{"id":21770,"date":"2015-06-24T08:27:06","date_gmt":"2015-06-24T06:27:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=21770"},"modified":"2017-04-10T01:07:16","modified_gmt":"2017-04-09T23:07:16","slug":"il-cibo-il-consumo-il-conflitto-dialogo-tra-wolf-bukowski-e-nicola-fiorita-su-slowfood-eataly-ed-expo2015","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2015\/06\/il-cibo-il-consumo-il-conflitto-dialogo-tra-wolf-bukowski-e-nicola-fiorita-su-slowfood-eataly-ed-expo2015\/","title":{"rendered":"Il cibo, il consumo, il conflitto. Dialogo tra Wolf Bukowski e Nicola Fiorita su #Slowfood, #Eataly ed #Expo2015"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_21784\" style=\"width: 604px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-21784\" class=\"size-full wp-image-21784\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/nicola_wolf.jpg\" alt=\"Nicola Fiorita e Wolf Bukowski\" width=\"594\" height=\"425\" \/><p id=\"caption-attachment-21784\" class=\"wp-caption-text\">Nicola Fiorita e Wolf Bukowski.<\/p><\/div>\n<p><strong>Nicola Fiorita \u00e8 membro del collettivo di scrittori Lou Palanca e presidente di Slow Food Calabria. Wolf Bukowski \u00e8 l&#8217;autore di <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=20790\"><em>La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione <\/em><\/a>(Alegre 2015)<em>.<\/em> Lo scambio di pareri, &#8220;pungolato&#8221; da Giuliano Santoro, \u00e8 avvenuto via email dal 18 maggio al 12 giugno 2015. Buona lettura.<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p><strong>Giuliano.<\/strong> Sull&#8217;inserto domenicale del <em>Sole 24 Ore<\/em> dello scorso 17 maggio, Roberto Napoletano ha raccontato la sua visita all&#8217;Expo milanese. Il direttore del giornale confindustriale descrive una cena movimentata alla \u201cTrattoria Italia\u201d, \u201cdove tutte le regioni del Bel Paese sono rappresentate con le loro pietanze caratteristiche e i loro chef migliori\u201d. Dopo un piatto di trofie al pesto nell&#8217;area occupata dalla cucina ligure, l&#8217;avventore decide di \u201cscendere a sud\u201d limitandosi ad \u201cattraversare la strada\u201d. Scopre che nonostante l&#8217;orario di chiusura sia prossimo, gli osti di Sardegna e Calabria interpretano le regole in maniera pi\u00f9 rilassata e servono ancora ai tavoli. \u201cMi viene da ridere, ma mi trattengo, scegliamo un piatto povero della Calabria fatto di pane duro bagnato, olive nere pomodorini e molto altro, odori contadini pieni\u201d, scrive con un tocco di orientalismo circa le caratteristiche dei piatti e la capacit\u00e0 di interpretare le regole in maniera elastica dei ristoratori.<!--more--><br \/>\nQuesto editoriale coglie la questione del cibo e tutto ci\u00f2 che le ruota attorno. Ormai da anni si parla ovunque di cibo: ricette nei telegiornali, nelle classifiche dei libri e nei reality show, nelle metafore dei politici. \u201cNon c&#8217;\u00e8 la crisi perch\u00e9 i ristoranti sono pieni\u201d. \u201cNonostante la crisi abbiamo la cucina migliore del mondo\u201d. \u201cDobbiamo spendere per il cibo invece che per i telefonini\u201d. Patti della crostata per benedire riforme istituzionali. <i>Attovagliamenti<\/i> nei salotti cafonal. Alemanno che imbocca Bossi per siglare la pace della pajata del centrodestra. Renzi che ordina la pizza a domicilio a Palazzo Chigi. Conte che lascia la panchina della Juve perch\u00e9 la Campions League \u00e8 come un ristorante da 100 euro al quale non ci si siede con pochi spicci. <i>\u00c8 tutto un magna magna<\/i>. La fame e l&#8217;arretratezza dei piatti tradizionali trasloca nella vetrina ipermoderna, diventa anzi l&#8217;ultimo terreno di conquista dell&#8217;economia sulla societ\u00e0.