{"id":28908,"date":"2017-04-13T10:26:21","date_gmt":"2017-04-13T08:26:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=28908"},"modified":"2017-04-13T17:14:18","modified_gmt":"2017-04-13T15:14:18","slug":"storicultori-una-riflessione-sullultimo-libro-di-jonathan-nossiter","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2017\/04\/storicultori-una-riflessione-sullultimo-libro-di-jonathan-nossiter\/","title":{"rendered":"<i>Storicultori<\/i>. Una riflessione sull&#8217;ultimo libro di Jonathan Nossiter."},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-28910\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/04\/9788865481585_0_0_1543_80-1.jpeg\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"864\" \/><\/p>\n<p>[Il 25 novembre scorso, alla 10\u00aa edizione de<a href=\"http:\/\/www.laterratrema.org\/2016\/10\/25-26-27-novembre-2016-la-terra-trema-fiera-feroce-x-edizione\/\"> La Terra Trema<\/a> &#8211; Fiera feroce di cibi, vini e cultura materiale &#8211; Wu Ming 2 avrebbe dovuto incontrare <strong>Jonathan Nossiter<\/strong> per discutere del suo libro, <em>Insurrezione culturale<\/em>, pubblicato da DeriveApprodi. Causa imprevisti, la presentazione \u00e8 saltata e si \u00e8 trasformata in un articolo per il nuovo <a href=\"http:\/\/www.laterratrema.org\/2017\/03\/lalmanacco-de-la-terra-trema-invito-alla-lettura-dei-quattro-numeri-che-pubblicheremo-nel-2017\/\">Almanacco de La Terra Trema<\/a>, uscito in questi giorni. La rivista &#8211; dopo un numero zero nel 2015 e quattro uscite nel 2016 &#8211; ha in programma altri quattro numeri stagionali anche per il 2017. In questo di primavera, che \u00e8 il primo, segnaliamo anche un pezzo di <strong>Wolf Bukowski<\/strong>, <em>Non parliamo di cibo<\/em>, &#8220;dedicato&#8221; al decimo compleanno di Eataly. La rivista verr\u00e0 presentata al centro sociale <strong>XM24<\/strong> di Bologna, <a href=\"http:\/\/gustonudofestival.com\/programma-2\/28-aprile\/\">il 28 aprile<\/a>, nell&#8217;ambito del festival <strong>Gusto Nudo<\/strong>.]<\/p>\n<p><strong>L&#8217;interazione culturale<\/strong><br \/>\ndi <strong>Wu Ming 2<\/strong><\/p>\n<p><em>Insurrezione culturale<\/em>, il terzo libro di <strong>Jonathan Nossiter<\/strong>, scritto insieme a <strong>Olivier Beuvelet<\/strong>, \u00e8 stato letto e recensito come un sequel su carta di <em>Resistenza naturale<\/em>, il documentario che lo stesso autore dedic\u00f2 ai produttori di vino \u201cnon allineati\u201d, ribelli alle certificazioni DOC, contrari alla chimica, rispettosi del suolo e dell&#8217;uva, fedeli a un&#8217;etica comune ma senza regole scritte. In realt\u00e0 il libro \u00e8 molto pi\u00f9 di questo, sebbene contenga numerose storie di vignaioli in rotta con gli esperti dell&#8217;agro-industria. Nossiter ce le racconta come esempi virtuosi, non senza ostacoli e cadute, all&#8217;interno di una proposta pi\u00f9 vasta e ambiziosa, rivolta a tutti gli \u201cattori culturali\u201d che si pongono la domanda della propria sopravvivenza. L&#8217;idea \u00e8 che costoro avrebbero molto da imparare dagli artigiani contadini del vino naturale.<!--more--><\/p>\n<div id=\"attachment_28911\" style=\"width: 259px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-28911\" class=\"wp-image-28911 size-full\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/04\/jonathan-nossiter.jpeg\" alt=\"\" width=\"249\" height=\"317\" \/><p id=\"caption-attachment-28911\" class=\"wp-caption-text\">Jonathan Nossiter<\/p><\/div>\n<p>\u201cDieci anni fa \u2013 spiega Nossiter &#8211; a chi si batteva per il vino inteso come espressione culturale e artigianale, l&#8217;avvenire sembrava altrettanto fosco di quanto oggi il futuro appare incerto ai sostenitori della cultura <em>tout court<\/em>.