{"id":30020,"date":"2017-09-01T08:08:52","date_gmt":"2017-09-01T06:08:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=30020"},"modified":"2018-04-08T14:28:13","modified_gmt":"2018-04-08T12:28:13","slug":"nuove-scritture-working-class","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/09\/nuove-scritture-working-class\/","title":{"rendered":"Nuove scritture working class: nel nome del pane e delle rose"},"content":{"rendered":"<div align=\"center\"><span style=\"font-size: small;\"><a href=\"https:\/\/www.elsaltodiario.com\/movimiento-obrero\/en-el-nombre-del-pan-y-de-las-rosas\">Tambi\u00e9n en espa\u00f1ol.<\/a><\/span><\/div>\n<div id=\"attachment_30171\" style=\"width: 670px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/www.piavalentinis.com\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-30171\" class=\"wp-image-30171\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/Ferriera_padre.jpg\" alt=\"\" width=\"660\" height=\"518\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-30171\" class=\"wp-caption-text\">Un&#8217;immagine dal graphic novel <em>Ferriera<\/em> di <a href=\"http:\/\/www.piavalentinis.com\/\"><strong>Pia Valentinis<\/strong><\/a>.<\/p><\/div>\n<p>di <strong>Alberto Prunetti *<\/strong><\/p>\n<h4><b>Primo antefatto. Respira e intona il mantra: <em>\u00abClass is not cool\u00bb<\/em><\/b><\/h4>\n<p>Un libro racconta la storia di un educatore precario, figlio di un operaio di una fonderia. Padre e figlio si incontrano a parlare il sabato pomeriggio allo stadio. Come viene descritto quel romanzo inglese in Italia? Come un libro sul calcio. Ma in realt\u00e0 quel romanzo \u00e8 un racconto sulla classe operaia. Sulla <em>working class<\/em> inglese, che notoriamente attorno alla birra, al pub e al football aveva costruito elementi di convivialit\u00e0 e socialit\u00e0. Dopo la fabbrica, ovviamente, ma quella era gi\u00e0 stata smantellata. Cos\u00ec in Italia si adotta come un libro sul calcio quello che invece \u00e8 un romanzo che racconta una classe sociale. La <em>working class<\/em> inglese.<\/p>\n<p>Guai infatti a parlare di classe operaia. Ripetere tre volte il mantra ad alta voce: la classe operaia non esiste \u2013 la classe operaia non esiste \u2013 la classe operaia non esiste. Poi comprare su una piattaforma on line una penna usb assemblata in una fabbrica cinese e chiedersi quante decine di mani operaie toccano quel singolo oggetto da Shanghai a Piacenza.<!--more--><\/p>\n<h4><b>Secondo antefatto.\u00a0La servit\u00f9 sta al piano basso, reparto \u00abSociologia\u00bb<\/b><\/h4>\n<p>Un\u2019amica mi racconta un episodio curioso: entrata in una grande libreria di catena di Firenze, chiede una copia del mio libro <i><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2013\/02\/conversazione-con-alberto-prunetti-autore-di-amianto-una-storia-operaia\/\">Amianto, una storia operaia<\/a>. <\/i> La indirizzano al piano di sotto, nel reparto sociologia. Lei domanda perch\u00e9 non sia in narrativa. E il commesso risponde: perch\u00e9 c\u2019\u00e8 scritto \u00abuna storia operaia\u00bb. Aggiungerei: perch\u00e9 gli operai possono solo essere oggetti dello sguardo sociologico di terzi, meglio se colti e borghesi, mai protagonisti di storie raccontate con le proprie parole.<\/p>\n<div id=\"attachment_30162\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-30162\" class=\"wp-image-30162\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/workingclass.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"264\" \/><p id=\"caption-attachment-30162\" class=\"wp-caption-text\">\u00abClass is under your skin.\u00bb (Annette Kuhn) <br \/> \u00abLa societ\u00e0 non esiste.\u00bb (Margaret Thatcher)<br \/> &#8211; Working class hates Mondays. <br \/> &#8211; You don&#8217;t hate Mondays, you hate Capitalism.<\/p><\/div>\n<h4><b>Un fatto dopo gli antefatti. Le scritture <em>working class<\/em> esistono<\/b><\/h4>\n<p>Appunto. Quando vuoi umiliare o attaccare un gruppo sociale, gli togli il diritto di parlare con le proprie parole. Lasci che qualcun altro lo interpreti, parli per lui o per lei. A lungo \u00e8 stato cos\u00ec per gli indigeni, per le donne, di sicuro \u00e8 ancora cos\u00ec per gli immigrati. Ed \u00e8 cos\u00ec anche per gli operai. I racconti degli operai devono essere fatti da intellettuali, magari progressisti, appartenenti comunque alla classe media. Mai che gli operai possano raccontarsi da soli. Al massimo le loro storie possono essere pagine di diario o memoriali, tracce di esperienze che poi altri, intellettuali, borghesi e possibilmente maschi, interpreteranno. E invece no.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni titoli in lingua italiana scritti da operai o da figli di operai, libri che raccontavano il mondo operaio dall\u2019interno. Queste scritture <em>working class<\/em> non sono (solo) narrativa del lavoro. Non sono la narrativa del precariato o la nuova letteratura industriale. Sono\u00a0la narrativa della classe operaia, fatta da operai o da lavoratori subalterni e sfruttati. Della vecchia classe operaia e della nuova classe lavoratrice, precaria e sfruttata.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 raccontare il lavoro senza fare narrativa <em>working class<\/em>. Ad esempio, raccontandolo da un punto di vista che esprime lo sguardo dell\u2019oppressore e non dell\u2019oppresso. Si pu\u00f2 raccontare il lavoro senza sentirsi parte di una classe subalterna, senza raccontare il conflitto sociale. Fare scrittura <em>working class<\/em> significa soffiare sul fuoco, raccontare il conflitto, alimentarlo con le parole scritte. Storicizzare. Ritrovare fili rossi, brandelli di memorie che legano la vecchia e la nuova classe operaia.<\/p>\n<h4><b>Davvero \u00e8 la nuova letteratura industriale? O un\u2019altra corrente letteraria?