<br \/>\nSia chiaro: non abbiamo nessuna intenzione di diventare anoressici per combattere la bulimia che ci circonda. Ma \u00e8 venuto il momento di <i>mettere i piedi nel piatto<\/i>. Attorno al comparto alimentare, alle sue dinamiche produttive e distributive come al suo immaginario e alla sua narrazione, si sta giocando una partita importantissima fatta al tempo stesso di deregulation e retorica del chilometro zero, svendita dei beni comuni, ricostruzione di identit\u00e0 locali e invenzione delle tradizioni. Wolf Bukowski ne <em>La danza delle mozzarelle<\/em> racconta di come Oscar Farinetti abbia recuperato un certo tipo di discorso \u201cslow\u201d che nasce a sinistra e nei cruciali Ottanta (anni di controrivoluzioni e di perversione del <i>desiderio<\/i> in <i>consumo<\/i>) per gettarlo in pasto da monopolista alle reti della grande distribuzione. Nicola Fiorita \u00e8 un giurista, insegna all&#8217;Universit\u00e0 della Calabria; \u00e8 un narratore, membro del collettivo <strong>Lou Palanca<\/strong> che da poco ha sfornato <a href=\"http:\/\/www.ibs.it\/code\/9788849844672\/palanca-lou\/vista-che-ridevi.html\"><em>Ti ho vista che ridevi<\/em><\/a>, romanzo che ha molto a che fare con questi temi; \u00e8 presidente di Slow Food Calabria. Li abbiamo messi a confronto per capire fino a che punto quel mondo \u00e8 stato fagocitato. E allora cominciamo chiedendo loro: quanto \u00e8 progredita quella che Wolf chiama \u201ccolonizzazione dello spazio semantico\u201d della \u201csostenibilit\u00e0\u201d e del \u201cterritorio\u201d? Che spazi di conflitto reale ci sono dentro questo recinto che se non fosse una parola ormai abusatissima definirei \u201cambivalente\u201d? Fino a che punto la \u201cnarrazione\u201d di Farinetti si \u00e8 tramutata in \u201cspam\u201d, nel senso di ciarpame pubblicitario e in quello (originario) di junk food in scatola?<\/p>\n<div id=\"attachment_21796\" style=\"width: 610px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-21796\" class=\"size-full wp-image-21796\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/sgomberoEatTheRich.jpg\" alt=\"Lo sgombero di Eat The Rich in via Alessandrini, Bologna, mattina del 23 maggio 2015.\" width=\"600\" height=\"400\" \/><p id=\"caption-attachment-21796\" class=\"wp-caption-text\">Lo sgombero di Eat The Rich in via Alessandrini, Bologna, mattina del 23 maggio 2015. Edificio di propriet\u00e0 di Intesa Sanpaolo.<\/p><\/div>\n<p><strong>Wolf.<\/strong> Vorrei partire da un paio di recenti vicende bolognesi. In due diversi giorni di maggio i compagni e le compagne della rete di cucine popolari <a href=\"http:\/\/reteeattherich.noblogs.org\/\"><b>Eat the Rich<\/b><\/a> hanno cercato di occupare spazi inutilizzati. Il primo \u00e8 un ufficio vendita di appartamenti costosi nel quartiere popolare della Bolognina. L&#8217;elegante baracchino \u00e8 chiuso da un anno e mezzo perch\u00e9 le vendite sono ferme. I cantieri stanno ripartendo solo adesso grazie a generosi <a href=\"http:\/\/www.bolognatoday.it\/cronaca\/trilogia-navile-bologna-lavori.html\">finanziamenti del Comune<\/a>, insomma con soldi pubblici. Il secondo \u00e8 uno stabile di propriet\u00e0 di Intesa Sanpaolo, una delle banche pi\u00f9 tossiche immaginabili: banca di Expo e delle autostrade \u201cconnesse a Expo\u201d, finanziatrice di Grandi Opere e istituto di riferimento di Confagricoltura, la sola organizzazione di settore che si schieri a favore degli Ogm. Ma Intesa Sanpaolo \u00e8 anche partner ufficiale di Slow Food, Salone del Gusto, Terra Madre eccetera. Partner ufficiale e <i>fagocitante<\/i>, per rispondere alla prima domanda. Scopo delle occupazioni di Eat the Rich era, dichiaratamente, quello di creare cucine autogestite che rendessero \u201caccessibile a tutt* un pasto buono, genuino e libero dallo