{"id":22639,"date":"2015-10-15T23:27:04","date_gmt":"2015-10-15T21:27:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=22639"},"modified":"2016-06-09T12:53:59","modified_gmt":"2016-06-09T10:53:59","slug":"raccontare-altrimenti-cinque-domande-su-letteratura-e-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2015\/10\/raccontare-altrimenti-cinque-domande-su-letteratura-e-storia\/","title":{"rendered":"\u00abRaccontare altrimenti\u00bb. Cinque domande su letteratura e storia"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-22642\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/10\/FIERA_6OTT00002-.jpg\" alt=\"FIERA_6OTT00002-\" width=\"500\" height=\"794\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Poco meno di un anno fa, WM4 e WM2 hanno partecipato al convegno annuale dell&#8217;<strong>Associazione per gli Studi di Teoria e Storia Comparata della Letteratura<\/strong>. Titolo: <em><a href=\"https:\/\/eventi.unibo.it\/compalit-bologna\/programma\">L&#8217;immaginario politico.<\/a> Impegno, resistenza, ideologia. <\/em>Trattandosi di un appuntamento accademico di quelli tosti, i due si sono limitati a conversare, alla conclusione dei lavori, con Federico <strong>Bertoni<\/strong>, Emanuela <strong>Piga<\/strong>, Clotilde <strong>Bertoni<\/strong>, Daniele <strong>Giglioli<\/strong> e Guido <strong>Mazzoni<\/strong>.<br \/>\nIn margine a quella chiacchierata, Federico Bertoni ha intervistato WM2 per la rivista digitale <a href=\"http:\/\/www.transpostcross.it\/\"><em>TransPostCross<\/em> <\/a>(N.1, Anno 4). Il risultato dello scambio \u00e8 da poco on-line, insieme con altre &#8220;cinque domande su letteratura e storia&#8221;, rivolte dalla redazione ad <strong>Adelchi Battista<\/strong> ed <strong>Helena Janeczek<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Abbiamo pensato di riproporre l&#8217;intervista qui su <em>Giap<\/em>, dal momento che quelle domande sono state anche l&#8217;occasione di un bilancio, su quel che abbiamo imparato scrivendo <em>romanzi storici, <\/em>e un assaggio di quel che stiamo tentando di fare al di l\u00e0 di quella forma.<br \/>\nSegnaliamo che nello stesso numero della rivista compare anche un saggio di Emanuela Piga, <em>Dalla storia alla letteratura: il ritorno del sommerso nel campo di battaglia del testo letterario, <\/em>dove si parla di <em>Timira. Romanzo Meticcio <\/em>e di altri due romanzi sul &#8220;rimosso coloniale&#8221;, di cui scrivemmo quando <em>Giap<\/em> era ancora una newsletter: <em>Regina di fiori e di perle, <\/em>di <strong>Gabriella Ghermandi<\/strong> e <em>Le rondini di Montecassino<\/em>, di Helena Janeczek.<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Cinque domande su letteratura e storia.<\/strong><br \/>\n(<a href=\"http:\/\/www.transpostcross.it\/images\/stories\/sito\/saggi\/2014\/Wu_Ming.pdf\">Qui<\/a> il testo in formato PDF)<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Federico Bertoni<\/strong>: Sembrano passati secoli da quando neoavanguardisti e sperimentatori polemizzavano contro <i>La storia<\/i> di <strong>Elsa Morante<\/strong>. Nel frattempo varie tendenze artistiche si sono accavallate nel tentativo di archiviarsi l\u2019un l\u2019altra, con gran dispendio di prefissi su cui si ironizza anche nel titolo di questa rivista: <i>Trans-<\/i> , <i>Post-<\/i> , <i>Cross-<\/i> , <i>Iper-<\/i> \u2026 In questo contesto, sia in Italia che all\u2019estero, riprende vigore il <strong>romanzo storico<\/strong> (o <i>neostorico<\/i> , secondo alcuni), con esiti commercialmente molto vistosi, dopo che il Novecento l\u2019aveva collocato in una zona abbastanza marginale. E una volta tanto, produzione narrativa e riflessione critica sembrano muoversi di concerto, come dimostrano tanto gli scaffali delle librerie quanto le bibliografie accademiche. La prima domanda \u00e8 quindi banale ma inevitabile: <strong>perch\u00e9 si scrive tanto di storia?