{"id":33933,"date":"2018-06-08T11:51:41","date_gmt":"2018-06-08T09:51:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=33933"},"modified":"2018-06-11T19:16:00","modified_gmt":"2018-06-11T17:16:00","slug":"note-sul-museo-di-predappio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2018\/06\/note-sul-museo-di-predappio\/","title":{"rendered":"Quale fascismo, quale antifascismo. Note sul Museo di #Predappio &#8211; di Sandro Bellassai"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_33956\" style=\"width: 802px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-33956\" class=\"wp-image-33956 size-full\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/DQrIUdAXUAAV5TZ-2.jpg\" alt=\"\" width=\"792\" height=\"415\" \/><p id=\"caption-attachment-33956\" class=\"wp-caption-text\">Predappio, 9 dicembre 2017. Frassineti, Flores e De Bernardi all\u2019inaugurazione della mostra sul progetto per l\u2019ex-Casa del Fascio. Mostra allestita nella casa natale del duce.<\/p><\/div>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><span style=\"font-size: small;\"><br \/>\n[La vicenda del museo del fascismo a Predappio <a href=\"http:\/\/www.forlitoday.it\/attualita\/a-predappio-e-stato-avviato-il-servizio-della-memoria.html\">va avanti,<\/a>\u00a0e occuparsene \u00e8 sempre pi\u00f9 importante: il nuovo quadro politico del 2018 ci offre un&#8217;immagine ad alta definizione del \u00absenso comune post-antifascista\u00bb, ci mostra quanta strada sia stata percorsa da quando, nel 2004, lo storico <strong>Sergio Luzzatto<\/strong> coni\u00f2 quell&#8217;espressione. In un simile contesto, la partita che si sta giocando nella ex-\u00abBetlemme del fascismo\u00bb si fa ancora pi\u00f9 rischiosa.<br \/>\nAbbiamo raccontato i presupposti storici, la cornice radioattiva e le ambiguit\u00e0 del progetto di Frassineti, Flores e De Bernardi nell&#8217;inchiesta-reportage <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/10\/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3\/\">Predappio Toxic Waste Blues<\/a>. In seguito abbiamo ospitato le concretissime obiezioni di uno storico e insegnante, <strong>Gianluca Gabrielli<\/strong> (<a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2018\/02\/come-ti-organizzo-la-gita-scolastica-al-futuro-museo-di-predappio\/\">\u00abCome ti organizzo la gita scolastica al futuro museo di Predappio\u00bb<\/a>). Oggi proseguiamo la riflessione con il contributo di un valido storico contemporaneista, <strong>Sandro Bellassai<\/strong>, che conosce bene tanto l&#8217;argomento quanto il contesto, perch\u00e9 insegna a Forl\u00ec, quella Forl\u00ec che alcuni vorrebbero vendere turisticamente come <a href=\"http:\/\/www.unacitta.it\/newsite\/articolo.asp?id=816\">\u00abcitt\u00e0 del Duce\u00bb<\/a> (sic), il cui comune confina con quello di Predappio. Buona lettura. <strong>WM<\/strong>]<\/span><\/p>\n<p>di <strong>Sandro Bellassai *<\/strong><\/p>\n<p>Nel settembre del 2017 \u00e8 stato reso noto il progetto su cui dovrebbe basarsi il Museo dedicato al fascismo da realizzare a Predappio, com&#8217;\u00e8 noto, nella ex Casa del fascio. Nella relazione al progetto (<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/Museo_Predappio_Progetto_Istituto_Parri.zip\">ora scaricabile da qui<\/a>) viene delineata per sommi capi l&#8217;impostazione storiografica che si \u00e8 scelto di seguire per l&#8217;allestimento delle varie sezioni del Museo, oltre a una breve articolazione tematica in base alla quale, in concreto, dovrebbe strutturarsi la grande esposizione.<!--more--><\/p>\n<p>La presentazione del progetto \u00e8 stata preceduta e seguita da polemiche e discussioni di varia natura, con pronunciamenti di studiosi, associazioni e istituzioni pro o contro l&#8217;iniziativa. <a href=\"https:\/\/e-review.it\/carrattieri-predappio-si-predappio-no\">Un&#8217;ampia rassegna \u00e8 disponibile qui<\/a>. La maggioranza degli interventi si \u00e8 concentrata sull&#8217;idea stessa di un \u00abmuseo del fascismo\u00bb, o sull&#8217;idea di creare un museo simile in un luogo come Predappio. Qui invece vorrei provare a offrire qualche spunto di riflessione nel merito dei contenuti del progetto, cio\u00e8 su approcci e scelte interpretative e tematiche quali traspaiono dalla relazione stessa.<\/p>\n<p>Dico subito che alcune di quelle scelte sembrano condivisibili e meritorie: mi riferisco, fra le altre cose, alla decisione di dedicare uno spazio importante alla Grande Guerra, come incubatrice di quella \u00abbrutalizzazione della politica\u00bb [1] &#8211; secondo l&#8217;espressione di <strong>George L. Mosse<\/strong> &#8211; di cui anche il primo fascismo fu figlio; penso anche all&#8217;attenzione che si intende riservare ai rapporti tra fascismo e dimensione internazionale, incluse le relazioni complesse fra il regime e molti osservatori &#8220;democratici&#8221;; mi riferisco, infine, allo spazio dedicato alla dimensione &#8220;sociale&#8221; del fascismo, cio\u00e8 al rapporto fra un \u00abregime autoritario di massa\u00bb e le masse stesse. Nessuna di queste dimensioni interpretative pu\u00f2 dirsi davvero nuova, ma indubbiamente esse vanno nella direzione di fugare eventuali sospetti di superficialit\u00e0 e improvvisazione.<\/p>\n<p>Accanto ai \u00abpunti di forza storiografici\u00bb (come vengono chiamati, forse un po&#8217; immodestamente, nella relazione stessa), a mio parere l&#8217;impostazione complessiva del progetto rivela per\u00f2 zone d&#8217;ombra, approssimazioni e rimozioni importanti, ricostruzioni alquanto dubbie persino sul piano meramente fattuale, e in generale presenta un&#8217;articolazione di massima basata su presupposti non solo interpretativi ma etico-politici poco chiari, quando non fortemente ambivalenti.<\/p>\n<p>Sul piano prettamente storiografico, ad esempio, suscita perplessit\u00e0 la scarsa, quando non nulla, attenzione riservata a quelli che mi paiono due ambiti interpretativi e tematici fondamentali in un&#8217;operazione di inquadramento analitico efficace del fascismo, della sua cultura politica, delle politiche concrete che il regime mise in campo nel corso del Ventennio. Mi riferisco alla dimensione di genere, da un lato; alla questione di quali continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0 la cultura politica e lo stesso Stato fascista mostrino rispetto allo Stato liberale, dall&#8217;altro.<\/p>\n<h4><strong>Due \u00abincidenti\u00bb<\/strong><\/h4>\n<p>\u00c8 stato per lungo tempo un tratto tipico della storiografia italiana, nel suo insieme, la considerazione delle rilevanze di genere all&#8217;interno di un dato contesto come questioni interpretative marginali o insignificanti; e non sembra affatto che questa impostazione <i>gender-blind <\/i>sia del tutto scomparsa nemmeno oggi, nemmeno a proposito del regime che per la prima volta fece della riscossa virile nazionale un pilastro della propria politica. La partita che il fascismo gioc\u00f2 sul piano delle relazioni di potere fra i generi fu in effetti di enorme importanza: riprendendo ed esasperando retoriche viriliste dei decenni precedenti, la misoginia e l&#8217;omofobia divennero un tratto <i>politico <\/i>ossessivamente tipico della retorica e dell&#8217;iniziativa fascista, e lasciarono pesanti eredit\u00e0 alla societ\u00e0 italiana del dopoguerra. Non \u00e8 certo per via di astratti postulati ideologici che simili rilevanze di genere possono apparire di primaria importanza, quanto piuttosto \u2013 innanzitutto \u2013 per la circostanza che l&#8217;ispirazione virilista, misogina e omofobica della politica fascista segn\u00f2 in profondit\u00e0 le vite di uomini e donne a tutti i livelli, dal punto di vista concretissimo delle libert\u00e0 e delle opportunit\u00e0 negate, delle enormi sofferenze inflitte, del restringimento violento degli orizzonti esistenziali non di esigue minoranze (il che sarebbe gi\u00e0 non irrilevante), ma dell&#8217;intera popolazione in quanto composta di uomini e donne.<\/p>\n<div id=\"attachment_33944\" style=\"width: 810px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-33944\" class=\"size-full wp-image-33944\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/in-italia-sono-tutti-maschi-800x407.jpeg\" alt=\"\" width=\"800\" height=\"407\" \/><p id=\"caption-attachment-33944\" class=\"wp-caption-text\">Vignetta tratta dal graphic novel <em>In Italia sono tutti maschi<\/em>, di Sara Colaone e Luca De Santis, Kappa Edizioni, 2008.