sfruttamento del territorio e del lavoro\u201d usando prodotti dell&#8217;agricoltura di prossimit\u00e0 e creando il nodo di una logistica alternativa per i prodotti che vengono da pi\u00f9 lontano. Se ci limitiamo quindi alle parole, beh, queste sembrano effettivamente le stesse di Slow Food o dei Gas pi\u00f9 innocui (quelli che si illudono di cambiare il capitalismo creando una nicchia di mercato \u201cetico\u201d), quando non addirittura quelle delle linee di prodotti \u201csocialmente responsabili\u201d della Grande Distribuzione Organizzata. Ma se queste parole sono pronunciate nel conflitto territoriale, nella lotta per l&#8217;agibilit\u00e0 sociale e politica delle citt\u00e0, la polarit\u00e0 del loro significato si definisce e punta decisa verso la trasformazione sociale. I poteri politici, istituzionali ed economici, che in questa fase storica vivono una convergenza opprimente, lo sanno benissimo, se ne accorgono subito. Sanno che \u201cchilometro zero\u201d detto dalla mensa popolare autogestita non significa lo stesso di \u201cchilometro zero\u201d esibito da un cartellino nell&#8217;ipermercato. Entrambe le occupazioni di cui ho raccontato vengono sgomberate in poche ore e i locali sono restituiti all&#8217;inutilit\u00e0, al non-uso, all&#8217;essere mero totem del diritto di propriet\u00e0 e di speculazione immobiliare. Ma dimostrano che la \u201cdecolonizzazione del campo semantico\u201d si fa in strada, muovendosi tra i bisogni sociali di produttori e mangiatori di cibo.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21775\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/tihovistacheridevi.jpg\" alt=\"Ti ho vista che ridevi\" width=\"594\" height=\"960\" \/><\/strong><\/p>\n<p><b>Nicola.<\/b> Anche io penso proprio che si debbano <i>mettere i piedi nel piatto<\/i>. Per la verit\u00e0 c\u2019\u00e8 chi, come Slow Food, tenta di metterceli da 30 anni, quando il tema della produzione e del consumo alimentare non appartenevano certo alla riflessione pubblica, n\u00e9 di sinistra n\u00e9 di destra.<br \/>\nNon concordo affatto con l\u2019idea che Farinetti o le multinazionali abbiano fagocitato (\u201csussunto\u201d, mi pare ripeta spesso Wolf nel suo libro) per intero il programma e l\u2019azione di Slow Food o di altri attori sociali di sinistra che operano in questo settore. Se guardiamo a Slow Food possiamo certamente chiederci quali cambiamenti abbia prodotto questo movimento e se ne ha prodotti, nella consapevolezza che la scala sulla quale dobbiamo collocarci \u00e8 quella globale, perch\u00e9 il tema \u00e8 globale e perch\u00e9 con tutto il rispetto per le lotte coraggiose dei lavoratori di questa o quella azienda non possiamo confrontarci sorvolando, ad esempio, sul fatto che il <i>land grabbing<\/i> sta espropriando per sempre i contadini di mezzo mondo della loro terra e del loro futuro.<br \/>\nTerra Madre, che Slow Food promuove dal 2004, non \u00e8 altro che la pi\u00f9 grande rete di contadini, allevatori, pescatori, artigiani, musicisti, cuochi che il mondo agricolo abbia mai conosciuto; il progetto 10.000 orti in Africa \u00e8 un tentativo concreto di rispondere alla strategia neocolonizzatrice delle multinazionali dell\u2019agricarburante che imperversano sempre di pi\u00f9 in quel continente; la battaglia di Vandana Shiva e dei contadini indiani contro la Monsanto porta con s\u00e9 il marchio della chiocciolina di Slow Food; l\u2019universit\u00e0 di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (che pure potrebbe apparire l\u2019apice di una visione radical-chic se la si osserva con pregiudizio) ambisce a costruire con le sue borse di studio una classe dirigente contadina nei paesi meno attrezzati.