<\/strong> Perch\u00e9 la storia fa problema, proprio in un\u2019epoca spesso descritta in termini di \u201ceterno presente\u201d e in cui la coscienza storica, nel migliore dei casi, viene confusa con l\u2019ossessione della memoria? C\u2019\u00e8 un nesso tra questo interesse e l\u2019anelito a una nuova funzione politico-sociale della letteratura, dopo la (presunta) \u201cfine del postmoderno\u201d?<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Wu Ming 2:<\/strong> Penso che il rinnovato interesse per la storia sia dovuto a un incrocio di fattori. Il primo \u00e8 lo <strong> <i>smarrimento<\/i> <\/strong> : l\u2019individuo che si perde nel bosco, solo, senza mappa n\u00e9 bussola, circondato da tronchi a perdita d\u2019occhio, d\u2019istinto cerca di tornare sui propri passi, in cerca di un punto di riferimento, se non addirittura del luogo di partenza. Questo stesso istinto &#8211; che non \u00e8 ancora \u201ccoscienza storica\u201d &#8211; mi pare fondi l\u2019attuale brama di passato, la ricerca di un punto d\u2019origine del presente. Credo che le persone intuiscano, fiutando l\u2019aria, quello che <strong>Jameson<\/strong> affermava venticinque anni fa: nel tardo capitalismo \u00e8 solo \u201cstoricizzando sempre\u201d che possiamo recuperare una distanza critica, e costruire mappe cognitive con le quali orientarci. Il secondo elemento \u00e8 il <i><strong>sospetto<\/strong>. <\/i> L\u2019idea che la vulgata storica \u00e8 \u201cscritta dai vincitori\u201d e contiene verit\u00e0 parziali, inganni e censure \u00e8 ormai moneta comune. Le reazioni a questa consapevolezza sono disparate: si va dal complottismo alla disillusione, ma \u00e8 raro che la <i>master fiction <\/i> sia l\u2019unica storia che uomini e donne si sentono raccontare. A questo, aggiungerei un terzo elemento, <i>l\u2019<strong>archivio<\/strong>. <\/i> La disponibilit\u00e0 di documenti, fonti, saggi e testimonianze \u00e8 aumentata in maniera esponenziale. Esperienze un tempo riservate agli storici di professione, oggi sono alla portata di chiunque. Con lo stesso motore di ricerca, quotidiano e banale, che usi per trovare la ricetta del pur\u00e8 di fave, puoi imbatterti nel casellario politico centrale di epoca fascista. Inciampare nei frammenti di vicende dimenticate \u00e8 molto pi\u00f9 facile di un tempo, ma questo naturalmente non ci trasforma in storici professionisti, anche se purtroppo c\u2019\u00e8 chi non vede la differenza. Pi\u00f9 spesso, quell\u2019inciampo genera frustrazione, perch\u00e9 il frammento ritrovato non trova a sua volta un quadro di riferimento, oppure lo trova, ma \u00e8 proprio quella <i>vulgata storica<\/i> dalla quale ci si vorrebbe affrancare: il frammento diventa semplice <i>complemento<\/i>, piccola aggiunta che avvalora la vulgata, invece di metterla in crisi. Ecco allora che, come quarto elemento, la <strong> <i>fiction <\/i> <\/strong> si propone di mettere insieme i frammenti, di cucirli in una trama che restituisca loro un senso, una verit\u00e0 narrativa abbastanza solida da opporsi alla <i>master fiction. <\/i> Ci si rivolge alla <i>fiction <\/i> perch\u00e9 non di rado i saggi pi\u00f9 rigorosi sono o troppo specifici (cio\u00e8 limitati al frammento) o troppo vasti (cio\u00e8 meno attenti al dettaglio). La narrativa, invece, pu\u00f2 fornire una via di mezzo tra la particolarit\u00e0 dei personaggi e l\u2019universalit\u00e0 dei significati. In questo suo ruolo, direi epistemologico, sta la sua funzione sociale, e dunque la sua responsabilit\u00e0 politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>F.B.:<\/strong> Una porzione rilevante di