\u201d Contro ogni previsione, quel pugno di viticultori artigianali \u00e8 riuscito a sviluppare una rete internazionale, dove \u201cil <strong>vino naturale<\/strong> \u00e8 una realt\u00e0 economica solida, estetica e politica\u201d, che vede ingrossarsi le fila dei protagonisti, passando in Francia da cento a duemila e in Italia da venti a cinquecento produttori. La loro battaglia sembra indicare una pista anche a scrittori, cineasti e artisti che vogliano vivere del loro mestiere, rifuggendo una celebrit\u00e0 vuota e sconnessa, ma senza celebrare di contro la propria marginalit\u00e0, scambiata per attestato di vero antagonismo.<br \/>\nCosa possono imparare, questi soggetti, dai ribelli dell&#8217;enologia? E perch\u00e9 mai la loro formula magica \u2013 se esiste &#8211; dovrebbe funzionare in un altro contesto, che non ha nulla da spartire con la terra, i lieviti, le bottiglie e il palato?<\/p>\n<p>Nossiter e Beuvelet dedicano un intero capitolo a illustrare come la parola <strong>cultura<\/strong> \u2013 un tempo riferita soltanto al lavoro dei campi \u2013 si sia staccata dal suo significato originario, ormai denotato dal termine specifico <em>agricoltura<\/em>, per designare invece un&#8217;attivit\u00e0 intellettuale e simbolica. Nel far questo, incappano anche in luoghi comuni pericolosi, come quando sostengono che \u201c\u00e8 stata l&#8217;agricoltura, cio\u00e8 la sedentariet\u00e0, a far nascere la civilt\u00e0 umana\u201d. Con buona pace di popoli nomadi e cacciatori-raccoglitori che si ritroverebbero cos\u00ec fuori dalla Storia, meno umani e meno civili dei loro simili con la zappa in mano.<br \/>\nSe a reclamare l&#8217;attenzione degli artisti per gli artigiani del vino, ci fosse solo l&#8217;antico legame tra cura della terra e cura del sapere, l&#8217;invito di questo libro suonerebbe pretestuoso. Ma il nocciolo del ragionamento non si basa sull&#8217;etimologia. I produttori di cultura dovrebbero guardare ai viticultori per almeno tre motivi.<br \/>\n<strong>Primo<\/strong>, perch\u00e9 il ruolo dell&#8217;artista consiste \u2013 secondo gli autori &#8211; nella \u201cricerca delle forme di senso, di speranza e di sopravvivenza di una civilt\u00e0\u201d. Sopravvivenza che oggi si pone in termini pi\u00f9 biologici che culturali, contemplando da vicino l&#8217;eventualit\u00e0 di un&#8217;estinzione della specie umana. Di fronte a quest&#8217;angoscia, il <strong>contadino<\/strong> si ritrova a fronteggiare problemi \u201cda artista\u201d, mentre l&#8217;artista deve interrogarsi, \u201cda contadino\u201d, sul rapporto tra gli umani e l&#8217;ambiente.<br \/>\nIl <strong>secondo<\/strong> aspetto riguarda il valore della cultura. \u201cL&#8217;artista contemporaneo \u2013 leggiamo nel libro &#8211; sa che il suo lavoro non ha pi\u00f9 alcuna esistenza pubblica al di fuori di ci\u00f2 che gli \u00e8 riconosciuto come valore commerciale, a sua volta puramente aleatorio.\u201d Questa situazione sarebbe il risultato del progressivo allontanarsi dell&#8217;artista moderno dalla figura dell&#8217;artigiano. Se in origine le <strong>belle arti<\/strong> erano considerate \u201cmeccaniche\u201d, fu quando diventarono \u201cliberali\u201d \u2013 cio\u00e8 intellettuali \u2013 che i loro protagonisti si videro promossi nella scala sociale. Da allora il processo non si \u00e8 pi\u00f9 fermato, complici gli stessi artisti. Con l&#8217;avvento di \u201cun certo postmodernismo [&#8230;] della forma considerata sostanza\u201d, Nossiter e Beuvelet ritengono definitivo il divorzio tra l&#8217;arte e i suoi contenuti, simile a quello tra il vino e la sua etichetta. Una bottiglia non viene pi\u00f9 apprezzata per il liquido che contiene, ma per i nomi, i marchi, le certificazioni e le parole che ci sono scritte (o non scritte) sopra.<br \/>\nIl <strong>terzo<\/strong> motivo che accomuna contadini e artisti \u00e8 una piaga che minaccia le campagne come le librerie, le vigne quanto i teatri: quella della <strong>monocultura<\/strong> e dell&#8217;attacco alla biodiversit\u00e0.