<br \/>\nNiente di tutto ci\u00f2 star\u00e0 mai negli scaffali di Eataly. Ci\u00f2 non toglie che, a mio avviso, il rapporto con la grande distribuzione rappresenta il passaggio pi\u00f9 delicato che Slow Food dovr\u00e0 affrontare nei prossimi anni, perch\u00e9 la Gdo \u00e8 una grande tentazione per la forza che genera e per le ricadute benefiche immediate che ha su progetti, produttori, piccole economie. Ma si tratta anche un enorme rischio per le ragioni che Wolf ben illustra nel suo lavoro.<\/p>\n<p><b>Giuliano. <\/b>Riprendo le parole di Nicola. In qualche modo, sembra dire, Slow Food porta avanti alcune delle rivendicazioni del movimento di Seattle e degli altermondialisti. Sappiamo che quel movimento era composto anche da grosse Ong, che abbiamo imparato a conoscere come soggetti attivi della globalizzazione, quasi istituzioni di nuovo tipo dentro la Costituzione mista che attraversa lo spazio planetario. Le Ong in altre parole costituirebbero le aspirazioni \u201cdemocratiche\u201d del mercato globale. Il parallelo regge?<\/p>\n<p><strong>Nicola.<\/strong> Non so se il parallelo regge e se riesco a comprenderne tutte le implicazioni. Posso solo dire che, a mio modestissimo avviso, un altro mondo \u00e8 possibile \u2013 per restare in tema con le tue rievocazioni \u2013 solo se qualcuno prova a costruirlo. Allora, se il mondo del mercato globale non ci piace dobbiamo praticare altre strade, dobbiamo immaginare un mondo che non sia orientato dal e al mercato, nel quale certamente il mercato esiste ma non prevale sul bene comune, sulla salute pubblica, sul diritto di chi non c&#8217;\u00e8 ancora o di chi non pu\u00f2 alzare la voce o sventolare un portafoglio o magari scrivere un libro.<br \/>\nIn ogni caso, devo aggiungere che Slow Food non si \u00e8 mai pensata o rappresentata come una organizzazione non governativa. Piuttosto, ha costruito la sua storia sul principio dell\u2019autonomia che in qualche modo \u00e8 davvero la cifra di molti Slow Food attivi nei vari Paesi. Ogni Paese, in qualche modo, \u2018\u00e8\u2019 Slow Food a modo suo. Se dovessi isolare una caratteristica politica che differenzia Slow Food da molte Ong che fanno un lavoro egregio nel mondo, questa sarebbe probabilmente legata al tema del piacere. Slow Food \u00e8 partita proprio dal piacere, dall\u2019idea in qualche modo eretica che si pu\u00f2 provocare un cambiamento anche attraverso il piacere. Ma cosa significa questo, per esempio, in un Paese del Sudamerica dove il mais ogm statunitense sta distruggendo le vite e i campi dei contadini? In questi paesi il piacere \u00e8 legato all\u2019idea di riconoscimento, di gratificazione e di valorizzazione di intere comunit\u00e0 che si vedono derise dall\u2019avvento dell\u2019agricoltura industriale e della gastronomia senza sapore e senza identit\u00e0.<br \/>\nSlow Food ha costruito una rete di persone in carne e ossa che in ogni angolo del pianeta supportano le battaglie di contadini o di allevatori o di pescatori contro l\u2019agricoltura industriale che mette a repentaglio non solo la biodiversit\u00e0 locale, ma, in alcuni casi, anche la possibilit\u00e0 stessa di continuare a vivere in quella determinata zona cos\u00ec come \u00e8 stato possibile fino a quel momento. Quello che accade in questi luoghi non \u00e8 certamente merito di Slow Food, ma la rete intessuta da questo movimento ha offerto sicuramente un\u2019opportunit\u00e0 significativa per far riconoscere a queste comunit\u00e0 il senso della loro piccola-grande resistenza. Per questo definirei Slow Food non tanto giocando allo specchio con le Ong, quanto piuttosto pensando ad un movimento (gastronomico) globale al servizio delle innumerevoli battaglie per la difesa dei diritti delle persone e della terra che si possono ingaggiare in qualsiasi luogo e in un qualsiasi momento.