<\/p><\/div>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\nOra, stando alla relazione al progetto di cui disponiamo, l&#8217;attenzione dedicata a un simile orizzonte problematico \u00e8 addirittura risibile: del tutto assenti nel preambolo interpretativo, riferimenti a una qualche dimensione di genere si prevedono a quanto pare solo all&#8217;interno di uno spazio espositivo dedicato alla societ\u00e0 italiana degli anni &#8217;20, quando il tema \u00abla nuova figura femminile\u00bb appare rapidamente menzionato fra la moda e la musica. Per l&#8217;esattezza, l&#8217;articolazione tematica di questo Box (il Box 3, primo piano) prevederebbe: \u00abLa moda, la nuova figura femminile, la musica, i consumi, il cinema sonoro, il ballo, il telefono, l\u2019automobile\u00bb. Per non parlare poi della curiosa inclusione, all&#8217;interno del &#8220;Grande box circolare&#8221; riguardante la Mostra della Rivoluzione fascista (sempre al primo piano), di un \u00abintervento della memoria di una contadina che presenter\u00e0 il punto di vista al tempo stesso contadino e femminile dello strato sociale prevalente nell\u2019Italia dell\u2019epoca\u00bb. Come sia possibile estrarre dalle parole (supponendo che di questo si tratti) di una persona addirittura <i>il <\/i>punto di vista \u00abal tempo stesso contadino e femminile\u00bb \u2013 quasi possa esistere una fonte unica indiscutibilmente rappresentativa non solo di uno, ma di ben due componenti della popolazione vastissime ed enormemente eterogenee gi\u00e0 al loro interno \u2013, rimane francamente un po&#8217; misterioso sul piano metodologico.<\/p>\n<p>Al tempo stesso, comunque, \u00e8 anche importante notare come la concezione violentemente gerarchica che informava la cultura politica fascista, e che indirizz\u00f2 le sue politiche liberticide e repressive, non sia stata propriamente un&#8217;invenzione mussoliniana ma affondasse le radici \u2013 almeno in parte \u2013 negli anni precedenti la \u00abmarcia su Roma\u00bb. E non mi riferisco qui solo al periodo 1915-&#8217;18. Certamente, ad esempio, il razzismo e l&#8217;imperialismo italiani, con il loro pesantissimo corollario di violenza feroce, non potevano dirsi sconosciuti prima della Grande Guerra; tantomeno risultavano inedite, nell\u2019Italia liberale, pulsioni governative violentemente autoritarie, brutali repressioni di movimenti popolari, norme e pratiche di internamento e segregazione istituzionale di notevole ampiezza e di portata fortemente liberticida. Anche solo prendendo in considerazione il razzismo, ad esempio, non \u00e8 ben chiaro il senso della scelta di far iniziare il discorso sul tema &#8211; Grande box circolare <i>L&#8217;impero e la razza, <\/i>piano terra &#8211; dal \u00abrazzismo imperiale\u00bb e dalle faccette nere, cio\u00e8 dal 1936, saltando a pi\u00e8 pari almeno mezzo secolo di teorie scientifiche, di rappresentazioni letterarie, di retoriche politiche e di rappresentazione artistica a vari livelli: il cui impatto sulla cultura, sulla politica e sull&#8217;immaginario per vari decenni, come da tempo hanno dimostrato anche in Italia importanti ricerche, \u00e8 stato enorme.<\/p>\n<p>Ma non sono questi gli unici aspetti di merito storiografico che suscitano perplessit\u00e0: dal mio personale punto di vista, se ne trovano vari altri in diversi passaggi di questa relazione, tanto all&#8217;interno del paragrafo intitolato <i>I punti di forza storiografici<\/i>, quanto nella descrizione del futuro allestimento (<i>I contenuti del museo<\/i>). Nel primo caso, mi limiter\u00f2 qui a due esempi. Leggiamo nella relazione:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abLa ricerca scientifica condivide ormai da tempo la convinzione che dalle profonde trasformazioni innescate dalla Grande Guerra avessero invaso lo spazio politico europeo nuove dottrine politiche radicali, caratterizzare [<i>sic<\/i>] dal rifiuto dello stato di diritto e del parlamentarismo in nome di una tavola di nuovi valori ideali e politici che ruotava attorno al collettivismo, all\u2019autoritarismo dirigista, al primato dello stato come interprete e fondatore di una comunit\u00e0 organica, all\u2019attivismo e al nazionalismo, da cui si sarebbero generati la soluzione bolscevica e quella fascista: molto diverse fra loro ma accomunate a [<i>sic<\/i>] una critica radicale della democrazia e degli \u201cinganni\u201d del parlamentarismo.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Sintetizzando: le \u00abnuove dottrine radicali\u00bb sorte dopo la Grande Guerra sono ovviamente il comunismo leninista e il fascismo, che rifiutano lo stato di diritto e il parlamentarismo in nome di nuovi valori; fra questi ultimi, si menziona il nazionalismo. Tutto il male possibile si pu\u00f2 attribuire al bolscevismo che fonda la Terza internazionale, io credo, tranne che annetterlo alla famiglia dei nazionalismi (e lasciamo pure da parte il \u00abprimato dello stato come interprete e fondatore di una comunit\u00e0 organica\u00bb, uno Stato di cui Lenin prefigurava addirittura l&#8217;estinzione in pieno 1917). Non \u00e8 ovviamente pensabile che chi ha redatto il testo non lo sappia molto meglio di me; probabilmente, piuttosto, l&#8217;urgenza di accomunare i due \u00abtotalitarismi\u00bb gli o le ha giocato, diciamo cos\u00ec, uno scherzo poco piacevole.<\/p>\n<p>Ma potrebbe non essere l&#8217;unico incidente di merito o di metodo, a tale proposito. Si dice infatti nello stesso paragrafo, sempre con la mente rivolta a finalit\u00e0 di comparazione fra regimi antiliberali (ma non sempre antiborghesi, per la verit\u00e0): \u00abLa storiografia italiana, invece, ha stentato ad abbandonare la convinzione che il fascismo fosse una sorta di regime reazionario \u201call\u2019italiana\u201d non paragonabile allo stalinismo e al nazismo\u00bb. Cos\u00ec, sempre nel tentativo di dimostrare la piena pertinenza del concetto storiografico di totalitarismo a proposito del fascismo italiano, si spiega:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abL\u2019appartenenza del fascismo al campo totalitario deriva essenzialmente dal \u201cdestino\u201d che aveva ipotizzato per gli italiani e il paese. In una societ\u00e0 atomizzata l\u2019idea di una completa fusione tra la massa e il regime era sostanzialmente simile a quella prefigurata da Hitler, Stalin o Salazar, attraverso una \u201cpolitica totale\u201d in grado di prosciugare, in nome dei propri fini ultimi, ogni spazio autonomo della societ\u00e0, annullando individui e classi sociali, rinserrando mercato, consumi e forze produttive all\u2019interno del controllo pianificato dello stato.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Qui per\u00f2, verrebbe da dire, delle due l&#8217;una: o si ritiene che il \u00abdestino\u00bb totalitario del fascismo sia rimasto in tutto o in gran parte un&#8217;ipotesi \u2013 perch\u00e9 di questo precisamente si parla \u2013, e allora non si capisce come quello fascista possa essere caratterizzato come un regime <i>effettivamente<\/i> totalitario; oppure si crede che questo programma fu sostanzialmente realizzato. Ma questa seconda opzione \u00e8 certamente da scartare, essendo ovvio che il regime fascista non ebbe pieno successo nel perseguire un prosciugamento di ogni spazio autonomo della societ\u00e0, n\u00e9 annull\u00f2 le classi sociali, n\u00e9 impose al mercato, ai consumi e alle forze produttive un controllo pianificato dello stato (per quante velleit\u00e0 &#8220;corporative&#8221;, naturalmente, il regime stesso avesse accarezzato sin dal 1926). Ma sul <i>regime <\/i>fascista come &#8220;totalitario&#8221;, e sul concetto stesso di totalitarismo, merita forse di aggiungere qualche altra rapida considerazione: si tratta, infatti, del vero cuore interpretativo dell&#8217;intero Progetto.<\/p>\n<h4><b>Il &#8220;totalitarismo&#8221; controverso<\/b><\/h4>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-33947\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/mussolini-radio_landscape_300x1000.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"223\" \/>Quella di <i>totalitarismo<\/i> \u00e8 da lungo tempo una categoria interpretativa alquanto controversa (specialmente in storiografia), com&#8217;\u00e8 noto sviluppatasi scientificamente soprattutto a partire dagli Usa della Guerra fredda, quando da un punto di vista politologico si riconoscevano fondamentali coincidenze illiberali fra i regimi fascista, nazista, sovietico. Nella formulazione con cui il termine aveva fatto la sua comparsa nel dibattito politico, nell&#8217;Italia degli anni Venti, esso descriveva un rapporto fra Stato e societ\u00e0 in cui il primo pervadesse ogni ambito della seconda, annullandone ogni autonomia anche culturale (\u00abtutto nello Stato\u00bb, secondo la stessa definizione del fascismo poi redatta per l&#8217;Enciclopedia italiana da <strong>Giovanni Gentile<\/strong>, nel 1932).<\/p>\n<p>Negli ultimi decenni, il termine \u00e8 utilizzato essenzialmente, soprattutto nelle scienze sociali, per sottolineare le importanti novit\u00e0 che accomunarono, a confronto di regimi pi\u00f9 generalmente autoritari, alcune dittature novecentesche che operarono attraverso una mobilitazione &#8220;totale&#8221; della popolazione, allo stesso tempo procedendo all&#8217;esclusione, alla persecuzione e \u2013 al limite \u2013 all&#8217;eliminazione fisica di sue parti rilevanti. Di fatto, la nozione di totalitarismo ha ormai quasi un secolo di vita, e naturalmente ha mutato varie volte pelle, finalit\u00e0, sostanza a seconda dei contesti in cui \u00e8 stata usata. Come e pi\u00f9 di altre, del resto, questa categoria analitica \u00e8 risultata straordinariamente permeabile a ragioni contingenti di polemica politica; in altre parole, a urgenze almeno in parte extra-analitiche e piuttosto ideologiche.