<\/b><\/h4>\n<p>Alcune delle opere che di recente hanno trattato il tema della fabbrica o del lavoro sfruttato sono state inquadrate in un revival della letteratura industriale italiana. Io credo invece che quella stagione (legata al boom economico) sia esaurita, anche se alcuni autori forse non disdegnano quell\u2019etichetta o ne sentono vicina l\u2019eredit\u00e0. Personalmente, la trovo problematica. Forse \u00e8 solo una mia difficolt\u00e0, ma lego la letteratura industriale pi\u00f9 allo sguardo esterno (quello dell\u2019intellettuale progressista dell\u2019industria olivettiana) che a quello interno (penso ad autori come Guerazzi, Di Ruscio o Di Ciala). E preferisco alla letteratura industriale italiana la narrativa <em>working class<\/em> inglese. Perch\u00e9 non \u00e8 fatta solo di fabbrica e alienazione la vita della classe lavoratrice. Dove sono il calcio, le bevute, le risate, l\u2019umorismo greve, le risse per futili motivi, le prese di culo? Chiedetelo agli inglesi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-30155\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/irontowns.jpg\" alt=\"Iron Towns\" width=\"250\" height=\"401\" \/>Prendete <a href=\"https:\/\/www.66thand2nd.com\/autori\/37-anthony-cartwright.asp\"><strong>Anthony Cartwright<\/strong><\/a>. Pensiamo a <em>Iron Towns<\/em>. Titolo da letteratura industriale italiana. Ma i protagonisti non sono operai alla catena: i personaggi umani (spesso calciatori falliti figli di fonditori) sembrano solo catalizzatori di uno sfondo, di un paesaggio industriale dove la ciminiera e il campo di calcio, quasi dismessi, rappresentano la bussola della classe operaia dell\u2019Inghilterra del Nord. Un programma di scrittura ben condensato dall\u2019esergo che apre il libro di Cartwright:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abAttraversiamo i nostri labirinti neri, ombre ammassate. I fuochi sono ormai tutti spenti. Noi siamo il fumo che segna il mattone. Siamo il ruggito di ferro che credevate d\u2019aver messo a tacere. Cantiamo al metallo contorto e lungo tunnel allagati, sopra distese vuote d\u2019acqua e campi di detriti. Cantiamo di giorni migliori.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Senza rimpiangere il passato della letteratura industriale, scriviamo adesso l\u2019epopea stracciona della classe lavoratrice del nostri giorni.<\/p>\n<h4><b>No, sono solo scritture operaie (but I like &#8216;em)<\/b><\/h4>\n<p>Parlo di scritture operaie, pertanto, limitandomi al dato materiale dell\u2019estrazione sociale degli autori e dei temi trattati. Parlo di scritture, al massimo di narrativa <em>working class<\/em> e non di letteratura operaia. E neanche di letteratura industriale, ossia di una corrente letteraria legata agli anni Sessanta, al boom economico, all\u2019industrializzazione del paese, a intellettuali che descrivevano, guardando da fuori, la classe operaia. Roba lontana. Parlo di scritture operaie o scritture <em>working class<\/em> per non evocare lo spettro di una nuova <em>wave<\/em> letteraria. Non si tratta di stare dentro o fuori una scuola, di una congrega o di un gruppo di lavoro. Si tratta di stare dentro o fuori la nuova classe lavoratrice. Pertanto parlo di scritture <em>working class<\/em> per riferirmi a scritture sul mondo del lavoro con un punto di vista\u00a0interno, in anni di deindustrializzazione, fatte 1) da operai o 2) da figli di operai, cresciuti e socializzati nella vecchia classe operaia, o 3) da membri della nuova classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione: dalla nuova working class a cui appartengono anche i <em>working poor<\/em> e i disoccupati con o senza laurea, i cottimari dei lavori, anche cognitivi, mal pagati e i precari dei lavori a chiamata.<\/p>\n<h4><b>E la loro strada \u00e8 in salita <\/b><\/h4>\n<p>La narrativa <em>working class<\/em> non trova un tappeto rosso che conduca dalle fabbriche o dai centri per l\u2019impiego alle case editrici. Certo, alcuni titoli sono stati mandati in stampa. Ma quanti sono stati rifiutati? E cosa si pubblica al loro posto? Se siete hipster o o fashion blogger avrete probabilmente pi\u00f9 chance di essere pubblicati di un metalmeccanico, di una disoccupata o di un\u2019infermiera. Non solo in Italia, anche altrove. <em>Working class is not cool<\/em>. Alle storie di classe, si preferisce un\u2019angolatura generazionale, che depotenzia ogni approccio strutturale e politico: avanti coi millennials, con la generazione Erasmus, con gli young adults,e via di questo passo.<\/p>\n<p>Di recente vari scrittori in lingua inglese hanno tentato di <a href=\"http:\/\/www.edizionisur.it\/sotto-il-vulcano\/29-07-2016\/uno-sporco-lavoro-passato-presente-futuro-della-letteratura-proletaria\/\">inserire il tema della classe sociale<\/a> nel dibattito in corso sulla parit\u00e0 di rappresentazione e di opportunit\u00e0 nella sfera letteraria. Ma <a href=\"http:\/\/www.edizionisur.it\/sotto-il-vulcano\/27-07-2016\/classismo-letterario-sta-impoverendo-la-letteratura\/\">hanno trovato un muro<\/a>: le esperienze delle classi inferiori tendono a suscitare poco interesse in editor e recensori.<\/p>\n<p>La letteratura assume volentieri il punto di vista dei ceti privilegiati. A lungo gli scrittori sono stati maschi bianchi di classe media. Ad oggi, i gruppi discriminati stanno parzialmente recuperando terreno. Quel terreno che giustamente \u00e8 loro dovuto. Aumentano s\u00ec, questo s\u00ec (almeno all\u2019estero) i romanzi scritti da donne, minoranze etniche e gruppi oppressi per il proprio orientamento sessuale. Cos\u00ec che adesso si pubblicano con interesse romanzi che parlano di omosessuali e lesbiche, o di afroamericani e ispanici. Ma c\u2019\u00e8 una categoria, oltre a quella di genere, razza e appartenenza etnica, che non viene assolutamente considerata intrigante dagli editor: quella di classe. Le appartenenze identitarie (genere, etnicit\u00e0, orientamento sessuale) sono ormai preferite alle affiliazioni di classe sociale ed economica. E la situazione si aggrava quando i manoscritti provengono da quell\u2019enorme sacca di discriminazione che \u00e8 la classe lavoratrice. Peggio ancora se i piani si sovrappongono, sommando discriminazione a discriminazione: una donna operaia, magari una lavoratrice di origine nigeriana che usa per esprimersi l\u2019italiano come lingua madre, quante chance ha di pubblicare un libro, nella propria vita?