narrazioni storiche novecentesche si iscrive in quella che <strong>Annette Wieviorka<\/strong> ha chiamato \u201cl\u2019\u00e8ra del testimone\u201d, soprattutto in rapporto alle tragedie del \u201csecolo breve\u201d e al suo epicentro traumatico, paradigma interpretativo di un\u2019intera fase storica, la Shoah. Ora, per ovvie ragioni anagrafiche, quell\u2019\u00e8ra si sta avviando al tramonto, mentre si affacciano sulla scena letteraria scrittori di generazioni successive che non hanno esperienza diretta dei fatti ma che si dedicano a un minuzioso lavoro di ricostruzione storiografica o di evocazione \u201cnegromantica\u201d, per risuscitare i fantasmi di epoche pi\u00f9 o meno lontane (un caso letterario internazionale, qualche anno fa, \u00e8 stato <strong>Jonathan Littell<\/strong> con <i>Le benevole<\/i> ). In questo, c\u2019\u00e8 forse un ritorno parziale ai metodi e ai paradigmi del romanzo storico classico, che si \u00e8 sempre fondato su uno scrupoloso lavoro di documentazione. Ma da allora molte cose sono cambiate, incluse le forme di circolazione delle (e di accesso alle) informazioni, nonch\u00e9 il loro stesso statuto. Siamo ormai nell\u2019\u201d\u00e8ra dell\u2019archivio\u201d, dove il confronto non \u00e8 tanto con l\u2019esperienza accumulata ma con un repertorio sempre pi\u00f9 vasto di documenti, rappresentazioni, testimonianze mediate. Quali sono dunque le sfide e le strategie di un narratore che lavora in questo nuovo contesto? <strong>Non c\u2019\u00e8 il rischio di cadere in ci\u00f2 che Fredric Jameson chiama \u201cnostalgia\u201d<\/strong> (di cui tanto oggi si torna a parlare), cio\u00e8 \u201cil disperato tentativo di appropriarsi di un passato perduto\u201d attraverso immagini, simulacri, stereotipi, citazioni neutralizzate in una forma di <i>pop history<\/i> ?<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>WM2:<\/strong> La scomparsa dei testimoni diretti, dal punto di vista della letteratura, \u00e8 un\u2019occasione di rinnovamento, perch\u00e9 il romanzo, con i suoi personaggi, viene chiamato a costruire una nuova testimonianza, per quanto artificiale e in provetta. La cosiddetta \u201c\u00e8ra del testimone\u201d non di rado si \u00e8 trasformata in una dittatura, dove \u201cio c\u2019ero\u201d diventava l\u2019unica legittimazione, la garanzia definitiva di verit\u00e0. Quando si ha di fronte una persona viva, che ha vissuto un determinato evento, \u00e8 molto difficile separare il fatto della sua memoria dalla sua memoria dei fatti, cio\u00e8 capire che, in una testimonianza, l\u2019unico evento che davvero accade \u00e8 la testimonianza stessa. Un evento, tra l\u2019altro, che non \u00e8 contemporaneo agli episodi ricordati, ma alla nostra ricerca su di essi. Il ricordo \u00e8 adesso, non allora. Eppure, il pi\u00f9 delle volte capita di concentrarsi sul <strong> <i>riferimento <\/i> <\/strong> di una memoria &#8211; sui fatti che essa descrive &#8211; piuttosto che sul suo <i><strong>significato<\/strong> &#8211; <\/i> cio\u00e8 sulla descrizione di quei fatti, sul modo di darsi di quel riferimento e sulle strade che l\u2019individuo sceglie per provare ad afferrarlo. Sotto questo aspetto, credo che la testimonianza in provetta, costruita da un romanzo a partire dall\u2019archivio, possa essere meno ambigua. Chi sfoglia le pagine di un romanzo dovrebbe sapere che non sta maneggiando \u201cverit\u00e0 storiche\u201d, e che il riferimento di un romanzo non coincide mai con il mondo reale. Il romanzo storico \u00e8 un invito a ragionare proprio sul <i>significato <\/i> degli eventi, sui tanti e differenti sentieri linguistici che imbocchiamo per attingere i fatti della Storia. Mentre lo <i>stereotipo<\/i> , la vulgata storica infarcita di clich\u00e9, cerca in tutti i modi di negare la distanza tra il proprio discorso e i fatti, il romanzo storico esalta quella distanza, la moltiplica, la mette sotto gli occhi del lettore e lo invita a percorrerla. O per lo meno: dovrebbe farlo, se davvero vuole proporsi come alternativa alla <i>master fiction<\/i> , ma non nel senso di <i>verit\u00e0 alternativa <\/i> che la sostituisce, monumento al posto del monumento; <i>alternativa<\/i> nel senso che <i>racconta altrimenti, <\/i> con altre modalit\u00e0, senza cercare false consolazioni o verit\u00e0 di comodo.