<\/p>\n<p>Lo stesso accostamento apodittico fra nazismo, fascismo e comunismo \u00e8 stato classicamente un grande cavallo di battaglia polemica dell&#8217;anticomunismo. Non \u00e8 dunque un caso che proprio dopo il 1989, quando un posizionamento liberale e <i>naturaliter<\/i> anticomunista sembr\u00f2 a molti l&#8217;unico punto di vista ormai possibile sulla contemporaneit\u00e0, l&#8217;uso della categoria di <i>totalitarismo<\/i> letteralmente dilag\u00f2. Secondo <strong>Luciano Cafagna<\/strong>,<\/p>\n<blockquote>\n<div id=\"attachment_33954\" style=\"width: 204px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-33954\" class=\"size-full wp-image-33954\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/luciano-cafagna.jpg\" alt=\"\" width=\"194\" height=\"259\" \/><p id=\"caption-attachment-33954\" class=\"wp-caption-text\">Lo storico Luciano Cafagna (1926 &#8211; 2012)<\/p><\/div>\n<p>\u00ab\u00e8 soprattutto in questo periodo che si afferm\u00f2 la tendenza, pour cause, a sottolineare una stretta affinit\u00e0 tra i regimi comunisti e i regimi fascisti e nazisti (ovviamente negata, per contro, dalla cultura favorevole al comunismo sovietico). La differenza maggiore e che non pu\u00f2 essere negata tra i due tipi di regime sta nella persistenza o all\u2019opposto nella soppressione della propriet\u00e0 privata dei mezzi di produzione. Ma questa differenza fra nazifascismo e comunismo viene considerata da parte degli studiosi democratici del fenomeno soltanto una distinzione di forme all\u2019interno di strutture definibili comunque come totalitarie, poich\u00e9 si tende a far prevalere nel giudizio la valutazione dei tratti politici del fenomeno, e cio\u00e8 il fortissimo autoritarismo dei regimi stessi, la pervasivit\u00e0 ideologica del sistema, la limitazione dei diritti personali, il terrorismo di Stato nonch\u00e9, similarit\u00e0 tra le pi\u00f9 impressionanti, quello che venne chiamato l\u2019&#8221;universo concentrazionario&#8221;: l\u2019istituzione dei campi di concentramento e sterminio destinati ai nemici del regime (gulag nell\u2019Unione Sovietica).\u00bb [2]<\/p><\/blockquote>\n<p>Mettiamo da parte per un momento il fatto, pur storiograficamente non irrilevante, che in Italia non nacque alcun \u00absistema concentrazionario\u00bb paragonabile a quello sovietico o nazista; ovvero, per fare un altro macroscopico esempio, la circostanza \u2013 correttamente sottolineata da Cafagna, il quale oltretutto non \u00e8 certo un nostalgico del Komintern \u2013 che i sistemi economici dei tre paesi fossero tutt&#8217;altro che accomunabili: basti pensare al piccolo dettaglio dell&#8217;esistenza o meno della propriet\u00e0 privata dei mezzi di produzione, per l&#8217;appunto. Il fatto \u00e8 per\u00f2 anche che la categoria di totalitarismo, nell&#8217;ambito degli studi storici, rimane innanzitutto indefinita e alquanto volatile, quanto al suo profilo semantico complessivo; per tale ragione, oltre che per la sua storia polemica, essa suscita in molti storici profonde diffidenze. D&#8217;altronde, era vari anni fa lo stesso <strong>Marcello Flores<\/strong> ad ammettere con grande chiarezza la natura controversa del concetto: \u00abChe sia uno strumento ancora utile per l&#8217;analisi, e non solo per una definizione sommaria e riassuntiva e quindi necessariamente schematica, \u00e8 questione che ancora fa discutere [&#8230;]\u00bb, scriveva l&#8217;odierno responsabile scientifico del progetto di Museo del fascismo a Predappio [3]. Si tratta evidentemente di un problema metodologico non trascurabile, a maggior ragione quando la categoria di totalitarismo viene elevata ad architrave interpretativo di un&#8217;intera ricerca (o di un intero Museo del fascismo, per restare ai casi nostri).<\/p>\n<p>\u00abIl problema del totalitarismo [&#8230;] \u00e8 un problema eminentemente storico e non pu\u00f2 essere risolto con formule schematiche [&#8230;] Il concetto di totalitarismo o \u00e8 storico o non \u00e8 [&#8230;]\u00bb, ha scritto il curatore di un convegno dedicato nel 2001 proprio a questa stessa categoria, un&#8217;iniziativa scientifica \u2013 aggiungiamo per completezza \u2013 di impostazione nient&#8217;affatto ostile ad essa [4]. Ma un altro convinto sostenitore del <i>totalitarismo<\/i> come indispensabile chiave analitica, lo storico <strong>Victor Zaslavsky<\/strong>, ha sostenuto nella stessa occasione:<\/p>\n<blockquote>\n<div id=\"attachment_33953\" style=\"width: 201px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-33953\" class=\"wp-image-33953 size-full\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/AVT_Victor-Zaslavsky_5459.jpeg\" alt=\"\" width=\"191\" height=\"250\" \/><p id=\"caption-attachment-33953\" class=\"wp-caption-text\">Lo storico Victor Zaslavsky (1937 &#8211; 2009)<\/p><\/div>\n<p>\u00abGli storici, per\u00f2, anche senza ricorrere all&#8217;obiezione convenzionale che la conoscenza storica deriva dallo studio degli eventi unici e irripetibili, insistono spesso sul fatto che il concetto di totalitarismo non \u00e8 che un mezzo per meglio mettere in evidenza le singolarit\u00e0 di ogni concreto regime totalitario [&#8230;] Ridurre l&#8217;uso del concetto di totalitarismo alla migliore dimostrazione delle rispettive specificit\u00e0 e unicit\u00e0 dei regimi nazista e stalinista, per\u00f2, toglie al concetto ogni ragion d&#8217;essere\u00bb [5].<\/p><\/blockquote>\n<p>Senza dubbio un bel dilemma, per chi si occupa di storia. E soprattutto, si pu\u00f2 aggiungere, di storia del fascismo.<\/p>\n<p>Notiamo infatti, non tanto di sfuggita, che in questa sintesi di Zaslavsky ci si limita a menzionare nazismo e stalinismo, e forse non per caso: il fascismo italiano, a parere di vari studiosi, \u00e8 in realt\u00e0 il regime che meno si presta a essere correttamente definito come &#8220;totalitario&#8221;. Sar\u00e0 appena il caso di ricordare, del resto, che nel suo celeberrimo saggio <i>The Origins of Totalitarianism<\/i> (1951) <strong>Hannah Arendt<\/strong> tratt\u00f2 di nazismo e stalinismo, ma non incluse nella sua analisi il fascismo italiano. Il gi\u00e0 citato Strada, inoltre, afferma:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abIl fascismo vero e proprio, quello italiano, che fu l&#8217;unico a dichiarare e a teorizzare la &#8220;volont\u00e0 totalitaria&#8221; paradossalmente fu, di fatto, un totalitarismo limitato ovvero una forma ibrida di autoritarismo con una ideologia totalitaria, dato il suo compromesso con le istituzioni nazionali pre-esistenti (monarchia, Chiesa, padronato)\u00bb [6].<\/p><\/blockquote>\n<p>La questione del \u00abdestino\u00bb totalitario del fascismo, stando cos\u00ec le cose, anche sul piano metodologico sembra complicare pi\u00f9 che semplificare un inquadramento storiografico efficace del fascismo stesso.<\/p>\n<p>In ogni caso, dato che l&#8217;occasione di queste note \u00e8 il progetto di un museo, cio\u00e8 di uno spazio fruibile anche e soprattutto da un pubblico di massa, non dovremmo neppure ignorare che, al di l\u00e0 delle definizioni fenomenologiche e rigorosamente storiografiche, <i>totalitarismo <\/i>\u00e8 oggi \u2013 ma non da oggi \u2013 per lo pi\u00f9 inteso nel linguaggio corrente come sinonimo di <i>dittatura<\/i>, quindi di regime autoritario che comprime violentemente ogni libert\u00e0; e questo ben al di l\u00e0 dei contesti storici concreti e delle loro possibili differenze. Come ricordava anche Flores gi\u00e0 vari anni fa, \u00abtotalitarismo \u00e8 insieme concetto storiografico, con pretesa di scientificit\u00e0, e parola entrata ormai nel vocabolario e nel senso comune a indicare le principali dittature del Novecento\u00bb [7]. Tale statuto <i>culturalmente <\/i>ambivalente del concetto di totalitarismo non impedisce certo, ma anzi favorisce, che se ne faccia correntemente nella pubblicistica \u2013 ma anche in studi scientifici, anche in storiografia \u2013 un uso connotato soprattutto da una valenza etico-politica, prima ancora che dalle risultanze di una rigorosa analisi dei vari contesti cui gli storici di mestiere lo hanno applicato.<\/p>\n<p>Un museo \u00e8 per definizione un&#8217;opera di divulgazione; possiamo allora trascurare il problema della intricata polisemia, nonch\u00e9 degli usi ideologici passati e presenti, della categoria che ne rappresenta il fondamento contenutistico? Da questo punto di vista, allora, la questione forse non riguarda neppure tanto, o non soltanto, l&#8217;opportunit\u00e0 o meno di utilizzare questa categoria nelle analisi storiografiche, ma pi\u00f9 precisamente il suo uso ordinario con finalit\u00e0 <i>valutative<\/i>; quando cio\u00e8 <i>totalitarismo <\/i>diventa un criterio etico-politico \u2013 appunto \u2013 per formulare una gerarchia di regimi politici pi\u00f9 o meno accettabili, pi\u00f9 o meno criminali. Mettendo inoltre in secondo piano, quando non rimuovendo del tutto, le differenze macroscopiche che su vari aspetti non trascurabili, come gi\u00e0 si \u00e8 detto, quei contesti storici concreti oggettivamente presentano. \u00c8 un problema che per\u00f2 investe non solo il dibattito politico-culturale, ma in buona misura anche la ricerca scientifica e la stessa storiografia.