<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-30144\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/weareallmiddleclass.jpg\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"543\" \/><\/p>\n<h4><b>\u00abWe are all middle class\u00bb (Tony Blair)<\/b><\/h4>\n<p>Dagli anni Novanta si \u00e8 diffusa una narrativa che ci vuole tutti \u00abceto medio\u00bb: un capitalismo di proprietari senza proletari, nessuno che fa le pulizie o la cassiera al supermercato, il sogno di Pinochet realizzato con la democrazia neoliberista di Reagan e Thatcher e portato a compimento dal New Labour di Blair. In realt\u00e0 \u00e8 una cortina di fumo: negli ultimi anni la lotta di classe nessuno l\u2019ha fatta pi\u00f9 della classe media neoliberista, che ha spinto il proprio classismo al punto di togliere alla <em>working class\u00a0<\/em>anche la parola \u00abclasse\u00bb, lasciandole solo il lavoro, ma un lavoro sfruttato, umiliato, schiavizzato. Un&#8217;<em>upper middle class<\/em> che ha decretato la morte della classe subalterna, prima frantumando i processi produttivi, poi distruggendo le industrie per coltivare un\u2019economia di servizi e finanza mentre le merci venivano prodotte lontano da Europa e America: il lavoro sporco, meglio farlo altrove. La strategia retorica voleva che si cancellasse l\u2019uso della parola \u00abclasse\u00bb dal vocabolario della politica per distruggere la cosa: per frantumare le comunit\u00e0 operaie, la vita e i quartieri e le strutture di resistenza, politiche e sindacali, di un\u2019intera classe sociale. Per annullare l\u2019immaginario del proletariato, al fine di eroderne la conflittualit\u00e0. <i>Stat rosa pristina nomine.<\/i><\/p>\n<h4><b>C\u2019era una volta\u2026<\/b><\/h4>\n<p><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/03\/meccanoscritto-un-romanzo-metallurgico-e-collettivo-in-libreria-dal-23-marzo\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Alegre_Meccanoscritto-copertina-1.jpg\" alt=\"Meccanoscritto\" width=\"250\" height=\"380\" \/><\/a>Quello che una scrittura <em>working class<\/em> dovrebbe fare, \u00e8 fornire un nuovo immaginario a una nuova <em>working class<\/em> che esiste gi\u00e0 come classe <i>in s\u00e9<\/i>. L\u2019esempio del libro <a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/03\/meccanoscritto-un-romanzo-metallurgico-e-collettivo-in-libreria-dal-23-marzo\/\"><i>Meccanoscritto<\/i><\/a> \u00e8 fondamentale: mette in tensione le storie operaie di ieri e di oggi e ricostruisce la memoria del conflitto. E senza il conflitto non si forma un immaginario, senza un conflitto, senza antagonismi, la narratologia ci insegna che non ci sono le storie, non c\u2019\u00e8 il materiale della narrazione. Il conflitto alimenta l&#8217;immaginario, le storie creano l&#8217;immaginario, l&#8217;immaginario crea conflitto e altre storie. E a ogni passo ognuno di questi fattori alimenta il successivo, circolarmente. Tutto questo per unire quel che il capitale ha diviso, per dividere ci\u00f2 che lo storytelling del potere vorrebbe unito. Alla \u00abgente\u00bb (indistinta) opporre la \u00abclasse\u00bb\u00a0<i>per s\u00e9<\/i>, allo storytelling dell\u2019imprenditore che prima o poi condivider\u00e0 i guadagni, rispondere con le storie <em>working class<\/em>. \u00abC\u2019era una volta un padrone che non regalava mai nulla\u2026\u00bb (finite voi la storia).<\/p>\n<h4><b>&#8230;e\u00a0c\u2019\u00e8 anche oggi. La scrittura e il conflitto<\/b><\/h4>\n<p>Non esiste pi\u00f9 la centralit\u00e0 della classe operaia. I lavoratori sono posti in conflitto tra di loro, anni di lotte operaie sono cancellati, i diritti conquistati vengono erosi a ogni riforma del lavoro: un quadro desolante. Grande \u00e8 la confusione sotto il cielo, la situazione \u00e8 eccellente.<\/p>\n<div id=\"attachment_30146\" style=\"width: 260px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/ferriera.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-30146\" class=\"wp-image-30146\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/ferriera.jpg\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"363\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-30146\" class=\"wp-caption-text\">Una tavola da <em>Ferriera<\/em> di Pia Valentinis.<\/p><\/div>\n<p>Proprio adesso infatti escono dei titoli che raccontano il lavoro, il lavoro in fabbrica, dal punto di vista dei subalterni. O meglio: opere scritte dagli sfruttati, dagli oppressi del lavoro povero. Esempi degli anni recenti: <i>Amianto, una storia operaia<\/i>\u00a0(2012); <i>Fabrica e altre poesie<\/i> di <a href=\"http:\/\/poesia.blog.rainews.it\/2013\/08\/fabio-franzin-fabrica-e-altre-poesie\/\"><strong>Fabio Franzin <\/strong><\/a>(2013); <i>La fabbrica del Panico<\/i>\u00a0di <a href=\"https:\/\/www.ilreportage.eu\/2013\/07\/la-fabbrica-del-panico-di-stefano-valenti\/\"><strong>Stefano Valenti<\/strong><\/a> (2013); <i>Ferriera<\/i>\u00a0di <strong>Pia Valentinis<\/strong> (2014), <i>Meccanoscritto<\/i>\u00a0del collettivo Metalmente (2017), <i>Inox<\/i>\u00a0di <a href=\"http:\/\/www.premiocalvino.it\/eugenio-raspi-inox\/\"><strong>Eugenio Raspi<\/strong><\/a> (2017). E non erano mancate delle anticipazioni nel primo decennio del duemila: <i>Figlia di una vestaglia blu<\/i> di <a href=\"http:\/\/simonabaldanzi.it\/\"><strong>Simona Baldanzi<\/strong><\/a>\u00a0\u00e8 del 2006, <i>Le storie dal fondo<\/i> di <a href=\"http:\/\/www.massimilianosantarossa.com\/\"><strong>Massimiliano Santarossa<\/strong><\/a> (gi\u00e0 operaio di una falegnameria) del 2007, il romanzo <i>Cattedrale<\/i> di <a href=\"http:\/\/www.saveriofattori.it\/\"><strong>Saverio Fattori<\/strong><\/a>\u00a0&#8211; uscito a puntate sulla rivista digitale Carmillaonline &#8211; nel 2008 (poi pubblicato nel 2012 col titolo <em>12:47, strage in fabbrica<\/em>).<\/p>\n<p>Figli di operai e operai che adesso lavorano nell\u2019industria editoriale, un collettivo di scrittori dove ci sono anche figli di operai, un collettivo di scrittori operai (il Collettivo Metalmente), un operaio disoccupato e un poeta assunto in una falegnameria.