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Quanto al pericolo della \u201cnostalgia\u201d, credo che l\u2019antidoto consista in un approccio \u201ccaldo\u201d al materiale d\u2019archivio, ai documenti e anche agli stereotipi <i>. <\/i> Intendo dire che il passato \u00e8 perduto, ma <i>non del<\/i> <i>tutto<\/i> . Non posso fare esperienza diretta della Presa della Bastiglia, non la posso vedere con i miei occhi, per\u00f2 la posso <i>sentire. <\/i> So cosa significa ribellarsi, e l\u2019ingiustizia l\u2019ho provata spesso sulla pelle. So cosa si prova in un tumulto di strada, e se non lo so, posso provare a capirlo, ricostruendo con attenzione un certo contesto e rimanendo <i>sensibile. <\/i> Se sono un narratore autentico, posso trasmettere queste <i>emozioni <\/i> al mio pubblico, senza farmi prendere da quella <i>nostalgia<\/i> che nasce invece dal distacco totale, dall\u2019impossibilit\u00e0 di riavere l\u2019oggetto del proprio desiderio. Ne posso riavere un pezzo, e forse il pezzo pi\u00f9 importante.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>F.B.:<\/strong> <strong>Un \u201ccomponimento misto di storia e d\u2019invenzione\u201d<\/strong>: la vecchia formula di <strong>Manzoni<\/strong> metteva l\u2019accento sullo statuto ibrido del romanzo storico, genere fondato su un \u201cassunto intrinsecamente contraddittorio\u201d, a indicare che gi\u00e0 nella versione classica la distinzione tra realt\u00e0 e finzione era meno pacifica di quanto si pensi abitualmente. Sta di fatto che, nella narrazione storica contemporanea, la commistione tra <i>fact<\/i> e <i>fiction<\/i> \u00e8 giunta alle estreme conseguenze, anche perch\u00e9 i paradigmi di verit\u00e0 e la stessa autorevolezza della conoscenza storica si sono indeboliti. <strong>Quali sono le opportunit\u00e0 e i rischi di questa indistinzione?<\/strong> Ha ancora senso parlare di <i>verit\u00e0<\/i> (storica, poetica, finzionale)? E quel che un narratore guadagna, in termini di penetrazione storiografica, non rischia di costeggiare facili mode alimentate dall\u2019industria culturale (alla <strong>Dan Brown<\/strong>, tanto per intendersi)?<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>WM2:<\/strong> Se si sceglie di mescolare fatti e finzione, bisogna sapere che si tratta di un processo irreversibile. Capita che i lettori, dopo aver letto un nostro romanzo, ci chiedano di distinguere la storia vera dalla finzione verosimile, ovvero la finzione basata sull\u2019archivio da quella basata sull\u2019invenzione, e ancora i documenti storici da quelli ipotetici, e cos\u00ec di seguito, in un processo a cascata che nella maggior parte dei casi non pu\u00f2 arrestarsi al livello dei singoli capitoli, ma dovrebbe analizzare ogni singola riga. Propria l\u2019impossibilit\u00e0 di separare gli ingredienti originali della miscela, dovrebbe spingere il lettore a concentrarsi sul <i>significato, <\/i> quella che potremmo chiamare <i>verit\u00e0 poetica. <\/i> La stessa struttura del romanzo dovrebbe suggerire al lettore di non leggere con l\u2019intento di apprendere <i>fatti nuovi, <\/i> ma nuovi significati. Obiettivo del romanzo storico, infatti, non \u00e8 quello di affermare nuove verit\u00e0 di fatto, ma di falsificare