<\/p>\n<p>Ammesso, infatti (e non tanto concesso), che un&#8217;operazione di relativa <i>sottovalutazione <\/i>del contesto storico-sociale, in ci\u00f2 che esso presenta di specifico, possa al limite essere considerata abituale per le scienze sociali pi\u00f9 legate a una modellistica astratta (come, ad esempio, \u00e8 il caso di certa politologia), quell&#8217;operazione risulta per\u00f2 molto pi\u00f9 problematica nella storiografia: la cui ragione sociale, diciamo cos\u00ec, sarebbe proprio quella di un&#8217;imprescindibile attenzione ai contesti storici specifici. L&#8217;opinione di <strong>Enzo Traverso<\/strong> \u00e8, sul punto, decisamente netta: la categoria di totalitarismo risulta \u00abinsostituibile per la teoria politica [&#8230;]; inutilizzabile dalla storiografia, che cerca di ricostruire e analizzare degli eventi concreti\u00bb[8].<\/p>\n<p>Ancor pi\u00f9 nettamente, in un altro passo dello stesso volume Traverso evidenzia le gravi ambivalenze analitiche di questa categoria ai fini storiografici:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abVa constatato che, troppo spesso, il concetto di totalitarismo non \u00e8 stato messo al servizio di un comparatismo storico fecondo, ma solo di amalgame superficiali tra nazismo e comunismo, ontologizzati e assimilati come varianti di una stessa essenza criminale di cui la ghigliottina, le fucilate della Ceka e le camere a gas sarebbero soltanto epifenomeni\u00bb [9].<\/p><\/blockquote>\n<p>Il &#8220;modello&#8221; totalitario di derivazione politologica, sintetizza ancora lo storico, sul piano della comparazione storiografica fra fascismi e stalinismo rischia di tradursi in una \u00abdescrizione delle loro forme esteriori che ignora superbamente la loro genesi, il loro contenuto sociale, la loro evoluzione e i loro obiettivi\u00bb [10]. Non sembra davvero una questione di poco conto, dal punto di vista del metodo e della conoscenza storiografica.<\/p>\n<p>Ma sono proprio le profonde differenze di contesto a vari livelli (sociale, economico, ideologico, istituzionale, genocidario) fra i \u00abtotalitarismi\u00bb, si pu\u00f2 forse dire, che costringono troppo spesso a definire in modo nebuloso il concetto di totalitarismo, come discutibile soluzione per evitarne le interne contraddizioni interpretative. Misurarsi in profondit\u00e0 con queste contraddizioni, in effetti, potrebbe condurre a mettere in dubbio l&#8217;opportunit\u00e0 stessa di adoperare storiograficamente la categoria di totalitarismo: non \u00e8 necessariamente un caso, quindi, che il concetto venga quasi sempre lasciato poco definito, o sbrigativamente spiegato. Pu\u00f2 qui prefigurarsi in realt\u00e0 un vero e proprio circolo vizioso, e ancora pi\u00f9 vizioso \u2013 per le ragioni di cui sopra \u2013 a proposito del fascismo italiano; forse sar\u00e0 anche per tali aporie logiche che pi\u00f9 di uno studioso, come abbiamo visto, giunge a dubitare della stessa possibilit\u00e0 di utilizzare il concetto per inquadrare storiograficamente il regime fascista.<\/p>\n<p>Tutto questo, beninteso, non autorizza affatto a dire che l&#8217;impiego storiografico della categoria di totalitarismo sia sempre e comunque un&#8217;assurdit\u00e0: dopo tutto, \u00e8 questione di libera opinione, di pluralismo degli approcci, di scelte interpretative individuali che, quando seriamente argomentate, nessuno pu\u00f2 arrogarsi il diritto di considerare insensate o illegittime. Tuttavia, proprio per quanto ricordato pi\u00f9 sopra, una metodologia scientificamente cristallina apparirebbe particolarmente necessaria nel maneggiare una categoria che \u2013 in sintesi \u2013 non pochi storici considerano quantomeno imprecisa, la cui applicazione al fascismo italiano appare discutibile e discussa, e che, infine, nella sua complessa storia euristica (e non solo per le sue origini accademiche spiccatamente ideologiche) si \u00e8 prestata in lungo e in largo a operazioni polemiche non sempre disinteressate sul piano etico-politico.<\/p>\n<p>Nella relazione che presenta il progetto, come ho accennato, il concetto di totalitarismo \u00e8 talmente centrale da identificare l&#8217;oggetto stesso dell&#8217;iniziativa; da comparire, in altre parole, sin dalle primissime righe come sinonimo \u2014 in pratica \u2014 di fascismo. Ma lo spazio dedicato a una possibile definizione del termine \u00e8 davvero esiguo: il che \u00e8 sorprendente, almeno in apparenza, stante il ruolo capitale che questo concetto assume all&#8217;interno del quadro interpretativo complessivo. Forse si tratta di un termine dal suono ormai cos\u00ec familiare, da essere ritenuto autoesplicativo; n\u00e9, per la verit\u00e0, possono aiutare molto a scioglierne l&#8217;indeterminatezza i rapidissimi cenni che in un paio di occasioni compaiono nel testo. Del primo si \u00e8 gi\u00e0 detto: si tratta del passaggio in cui si afferma che il fascismo \u00e8 totalitario, in quanto ha ipotizzato un destino totalitario per l&#8217;Italia (prosciugamento di ogni autonomia della societ\u00e0, eccetera).<\/p>\n<p>Il secondo passo della relazione in cui si affaccia l&#8217;altro elemento di definizione del totalitarismo\/fascismo \u00e8 il punto in cui si dichiara l&#8217;obiettivo di \u00abmettere in luce l\u2019essenza del totalitarismo che consiste nel ritenere un crimine contro lo stato il dissenso politico\u00bb (Box 2 <i>Ovra, tribunale speciale, repressione<\/i>, piano terra). Ma se davvero questo fosse il modo in cui si qualifica \u00abin essenza\u00bb un regime totalitario, quanti regimi politici dovremmo allora qualificare come totalitari, e non solo in riferimento al passato? L&#8217;Italia crispina, da questo punto di vista, non si sottrarrebbe a tale definizione, considerando ad esempio i gravi provvedimenti liberticidi del 1893-&#8217;94; forse anche gli Usa del maccartismo potrebbero rientrarvi. Tanti altri casi magari si potrebbero ancora citare, di regimi in cui il dissenso politico \u00e8 stato (ed \u00e8) perseguito alla stregua di un crimine.<\/p>\n<p>In ogni caso, questione ancora pi\u00f9 rilevante sul piano metodologico: non verrebbe forse irrimediabilmente pregiudicata, per questa via, ogni distinzione interpretativa fra autoritario e totalitario? Il che costituirebbe proprio l&#8217;esatta negazione del valore euristico di <i>totalitario<\/i>, concetto promosso appunto al fine di evidenziare le specificit\u00e0 degli spietati regimi dittatoriali di massa rispetto ai pi\u00f9 &#8220;classici&#8221; regimi autoritari. Per di pi\u00f9, una seria obiezione a questa impostazione del problema si pu\u00f2 ricavare, autorevolmente, da un gi\u00e0 citato testo dello stesso responsabile scientifico del Progetto. Scriveva infatti nel 1998 <strong>Marcello Flores<\/strong>: \u00abLa definizione prevalentemente &#8220;in negativo&#8221; dei regimi totalitari \u2013 come distruttori e antagonisti della democrazia liberale e parlamentare \u2013 ha rappresentato un forte limite all&#8217;uso analitico e dinamico di questa categoria\u00bb [11]. La sensazione insomma \u00e8 quella di una certa confusione, particolarmente problematica a proposito di una categoria cos\u00ec centrale nell&#8217;impostazione contenutistica del museo; n\u00e9 paiono utili a fugarla, come si \u00e8 detto, gli sparuti e poco chiari cenni alla questione rintracciabili nella relazione al Progetto.<\/p>\n<h4><b>E ancora approssimazioni\u2026<\/b><\/h4>\n<p>Veniamo adesso ad alcuni passaggi della parte della relazione intitolata <i>I contenuti del museo<\/i>, in cui si descrive per sommi capi l&#8217;articolazione tematica dell&#8217;esposizione. Ovviamente questa parte \u00e8 ben pi\u00f9 di un elenco di temi: nelle brevi sintesi che presentano ogni settore dell&#8217;esposizione, inevitabilmente, si esprimono le impostazioni di fondo che orientano la selezione dei temi, la loro gerarchia di rilevanze, il profilo complessivo, insomma, dell&#8217;oggetto storiografico \u00abfascismo\u00bb. \u00c8 per tali importanti ragioni, che una certa approssimazione riscontrabile in vari passaggi descrittivi non dovrebbe essere sottovalutata. Si pu\u00f2 forse anche sorvolare su alcune evidenti inesattezze, o affermazioni di cui appare per lo meno dubbia la credibilit\u00e0, come quella che compare nella sintesi del contenuto del Box 3 <i>La fascistizzazione della giovent\u00f9, la societ\u00e0 negli anni &#8217;30<\/i>: a parte l&#8217;errata datazione della Carta della scuola (1939 e non 1937), l&#8217;affermazione che gli apparecchi radiofonici fossero \u00abin tutte le case degli italiani\u00bb suona piuttosto improbabile<span class=\"s5\">. Ma altre affermazioni assumono un&#8217;importanza ben maggiore sul piano interpretativo, andando decisamente oltre simili sviste (comunque incomprensibili all&#8217;interno di un progetto che, come si afferma testualmente, si pone l&#8217;epocale obiettivo di \u00abconsegnare il fascismo alla storia\u00bb).