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/farinetti.jpg\" alt=\"La danza delle mozzarelle\" \/><\/p>\n<p><b>Wolf.<\/b> C&#8217;era un&#8217;ambiguit\u00e0 di fondo nel cosiddetto movimento altermondialista che teneva insieme Ong &#8211; spesso attraversate da un certo neocolonialismo &#8211; e soggetti radicali, che oggi sembra fortunatamente dissolversi. Invece, proseguendo nell&#8217;analogia proposta da Giuliano, Slow Food in un&#8217;ambiguit\u00e0 simile a quella ha messo radici e prospera. Sono trent&#8217;anni che racconta con successo la sua strategia <i>slow<\/i>, Petrini \u00e8 un <i>influencer<\/i> globale, \u00e8 tra i 50 salvatori del pianeta per il <em>Guardian<\/em>, \u00e8 Grande Ufficiale della Repubblica Italiana eccetera; di quella strategia <i>slow <\/i>fanno parte rapporti di collaborazione con la politica istituzionale, la finanza e la Gdo (Coop e Eataly), rapporti che trovano la loro apoteosi provvisoria nella partecipazione a quella vergognosa fiera dell\u2019ipocrisia e della mistificazione che \u00e8 Expo. Ma il pianeta, proprio in questi trent&#8217;anni di successo <i>slow<\/i>, \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 invivibile anche per quanto attiene al cibo, all&#8217;agricoltura e all&#8217;esistenza contadina. Lo stesso dicasi, se vogliamo limitarci alla scala locale, del nostro paese e dei nostri campi agricoli. E allora: se un <i>influencer<\/i> non influenza, se un riformismo non riforma, fino a quanto si \u00e8 legittimati a proseguire testardamente in quella direzione? Fino a quando si \u00e8 legittimati a collezionare consensi e riconoscimenti dalle stesse istituzioni che poi, nelle sedi che contano, distruggono, cementificano e intossicano? \u00c8 una strategia <i>slow<\/i> o la replica infinita della stessa <i>pi\u00e8ce<\/i> moralista?<\/p>\n<p><b>Giuliano. <\/b>Faccio un esempio solo all&#8217;apparenza meno affine al nostro ragionamento, in parte anticipato dalle vostre prime risposte. Fino a una quindicina di anni fa chi voleva sgomberare le occupazioni diceva che i centri sociali erano covi di terroristi e\/o drogati. Visto che quegli spazi si sono conquistati legittimit\u00e0 e hanno rotto le gabbie mentali di chi li voleva schiacciare in stereotipi, oggi giornali di destra e blogger \u201canti-degrado\u201d scrivono che i centri sociali sono imprese che guadagnano a nero: il loro crimine \u00e8 quello di fare &#8220;concorrenza sleale&#8221; ai poveri esercenti. Ovviamente tutto ci\u00f2 \u00e8 ridicolo, chiunque conosca posti del genere sa bene che si naviga nella precariet\u00e0 e che non circolano affatto fiumi di quattrini esentasse. Ma \u00e8 un fatto che in molti centri sociali, per restare all&#8217;esempio del cibo, ormai si mangia davvero bene per pochi euro. Forse tutto \u00e8 partito dalla geniale intuizione del maestro Luigi Veronelli di portare i vignaiuoli critici dentro il Forte Prenestino e il Leoncavallo, ponendo come unica condizione che gli avventori venissero forniti di calice e non di bicchiere di plastica. Cos\u00ec, le trattorie popolari attingono a circuiti di consumo critico e biologico per comprare le materie prime. Anche un precario deve poter assaggiare l&#8217;hamburger di scottona e l&#8217;amarone! E pu\u00f2 farlo proprio perch\u00e9 quegli spazi lavorano al di fuori del mercato, ovviamente non senza problemi, contraddizioni e sfide quotidiane. Ecco per\u00f2 che si propone di sgomberare le occupazioni adesso lo fa in nome della &#8220;libera concorrenza&#8221; e del rispetto delle leggi del mercato, non in nome di un principio di \u201clegalit\u00e0\u201d astratto che non fa pi\u00f9 presa. \u201cSi mettano in regola, se vogliono fare commercio\u201d, dicono i benpensanti. Arrivo alla domanda: possiamo dire che