vecchie narrazioni ormai logore. Sbriciolare la <strong>storia monumentale<\/strong>, non costruire un nuovo monumento, pi\u00f9 vero del primo. O meglio: sbriciolare il monumento, per poi combinare i frammenti in una nuova struttura, come fanno i bambini con i giochi di costruzione. Il prodotto di quei giochi ha una caratteristica fondamentale: non \u00e8 mai definitivo, si pu\u00f2 smontare e rimontare a piacere, ed \u00e8 il prodotto stesso, la costruzione, che dichiara: \u201cio sono fatto di pezzi\u201d. Chi la guarda vede bene le giunture, sa che non si tratta di una statua di marmo, e in un certo modo inizia anche lui a giocare nel momento stesso in cui osserva la costruzione, ne studia i pezzi, immagina di muoverli, la smonta e la rimonta col pensiero. Un romanzo storico <i>onesto <\/i> dovrebbe fare quest\u2019effetto al lettore, e tener conto che il pubblico di oggi non \u00e8 pi\u00f9 il pubblico di Manzoni. La stragrande maggioranza dei documenti che utilizziamo e trasformiamo per costruire i nostri romanzi, non si trovano in archivi polverosi, accessibili solo a una setta di esperti: stanno l\u00ec, a un clic di distanza da chiunque voglia andarseli a studiare. Questo, in un certo senso, rende lo scrittore ancor pi\u00f9 libero di emulsionare fatti e finzione, perch\u00e9 l\u2019archivio di partenza di quel processo \u00e8 in qualche modo condiviso, e il lettore curioso pu\u00f2 ricostruire il processo stesso, interrogarsi sulle scelte dell\u2019autore, comprendere pi\u00f9 a fondo la verit\u00e0 poetica che egli aveva in mente. Tutto questo, per\u00f2, a patto di <strong>rispettare i <\/strong> <i><strong>contesti<\/strong>. <\/i> L\u2019intrico di fatti e finzioni ha un senso solo se il contesto nel quale quell\u2019intrico si inviluppa \u00e8 ricostruito con attenzione e rigore. Non si tratta di disegnare con pi\u00f9 o meno dettagli di realt\u00e0 lo <i>sfondo<\/i> sul quale si muovono i personaggi. E\u2019 l\u2019idea stessa di sfondo a essere scorretta: il romanzo storico non pu\u00f2 pi\u00f9 accontentarsi di un\u2019ambientazione storica, ma deve interagire con una vera e propria <i>realt\u00e0 aumentata<\/i>. Se a livello dei singoli eventi la storia procede per ipotesi narrative, anche controfattuali, al livello del contesto non posso fare altrettanto. O meglio: posso farlo, ma se lo faccio dev\u2019essere una mossa dichiarata, talmente dichiarata che quel romanzo storico diventa ucronia, fantascienza. Posso inventarmi di sana pianta la vicenda di un piccolo gerarca fascista di provincia, ma se il fascismo che racconto non si confronta con le leggi razziali, non sto pi\u00f9 scrivendo un romanzo storico. E anche nel caso volessi fare un romanzo ucronico dovrei comunque chiedermi: \u00e8 davvero possibile un fascismo che, fatto salvo tutto il resto, non giunga a promulgare le leggi razziali? O che magari &#8211; come il franchismo &#8211; eviti l\u2019entrata in guerra a fianco di Hitler? Anche un romanzo ucronico, in fondo, ci costringe a prendere posizione sulla storia, a distinguere eventi marginali e fondanti. Non si pu\u00f2 fare letteratura impunemente.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>F.B.:<\/strong> Vorrei spostare decisamente l\u2019accento sulla posta in gioco <i>politica<\/i> della narrazione della storia. Moltissimi romanzi contemporanei condividono infatti un assunto che potremmo riassumere con una nota massima di <strong>Don DeLillo<\/strong>, prestata al personaggio pi\u00f9 paranoico di <i>Libra<\/i>: \u201cla storia \u00e8 la somma totale delle cose che ci tengono nascoste\u201d. Non si tratta esattamente di una novit\u00e0, se gi\u00e0 un adepto del segreto come il Vautrin di <strong>Balzac<\/strong> diceva che \u201cci sono due storie, la storia ufficiale, menzognera, che viene insegnata, la storia <i>ad usum Delphini<\/i>; poi la storia segreta, in cui ci sono le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa\u201d. Ma anche in questo caso, l\u2019immaginario contemporaneo ha amplificato e radicalizzato un\u2019idea tradizionale, rischiando di gettarla nel meccanismo usurante del luogo comune e disinnescarne il potenziale critico. <strong>Come bisogna lavorare, da scrittori, per evitare che perfino la <\/strong> <strong> <i>controstoria<\/i> <\/strong> <strong> diventi una moda?