<\/span><\/p>\n<p>Al primo piano dell&#8217;ex Casa del fascio \u00e8 previsto un Box iniziale intitolato <i>La guerra<\/i>. Nella relazione si legge: \u00abDedicare un box intero alla guerra significa accogliere l&#8217;interpretazione che vi vede non solo il sorgere e costruirsi della mentalit\u00e0 e ideologia nazionalista [&#8230;]\u00bb. In realt\u00e0, si pu\u00f2 qui facilmente obiettare che la \u00abmentalit\u00e0\u00bb e l&#8217;ideologia nazionalista nacquero, anche in Italia, ben prima del 1915. Al piano terra, il Box 2 \u00e8 dedicato a <i>Ovra, tribunale speciale, repressione<\/i>: \u00abAttraverso il Minculpop il controllo repressivo si dilata alla stampa e al giornalismo in particolare che viene sottoposto a un controllo capillare per la selezione delle notizie\u00bb. Il Minculpop, come sappiamo, viene istituito nel 1937. Dobbiamo quindi intendere che fino a quel momento non ci fosse alcun \u00abcontrollo repressivo\u00bb sulla stampa? Ma andiamo avanti.<\/p>\n<p>Nello stesso Box 2 del piano terra, si propone la \u00abricostruzione dei luoghi e dei metodi della repressione\u00bb del dissenso. Qui, si dice, verr\u00e0 affrontata anche \u00abla storia dell&#8217;antifascismo, perch\u00e9 le vittime del fascismo fanno in larga misura riferimento alle forze politiche che dall&#8217;estero organizzano l&#8217;opposizione al regime\u00bb. In un museo del fascismo, ridurre l&#8217;intera questione dell&#8217;antifascismo a tali minimi termini appare piuttosto sorprendente. E opinabile pure sul piano strettamente interpretativo (oltre che delle rilevanze inesorabilmente politiche di questa scelta): l&#8217;antifascismo \u00e8 derubricato, sembra di capire, a una storia di <i>vittime<\/i>; vittime del &#8220;totalitarismo&#8221;, naturalmente. Dato l&#8217;esiguo spazio che il tema inevitabilmente ricever\u00e0 in un simile collocazione, inoltre (giacch\u00e9 qui compare come sotto-tema del sotto-tema <i>La vita in carcere e al confino<\/i>), difficilmente ci si deve aspettare che del complesso panorama dell&#8217;opposizione al fascismo venga offerta un&#8217;ampia e adeguata ricostruzione. Ancora una volta, \u00e8 forse possibile ipotizzare, siamo di fronte a una conseguenza diretta della priorit\u00e0 assegnata in sede interpretativa alla natura &#8220;totalitaria&#8221; del regime fascista, tale per cui si rende necessario dedicare molto pi\u00f9 spazio agli apparati repressivi del regime, in modo da poter pi\u00f9 convincentemente dimostrare quell&#8217;assioma analitico, che alla storia dell&#8217;antifascismo stesso.<\/p>\n<p>Ma per dovere di completezza, rimanendo in tema di antifascismo, \u00e8 ancora da rilevare come accenni a questo tema in effetti siano presenti anche in altre parti dell&#8217;esposizione, per esempio all&#8217;interno del Grande box circolare <i>L&#8217;impero e la razza<\/i> situato al piano terra: di nuovo, per\u00f2, il minimo che si possa dire \u00e8 che pure in questo caso l&#8217;importante questione appare alquanto sacrificata. Qui infatti, all&#8217;interno di un discorso sul razzismo e l&#8217;imperialismo fascista, troviamo un altro rapido riferimento alla questione (letteralmente: \u00abL&#8217;antifascismo, la morte di Gramsci e dei fratelli Rosselli\u00bb); in effetti, si tratta di un setto su 9, il che non fa ben sperare che l&#8217;argomento sia trattato in modo esteso. Il nesso concettuale con l&#8217;Impero si tradurrebbe nella contestualizzazione della morte di Gramsci e degli omicidi dei Rosselli nel nuovo clima post-1936, ben pi\u00f9 repressivo degli anni precedenti. Ancora e sempre, a quanto pare, l&#8217;antifascismo viene menzionato quasi come una questione di ordine pubblico; e non molto pi\u00f9 che menzionato, si pu\u00f2 dire.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 poi, oltre all&#8217;esposizione del <i>Manifesto degli intellettuali antifascisti <\/i>nella sezione dedicata all&#8217;Universit\u00e0, un&#8217;ulteriore parte dell&#8217;esposizione in cui ci si dovrebbe soffermare sullo scenario dell&#8217;antifascismo negli anni venti, quelli della <i>Presa del potere <\/i>(come recita il Box 2 del primo piano, in cui questa parte \u00e8 prevista). Qui per\u00f2, a quanto pare, l&#8217;attenzione sar\u00e0 ristretta ai mesi immediatamente successivi all&#8217;assassinio di Matteotti; soprattutto, l&#8217;impostazione con cui si intende trattare dell&#8217;antifascismo \u00e8 quella che prende in esame \u00abla lotta, gli errori, le contraddizioni che le forze antifasciste manifestano in questi anni non riuscendo a bloccare e limitare la conquista fascista del potere\u00bb. Una visione, quindi, pi\u00f9 che altro critica \u2013 anche comprensibilmente, beninteso \u2013 dell&#8217;antifascismo stesso; e, in ogni caso, una storia ristretta allo specifico tornante dell&#8217;irrigidimento autoritario del regime, a met\u00e0 degli anni venti.<\/p>\n<h4><span class=\"s5\"><b>Un Museo antifascista del fascismo?<\/b> <\/span><\/h4>\n<p><span class=\"s5\">L&#8217;antifascismo per\u00f2, nella relazione al Progetto, non \u00e8 presente soltanto come <i>tema<\/i> storiografico; esso viene chiamato in causa anche (cosa nient&#8217;affatto scontata) in quanto riferimento ideale sul piano <i>interpretativo<\/i>, giacch\u00e9 quella del peso di un \u00abparadigma antifascista\u00bb nella storiografia dell&#8217;Italia repubblicana \u00e8 stata, ed \u00e8, certamente una questione rilevantissima e delicatissima. Questione storiografica, ma anche \u2013 \u00e8 appena il caso di dirlo \u2013 pi\u00f9 ampiamente politica e culturale.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_33948\" style=\"width: 660px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-33948\" class=\"wp-image-33948\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/AIPH_Conference_Ravenna_2017_P3_02.jpg\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"433\" \/><p id=\"caption-attachment-33948\" class=\"wp-caption-text\">Ravenna, giugno 2017 incontro \u00abNarrare il fascismo\u00bb, organizzato dall&#8217;Associazione Italiana di Public History. Presentazione del progetto del nuovo museo di Predappio. Da sinistra: Carlo Giunchi, Marcello Flores, Alberto De Bernardi.<\/p><\/div>\n<p>Nella parte introduttiva della relazione al Progetto, quella intitolata <i>Il quadro interpretativo<\/i>, si legge infatti che \u00aboggi il punto di vista antifascista, e cio\u00e8 dei valori democratici e costituzionali, non \u00e8 un ostacolo alla necessit\u00e0 di rendere comprensibile alle giovani generazioni la storia del fascismo; anzi rappresenta l\u2019unica chiave di lettura possibile<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 [&#8230;]\u00bb. Sembra questa una significativa evoluzione, rispetto a quando \u2013 soltanto un anno prima \u2013 il responsabile scientifico del Progetto, Marcello Flores, aveva scritto: \u00abA me, ormai, il termine &#8220;antifascista&#8221;, considerando anche chi lo usa con pi\u00f9 forza e frequenza, fa venire subito in mente la DDR, quindi ho un po&#8217; di resistenza a usarlo\u00bb [12]. Si tratta, con tutta evidenza, di una differenza di impostazione non proprio trascurabile. In punta di logica, nel dubbio, dovremmo prendere per buona l&#8217;affermazione cronologicamente pi\u00f9 vicina; ma il fatto che qui sia necessario il condizionale gi\u00e0 mostra come la questione, confrontando gli accenti praticamente opposti a distanza di brevissimo tempo, non sia in effetti del tutto chiara: e qui una certa chiarezza sarebbe certamente auspicabile, data l&#8217;estrema rilevanza del problema. Ha o no un peso, insomma, il \u00abpunto di vista antifascista\u00bb nel progettare un museo del fascismo a Predappio?<\/span><\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 forse bisogno di ricordare come da lungo tempo questo sia un problema a dir poco scottante, nel dibattito politico-culturale italiano (e non solo, \u00e8 ovvio). Gi\u00e0 in un saggio del 2004, <strong>Sergio Luzzatto<\/strong> notava come i media italiani di fatto invitassero continuamente a \u00abscaricare l&#8217;antifascismo dal nostro portabagagli: cio\u00e8 a liberarci, in qualit\u00e0 di cittadini, della zavorra di un&#8217; &#8220;ideologia di Stato&#8221; (secondo la polemica definizione di Renzo De Felice) che si vuole abbondantemente superata dai tempi della storia\u00bb [13]. Secondo Luzzatto, insieme a buona parte delle \u00e9lite politiche italiane \u2013 non necessariamente dei partiti del centrodestra, all&#8217;epoca al governo del paese \u2013, esimi <i>opinion-makers<\/i> hanno veicolato attivamente il verbo del <i>post-antifascismo<\/i>, il cui senso profondo \u00abpotrebbe essere riassunto in poche parole: impartire una lezione di relativismo storico e morale. Chi \u00e8 senza peccato scagli la prima pietra; fascisti e antifascisti, comunisti ed ex comunisti, &#8220;utili idioti&#8221; e &#8220;compagni di strada&#8221;, brigatisti rossi e terroristi neri, tutti hanno inciampato nelle trappole micidiali del paesaggio novecentesco\u00bb [14].