qualsiasi buona pratica per restare tale forse dovrebbe avere l&#8217;aspirazione scandalosa di combattere e restare fuori dalla dittatura del mercato? Le storie di Eataly, della degenerazione di alcune grandi centrali cooperative e delle cose \u201cbuone\u201d che si sono messe in pancia, non dimostrano al contrario che se accetti la cornice della competizione hai perduto gran parte degli obiettivi che ti eri posto all&#8217;inizio? Ovviamente non si tratta di porre come discriminante assoluta la scelta di produrre e lavorare in stato di illegalit\u00e0 come sono costretti a fare gli occupanti di uno spazio, bens\u00ec di produrre nuove istituzioni e nuovi diritti. E dunque, chiedo qui soprattutto al giurista Nicola e allo studioso di memoria Wolf: il conflitto dal punto di vista della produzione agroalimentare non dovrebbe mirare a cambiare le regole e costruire spazi di autonomia del gusto dal turbocapitalismo e dal tritacarne del mercato?<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21801\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/Oscar-Farinetti.jpg\" alt=\"Niente di nuovo sulla fronte occidentale\" width=\"600\" height=\"259\" \/><\/p>\n<p><strong>Wolf.<\/strong> Quel conflitto deve ripartire dai bisogni, e non dalle regole: bisogno di cibo sano, bisogno di abitare, bisogno di reddito. Bisogno di aria respirabile. Una lotta per cambiare le regole, oggi, \u00e8 probabilmente prematura o terribilmente tardiva, perch\u00e9 il capitale si sta muovendo con spregiudicatezza in un terreno che comprende tanto la norma quanto l&#8217;illegalit\u00e0. Usa la legge quando si tratta di sgomberare occupazioni o manganellare facchini in sciopero, usa l&#8217;illegalit\u00e0 quando si tratta di <a href=\"http:\/\/www.la7.it\/laria-che-tira\/video\/oscar-farinetti-7-o-8-eataly-li-ho-aperti-senza-licenza-21-05-2013-98831\">aprire Eataly prima di avere i permessi<\/a>. E rimescola le carte tra legale e illegale quando trasforma in norma (il Jobs Act) quella precariet\u00e0 assoluta che una legge precedente, lo Statuto dei lavoratori, scongiurava. Oppure quando non rispetta l&#8217;esito di un referendum popolare, come nel caso dell&#8217;acqua. Insomma: oggi il problema \u00e8 interamente quello dei rapporti di forza sottostanti la legge. I nostri \u201cspazi di autonomia del gusto\u201d sono quelli \u2013 tra pragmatismo e intransigenza \u2013 che il tentativo di cambiare a nostro favore quei rapporti di forza ci consente giorno dopo giorno, volta per volta.<\/p>\n<p><b><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-21804 size-full\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/egemonia2.gif\" alt=\"egemonia2\" width=\"239\" height=\"369\" \/>Nicola.<\/b> Se pensiamo per un attimo alla partecipazione politica e all\u2019esercizio del diritto di voto credo che saremo del tutto d\u2019accordo nel riconoscere piena legittimit\u00e0 a quelle posizioni ideologiche che contestano radicalmente la democrazia parlamentare e non attribuiscono alcun valore alla rappresentanza, sebbene mi sembri che oggi tali opzioni debbano considerarsi velleitarie almeno quanto velleitario possa apparire lo sforzo di chi cerca di riformare il sistema. Se ora torniamo al cibo, al mercato e alla possibilit\u00e0 di costruire nuove istituzioni e nuovi diritti, pur guardando con la massima simpatia alle esperienze delle trattorie popolari dei centri sociali non credo che sia da qui \u2013 o soltanto da qui \u2013 che possa partire questo processo. Cos\u00ec come non credo che sia del tutto corretto sovrapporre la nozione di mercato con il mercato libero, il progetto neo-liberista e le strategie delle multinazionali: un contadino africano della valle del fiume Senegal ha il problema quotidiano di accedere al mercato col suo riso per poter sfamare la famiglia, ha il problema quotidiano di creare valore aggiunto sul suo prodotto di qualit\u00e0 per poter ripagare tutti i costi sostenuti per la campagna, mangiare e infine avviare la successiva.