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-28912\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/04\/Schermata-2017-04-13-alle-09.12.40.png\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"251\" \/><\/p>\n<p>A queste tre analogie vorrei aggiungerne una <strong>quarta<\/strong>, che in qualche modo le riassume. Proviamo a rovesciare il problema: invece di ricercare somiglianze tra produttori di vino e di cultura, chiediamoci piuttosto per quale motivo ci sembrano tanto diversi. Per rispondere, dobbiamo chiamare in causa la distinzione tra <strong><em>forma<\/em> e <em>sostanza<\/em><\/strong>. E&#8217; in base a quella che cataloghiamo diversi modi di trasformare la materia, a seconda di quanta <strong>libert\u00e0<\/strong> si esprime nell&#8217;atto di dare forma a una certa sostanza. Il castoro incastra i tronchi a formare la diga perch\u00e9 \u201cglielo impone la sua natura\u201d; il contadino coltiva le piante \u2013 non le \u201cfa\u201d &#8211; perch\u00e9 pu\u00f2 intervenire sulle condizioni della loro crescita, ma \u00e8 comunque vincolato dalla \u201cforma della pianta\u201d; l&#8217;artigiano \u00e8 pi\u00f9 libero, ma deve comunque attenersi a criteri di funzionalit\u00e0, perch\u00e9 l&#8217;oggetto che produce abbia una forma utile; l&#8217;artista, infine, pu\u00f2 sbizzarrirsi a inventare la forma che preferisce, conquistando uno spazio di libert\u00e0 nel mondo della necessit\u00e0 fisica. Eppure, qualunque artista conosca il suo mestiere, sa che la realt\u00e0 non funziona in questo modo. Lo scultore sa che ogni blocco di pietra o di legno ha diversi punti di rottura e caratteristiche che lo costringeranno, via via che il lavoro procede, a modificare i suoi piani e ad adattarli alla materia. Il romanziere, quando racconta una storia, sa bene che non otterr\u00e0 mai \u201cquello che aveva in testa\u201d, ma che i personaggi e le situazioni lo porteranno in direzioni inattese. Il compositore sa che il medesimo spartito pu\u00f2 portare a esecuzioni molto differenti, cos\u00ec come il cuoco conosce bene la differenza tra una ricetta e i suoi risultati. Dove sta la forma? Non sarebbe meglio dire che essa non pre-esiste da nessuna parte, come spirito in attesa di farsi carne, ma si genera nel rapporto tra un individuo e l&#8217;ambiente, grazie ai movimenti, alle capacit\u00e0 e alle caratteristiche di entrambi?<br \/>\nLa diga del castoro, la pianta del contadino, il manufatto dell&#8217;artigiano e l&#8217;opera dell&#8217;artista sono tutti esempi di questo coinvolgimento, tra un attore e il suo mondo, nel quale entrambi crescono e si trasformano. Un romanziere coltiva le \u201csue\u201d storie, come un giardiniere i \u201csuoi\u201d gerani e un mollusco la sua conchiglia.<\/p>\n<div id=\"attachment_28914\" style=\"width: 660px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-28914\" class=\"wp-image-28914\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/04\/08035_orig.jpeg\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"260\" \/><p id=\"caption-attachment-28914\" class=\"wp-caption-text\">Le autentiche false teste di Modigliani<\/p><\/div>\n<p>Ecco perch\u00e9 non dovremmo pi\u00f9 sorprenderci, di fronte all&#8217;idea di esportare il modello dei viticultori naturali dalla penombra delle cantine ai laboratori di registi, pittori e cantastorie. Ma per farlo, occorre domandarsi in che cosa consista un simile modello. Tra le righe, non certo sistematiche, di Nossiter e Beuvelet, mi pare di averne rintracciati <strong>tre elementi fondamentali<\/strong>.