<\/strong> Quale intelligenza strategica pu\u00f2 decostruire la <i>master fiction<\/i> di un sistema economico-culturale sempre pi\u00f9 pervasivo, capace di metabolizzare e di volgere a suo profitto anche le espressioni di dissenso?<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>WM2:<\/strong> Anzitutto, credo che non ci dobbiamo spaventare per il mostruoso appetito dell\u2019industria culturale &#8211; e pi\u00f9 in generale del capitalismo avanzato. Si tratta di un sistema vorace, che non pu\u00f2 trattenersi dal consumare, cio\u00e8 dal trasformare in <i>risorsa<\/i> qualunque soggetto finisca nel suo campo visivo: dalle foreste, alle relazioni, alla critica stessa. Tuttavia, non vogliamo smettere di dire \u201cti amo\u201d, solo perch\u00e9 quella frase \u00e8 ormai associata a soap opera e cioccolatini. Dobbiamo <i>solo<\/i> trovare un modo autentico per dirlo. Non a caso, l\u2019 <i><strong>autenticit\u00e0<\/strong> &#8211; <\/i> questa parola cos\u00ec fuori moda &#8211; \u00e8 una delle virt\u00f9 alle quali la letteratura si appella pi\u00f9 spesso, ma allo stesso tempo, una delle pi\u00f9 difficili da definire. Il ricorso alle emozioni contro il distacco nostalgico, di cui parlavo nella risposta precedente, va proprio nella direzione di un racconto pi\u00f9 autentico, ma \u00e8 chiaro che anche le emozioni possono essere simulate, o usate come foglie secche per coprire una trappola. La sfida, mi pare, \u00e8 quella di <i>dar conto di s\u00e9, <\/i> come sostiene <strong>Judith Butler<\/strong>: non pretendere di costruire una <i>controstoria <\/i> neutra, o neutrale, oppure assolutamente universale, cio\u00e8 consolatoria. <i>Tutto quello che non sapete \u00e8 vero<\/i>, recita il titolo di un libro di Beppe Grillo. Al contrario, produrre controstorie con incorporata la propria parzialit\u00e0, con una prospettiva dichiarata, e allo stesso tempo, cercare di connetterle tra loro, perch\u00e9 la loro parzialit\u00e0 non si trasformi in marginalit\u00e0, magari scambiata per pensiero radicale, quando invece \u00e8 la ciliegina che fa pi\u00f9 bello il dessert del Capitale.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Un altro condimento indigesto, da aggiungere all\u2019 <i>autenticit\u00e0, <\/i> \u00e8 il <i><strong>conflitto<\/strong>, <\/i> l\u2019Uno che diventa Due, e il Due che diventa Quattro. Oggi si fa un gran parlare di <i>storytelling<\/i> come strumento di propaganda. Ebbene, se consideriamo la pubblicit\u00e0 come la narrazione ideale del capitalismo, allora dobbiamo sabotare il divenire-pubblicit\u00e0 delle nostre controstorie. Una delle tossine narrative pi\u00f9 evidenti della pubblicit\u00e0 \u00e8 proprio la mancanza di conflitto, la riduzione ad Uno. Il che, tutto sommato, significa che la pubblicit\u00e0 non fa <i>davvero <\/i> storytelling, perch\u00e9 una delle caratteristiche irrinunciabili della narrazione \u00e8 proprio l\u2019inciampo, la violazione della norma. Se tutto torna, allora non c\u2019\u00e8 racconto, c\u2019\u00e8 soltanto piatta cronaca. Ma una violazione, per essere tale, deve produrre conflitto. Altrimenti, \u00e8 la classica differenza che non fa differenza, ovvero una differenza che non ha significato. Dunque, le nostre