{"id":22047,"date":"2015-08-04T16:16:24","date_gmt":"2015-08-04T14:16:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=22047"},"modified":"2015-09-15T11:17:38","modified_gmt":"2015-09-15T09:17:38","slug":"perche-facebook-vale-un-abbandono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2015\/08\/perche-facebook-vale-un-abbandono\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 Facebook vale un abbandono"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_22048\" style=\"width: 610px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-22048\" class=\"wp-image-22048 size-full\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/redipuglia.jpg\" alt=\"Cancellarsi da Facebook\" width=\"600\" height=\"386\" \/><p id=\"caption-attachment-22048\" class=\"wp-caption-text\">\u00abASSENTE!\u00bb<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: left;\">[Tra i nostri &#8220;limiti potenzianti&#8221;, tra le <em>constraintes <\/em>che il collettivo Wu Ming si \u00e8 imposto per circumnavigarle in modo creativo (es. il non andare in TV), c&#8217;\u00e8 anche il non avere profili n\u00e9 pagine su Facebook. Non abbiamo dunque esperienza <em>diretta<\/em> di quel che racconta la nostra amica Claudia Boscolo, saggista e studiosa di letteratura. Nondimeno, o forse a maggior ragione, troviamo interessante e meritevole di dibattito la lettera aperta con cui motiva la propria diserzione dal dispositivo zuckerberghiano. Per questo ve la proponiamo. Il titolo qui sopra \u00e8 nostro, come pure la scelta dell&#8217;immagine e la didascalia. Buona lettura. <strong>WM<\/strong>]<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">di <strong>Claudia Boscolo<\/strong><\/p>\n<p>Sono stata su Facebook per sette lunghi anni, durante i quali ho interagito, ho condiviso, ho riso e ho pianto con tante persone, ho stretto amicizie importanti, ho ritrovato amici del passato che mi mancavano e che mi dispiaceva avere perso, ma sono anche stata contattata da persone da cui per fortuna ero riuscita a svincolarmi. Insomma, al solito, tutto il buono e il cattivo di questa piattaforma, a cui in fondo devo tanto. Sette anni per\u00f2 sono lunghi, e l\u2019energia che ho speso l\u00ec dentro \u00e8 molta, per cui ritengo di dover accomiatarmi con una serie di riflessioni circostanziate.<!--more--><\/p>\n<p>La mia decisione non \u00e8 stata estemporanea, e non \u00e8 dovuta a uno stato emotivo, come ho visto interpretare da alcuni &#8211; in modo non sorprendente per me, devo dire: ho scritto qualcosa e studiato libri su Facebook, e so per esperienza che tutto quello che riguarda questo <em>social network<\/em> viene sempre interpretato come manifestazione di ondate emotive. \u00c8 raro trovare chi accetti che ci sia anche dietro un ragionamento a freddo.<\/p>\n<p>Il mio ragionamento a freddo riguarda due ordini di questioni, che vado a spiegare, perch\u00e9 secondo me \u00e8 epoca di una riflessione approfondita sul mutamento antropologico che questo mezzo di comunicazione ha causato, ed \u00e8 piuttosto miope non prendere atto che questo mutamento non \u00e8 pi\u00f9 in corso, ma \u00e8 avvenuto, ed \u00e8 tempo di storicizzarlo, come tutti i mutamenti significativi meritano.<\/p>\n<p>Innanzitutto, c\u2019\u00e8 la qualit\u00e0 dei rapporti umani che si \u00e8 come nebulizzata. Da tempo, mesi se non un paio di anni, ho notato che frequentare fuori dalla rete persone che si conoscono indipendentemente dalla rete, ma che per motivi di tempo ci si adatta a vedere quasi esclusivamente su Facebook, comporta un riadattamento, una riscoperta. \u00c8 come se ogni volta avvenisse una agnizione, un \u201cma io ti conosco davvero!\u201d, che all\u2019inizio poteva essere simpatico o straniante in un modo non molesto, ma che ora trovo faticoso e il pi\u00f9 delle volte irritante. Dover riscoprire ogni volta la corporeit\u00e0, la fisicit\u00e0 dell\u2019amico che si pixelizzato \u00e8 per me fonte di una certa inquietudine. Sapere che l\u2019amico conosce stati d\u2019animo intimissimi che rendiamo pubblici, parti di noi che esponiamo pensando di essere in ogni caso inaccessibili, e quindi non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 darsi nulla, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 neppure il gusto di raccontarsi le novit\u00e0, rende i rapporti inerti e stanchi. E comunque, no, non siamo pi\u00f9 accessibili su Facebook di quanto lo fossimo prima, il tempo \u00e8 sempre poco, e le amicizie sempre sacrificate, e non \u00e8 vero che tenersi al corrente delle cose triviali del quotidiano d\u00e0 la sensazione di non essersi mai persi. Al contrario, amplifica la perdita.