<br \/>\nContinuo a pensare che il diritto \u2013 come scriveva Gramsci, tanto caro a Wolf \u2013 rappresenti la cristallizzazione dei rapporti di forza che agiscono in una data societ\u00e0 in un certo momento storico. Se vogliamo rassicurarci pensando che l\u2019osteria del centro sociale possa stare nel conflitto con le dieci multinazionali dell\u2019agroalimentare che detengono il potere sul nostro cibo, possiamo anche raccontarcelo. Per me vanno benissimo tutte le esperienze che abitano il radicalismo alimentare (e non solo alimentare). Ma, da un punto di vista politico, a me pare molto pi\u00f9 significativo che Carlo Petrini il 7 febbraio abbia affermato al cospetto di Renzi, Martina e Da Silva, in occasione del cosiddetto Expo delle Idee, che il problema vero del sistema agroalimentare oggi si chiama \u201clibero mercato\u201d, quel tipo di mercato che sta procurando danni in tutto il mondo. Sempre Petrini ha ricordato in quella occasione ai suoi interlocutori che \u00e8 indispensabile una qualche forma di protezionismo alimentare se vogliamo che i contadini senegalesi non subiscano pi\u00f9 la fame per colpa del riso orientale che arriva in Senegal a prezzi stracciati o che i contadini ghanesi non debbano ridursi a fare gli schiavi nei nostri campi per colpa dell\u2019invasione di pomodori in scatola venduti sottocosto da ditte italiane.<br \/>\nEcco, qui siamo nel conflitto. In quello vero. Dove contano i rapporti di forza. E Slow Food, essendo un movimento relativamente piccolo, gioca le sue armi come pu\u00f2: forse in alcuni casi in modo velleitario, forse in altri contraddittorio, ma in altri ancora nel modo pi\u00f9 efficace possibile.<\/p>\n<p><b>Giuliano. <\/b>A me pare che Nicola descriva il ruolo di Slow Food come soggetto <i>a s\u00e9 stante<\/i>, mentre Wolf ritenga che parlare di consumo, produzione e cibo significhi entrare in relazione con questioni politiche pi\u00f9 complessive. Ecco: senza conflitti o scontri, anche su dimensione macro, come si danno i rapporti di forza necessari a cambiare la situazione?<\/p>\n<p><b>Nicola. <\/b>In realt\u00e0 non credo che Slow Food sia un soggetto a s\u00e9 stante, forse \u00e8 un soggetto non completamente catalogabile negli schemi classici: partito, movimento, associazione. Slow Food non \u00e8 un soggetto politico nel senso tradizionale del termine, non \u00e8 un\u2019associazione di categoria, non \u00e8 un sindacato dei consumatori, non \u00e8 un laboratorio sociale, ma forse un po\u2019 di tutte queste cose insieme e altre ancora. In un interessante documento elaborato nell\u2019ambito di un master dell\u2019Unisg e pubblicato nel 2010 con il titolo <i>Politiche alimentari e sostenibilit\u00e0 <\/i>si affronta in maniera molto chiara questa passaggio \u201cL&#8217;idea che occuparsi di cibo significhi in ultima analisi occuparsi di politica ha iniziato il suo cammino nella nostra realt\u00e0 associativa parecchio tempo fa, forse in modo inconsapevole sin dal momento in cui i fondatori di Slow Food hanno pensato che non era sufficiente che le attivit\u00e0 a cui si dedicavano restassero patrimonio di un gruppo di persone unite dalle stesse passioni: quelle attivit\u00e0 dovevano diventare azione creatrice di un tessuto sociale, civile \u2026 occorre iniziare a ragionare di cibo in quanto cuore di tutte le attivit\u00e0 umane: occorre pensare al cibo come al centro delle politiche ambientali, sanitarie, educative, economiche, sociali, culturali, legislative, produttive\u201d. Quanto al resto della tua domanda, io penso che il conflitto sia molto importante, che alcune cose si conquistino e si difendano con il conflitto, ma penso anche che non tutto passa (pu\u00f2 passare, deve passare) attraverso il conflitto: le buone idee camminano, le proposte valide possono trovare delle sponde, le piccole comunit\u00e0 sperimentano e realizzano pratiche innovative, gli esempi virtuosi generano energie, le campagne educative sulla sostenibilit\u00e0 producono frutti.