<\/p>\n<p>Un corollario importante di questa prospettiva di &#8220;superamento&#8221; dell&#8217;orizzonte antifascista riguarda l&#8217;asserita necessit\u00e0 di \u00abchiudere i conti\u00bb con il passato: essendo non pi\u00f9 sensata una &#8220;pregiudiziale antifascista&#8221;, come per lungo tempo la si \u00e8 chiamata, \u00e8 ormai tempo di superare anche le divisioni fra italiani legate al passato, per giungere a una memoria comune non pi\u00f9 conflittuale, non pi\u00f9 \u00abdivisa\u00bb, quale indispensabile presupposto del rilancio di una identit\u00e0 nazionale finalmente libera da anacronistiche fratture ideologiche. Sempre pi\u00f9 spesso, scriveva cos\u00ec lo storico del fascismo <strong>Salvatore Lupo<\/strong> nello stesso 2004, giungono dal mondo politico appelli alla \u00abriconciliazione\u00bb: \u00e8 questo, classicamente, un<\/p>\n<blockquote><p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">\u00abcavallo di battaglia tradizionale della destra che soprattutto nel periodo del governo dell&#8217;Ulivo ha trovato parecchie sponde in uomini politici di sinistra (molto autorevolmente in <strong>Luciano Violante<\/strong>), impegnati nel tentativo di sgombrare il campo della comunicazione con la controparte del peso del passato\u00bb [15]. <\/span><\/span><\/p><\/blockquote>\n<p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">Quello della \u00abriconciliazione\u00bb non pu\u00f2 tuttavia in nessun caso essere (citiamo sempre Lupo) un compito della riflessione storiografica: <\/span><\/span><\/p>\n<blockquote><p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">\u00abLa storiografia non concilia. Anzi essa, in quanto libero esercizio conoscitivo e non revisione dalle finalit\u00e0 e dagli esiti precostituiti, restituisce i contrasti del passato nella loro vividezza e anche (\u00e8 il nostro caso) nella loro ferocia, e dunque potrebbe semmai dividere di nuovo allontanando l&#8217;oblio \u2013 se \u00e8 l&#8217;oblio che si vuole conseguire [&#8230;] Non la storiografia, ma tanto meno la politica devono impegnarsi a sanare le divisioni del presente inventandosi una &#8220;memoria condivisa&#8221; del passato\u00bb. <\/span><\/span><\/p><\/blockquote>\n<p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">Inoltre, conclude lo storico siciliano, \u00abla cosiddetta riconciliazione [&#8230;] rappresenta in realt\u00e0 una riabilitazione\u00bb [16].<\/span><\/span><\/p>\n<p>Il concetto di \u00abmemoria divisa\u00bb, d&#8217;altra parte, richiama inevitabilmente una pluridecennale rappresentazione antiresistenziale che non ha trovato sede soltanto negli ambienti fanaticamente neofascisti, o nostalgici del regime: \u00e8 \u00abla riserva mentale, lo scetticismo, l&#8217;aperta ostilit\u00e0 nei confronti dei valori o anche soltanto sulla retorica dell&#8217;antifascismo e della Resistenza\u00bb [17], diffusa anche fra chi guardava a repubblichini e resistenti come a due minacce speculari, due fanatismi ugualmente portatori di sciagure, e ugualmente perturbatori di un ordine sociale da conservare invece con sagace moderazione. Naturalmente, in quest&#8217;ottica \u00abborghese\u00bb e benpensante il problema \u00e8 il partigiano con il fazzoletto rosso, non certo il badogliano; il fantasma insomma \u00e8 quello della rivoluzione, la vera bestia nera di ogni maggioranza silenziosa, moderata, perbene.<\/p>\n<p>Com&#8217;\u00e8 ovvio, anche qui siamo nel campo delle diverse opinioni, tutte laicamente accettabili sin quando non si trasformino (ma non \u00e8 certo questo, beninteso, il caso al centro delle presenti note) in operazioni di mistificazione o prevaricazione. Ancora nella parte della relazione intitolata <i>Il quadro interpretativo<\/i>,<i> <\/i>si legge che<\/p>\n<blockquote><p>\u00ab\u201cfare i conti\u201d con il fascismo, sia sul piano dell\u2019interpretazione storica, sia su quello delle memorie pubbliche, si \u00e8 rivelata un\u2019operazione pi\u00f9 complessa del previsto, proprio per il peso di memorie divise e contrapposte\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p>Personalmente, ritengo che l&#8217;impresa di fare i conti con il fascismo sul piano delle memorie pubbliche, dal 1945 in poi, sia stata oggettivamente resa difficile anche da un certo antifascismo che soprattutto dagli anni sessanta si \u00e8 spesso articolato, a fini immediatamente politici, come una liturgia celebrativa ambigua e reticente, idealizzando la Resistenza in quanto epica corale di un intero popolo finalmente cosciente del suo destino e riducendo il fascismo storico a un&#8217;accozzaglia di criminali semianalfabeti, manovrati essenzialmente dal grande padronato.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-33949 alignleft\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/ibg.jpeg\" alt=\"Italiani, brava gente?\" width=\"250\" height=\"396\" \/>Ma ritengo pure che i conti con il fascismo non si siano <i>voluti<\/i> fare anche perch\u00e9 questo avrebbe significato fare i conti con una pi\u00f9 profonda cultura politica autoritaria, reazionaria, brutale e patriarcale che costituisce (per dirla molto schematicamente) il sostrato antropologico profondo del fascismo stesso, e che certamente non \u00e8 morta con esso. Non si siano voluti fare anche perch\u00e9 gli anticomunisti di ogni caratura morale \u2013 comprese quelle meno presentabili \u2013 sono subito risultati utilissimi nel nuovo clima della Guerra fredda, certamente non solo in Italia ma certamente <i>anche<\/i> in Italia. Perch\u00e9, pi\u00f9 ampiamente, in tanto senso comune \u00e8 prevalsa fino a oggi un&#8217;immagine bonaria dell&#8217;Italia del Ventennio, all&#8217;interno di un orizzonte cronologicamente ancora pi\u00f9 vasto in cui domina il mito consolatorio degli \u00abitaliani brava gente\u00bb (su cui hanno scritto pagine fondamentali, tra gli altri, <strong>Angelo Del Boca<\/strong> e <strong>Filippo Focardi<\/strong>) [18].<\/p>\n<p>Perch\u00e9, in definitiva, sul piano degli interessi di ceto, dei valori morali, delle garanzie di stabilit\u00e0 delle gerarchie sociali, molti di coloro che nel dopoguerra avrebbero potuto farli, quei conti con il fascismo \u2013 intellettuali, politici, scrittori e giornalisti \u2013, in realt\u00e0 si sentivano di gran lunga pi\u00f9 affini a tanti fascisti, piuttosto che a quanti il fascismo l&#8217;avevano combattuto, invece, e volevano continuare a demolirlo criticamente per superarlo fino in fondo: fin nelle logiche istituzionali, nelle retoriche politiche, nei grandi e piccoli anfratti torbidi dello Stato che continuavano ad esistere, e che avrebbero continuato a spargere sangue e a vagheggiare lungamente, anche in Italia, \u00abi colonnelli\u00bb.<\/p>\n<div id=\"attachment_33950\" style=\"width: 260px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-33950\" class=\"wp-image-33950\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/gonella.jpg\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"180\" \/><p id=\"caption-attachment-33950\" class=\"wp-caption-text\">Guido Gonella (1905 &#8211; 1982)<\/p><\/div>\n<p>Possiamo quindi davvero stupirci se il segretario della Democrazia cristiana in persona, <strong>Guido Gonella<\/strong>, dichiarava durante il IV congresso del partito, nel 1952, che \u00abnon vi \u00e8 nessuna necessit\u00e0 del fascismo, perch\u00e9 ci\u00f2 che illusoriamente si attendeva di buono da quella politica \u00e8 da noi non illusoriamente attuato\u00bb? [19] Ma davvero il problema di un efficace rapporto critico con il passato fascista \u00e8 consistito, come si dice in apertura della relazione al progetto del Museo, in una presunta <i>damnatio memoriae <\/i>(cio\u00e8, letteralmente: nella cancellazione di ogni ricordo dei personaggi del fascismo [20]), \u00abprofessata per decenni come unica condizione per sollecitare una memoria vigile e \u201carmata\u201d contro i rigurgiti del fascismo\u00bb, cio\u00e8 in un vizio ideologico intrinseco \u2013 a quanto pare \u2013 all&#8217;antifascismo &#8220;militante&#8221;?<\/p>\n<p>Certamente ancora oggi, in generale, sembra prevalere in certi discorsi correnti una visione per cui \u00abi conti col fascismo\u00bb non si sono mai fatti a causa del ferreo predominio di un antifascismo ottusamente fanatico, per tutta l&#8217;epoca repubblicana. Com&#8217;\u00e8 possibile, dovremmo forse chiederci, che riesca a risultare tanto convincente presso l&#8217;opinione pubblica il discutibile procedimento logico per cui, se il fascismo non \u00e8 mai davvero \u00abpassato\u00bb, \u00e8 sostanzialmente colpa di chi ha combattuto pi\u00f9 di altri il fascismo stesso? Forse, per tale via, ci\u00f2 che davvero si vuole far &#8220;passare&#8221; \u00e8 proprio l&#8217;antifascismo medesimo; un antifascismo che in realt\u00e0 \u00e8 sempre stato ben lontano dall&#8217;aver imposto un suo &#8220;regime di verit\u00e0&#8221; all&#8217;Italia repubblicana. Non sar\u00e0 certo responsabilit\u00e0 degli antifascismi di tutti i tipi, del resto, se un oblio di straordinaria consistenza \u2013 anche giudiziaria \u2013 si \u00e8 gradualmente affermato sui crimini gravissimi del fascismo meno lontano.<\/p>\n<p>Non scopriamo adesso, sicuramente, che stragi, bombe e rumori vari di sciabole (quelli che Nenni avvert\u00ec nei pressi del Quirinale ai tempi del &#8220;piano Solo&#8221;) hanno attraversato la Repubblica in una quasi totale impunit\u00e0, imprimendo alla sua storia un torbido sigillo ben poco antifascista. La stessa loggia P2, com&#8217;\u00e8 noto, riuniva il fior fiore delle figure istituzionali, oltre a giornalisti, imprenditori, militari di altissimo rango e camerati vari di sicura fede. Non lo scopriamo certo adesso, ma \u00e8 questo un \u00absommerso\u00bb che pi\u00f9 spesso viene ricordato quasi soltanto dai cosiddetti addetti ai lavori, visto che tenerne conto sul serio inficerebbe la leggenda mediatica di una trinariciuta egemonia antifascista nella cultura e nella politica dell&#8217;intera storia repubblicana.