<\/p>\n<p>Non solo romanzi-romanzi: spesso le forme dell\u2019esposizione narrativa si ibridano mescolando memoir, storie di famiglia, inchiesta operaia, materiali d\u2019archivio, reperti fotografici. E i risultati possono essere oggetti narrativi, ma anche poesie o graphic novel (o pi\u00e8ces teatrali operaie, come <i>Meccanicosmo<\/i>, la derivata scritta da due autori di <i>Meccanoscritto<\/i>, ossia <strong>Wu Ming 2<\/strong> e <strong>Ivan Brentari<\/strong>, che proprio quest\u2019autunno andr\u00e0 in scena a Roma). E poi non c\u2019\u00e8 solo la narrativa <em>working class<\/em>, ad ogni modo: la vecchia letteratura industriale viene rilanciata dal lavoro di <a href=\"http:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/molto-dobbiamo-noi-ad-angelo-ferracuti\"><strong>Angelo Ferracuti<\/strong><\/a> (che ripropone le figure di Volponi e Di Ruscio e usa al meglio la forma del reportage narrativo).<\/p>\n<p>La domanda \u00e8: perch\u00e9 tutto questo avviene proprio oggi e non negli anni Settanta, quando il lavoro era un tema centrale e forti erano i conflitti sociali legati alle rivendicazioni della classe operaia?<\/p>\n<p>La risposta che mi do \u00e8 che la scrittura si costituisce, come il simbolo, nell\u2019assenza, nella distanza. \u00c8 qualcosa che unisce nella distanza. Quando la classe operaia era forte, non scriveva: l\u2019egemonia ce l\u2019aveva nella strada e la teneva a pugno chiuso in mano. Oggi che dobbiamo riformare un immaginario che \u00e8 stato completamente devastato, bisogna ripartire, dai libri e dal conflitto. La nuova frammentazione dei processi produttivi impone infatti l\u2019alternanza di periodi di iper-lavoro, con straordinari obbligatori, a periodi di disoccupazione coatta. Alcuni lavorano troppo, altri troppo poco. In questi periodi di distacco dal lavoro, la scrittura diventa un\u2019occasione che si pone al lavoratore, ai nostri giorni spesso scolarizzato, di raccontare la propria esperienza e alimentare, con la penna, il conflitto. Per tenere unito, dentro di s\u00e9 e attorno a s\u00e9, ci\u00f2 che il Capitale divide.<\/p>\n<h3><b>Demonizzare la <em>working class<\/em><\/b><\/h3>\n<p><a href=\"https:\/\/www.versobooks.com\/books\/2161-chavs\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-30136\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/chavs.jpg\" alt=\"Chavs di Owen Jones\" width=\"251\" height=\"435\" \/><\/a>\u00abLa classe operaia non c\u2019\u00e8 pi\u00f9\u00bb. E quando c\u2019\u00e8 va demonizzata, attribuendole le stigma peggiori. Lo sentiamo dire continuamente, anche da sociologi e giornalisti: la classe operaia non esisterebbe pi\u00f9. Salvo evocarla come capro espiatorio a ogni giro di cronaca, ogni volta che i ceti dominanti lanciano il sasso e poi nascondono la mano: ora la classe operaia \u00e8 accusata di aver mandato al potere Trump, ora di aver votato per la Brexit, etc etc. Le accuse di razzismo e maschilismo non mancano: inutile dire che questi fenomeni sono alimentati dai vertici politici e istituzionali, cos\u00ec come dalla stampa: la colpa \u00e8 sempre della casalinga di Voghera o dell\u2019operaio di Sesto, fatti risorgere alla bisogna per votare Lega.<br \/>\nLa classe operaia viene cos\u00ec descritta in maniera fuorviante, caricaturale. Alla demonizzazione della classe operaia \u00e8 dedicato un saggio magistrale dell\u2019inglese <strong>Owen Jones<\/strong>. Scrive in <i><a href=\"https:\/\/www.versobooks.com\/books\/2161-chavs\">Chavs<\/a> (2011)<\/i>:<\/p>\n<blockquote><p><i>\u00abThe new Briton created by Thatcherism was a property-owning, middleclass individual who looked after themselves, their family and no one else. Aspiration meant yearning for a bigger car or a bigger house [\u2026] Those working-class communities who had been most shattered by Thatcherism became the most disparaged. They were seen as the leftbehinds, the remnants of an old world that had been trampled on by the inevitable march of history. There was to be no sympathy for them: on the contrary, they deserved to be caricatured and reviled. (Chavs, p. 71)\u00bb<\/i><\/p><\/blockquote>\n<p>Le scritture operaie si propongono allora di raccontare da dentro la classe lavoratrice, demolendo gli stereotipi sulla <em>working class<\/em>. Ma il compito non \u00e8 lineare: bisogna descrivere i tempi vivi della laboriosit\u00e0 umana e tempi morti del lavoro sfruttato, bisogna restituire l\u2019ambiguit\u00e0 tra lavoro vivo e lavoro morto, tra lavoro come emancipazione e lavoro come estrazione di profitto, come aggressione dell\u2019ambiente e della salute. Si tratta di realizzare con la scrittura un campo elettrico generato da cariche opposte.<\/p>\n<h4><b>If The Kids Are United. La narrativa <em>working class<\/em> in lingua inglese<\/b><\/h4>\n<p>Tuttavia a volte accadono cose strane. La classe, eliminata come idea, pu\u00f2 rinforzarsi nella pratica. Anche perch\u00e9 se aumentano le diseguaglianze e non c\u2019\u00e8 mobilit\u00e0 sociale, hai voglia a cancellare il nome; la rosa rimane e punge.<\/p>\n<p>E cos\u00ec, nonostante le condizioni avverse, la rosa continua a fiorire. E la sua voce a farsi sentire. Quando si parla di narrazioni <em>working class<\/em>, non si pu\u00f2 fare a meno di confrontarsi con la scena britannica. \u00c8 qui che la working class si \u00e8 formata con la rivoluzione industriale, \u00e8 da qui che arrivano i suoi contributi pi\u00f9 significativi in ambito culturale. La <em>working class<\/em> inglese ha dato forma al costume, alla musica, alle tendenze, alle mode, al calcio, cos\u00ec come li conosciamo. E anche nel campo della scrittura, rimane l\u2019esempio da seguire.