<br \/>\nIl primo \u00e8 l&#8217;importanza del <strong><em>gesto<\/em><\/strong> che produce rispetto al prodotto finito. Se, come dice Mead, \u201cogni oggetto \u00e8 un atto collassato\u201d, occorre rimettere l&#8217;atto in primo piano. Il secondo sono le <strong><em>relazioni<\/em><\/strong>, senza le quali quel gesto rimarrebbe incompiuto. Il terzo \u00e8 l&#8217;<strong><em>autenticit\u00e0<\/em><\/strong>, non nel senso di \u201corigine controllata\u201d, ma come accordo tra la sincerit\u00e0 soggettiva, grazie alla quale l&#8217;individuo trova s\u00e9 stesso, e il comportamento oggettivo, dove egli misura quel che sente vero e giusto nel rapporto con gli altri. Quest&#8217;ultimo punto \u00e8 sicuramente il pi\u00f9 controverso dei tre. Da un lato, perch\u00e9 gli autori non lo definiscono mai in maniera precisa; dall&#8217;altro perch\u00e9, cos\u00ec facendo, si ritrovano spesso a schiacciare l&#8217;autenticit\u00e0 su concetti scivolosi come <em>tradizione<\/em> o su una concezione tutta ideale della Natura. Nel campo dell&#8217;arte, quando si parla di autenticit\u00e0, si fa sempre riferimento all&#8217;autore, o per indicare che un&#8217;opera \u00e8 <em>davvero<\/em> sua (\u201cun Picasso autentico\u201d), oppure per intendere che essa esprime in maniera diretta e urgente la soggettivit\u00e0 di chi l&#8217;ha creata. Gli altri due elementi dell&#8217;<em>insurrezione naturale<\/em> \u2013 il <em>gesto<\/em> e le <em>relazioni<\/em> \u2013 mi sembrano andare invece in una direzione opposta, quella di sottrarre importanza all&#8217;autore di un prodotto culturale, per concentrarsi invece sul come lo produce e con chi. Ritengo quindi che l&#8217;autenticit\u00e0 \u2013 passando dalle bottiglie ai libri, cio\u00e8 ai prodotti di cui mi occupo \u2013 dovrebbe intendersi come caratteristica <em>collettiva<\/em>, non individuale. Un romanzo \u00e8 <em>autentico<\/em> se viene scritto, letto, discusso e distribuito mettendo al centro la storia che contiene e la comunit\u00e0 che intorno ad essa si riunisce, le altre storie che mobilita, le domande che pone. Direi che \u00e8 tanto pi\u00f9 <em>autentico<\/em> quanto pi\u00f9 l&#8217;autore implicito che ci parla attraverso le sue pagine non evoca l&#8217;individuo reale che le ha scritte, ma la collettivit\u00e0 che le ha rese possibili.<\/p>\n<p>Vediamo ora come si potrebbero declinare, sul tavolo di uno <strong>storicultore<\/strong>, gli altri due punti del modello contadino.<br \/>\nIl <strong>gesto<\/strong> di cui parlano Nossiter e Beuvelet consiste nel \u201crispettare la natura dei suoli e la natura dell&#8217;uva senza ricorrere al mondo fittizio della chimica.\u201d E&#8217; un atto di emancipazione che \u201ctrasforma le motivazioni mercantili in motivazioni esistenziali, sociali, politiche ed economiche.\u201d E&#8217; una mossa che riconcilia <strong>etica ed estetica<\/strong>, perch\u00e9 il giudizio (estetico) sul prodotto non pu\u00f2 prescindere dal giudizio (etico) sulla sua produzione. Infine, \u00e8 un ritorno alla materia, all&#8217;esperienza, allo spirito d&#8217;osservazione e all&#8217;attenzione per il fenomeno: il vino non nasce da regole astratte imposte su una materia inerte, ma dal rapporto tra un individuo, con le sue abilit\u00e0, e una vigna, con le sue caratteristiche. Provando a tradurre tutto questo nel campo della letteratura, potremmo dire che anche qui \u00e8 necessario considerare come \u201cparte dell&#8217;opera\u201d tutti quegli aspetti che, di solito, vengono relegati dai critici nell&#8217;ambito della sociologia. Com&#8217;\u00e8 stato scritto, questo testo? Chi ha collaborato? Quali altri libri chiama in causa? A quali si ispira? Come si apre al contributo dei lettori? Come li coinvolge? Si tratterebbe di considerare il libro come atto centrale di una lunga <em>performance<\/em>, riportando la scrittura alla sua funzione primitiva, quando essa serviva a registrare un&#8217;esperienza, pi\u00f9 che a rappresentare una realt\u00e0. Riscoprire una dimensione artigianale significa mettersi al servizio di una storia, non della propria soggettivit\u00e0 (o delle richieste di un