visione dei film.]<\/span><\/p>\n<p>\u2026e infatti la lotta degli operai francesi non vince. Lo stato borghese si chiama fuori dalla contesa e la logica della responsabilit\u00e0 sociale si infrange contro la netta e cristallina logica del profitto, laddove quello che conta \u00e8 ingrossare i dividenti degli azionisti, non salvare il lavoro e le vite degli operai. Cos\u00ec funziona il sistema, non c&#8217;\u00e8 niente da fare. Se non un gesto estremo, come quello di Jan Palach e dei bonzi vietnamiti. \u00c8 il martirio a fermare la rappresaglia padronale e a riaprire la trattativa, non \u00e8 dato sapere con quali esiti.<\/p>\n<p>Se nel film di Mastandrea la morte dell&#8217;operaio intorno a cui ruota la storia \u00e8 l&#8217;antefatto, e lui compare soltanto alla fine, come un fantasma nei ricordi della compagna, nel film di Briz\u00e9t la morte si colloca alla conclusione della vicenda, come colpo di scena finale, forse troppo inatteso, quasi sleale nei confronti dello spettatore, eppure terribilmente realistico stando a certe cronache. Ed \u00e8 un sacrificio che riapre la vertenza e getta un poco pi\u00f9 avanti l&#8217;orizzonte cortissimo della classe.<\/p>\n<p>Ecco, questo \u2013 non c&#8217;\u00e8 altro modo di dirlo \u2013 fa incazzare. Per incidente o per disperazione, non pu\u00f2 essere che l&#8217;unica cosa rimasta da fare agli operai sia morire e con la loro morte scuotere le coscienze, creare imbarazzo, emergenza, o muovere a compassione. Perch\u00e9 sar\u00e0 pur vero che come diceva <strong>Nino Manfredi<\/strong> nei panni del fantomatico eroe della plebe Pasquino, alla fine di un altro film, girato nel tempo in cui in Italia la classe operaia dettava le proprie condizioni, cio\u00e8 <em>Nell&#8217;anno del Signore<\/em> di Luigi Magni (1969): \u00abLi morti pesano\u2026 e col tempo diventano la cattiva coscienza del padrone\u2026\u00bb Ma in quel film e in quel tempo, l&#8217;avvenire c&#8217;era eccome e infatti ci si ribellava e si poteva chiosare ancora come Pasquino\/Manfredi: \u00abSolo sul sangue viaggia la barca della rivoluzione.\u00bb<\/p>\n<p>Senza rivoluzione rimane solo il sangue, il sacrificio senza redenzione. Ed \u00e8 una bella fregatura.<\/p>\n<p>In fondo \u00e8 il problema che ha anche la cinematografia del grande vecchio <strong>Ken Loach<\/strong>, che nel corso dei decenni pi\u00f9 di ogni altro ci ha raccontato con realismo implacabile e amore pasoliniano la lenta agonia della classe lavoratrice britannica. L&#8217;impossibilit\u00e0 di raccontare il riscatto \u00e8 il vicolo cieco nel quale rischia di rimanere intrappolato il cinema working class.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0 allora che la via d&#8217;uscita non sia il crossover tra realismo e fantastico, come sembra suggerire \u2013 magari premendo troppo l&#8217;acceleratore \u2013\u00a0<strong>Gabriele Mainetti<\/strong> con il suo <em>Jeeg Robot<\/em>, supereroe della suburra. Del resto \u00e8 un&#8217;idea con la quale anche la letteratura omologa si sta confrontando, vedi <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2018\/04\/108-metri\/\">l&#8217;ultimo romanzo di <strong>Alberto Prunetti<\/strong>, <em>108 metri<\/em><\/a>, nel quale compare a pi\u00f9 riprese una sorta di demone lovecraftiano che incarna l&#8217;essenza del neoliberismo. Ma vengono in mente anche le fantomatiche e pur cos\u00ec realistiche <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/12\/conversando-con-anthony-cartwright\/\"><em>Irontowns<\/em>, dell&#8217;ultimo romanzo di <strong>Anthony Cartwright<\/strong><\/a>, dove una leggenda del tutto immaginaria dei minatori del Black Country si presenta come ispirazione per il fantasy di J.R.R.Tolkien, cresciuto da quelle parti.<\/p>\n<p>\u00c8 bello ipotizzare \u2013 bogdanovianamente \u2013 che sar\u00e0 il fantastico proletario a liberarci dalla visione sacrificale e vittimaria della classe, portandoci fuori dal vicolo cieco, verso nuovi cieli e nuove terre. Quelli che bisogna essere capaci di immaginare per poter lottare qui e ora.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">[La riflessione prosegue con <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2018\/12\/the-harvest\/\">un intervento di Wu Ming 1<\/a> su un altro film working class, <em>The Harvest<\/em> di <strong>Andrea Paco Mariani<\/strong>.]<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"&#8211; di Wu Ming 4 [Venerd\u00ec 7 dicembre a Bologna dialogheremo con Valerio Mastandrea sul tema: \u00abRide\u00a0e\u00a0Proletkult. Come comporre le storie affinch\u00e9 il nostro fare vada a buon fine\u00bb. L&#8217;incontro si terr\u00e0 alle h.18 al Cinema Lumi\u00e8re, Piazzetta Pasolini, entrata da via Azzo Gardino 65\/b. 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