<\/p>\n<p>Per farsi un\u2019idea del mondo della cultura di strada <em>working class<\/em> britannica, pu\u00f2 essere utile leggere <a href=\"http:\/\/blog.futbologia.org\/2012\/08\/congratulazioni-hai-appena-incontrato-la-i-c-f-di-cass-pennant\/\"><i>Congratulazioni. Hai appena incontrato la ICF<\/i><\/a> di <strong>Cass Pennant<\/strong> e i romanzi di <strong>John King<\/strong>, a partire da <a href=\"https:\/\/www.penguin.co.uk\/articles\/on-writing\/times-and-life\/2016\/may\/john-king-on-the-football-factory-20-years-on\/\"><i>Fedeli alla trib\u00f9<\/i><\/a>, mentre il mondo della cultura <em>working class<\/em> degli ultimi anni, quelli successivi alle trasformazioni imposte da Margaret Thatcher, \u00e8 ben illustrato nei romanzi di Anthony Cartwright (in particolare <i>Heartland<\/i> ) e nel bellissimo <a href=\"https:\/\/www.66thand2nd.com\/libri\/108-voglio-la-testa-di-ryan-giggs.asp\"><i>Voglio la testa di Ryan Giggs <\/i><\/a> di <strong>Rodge Glass<\/strong>. Si veda, come esempio di una delle prime opere di questo filone, il magistrale <a href=\"https:\/\/www.minimumfax.com\/shop\/product\/sabato-sera-domenica-mattina-1356\"><i>Sabato sera, domenica mattina<\/i><\/a> di <strong>Alan Sillitoe<\/strong>. I romanzi dello scozzese <strong>Irvine Welsh<\/strong> sono in gran parte afferenti allo scenario della narrativa <em>working class<\/em> britannica. I suoi protagonisti altro non sono che i figli dei vecchi stivatori dei moli scozzesi, costretti dalle riforme della Thatcher, che hanno deindustrializzato il paese, a usare le sostanze per affrontare la terra bruciata, la waste land creata dai Tory e dal New Labour.<\/p>\n<h4><b>La rosa fiorisce a Oriente\u2026 <\/b><\/h4>\n<p>\u2026 dove sorge il sole. Dove si sposta la produzione, si forma la classe. Nei paesi i in cui la classe operaia si sta ricomponendo velocemente, <a href=\"http:\/\/www.cinquantamila.it\/storyTellerArticolo.php?storyId=590af72c18407\">cominciano ad affiorare scritture operaie<\/a>.<\/p>\n<p><em>La Repubblica<\/em> del 4 maggio 2017 riportava un articolo sulle brevi composizioni poetiche, redatte direttamente dagli operai che lavorano nelle fabbriche di cellulari in Cina, come la Foxconn. Poesie brevissime, scritte nei cellulari, come forma di sabotaggio dei tempi rapidi della catena di montaggio.<br \/>\nL\u2019articolo italiano sembra sintetizzare un pi\u00f9 dettagliato articolo scritto in inglese su <em>Lit Hub<\/em>: <a href=\"http:\/\/www.cinquantamila.it\/storyTellerArticolo.php?storyId=590af72c18407\">\u00abThe Cinese Factory Workers Who Write Poems on Their Phones\u00bb<\/a>.<\/p>\n<div id=\"attachment_30137\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-30137\" class=\"wp-image-30137\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/fanyusu.jpg\" alt=\"Fan Yusu\" width=\"300\" height=\"210\" \/><p id=\"caption-attachment-30137\" class=\"wp-caption-text\">Fan Yusu<\/p><\/div>\n<p>Sempre dalla Cina arriva la notizia di un bestseller working class, il racconto pubblicato on line <a href=\"http:\/\/www.whatsonweibo.com\/fan-yusu-%E6%88%91%E6%98%AF%E8%8C%83%E9%9B%A8%E7%B4%A0-full-translation\"><em>Io sono Fan Yusu<\/em><\/a>.<br \/>\n\u00c8 la\u00a0storia di una lavoratrice migrante arrivata a Pechino dalla campagna, segnalato su <em>Internazionale<\/em> del 12 maggio 2017. \u00c8\u00a0un racconto breve, bellissimo, un memoir che interseca questioni di classe e di genere, scritto da una lavoratrice migrante (anzi, meglio sarebbe dire una \u201cnuova operaia\u201d, come questi lavoratori vogliono essere chiamati). Il prisma di classe si sovrappone a quello di genere e a quello etnico, il genere e l\u2019etnicit\u00e0 non annullano le questioni di classe ma le polarizzano, le restituiscono con bordi pi\u00f9 contrastati, meglio delineati. Il racconto di <strong>Fan Yusu<\/strong> \u00e8 un esempio clamoroso di scrittura <em>working class<\/em>. L\u2019autrice deve sicuramente la sua forza narrativa alle tantissime letture che emergono nel corso del suo racconto, ma anche dai corsi di scrittura che i nuovi operai della comunit\u00e0 operaia di Picun, ai bordi dell\u2019area metropolitana di Pechino, stanno organizzando. Picun \u00e8 un incredibile progetto sociale, una citt\u00e0 operaia di lavoratori migranti, con discreti margini di autogestione, con scuole autogestite e laboratori di teatro e di musica e di folclore.<\/p>\n<div align=\"center\">\n<div style=\"position: relative; height: 0; padding-bottom: 56.25%;\"><iframe loading=\"lazy\" style=\"position: absolute; width: 100%; height: 100%; left: 0;\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/ndY1294mVDk?ecver=2\" width=\"640\" height=\"360\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/div>\n<\/div>\n<h4><b><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\nContro il sessismo<\/b><\/h4>\n<p>Le scritture <em>working class<\/em> in lingua inglese hanno un limite: sono piene di testosterone, cariche di risse, scritture di autori maschi per un pubblico di maschi. Le cose per\u00f2 stanno cambiando in meglio con gli autori dell\u2019ultima onda, come Cartwright.<\/p>\n<p>Dal canto loro, le scritture <em>working class<\/em> italiane degli ultimi anni hanno una diversa sensibilit\u00e0 di genere, forse perch\u00e9 sono piuttosto recenti e godono di un punto di vista che rifiuta il maschilismo. Alcune autrici sono donne: \u00e8 il caso di Baldanzi, o di Valentinis, o di alcune operaie che fanno parte del collettivo Metalmente.<\/p>\n<p>Questo fatto rappresenta una trasformazione importante nella maniera in cui la <em>working class<\/em> si rappresenta: la nuova classe lavoratrice non \u00e8 fatta di operai maschi dell\u2019industria pesante con le mani sporche di grasso ma di uomini e donne che lavorano nei servizi, nelle pulizie, nei negozi, nei supermercati, nella logistica, negli ospedali. \u00c8 una classe lavoratrice in cui le donne sono rappresentate tanto come gli uomini, ed \u00e8 una classe lavoratrice fatta anche di lavoratori migranti, che spesso rappresentano l\u2019avanguardia delle lotte, soprattutto nel campo della logistica. Una classe lavoratrice con livelli di alfabetizzazione pi\u00f9 alti rispetto al passato, anche se paga il prezzo di un\u2019intelligenza sociale sempre pi\u00f9 spianata verso il basso. Ma non \u00e8 certo colpa della classe lavoratrice se in Italia non si leggono pi\u00f9 giornali e libri, o non si fanno pi\u00f9 dibattiti decenti. O no?