<\/p>\n<p>Ma ancora pi\u00f9 inquietante sono gli estranei che immaginano: quante volte vi \u00e8 capitato di incontrare dal vivo, in certe situazioni, persone che avevate visto solo sulla vostra Home, e all\u2019improvviso queste persone se ne escono con un\u2019idea di voi che non riconoscete, e vi chiedete: perch\u00e9 questa persona dice questo di me? Ecco, per me il fatto di venire identificata con quello che lascio trasparire e che nell\u2019economia della mia vita \u00e8 assolutamente marginale, \u00e8 diventato fonte di stress e di episodi spiacevoli. Quando lo stesso evento si ripete pi\u00f9 di una volta non \u00e8 pi\u00f9 un evento, \u00e8 una tendenza, e se si ripete diverse volte diventa una norma. Ne deduco che la norma di Facebook \u00e8 restituire al mondo un\u2019idea dell\u2019individuo falsata e a volte dannosa: dannosa in termini di immagine pubblica, in termini di rapporti professionali, in termini di rapporti umani. Non menziono neppure le aziende che spiano il profilo social dei propri dipendenti, perch\u00e9 la cosa non riguarda me, non sono dipendente di azienda, non vivo in un contesto <em>corporate<\/em>, ma so per averne ricevuto conferma da chi invece \u00e8 inserito in quel quadro sociale, che il comportamento su social \u00e8 una delle prime fonti di valutazione, a dispetto della resa concreta.<\/p>\n<p>Il secondo ordine di problemi riguarda una dimensione pi\u00f9 intellettuale, ed \u00e8 forse quello che mi sta pi\u00f9 a cuore. Dai trending topic di Twitter ai thread infiniti di Facebook, la vita intellettuale e politica del nostro Paese si \u00e8 trasferita in rete. Abbiamo un premier che diserta la festa nazionale del suo partito ma comunica, male e in maniera inappropriata, attraverso il suo smartphone, pensando di raggiungere milioni di utenti, in realt\u00e0 raggiungendo solo chi \u00e8 in grado di parcellizzare i suoi messaggi ed estrarne ci\u00f2 che importa, ovvero la sua assoluta irrilevanza su un piano internazionale. E questo \u00e8 l\u2019esempio pi\u00f9 clamoroso. Ma lo stesso avviene nella riflessione umanistica e purtroppo nelle scienze. Il valore della rivista scientifica \u00e8 annullato a favore della divulgazione, dello status, dei 140 caratteri. Su Facebook c\u2019\u00e8 un gruppo (chiuso) che si chiama <em>L\u2019ordine del discorso<\/em>, dove avvengono forse le pi\u00f9 intense discussioni filosofiche del momento. Ebbene quel gruppo \u00e8 e deve rimanere chiuso, perch\u00e9 quella \u00e8 l\u2019unica via per evitare l\u2019incursione di semianalfabeti o del \u201cpopolo della rete\u201d la cui abilit\u00e0 dialogica \u00e8 nulla. Che differenza fa quindi che quel gruppo sia in rete e non su una piattaforma idonea che permetta anche di ritrovare i thread? Secondo me il fatto che sia su Facebook lo svaluta e non lo rende affatto pi\u00f9 inclusivo visto che l\u2019ingresso prevede comunque una selezione, e con questa lettera intendo anche rivolgermi a chi lo gestisce perch\u00e9 prenda atto di questa considerazione. Ci sono spazi e tempi per il dialogo intellettuale e ci sono spazi e tempi per la conversazione disimpegnata. A parere mio, Facebook rimane legato al disimpegno e catalizza il disimpegno anche di chi normalmente \u00e8 impegnato in elaborazioni critiche importanti. In altre parole, fa emergere il lato leggero dell\u2019intellettuale.<\/p>\n<p>Direte, che c\u2019\u00e8 di male? Niente, non sto elargendo giudizi morali peraltro non richiesti. Quello che vorrei cercare di far passare con questa argomentazione \u00e8 il fatto che il ruolo degli intellettuali in questo Paese \u00e8 ridotto al nulla. Non ci sono spazi sui quotidiani, sui settimanali, sulle riviste, non c\u2019\u00e8 spazio nei luoghi degli incontri. Gli unici spazi sono quelli tradizionali, ovvero l\u2019universit\u00e0 nella forma del convegno, le riviste specializzate, gli atti, le collettanee. Delle monografie non parliamo neppure, nessuno sa che escono, a meno che qualche anima buona non le divulghi su Facebook, racimolando qualche like da parte di chi sa gi\u00e0 che sono uscite. Facebook non ha modificato nulla dell\u2019assetto tradizionale del lavoro culturale. Per la divulgazione intellettuale esiste in rete un altro spazio molto pi\u00f9 efficace che \u00e8 <a href=\"http:\/\/academia.edu\">academia.edu<\/a>, che frequento con molto piacere e dove incontro le persone con cui ho veramente voglia