<\/p>\n<p>Coloro che non hanno voluto e non vogliono fare i conti con il fascismo \u2013 perch\u00e9 facendoli sul serio magari avrebbero dovuto inimicarsi molti \u00abanti-antifascisti\u00bb \u2013 troppo frequentemente sono le stesse persone che hanno ripetutamente invitato alla \u00abriconciliazione\u00bb. Il che non significa certo che chiunque parli di riconciliazione sia automaticamente da iscrivere al numero di chi per decenni ha rimosso, ha tramato, ha conculcato con ogni mezzo giustizia e verit\u00e0. Tuttavia, neppure dovrebbe sembrare pacifico parlarne, mi pare, senza tenere in seria considerazione tutte le ambiguit\u00e0 che storicamente e politicamente (come ben evidenziava il gi\u00e0 citato Lupo) certi pelosi appelli alla \u00abriconciliazione\u00bb contenevano e contengono.<\/p>\n<h4><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\"><b>La terza via<\/b> <\/span><\/span><\/h4>\n<p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">Ma torniamo adesso al nostro testo di partenza, e vediamo ancora una volta come ci si pone, nelle parole della relazione al progetto, di fronte a questo spinoso e importantissimo insieme di questioni. Il cuore dell&#8217;impostazione interpretativa, da tale punto di vista, sembra essere condensato nelle seguenti righe del paragrafo <i>I punti di forza storiografici<\/i>: <\/span><\/span><\/p>\n<blockquote><p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">\u00abIl nostro centro proporr\u00e0 una visione del fascismo che si colloca oltre il \u201cparadigma antifascista\u201d, fortemente debitore del quadro interpretativo elaborato dai militanti antifascisti durante gli anni feroci della repressione e nell\u2019esilio, che gi\u00e0 dagli anni settanta aveva cominciato a mostrare tutti i suoi limiti e tutte le sue aporie concettuali, ma anche ormai fuori dal \u201crevisionismo\u201d defeliciano, che dopo notevoli spinte innovative sul piano scientifico, si \u00e8 venuto perdendo nei meandri di una presunta storiografia \u201cafascista\u201d e nello sforzo di ridurre il fascismo a \u201cmussolinismo\u201d, a una dittatura personale che copriva un debole e bonario \u201cstato di polizia\u201d, del tutto diverso dal nazismo.\u00bb<\/span><\/span><\/p><\/blockquote>\n<p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\">Quindi un punto di vista che non si riconosce affatto nel classico \u00abparadigma antifascista\u00bb, ma neppure nell&#8217;\u00abafascismo\u00bb del suo pi\u00f9 rumoroso oppositore, il defunto <strong>Renzo De Felice<\/strong>: insomma, una storia del fascismo n\u00e9 fideisticamente antifascista, n\u00e9 afascista (n\u00e9 \u2013 ovviamente \u2013 fascista), una sorta di &#8220;terza via&#8221; storiografica. In cui, per\u00f2, un&#8217;ispirazione antifascista non scompaia, ma anzi sia ritenuta imprescindibile; dove cio\u00e8, come abbiamo gi\u00e0 appreso, \u00abil punto di vista antifascista\u00bb<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 costituisca \u00abl\u2019unica chiave di lettura possibile\u00bb.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p>Una visione antifascista da far propria, sembrerebbe quindi di poter dire, ma non quale una storiografia \u00abantifascista\u00bb ha storicamente inteso. Pi\u00f9 esattamente, si specifica: un \u00abpunto di vista antifascista, e cio\u00e8 dei valori democratici e costituzionali\u00bb. L&#8217;accenno qualificativo ai valori democratici e costituzionali parrebbe circoscrivere il campo di <i>questo<\/i> antifascismo: ma allora si intende forse affermare che quello che abbiamo conosciuto, anche in ben note figure della storiografia repubblicana, a ben vedere non era poi tanto rispettoso dei \u00abvalori democratici e costituzionali\u00bb? \u00c8 francamente improbabile che davvero si voglia dire questo, ma purtroppo non vengono forniti ulteriori elementi per capire meglio. Tuttavia, essendo quello dell&#8217;antifascismo un tema centrale tanto sul piano storiografico, quanto su quello etico-politico \u2013 come, in quali forme, in che misura si autodefinisce <i>antifascista <\/i>la progettazione di un Museo del fascismo collocato nel bel mezzo dei pellegrinaggi alla tomba del duce, nel suo paese natale \u2013, un po&#8217; di preoccupazione una simile indeterminatezza la suscita inevitabilmente.<\/p>\n<p>Forse qualche chiarimento in pi\u00f9 possiamo dedurre da altri testi di esponenti di primissimo piano del Gruppo di lavoro del Progetto. Prendiamo ad esempio un&#8217;opera dedicata al ruolo dell&#8217;antifascismo nelle culture politiche italiane del dopoguerra, a cura di <strong>Alberto De Bernardi<\/strong>. Il testo non \u00e8 recente, essendo del 2004; non sappiamo quindi con certezza se si possa considerarlo rappresentativo, e fino a che punto, dell&#8217;odierna ispirazione del Progetto; se cos\u00ec fosse, comunque, qualche indicazione significativa sulle questioni di cui sopra pare proprio che da questo testo sarebbe possibile ricavarla. In quell&#8217;occasione, fra l&#8217;altro, De Bernardi criticava una visione &#8220;conflittuale&#8221; dell&#8217;antifascismo storico, il quale quindi non si presenta nel secondo dopoguerra come la<\/p>\n<blockquote><p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\">\u00abtavola di valori che delimita lo spazio della legittimit\u00e0 politica, ma assume i tratti di un collante ideologico che definisce un campo di forze impegnate in uno scontro continuo con un antagonista che, al di l\u00e0 degli infingimenti &#8220;democratici&#8221; adottati per camuffarsi \u2013 riformismo, moderatismo, atlantismo, antitotalitarismo \u2013, lascia trapelare costantemente il suo volto autoritario e la sua filiazione ideale e culturale dall&#8217;esperienza fascista. In quest&#8217;ottica lo scontro fascismo\/antifascismo \u00e8 dunque &#8220;un passato che non passa&#8221; [&#8230;]<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 un &#8220;eterno presente&#8221; che percorre l&#8217;intera vita democratica, diventandone, soprattutto per le componenti pi\u00f9 radicali della sinistra politica e intellettuale, la cifra pi\u00f9 autentica e inquietante.\u00bb [21]<\/span><\/span><\/span><\/span><\/p><\/blockquote>\n<p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\">Secondo l&#8217;autore, infatti, se l&#8217;antifascismo non \u00e8 riuscito a farsi terreno etico-politico di fondazione di una \u00abtavola dei valori\u00bb condivisa per la nuova Repubblica, questo \u00e8 avvenuto essenzialmente per la sua irriducibile vocazione massimalista, rivoluzionaria, conflittuale e quindi antidemocratica perch\u00e9 <i>non-antitotalitaria<\/i> (cio\u00e8, nel contesto concreto dell&#8217;immediato dopoguerra, <i>non-anticomunista<\/i>). A causa, insomma, della <\/span><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<blockquote><p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\">\u00abconvinzione diffusa nell&#8217;universo antifascista, al di l\u00e0 della stessa componente comunista, che la rivoluzione sociale\/socialista, e non la democrazia, avrebbe potuto sconfiggere definitivamente il fascismo, perch\u00e9 solo la classe operaia era portatrice dell&#8217;antifascismo pi\u00f9 autentico, mentre la borghesia, al contrario, perch\u00e9 anticomunista, non avrebbe mai potuto liberarsi dei suoi legami con la dittatura nazifascista. Questo convincimento comportava la delegittimazione di qualunque posizione anticomunista [&#8230;]\u00bb [22]<\/span><\/span><\/span><\/span><\/p><\/blockquote>\n<p><span class=\"s5\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\"><span class=\"Apple-converted-space\">Si sta qui parlando, \u00e8 bene ricordarlo, di un antifascismo proprio dei primi decenni della Repubblica; se in controluce \u00e8 tuttavia possibile, tramite la chiara presa di distanza dell&#8217;autore da <i>quell<\/i>&#8216;antifascismo &#8220;negativo&#8221;, dedurre quale sia una probabile e molto pi\u00f9 recente ipotesi di antifascismo &#8220;positivo&#8221;, allora questi brani citati possono forse apportare un contributo di chiarificazione. Nel senso di delineare, in sintesi, un profilo di antifascismo non piattamente anticomunista, ma comunque antitotalitario; non rivoluzionario n\u00e9 ossessionato dal fascismo \u00abeterno\u00bb, ma \u00abdemocratico\u00bb. Che rifiuti il \u00abparadigma antifascista\u00bb ma anche l&#8217;\u00abafascismo\u00bb di matrice defeliciana. Un antifascismo &#8220;laico&#8221;, sembra di poter concludere, ragionevole, alieno da posizionamenti ideologici estremistici e da un aprioristico orientamento al conflitto: forse, qualcosa di molto vicino a quella sorta di &#8220;terza via&#8221; che, come ricordavamo pi\u00f9 sopra, pare configurarsi nel Progetto.