<\/p>\n<h4><b>Raccontare il disastro industriale e ambientale<\/b><\/h4>\n<p>La classe operaia ha lavorato a rischio per decenni. Sull\u2019orlo della malattia professionale e dell\u2019incidente, sul baratro della nocivit\u00e0, a un passo dal disastro industriale e ambientale. Il lavoro a rischio della classe operaia va raccontato fino alle sue estreme conseguenze: il disastro ambientale e industriale. Senza logiche vittimarie: prima che vittime, i vecchi operai sono testimoni di un abuso patito sulla propria pelle. Da Taranto a Bhopal, da Marcinelle a Casale Monferrato, la nostra eredit\u00e0 <em>working class<\/em> ci impone di raccontare i disastri imposti dalle logiche del profitto alla salute e all\u2019ambiente: dal lavoro a rischio alla deindustrializzazione selvaggia che si lascia alle spalle inquinamento e bonifiche mai realizzate. Uno storytelling del disastro che metta assieme questioni ambientali e questioni di classe, laddove le retoriche mainstream tendono a separare i temi per meglio imbrigliarli, mettendo poi i lavoratori con le spalle al muro, a scegliere tra occupazione o inquinamento. Ossia a non scegliere ma a subire politiche industriali devastanti e fallimentari.<\/p>\n<h4><b>Uso del linguaggio tecnico dell\u2019industria<\/b><\/h4>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-30174\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/inox.jpg\" alt=\"Inox di Eugenio Raspi\" width=\"250\" height=\"367\" \/><\/p>\n<p>Il linguaggio tecnico e settoriale del lavoro industriale pu\u00f2 essere una delle caratteristiche della narrativa <em>working class<\/em>. Ci sono lavori operai che richiedono competenze, sapere, studi: l\u2019immagine dell\u2019operaio dequalificato, che compie solo mansioni semplici e frammentate, non copre l\u2019intera gamma del lavoro operaio. Il linguaggio del lavoro si costruisce con l\u2019esperienza sul campo. Faccio una semplice osservazione. Quando una persona comune, magari con laurea, entra in una ferramenta, spesso si trova priva di parole per designare gli oggetti. Sono tutte <i>cose<\/i> che <i>cosano<\/i>. Per fortuna l\u2019addetto alle vendite \u00e8 spesso un buon semiologo (anche se ha fatto l\u2019Iti o il professionale) e cercher\u00e0 di tradurre quella richiesta generica in un oggetto specifico. Al contrario, un operaio in ferramenta si trova nella propria zona di confort. Ogni cosa su quegli scaffali ha il suo nome e la sua misura. Questo accade anche in <i>Inox<\/i>, il romanzo di Eugenio Raspi che racconta il lavoro nelle acciaierie di Terni. Qui il linguaggio tecnico diventa davvero il punto di forza della narrazione. Ci sono competenze operaie che vanno raccontate con le parole del gergo tecnico.<\/p>\n<h4><b>La morte del Vecchio e il <em>pride<\/em><\/b><\/h4>\n<div id=\"attachment_30156\" style=\"width: 260px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/NIE30.pdf\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-30156\" class=\"wp-image-30156\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/covernie3.jpg\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"396\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-30156\" class=\"wp-caption-text\">Clicca e scarica il pdf di <em>New Italian Epic<\/em>, la versione 3.0 uscita per Einaudi nel gennaio 2009.<\/p><\/div>\n<p>Alcuni dei racconti della narrativa working class italiana hanno a che fare con la scomparsa del vecchio (<i>Amianto, Ferriera, La fabbrica del panico<\/i>). Tornano attuali le parole di <strong>Wu Ming 1<\/strong> sul mitologema della morte del Vecchio:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abDiverse opere scritte oggi registrano la nostra condizione di postumi, e la rappresentano in allegoria, un&#8217;allegoria profonda. Molti dei libri che ho definito <i>New Italian Epic<\/i> trattano del buco lasciato dalla morte di un \u2018Vecchio\u2019, un fondatore, un leader o demiurgo. A volte proprio questo epiteto \u00e8 usato come antonomasia: \u2018il Vecchio\u2019\u00bb (<em>New Italian Epic<\/em>, p. 45)<\/p><\/blockquote>\n<p>La morte del vecchio padre operaio porta il giovane a riflettere sulla propria storia, a scrivere terapeuticamente per elaborare il lutto. A gettare ponti tra generazioni e infine a diventare lui stesso padre. Partorendo allegoricamente la nuova <em>working class<\/em> che porter\u00e0 i geni della vecchia classe operaia ma li ibrider\u00e0 con la nuova classe lavoratrice transnazionale, migrante e meticcia.<br \/>\nCon orgoglio.<\/p>\n<p>Raccontiamo la bellezza del tempo vivo fuori dal lavoro morto, l\u2019inganno della retorica della meritocrazia, la mobilit\u00e0 sociale che era solo una carota che nascondeva il bastone, le fabbriche chiuse per fare campo bruciato, per distruggere le comunit\u00e0, le citt\u00e0 operaie. Non serve mobilit\u00e0 sociale, non vogliamo uscire dalla miseria e diventare classe media, lasciando gli altri indietro, salvandosi il culo da soli: vogliamo combattere la miseria, per tutta la classe. Pride.<\/p>\n<h4><b>Qualche appunto ad uso personale sulle scritture operaie<\/b><\/h4>\n<p><i>[Doverosa precisazione: le prospettive che seguono sono valide solo per l\u2019estensore delle seguenti note. In particolare queste linee guide valgono per <\/i> Amianto <i> e per il resto della trilogia working class la cui gestazione \u00e8 in corso d\u2019opera.]<\/i><br \/>\n<b><br \/>\n1.<\/b> <b>Niente approcci vittimari<br \/>\n<\/b> Con le nostre storie<em> working class<\/em> non vogliamo che il lettore ci venga a battere lacrimevoli pacche sulle spalle. Niente commiserazione. Non siamo vittimisti. Rappresentiamo i proletari di rado come vittime, piuttosto come protagonisti di movimenti sociali, di un periodo storico, di cambiamenti e trasformazioni.<br \/>\n<b><br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-30158\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/Alegre-amianto.jpg\" alt=\"\" width=\"230\" height=\"332\" \/>2.<\/b> <b>Umorismo di contrasto<br \/>\n<\/b>Se vi facciamo commuovere, non pensiate che godiamo delle vostre lacrime. Se vi facciamo ridere, non pensiate che vogliamo intrattenervi. Bisogna mescolare tragedia e commedia, l\u2019umorismo e la tensione emotiva del dramma. Quando la classe lavoratrice era raccontata dall\u2019esterno, emergevano la tristezza, l\u2019alienazione, la sofferenza, come nei romanzi della letteratura industriale. Dall\u2019interno, bisogna raccontare anche l\u2019orgoglio, che \u00e8 ormai quasi scomparso, di vivere e crescere nella classe operaia. E l\u2019umorismo, che \u00e8 la nostra unica successione, l\u2019eredit\u00e0 che si riceve nella cultura popolare. Per questo i nostri racconti devono essere carichi di umorismo, ma devono anche sapersi rovesciare nel suo opposto: la tristezza, la tragedia. La vita operaia \u00e8 fatta di opposti e serve tutta la forza di un saldatore per tenerli assieme. (Esempi di umorismo: gli aneddoti di <i>Amianto<\/i>; la tavola zoomorfa dei moccoli in <i>Ferriera<\/i>; il personaggio dell\u2019operaio \u201ccoatto\u201d dell\u2019Infrastoria #9 di <i>Meccanoscritto<\/i>; i personaggi dell\u2019osteria di <i>Storie dal fondo<\/i> di Santarossa).