di confrontarmi e a cui non chiedo mai l\u2019amicizia su Facebook perch\u00e9 non desidero trovarmi davanti a un loro aspetto leggero che confonderebbe la mia percezione della loro solidit\u00e0 argomentativa, che invece mi restituisce quell\u2019ambiente. Rimane il fatto che in Italia oggi lo spazio del confronto intellettuale \u00e8 ormai inesistente. Non c\u2019\u00e8 in TV, non c\u2019\u00e8 in radio, non c\u2019\u00e8 sui giornali, non c\u2019\u00e8 ai festival dove si va per sentire chiacchiere e non approfondimenti. La figura pubblica dell\u2019intellettuale non esiste pi\u00f9. Per scovarne bisogna frequentare giri, coltivare amicizie, non \u00e8 possibile accendere la TV e vedere un filosofo che spiega qualcosa di rilevante, accendere la radio e sentire uno scrittore che parla di qualcosa di significativo, in maniera seria, senza usare lessico accattivante. Tutto questo non esiste pi\u00f9. E parlo anche di programmi che ascoltavo e che non ascolto pi\u00f9 perch\u00e9 il livello mi sembra infimo rispetto a dieci anni fa. Se \u00e8 ancora possibile ascoltare ottima musica, vedere bei film, godere di ottime mostre, il discorso intellettuale \u00e8 sparito dai media, e per media intendo anche i social media, dove per un periodo sembrava ricomparso. In Italia le riviste online che danno spazio a un dibattito critico vivace e alto si contano sulle dita di una mano di cui \u00e8 stato amputato qualche dito. Non le nomino qui, ma almeno di una sono molto orgogliosa, perch\u00e9 resiste nonostante tutto.<\/p>\n<p>In questo quadro desolante, Facebook non fa che peggiorare le cose, riducendo l\u2019intellettuale a una macchietta. In questi anni ho constatato che &#8211; eccetto qualche raro e illustre caso &#8211; le persone con cui intrattengo un dialogo e di cui leggo materiali che ritengo importanti, non hanno un profilo social, o se lo hanno \u00e8 solo nominale perch\u00e9 non lo frequentano. Questo a me dice tutto quello che c\u2019\u00e8 da dire sul rapporto tra socialit\u00e0 di rete e produzione intellettuale. \u00c8 un rapporto che secondo una mia personale stima equivale a zero.<\/p>\n<p>Mi direte che Facebook vi permette di intrattenere relazioni lavorative, di informarvi su progetti ai quali anche voi potreste partecipare, ecc. Vi rispondo che se partecipate a quei progetti \u00e8 perch\u00e9 fate gi\u00e0 parte di un ambiente e perch\u00e9 venite esplicitamente invitati a collaborare. Non si \u00e8 mai visto un progetto che parta davvero da interazioni in rete. Persino l\u2019ebook sull\u2019educazione anti autoritaria che ho curato non \u00e8 veramente stato frutto di un \u201ccall for papers\u201d lanciato su Facebook: \u00e8 stato frutto di una selezione fra le varie proposte, selezione che sarebbe potuta avvenire secondo i canali pi\u00f9 tradizionali (mailing list, sito, invito esplicito).<br \/>\nIn sostanza, le relazioni si mantengono perch\u00e9 c\u2019\u00e8 un\u2019effettiva frequentazione dello stesso ambiente, e non perch\u00e9 ci si vede e ci si scambia battute su Facebook. Sarebbe il caso di prendere atto di questa realt\u00e0 e di lasciare da parte le illusioni che cazzeggiare sui social porti davvero qualcosa di concreto nelle propria vita.<\/p>\n<p>Queste sono le riflessioni che per alcuni mesi hanno interessato il mio rapporto con i social. Riflessioni a ben vedere piuttosto trite, un gi\u00e0 detto tutto sommato. Per me si trattava di continuare a confondere il privato e il mio lato leggero, che chi mi conosce pu\u00f2 apprezzare dal vivo (ne vado piuttosto fiera) con la vita professionale e la seriosit\u00e0 di quello che faccio invece nel mio studio, ogni giorno; oppure di scindere una volta per tutte, di rinunciare al caos in un\u2019ottica pi\u00f9 ordinata e strutturata, che \u00e8 quello che mi caratterizza intellettualmente. Ho scelto l\u2019ordine. Come si pu\u00f2 notare l\u2019ondata emotiva ha poco a che vedere con ragionamenti di questo tipo, e spero che una volta per tutte si rinunci ad imputare all\u2019emotivit\u00e0 la chiusura di un profilo Facebook.<\/p>\n<p>Un caro saluto a tutti quelli che hanno letto e anche a chi si \u00e8 stufato dopo la terza riga.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Tra i nostri &#8220;limiti potenzianti&#8221;, tra le constraintes che il collettivo Wu Ming si \u00e8 imposto per circumnavigarle in modo creativo (es. il non andare in TV), c&#8217;\u00e8 anche il non avere profili n\u00e9 pagine su Facebook. 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