editore). \u201cTornare allo spirito di osservazione\u201d, per un narratore, non vuol dire per forza raccontare \u201cstorie vere\u201d, o sposare gli stilemi del realismo, ma domandarsi in che rapporto sta quello che scrive con quello che sperimenta ogni giorno. E domandarsi anche quali esperienze potrebbe fare per raccontare meglio. <strong>Pier Vittorio Tondelli<\/strong> invitava gli esordienti a \u201craccontare quel che conoscono\u201d. Molti hanno frainteso la proposta, limitandosi a scrivere romanzi intorno al proprio ombelico, invece di cogliere lo stimolo a conoscere altro, per comprendere che l&#8217;informazione, senza esperienza, troppo spesso ci consola con l&#8217;illusione di conoscere. Detto in altri termini, se voglio scrivere un <em>noir<\/em> che ha per protagonista un poliziotto italiano, devo domandarmi che cosa so della polizia in Italia e fino a che punto invece rischio di seguire uno stereotipo, un <em>format<\/em> prestabilito. Poi la vicenda che racconto pu\u00f2 anche essere surreale, e contemplare viaggi nel tempo, ma deve tenere conto del rapporto tra il mondo e la materia con la quale la impasto.<br \/>\nInfine, sulla questione delle <strong>relazioni<\/strong>, mi pare che quanto precede gi\u00e0 delinei una prospettiva. Quella cio\u00e8 di una <em>letteratura sociale<\/em> che non si rivolge a un pubblico prestabilito, individuato con sondaggi e campagne di marketing, ma che crea una comunit\u00e0 e la alimenta con incontri dal vivo, collaborazioni, scambi a distanza e nuove storie. Evitando per\u00f2 di cristallizzare quella comunit\u00e0, di mettersi al servizio delle sue esigenze \u2013 come nel vecchio modello dell&#8217;intellettuale organico \u2013 perch\u00e9 altrimenti questa si trasformerebbe in \u201cpubblico di riferimento\u201d e il narratore nel suo propagandista.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-28915\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2017\/04\/Cantastorie.png\" alt=\"\" width=\"640\" height=\"300\" \/><\/p>\n<p>Per concludere, credo che l&#8217;idea di un dialogo tra viticultori contadini e \u201cartigianisti\u201d di vari ambiti culturali sia stimolante e proficua. A patto per\u00f2 di non farsi dominare da una preoccupazione che spesso si avverte, tra le pagine di <em>Insurrezione culturale<\/em>: quella del <strong>recupero<\/strong>. \u201cL&#8217;autenticit\u00e0 \u00e8 fragile in un mondo in cui ogni gesto rischia di essere oggetto di un recupero da parte dello spettacolo.\u201d Gli autori citano <strong>Guy Debord<\/strong> \u201cche ha lottato fino al suicidio contro il rischio di essere recuperato dal sistema che criticava\u201d. Proprio quel suicidio dovrebbe costituire un monito, non tanto sull&#8217;immane potere dello spettacolo <em>recuperante<\/em>, quanto sul potenziale mortifero dell&#8217;ossessione <strong>recuperofoba<\/strong>. Non metter\u00f2 in crisi il sentimento dell&#8217;amore solo perch\u00e9 il Capitale me lo ruba e lo mette a valore in una pubblicit\u00e0 di cioccolatini. Piuttosto, mi chieder\u00f2 cosa differenzia l&#8217;amore che provo da un amore a misura di spot. E cercher\u00f2 di dire quella differenza, di trovare parole nuove, di raccontare perch\u00e9 il mio \u201cTi amo\u201d ha lo stesso suono di quell&#8217;altro, ma si riferisce a una realt\u00e0 differente. Il recupero si combatte con la radicalit\u00e0 di azioni e pensieri, non con la caccia ai venduti, che sempre si conclude in un&#8217;auto-assoluzione o in un disperato nichilismo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Il 25 novembre scorso, alla 10\u00aa edizione de La Terra Trema &#8211; Fiera feroce di cibi, vini e cultura materiale &#8211; Wu Ming 2 avrebbe dovuto incontrare Jonathan Nossiter per discutere del suo libro, Insurrezione culturale, pubblicato da DeriveApprodi. 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