<\/span><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p>Cosa tutto ci\u00f2 vorr\u00e0 dire concretamente, come cio\u00e8 \u2013 nella fattispecie \u2013 si tradurr\u00e0 materialmente nell&#8217;impostazione del museo di Predappio, a quanto pare bisogner\u00e0 aspettare di visitare il museo stesso per capirlo davvero. C&#8217;\u00e8 solo da sperare che chi lo visiter\u00e0 non finisca \u2013 magari anche ben oltre le migliori intenzioni degli organizzatori \u2013 per percepire questo come un antifascismo senza contenuti antifascisti: immune finalmente, quindi, dal duplice peccato originale dell&#8217;ideologia \u00abtotalitaria\u00bb (e qui nulla impedirebbe di equiparare le ragioni dell&#8217;antifascismo storico, e forse della stessa Resistenza oggettivamente infarcita di comunisti, a quelle di fascisti e neofascisti vari nel segno di una comune estraneit\u00e0 alla democrazia, come gi\u00e0 in realt\u00e0 accade da tempo) e di una sgradevole e pervicace vocazione &#8220;partigiana&#8221; e conflittuale (e qui nulla impedirebbe di definire antitetici conflitto e democrazia, accarezzando un&#8217;idea quasi integralista della stessa dialettica politica: laddove il conflitto sarebbe cosa buona e giusta solo se agito contro i regimi \u00abtotalitari\u00bb, mentre invece i fondamenti dell&#8217;ordine liberale non sono in alcun modo negoziabili). Ma forse allora, a questo punto, <i>antifascismo <\/i>rimarrebbe \u2013 anche storicamente, e persino storiograficamente \u2013 solo una parola vuota.<\/p>\n<blockquote><p>\u00ab&#8221;Per me il fascismo \u00e8 una moda&#8221;; &#8220;S\u00ec, anche per me \u00e8 una moda&#8221;; &#8220;Per me \u00e8 una bella moda&#8221;; &#8220;Io sono fascista, certo, per moda&#8221; mi ripetono in cinque, dieci, venti [&#8230;], ragazzi di Roma, di Milano, di Firenze, di Padova, di Palermo. E magari me lo confermano con quello che hanno indosso: magliette di Blocco Studentesco, toppe col tricolore, molti vestiti Pivert, la marca di abbigliamento legata a Casa Pound. [23]<\/p><\/blockquote>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-33952\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/16anniefascista.jpg\" alt=\"Ho 16 anni e sono fascista, di Christian Raimo\" width=\"200\" height=\"285\" \/>Sono testimonianze raccolte nel corso di un&#8217;inchiesta solo pochi mesi fa, e il minimo che si possa dire \u00e8 che impressiona molto la naturalezza con cui questi adolescenti si dichiarano orgogliosamente <i>fascisti<\/i>; come se nel senso comune diffuso dell&#8217;Italia (e forse dell&#8217;Europa) di oggi non esistesse pi\u00f9 alcuna inibizione morale all&#8217;uso disinvolto di una simile autodefinizione ideologica, nessun argine politico-culturale efficace contro una cultura politica nefasta che, veramente, non vuole passare. Non sembra qui essere questione di amnesia: questi \u00abfascisti\u00bb in erba non ignorano affatto che \u00e8 esistito il fascismo; semplicemente, non lo trovano affatto disprezzabile e anzi non sembrano avere nessuna difficolt\u00e0 nel riconoscersi in quella storia.<\/p>\n<p>Si suppone che il Museo di Predappio sia stato progettato anche per ragazzi come questi, i cittadini italiani di domani: futuri adulti per cui <i>antifascismo <\/i>\u00e8 gi\u00e0, a quanto pare, una parola non solo vuota ma ostile, odiosa, nemica. Auguriamoci che non finiscano per trovare pi\u00f9 convincente il sarcofago di Benito Mussolini, a qualche centinaio di metri appena dall&#8217;ex Casa del fascio.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\"><strong>NOTE<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">1.\u00a0George L. Mosse, <i>Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, <\/i>Roma-Bari, Laterza, 1990, pp. 175ss.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">2.\u00a0Luciano Cafagna, <a href=\"http:\/\/www.treccani.it\/enciclopedia\/totalitarismo-un-problema-storiografico_(dizionario-di-storia)\/\"><i>Totalitarismo. Un problema storiografico<\/i><\/a>, nel Dizionario di storia Treccani\u00a0(consultato il 3\/4\/2018).<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">3.Marcello Flores, <i>Introduzione<\/i>, in Id. (a cura di), <i>Nazismo, fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto<\/i>, Milano, Bruno Mondadori, 1998, p. 7.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">4. Vittorio Strada, <i>Totalitarismo\/totalitarismi<\/i>, in Id. (a cura di), <i>Totalitarismo e totalitarismi<\/i>, Venezia, Marsilio, 2003, p. 84.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">5.\u00a0Victor Zaslavsky, <i>I sistemi totalitari nella prospettiva comparata<\/i>, in Vittorio Strada (a cura di), <i>Totalitarismo e totalitarismi<\/i>, cit., p. 106.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">6. V.Strada, <i>Totalitarismo\/totalitaris<\/i><i>mi<\/i>, cit., p. 82.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">7.\u00a0M. Flores, <i>Introduzione<\/i>, cit., p. 7.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">8.\u00a0Enzo Traverso, <i>Il totalitarismo. Storia di un dibattito<\/i>, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pp. 183-4.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">9. Ivi, pag. 175.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">10. Ivi, pag. 160.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">11.\u00a0M. Flores, <i>Introduzione<\/i>, cit., pp. 10-11.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">12.\u00a0<a href=\"http:\/\/www.unacitta.it\/newsite\/articolo.asp?id=1161\">Lettera inviata alla rivista \u00abUna citt\u00e0\u00bb<\/a>, marzo 2016, in unacitta.it\u00a0(consultato il 4\/4\/2018).<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">13.\u00a0Sergio Luzzatto, <i>La crisi dell&#8217;antifascismo<\/i>, Torino, Einaudi, 2004, p. 7.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">14. Ivi, pag. 81.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">15.\u00a0Salvatore Lupo, <i>Antifascismo, anticomunismo e anti-antifascismo nell&#8217;Italia repubblicana<\/i>, in Alberto De Bernardi, Paolo Ferrari (a cura di), <i>Antifascismo e identit\u00e0 europee<\/i>, Roma, Carocci, 2004, p. 367.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">16. Ivi, pagg. 367-68.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">17. Ivi, pag. 372.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">18.\u00a0Angelo Del Boca, <i>Italiani, brava gente? Un mito duro a morire<\/i>, Vicenza, Neri Pozza, 2005; Filippo Focardi, <i>Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale<\/i>, Roma-Bari, Laterza, 2013.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">19.\u00a0Intervento di Guido Gonella al IV<i> <\/i>Congresso della DC (Roma, 1952), in <i>I Congressi nazionali della Democrazia cristiana, <\/i>Roma, Cinque Lune, 1959, p. 370.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">20. Questa \u00e8 infatti la definizione che il <a href=\"http:\/\/www.treccani.it\/vocabolario\/damnatio-memoriae\">dizionario Treccani<\/a> online fornisce della locuzione <i>damnatio memoriae<\/i>: \u00abCondanna, che si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto\u00bb (consultato il 4\/4\/2018).<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">21.\u00a0Alberto De Bernardi, <i>Introduzione. L&#8217;antifascismo: una questione storica aperta<\/i>, in Alberto De Bernardi, Paolo Ferrari (a cura di), <i>Antifascismo e identit\u00e0 europee<\/i>, Roma, Carocci, 2004, pp. XVIII-XIX.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">22. Ivi, pag. XXVIII.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: small;\">23.\u00a0Christian Raimo, <i>Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l&#8217;estrema destra<\/i>, Piemme, 2018, p. 10.<\/span><\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-33935\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/Bellassai.jpg.png\" alt=\"Sandro Bellassai\" width=\"130\" height=\"130\" \/>* Sandro Bellassai<\/strong> insegna Storia dell&#8217;Europa contemporanea e Storia di genere presso l&#8217;Universit\u00e0 di Bologna, sede di Forl\u00ec. Ha svolto ricerche sulle culture politiche e sulle relazioni di genere in et\u00e0 contemporanea. Tra le sue pubblicazioni:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.carocci.it\/index.php?option=com_carocci&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=72&amp;isbn=9788843015535\"><em>La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci (1947-1956)<\/em><\/a>, Carocci, 2000 (premio Sissco 2001);\u00a0<a href=\"http:\/\/www.carocci.it\/index.php?option=com_carocci&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=72&amp;isbn=9788843061501\"><em>L&#8217;invenzione della virilit\u00e0. Politica e immaginario maschile nell&#8217;Italia contemporanea<\/em><\/a>, Carocci, 2011.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"&#8211; [La vicenda del museo del fascismo a Predappio va avanti,\u00a0e occuparsene \u00e8 sempre pi\u00f9 importante: il nuovo quadro politico del 2018 ci offre un&#8217;immagine ad alta definizione del \u00absenso comune post-antifascista\u00bb, ci mostra quanta strada sia stata percorsa da quando, nel 2004, lo storico Sergio Luzzatto coni\u00f2 quell&#8217;espressione. 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