controstorie saranno davvero <i>contro, <\/i> davvero indigeste, se si concentreranno su <i><strong>quel che non torna<\/strong> (da una determinata prospettiva), <\/i> senza cedere alla tentazione di far tornare tutto, ma con l\u2019obiettivo di raccontare <i>perch\u00e9 non torna, <\/i> qual \u00e8 la posta in gioco, quali le parti in causa, quali le ragioni e le emozioni contrapposte (e non da ultimo: <i>cosa succederebbe se <\/i> una delle parti in conflitto avesse la meglio? Quali nuovi conflitti potrebbero nascere? Quanti nuovi Due si produrrebbero, dentro quell\u2019apparente Unit\u00e0?)<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>F.B.:<\/strong> Vorrei chiudere tornando alla <i>nostalgia<\/i>. Mi chiedo cio\u00e8 se il ritorno a un passato pi\u00f9 o meno remoto possa funzionare (anche) come meccanismo compensativo, come apparato di risarcimento simbolico con cui surrogare una pienezza di senso che manca nel presente. La Storia come forma possibile di un vuoto? Lo storico e il narratore come negromanti? <strong>Le gesta di vecchi fantasmi come esorcismo della nostra impotenza?<\/strong> Tesi troppo provocatoria e tendenziosa? O forse solo bisogno di trovare i nostri miti (anche) nel presente?<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>WM2:<\/strong> A proposito del <i>mito, <\/i> <strong>Furio Jesi<\/strong> diceva che la macchina mitologica potrebbe anche essere vuota, ma che \u00e8 necessario fermarsi sul bordo di quel possibile vuoto, non lasciarsi prendere dalla vertigine, e sforzarsi di capire lo stesso come funziona la macchina.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Il ritorno al passato, per noi, nasce dal bisogno di capire come funziona la macchina della storia: come si produce l\u2019obl\u00eco, e come lo si pu\u00f2 colmare. Come si produce e si diffonde il falso, e come lo si pu\u00f2 contrastare. Come si produce la vulgata, la storia monumentale, e come si pu\u00f2 sbriciolare il monumento. Naturalmente, si tratta di un\u2019indagine portata avanti con strumenti narrativi, e la sua ricaduta sul presente \u00e8 prima di tutto <i>critica<\/i> : grazie alla distanza temporale, grazie ad archivi parzialmente ordinati, raccontare la Storia diventa una palestra del <i><strong>raccontare altrimenti<\/strong>, <\/i> una palestra dove si rafforzano muscoli critici e consapevolezze che possono aiutarci a <i>raccontare altrimenti <\/i> anche l\u2019oggi, a individuare le tossine della narrazione dominante e a contro-narrare in maniera efficace e davvero alternativa, non solo nei contenuti, ma soprattutto nelle forme, nelle modalit\u00e0 testuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Fatto questo, non disdegniamo certo la dimensione <i>mitopoietica<\/i> del raccontare il passato. Pensiamo anzi che troppo spesso le culture alternative hanno guardato al <i>mito<\/i> con sospetto: spaventate dal vuoto (o dal pieno) della macchina mitologica, hanno preferito tenersene lontane, e quando l\u2019hanno usata, lo hanno fatto in maniera inefficace, consegnando sempre pi\u00f9 vaste porzioni di immaginario alla mitocrazia. Invece, crediamo che si debba insistere nel tentativo di evocare <i><strong>miti genuini<\/strong>, <\/i> storie malleabili, sempre in movimento, che diventano luoghi d&#8217;incontro di una comunit\u00e0, senza che questo significhi scendere a patti con la propaganda o con la retorica celebrativa di certi anniversari.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Poco meno di un anno fa, WM4 e WM2 hanno partecipato al convegno annuale dell&#8217;Associazione per gli Studi di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Titolo: L&#8217;immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia. 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