<br \/>\nQuesta \u00e8 anche una tecnica di lotta. Ricordatevi di Ali contro Foreman. Vi faccio venire sotto. Vi lancio un aneddoto, ridete. Vi siete scoperti: destro d\u2019incontro con una legnata emotiva al fegato. Accusate il colpo, incassate a fatica. Cambiate di guardia, finto con un\u2019altra battuta e vi lancio un rapido job di sociologia, siete rimasti sguarniti da lato del materialismo storico. Andate a terra. <i> <\/i> Se cadete knock-out, \u00e8 perch\u00e9 siete ancora vivi. Quel dolore \u00e8 la vostra umanit\u00e0.<br \/>\n<b><br \/>\n3. Responsabilit\u00e0<\/b><br \/>\nSe parliamo di noi e delle nostre famiglie, non lo facciamo per narcisismo. Le storie familiari diventano storie esemplari. Se diciamo \u201cio\u201d, lo facciamo ancora non per culto della personalit\u00e0, ma per un\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 su quel che raccontiamo.<br \/>\n<b><br \/>\n4.<\/b>\u00a0<strong>Preferiamo i punti di vista obliqui<br \/>\n<\/strong>Ci infiliamo nelle storie di soppiatto, come cani in chiesa, come contadini nella casa del padrone. Il realismo \u00e8 una delle tante possibilit\u00e0 espressive ma non \u00e8 un dogma: il punto di vista angolare pu\u00f2 favorire una deformazione prospettica. Il grandangolo ingrandisce e curva la materia. Il teleobiettivo esalta il primo piano e mette fuori fuoco lo sfondo. Poi restringiamo il diaframma e il contesto torna visibile. Raccontiamo la realt\u00e0 ma lo sguardo sulla realt\u00e0 enfatizza ogni volta un dettaglio distinto. La fotografia, che \u00e8 considerata un&#8217;arte realista, deforma l\u2019oggetto che riproduce. E cos\u00ec fa la scrittura. Bisogna scrivere con una macchina fotografica dentro la propria testa, come farebbe Dziga Vertov. E usare la teoria del montaggio di \u0116jzen\u0161tejn per mettere in tensione i piani e i volumi. <em>Carattere ellittico della narrazione<\/em> che procede a balzi, con salti di montaggio in cui il non detto ha un valore concettuale espresso dalla dialettica delle parti accostate.<\/p>\n<p><b>5.<\/b>\u00a0<strong>Meglio le narrazioni ibride&#8230;<\/strong><br \/>\n&#8230;che il romanzo-romanzo. Del resto il romanzo \u00e8 stata la forma espressiva in cui la borghesia si \u00e8 rappresentata, da Defoe in avanti. Ma attenzione: stanno gi\u00f9 trasformando gli ibridi in forme pseudo-ribelli. Toccher\u00e0 inventarsi qualcos\u2019altro. Ma non sar\u00e0 un problema: con la fiamma ossidrica della scrittura, bisogna saper plasmare e sagomare ogni materiale. Bisogna saper fare della scrittura quel che il falegname fa del legno e il saldatore del ferro.<\/p>\n<div id=\"attachment_30160\" style=\"width: 260px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-30160\" class=\"wp-image-30160\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/Ernest.jpg\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"188\" \/><p id=\"caption-attachment-30160\" class=\"wp-caption-text\">Ernest Borgnine in <em>The WIld Bunch<\/em>.<\/p><\/div>\n<p><b>6.<\/b>\u00a0<strong>Taglio da <\/strong><strong>western crepuscolare<\/strong><br \/>\nRaccontare i metalmeccanici come eroi <em>working class<\/em> sul viale del tramonto. Come il western crepuscolare di Peckinpah. Finita la stagione delle ombre rosse, l\u2019(anti)eroe del passato, sconfitto, muore privo di eroicit\u00e0, per raccontare la fine di una stagione della grande epopea operaia.<br \/>\n<b><br \/>\n7.\u00a0Una lingua antiretorica<\/b><br \/>\nDopo questi richiami alla classe lavoratrice, vi aspetterete pesanti paragrafi densi di ideologia. Al contrario: al classismo della neolingua padronale, rispondere con le metafore vive di una politica che comincia dal corpo (sfruttato, tartassato) dei protagonisti delle storie. Usare l\u2019umorismo per coibentare il calore eccessivo delle vicende. Raccontare storie operaie senza perdere la tenerezza.<\/p>\n<p><b>8.<\/b>\u00a0<strong>L\u2019atlante delle<\/strong> <b>memorie operaie<\/b><br \/>\nRiprendendo una suggestione di Tronti, le memorie operaie, in forma fotografica, diaristica, narrativa o cinematografica, possono andare a costruire un atlante, sulla falsa riga del progetto iconografico di Aby Warburg. La costruzione di queste memorie pu\u00f2 costituire un passaggio di testimone verso la nuova classe lavoratrice del futuro.<br \/>\n<b><\/b><\/p>\n<p><b>9.<\/b>\u00a0<strong>Dimensione dell\u2019<\/strong><b>allegorico<\/b><strong> e del<\/strong> <b>perturbante<\/b><br \/>\nIl drago della fabbrica di Busalla in <em>Amianto<\/em>, ad esempio. Mostruosit\u00e0 del sistema di sfruttamento del lavoro rappresentato con forme in certo modo oscene, che si fatica con la narrativa, soprattutto col realismo, a far stare in scena, a mettere in campo.<\/p>\n<p>Infine:<\/p>\n<p><strong>10.<\/strong><b>\u00a0Il test del babbo<br \/>\n<\/b>Partiamo dalla lezione del metodo della scuola di Barbiana:<\/p>\n<ol>\n<li>\n<blockquote><p>Avere qualcosa di importante da dire che sia utile a chi legge.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<li>\n<blockquote><p>Sapere a chi si scrive.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<li>\n<blockquote><p>Raccogliere tutto quello che serve.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<li>\n<blockquote><p>Trovare una logica su cui ordinarlo.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<li>\n<blockquote><p>Eliminare ogni parola che non serve.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<li>\n<blockquote><p>Eliminare ogni parola che non usiamo parlando.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<li>\n<blockquote><p>Non porsi limiti di tempo.<\/p><\/blockquote>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p>Questo metodo, almeno in parte l\u2019ho usato in <em>Amianto<\/em> in una forma un po\u2019 diversa: io lo chiamavo \u00abil test del babbo\u00bb. Ossia, alla fine di ogni pagina mi chiedevo se mio padre o i suoi colleghi di lavoro avrebbero potuto apprezzare la pagina che avevo scritto o l\u2019avrebbero considerata astrusa, o fighetta, o comunque lontana dai propri interessi. In questo senso, scrivevo deliberatamente per gli operai. Mi interessava che un operaio pensionato nato nel \u201845, o un suo giovane collega nato negli anni Ottanta fossero in grado di leggere il mio libro e di apprezzarlo a pieno. A dire il vero, non scrivevo solo per la vecchia classe operaia, ma anche per la nuova: un <em>working poor<\/em>, un precario dell\u2019editoria con laurea, di estrazione sociale proletaria, o un figlio della classe media proletarizzata, costretto a fare un minijob per integrare le magre rendite di un lavoro da impiegato, \u00e8 comunque parte della nuova <em>working class<\/em>. E confidavo che in quella pagina si ritrovasse e si riconoscesse anche lui. O lei.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-30152\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/Schermata-2017-08-31-alle-17.23.30.png\" alt=\"Renato Prunetti\" width=\"650\" height=\"447\" \/><\/p>\n<h4><b><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\nInfine: leggere e sognare nel sogno degli altri<\/b><\/h4>\n<p>Rincorrere il centro \u00e8 una delle abitudini della politica degli ultimi anni. Una strategia seguita anche dall\u2019industria editoriale, che ha rincorso la classe media nella convinzione che l\u00ec si trovasse la nicchia di lettori disposti a comprare libri. Ma la borghesia italiana di rado \u00e8 giacobina e illuminata. Eppure le classi popolari hanno sempre avuto un rapporto molto forte con la lettura: lo scrittore argentino Roberto Arlt racconta in una delle sue acqueforti asturiane di aver visitato una delle zone pi\u00f9 rivoluzionarie della Spagna, poco prima della guerra civile, trovando i piccoli artigiani e gli operai intenti a leggere romanzi ai loro compagni non alfabetizzati. E anche in Toscana gli alabastrai di Volterra, perlopi\u00f9 anarchici, insegnavano ai ragazzi che prendevano a bottega prima di tutto a leggere, usando ovviamente i giornali rivoluzionari. La vecchia classe operaia era fiera di leggere. Nella cetomedizzazione degli anni Ottanta-Novanta, tanto si \u00e8 perso. Ma si \u00e8 perso lettori nella classe operaia anche perch\u00e9 si sono vendute storie che non parlavano di loro. Quando <strong>Vasco Pratolini<\/strong>, tra i pochi scrittori italiani emersi da un ambiente popolare, si rec\u00f2 negli anni Cinquanta a presentare <a href=\"https:\/\/www.goodreads.com\/review\/show\/137164648\"><em>Metello<\/em><\/a> di fronte a un pubblico foltissimo di minatori in Maremma, dovette autografare centinaia di copie del suo romanzo. Ma la storia di Metello parlava ai minatori maremmani e loro si riconoscevano nel personaggio del popolano fiorentino. Oggi l\u2019industria culturale non pu\u00f2 lamentarsi se le classi subalterne non leggono pi\u00f9, se i libri si pubblicano in tirature ridicole: continuate a pubblicare storie che non parlano del vissuto della gente che ogni giorno lavora, e lavora male, e lavora sfruttata. Avete infilato nella testa della classe lavoratrice sogni che non sono i suoi. Qualcuno pu\u00f2 leggere per evadere, per infilarsi nei panni dei quattrinai, qualcun altro per riuscire ad addormentarsi. Ma chi legge per capire la propria realt\u00e0 e trasformarla, perch\u00e9 mai dovrebbe leggere i libri che i vostri uffici marketing suggeriscono di mandare in stampa?<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/jesopazzo.org\/index.php\/iniziative\/470-je-so-pazzo-festival-2017-potere-al-popolo\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-30200\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/exopg_workers.jpg\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"928\" \/><\/a><\/p>\n<h4><b><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\nA Napoli la giornata della narrativa <em>working class<\/em><\/b><\/h4>\n<p>Il prossimo <strong>7 settembre<\/strong> l\u2019Ex Opg Je so&#8217; Pazzo di Napoli ospiter\u00e0 <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/exopgjesopazzo\/photos\/a.632328093540524.1073741829.632293670210633\/1188289681277693\/?type=3&amp;theater\">la prima giornata dedicata alle scritture <em>working class<\/em> italiane<\/a>. In passato avevamo gi\u00e0 organizzato dei festival di letteratura sociale: stavolta cerchiamo di entrare nello specifico delle scritture operaie. Saranno presenti, oltre a chi scrive, Simona Baldanzi, Wu Ming 2 e alcuni operai del collettivo di scrittura Metalmente mentre <strong>Marta Fana<\/strong> legher\u00e0 la narrativa del lavoro con i conflitti sociali reali che continuano a attraversare il paese, lontani dalle ribalte delle cronache e dei media. Oltre a dibattiti e presentazioni, saranno realizzati dei reading e delle letture di altri autori che non \u00e8 stato possibile invitare. Il Teatro Popolare legger\u00e0 una selezione di testi dalla narrativa della classe operaia degli anni settanta (Di Ruscio, Di Ciaula) e testi da opere di autori contemporanei (oltre ai presenti, Franzin, Chiarella, Santarossa, Valenti). Verranno anche proiettate alcune tavole dal graphic novel <em>Ferriera<\/em> di Pia Valentinis.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/prunetticappello.jpg\" alt=\"Il Prunetti\" width=\"150\" height=\"174\" \/><\/p>\n<p>*\u00a0<strong>Alberto Prunetti<\/strong> (Piombino, 1973)<br \/>\nHa pubblicato <em>Potassa <\/em>(Stampa Alternativa, 2004), <em>Il fioraio di Per\u00f3n <\/em>(Stampa Alternativa, 2009),\u00a0<em>Amianto. Una storia operaia <\/em>(Agenzia X, 2012; Alegre, 2014) e <em>PCSP. Piccola Controstoria Popolare <\/em>(Alegre, 2015)<em>.<\/em><em><br \/>\n<\/em>Traduttore e lavoratore culturale freelance, scrive su Giap, Il lavoro culturale, Il manifesto e altre testate.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Tambi\u00e9n en espa\u00f1ol. di Alberto Prunetti * Primo antefatto. 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