<br \/>\nI rapporti di forza si misurano con il conflitto ma non cambiano (solo) attraverso di esso.<\/p>\n<div id=\"attachment_21805\" style=\"width: 249px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-21805\" class=\"size-full wp-image-21805\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/hipsterfeuerbach.gif\" alt=\"Hipster Feuerbach.\" width=\"239\" height=\"281\" \/><p id=\"caption-attachment-21805\" class=\"wp-caption-text\">Hipster Feuerbach.<\/p><\/div>\n<p><b>Wolf: <\/b>Ancora una volta mi appello a Marx e alla sua intuizione che l&#8217;educazione, se vuole essere davvero elemento di trasformazione, deve collocarsi in una pratica rivoluzionaria \u2013 e dunque di conflitto. Quando Marx lo scrive sta pensando a <strong>Ludwig Feuerbach<\/strong>, ma a me sembra quasi parlare di consumo critico, di energia verde, di commercio equo eccetera, insomma di tutte quelle istanze esemplari ed educative che, quando non si ancorano a un progetto di trasformazione radicale, sono condannate all&#8217;impotenza e all&#8217;inconsistenza. Sono stato bambino negli anni settanta, \u00e8 da allora che siamo bombardati da messaggi ecologisti fin dai banchi di scuola, dalla televisione: tutto questo ha forse anche solo rallentato la distruzione ambientale? Suppongo che anche i tanti piccoli Renzi abbiano visto Barbapap\u00e0 come me, eppure sono grandi sponsor di ogni opera devastante per il territorio e la societ\u00e0 &#8211; purch\u00e9 porti profitto. No: l&#8217;educazione senza conflitto diretto ed esplicito contro il capitale non \u00e8 trasformativa. Tantomeno lo \u00e8 il moralismo sfoderato da Petrini al cospetto dei potenti. Lo dico senza divertimento, lo dico con la consapevolezza che ogni altra affermazione \u2013 del tono di quelle di Nicola \u2013 \u00e8 pi\u00f9 ascoltabile, pi\u00f9 accettabile, pi\u00f9 tollerabile e anche pi\u00f9 tollerante. Ma sento di doverlo dire. Il capitale da s\u00e9 non si d\u00e0 un confine, un limite: quel confine dobbiamo erigerlo noi. O, peggio ancora, dobbiamo <i>esserlo<\/i> noi.<\/p>\n<p><b>Giuliano. <\/b>Una narrazione, tossica ancor pi\u00f9 di altre perch\u00e9 insidiosa, ha favorito l&#8217;uso distorto di un certo immaginario a scopo puramente speculativo quando non propriamente reazionario. Sia Richard Sennett nel suo noto saggio sull&#8217;artigiano che Kelefa Sanneh in un lungo e affilato articolo di critica ala saggistica \u201cslow\u201d statunitense <a href=\"http:\/\/www.newyorker.com\/magazine\/2009\/06\/22\/out-of-the-office\">apparso sul New Yorker nel 2009<\/a> citano il caso dell&#8217;intellettuale vittoriano <strong>John Ruskin<\/strong>, il quale era speranzoso che i fasti della architettura veneziana potessero ispirare i lavoratori nella resistenza contro \u201cil dominio meccanico\u201d. Si trattava di una prospettiva che non possiamo non definire conservatrice: i lavoratori avrebbero dovuto cercare l&#8217;appagamento attraverso la condotta personale e non con la battaglia politica. In \u201cThe seven lamps of architecture\u201d, che venne pubblicato proprio all&#8217;indomani dei moti del &#8217;48, Ruskin propose il recupero dell&#8217;artigianato come antidoto al fervore rivoluzionario. La linea antimodernista che porta questa tendenza ad invocare la libert\u00e0 non <i>dalla fatica<\/i> ma <i>attraverso<\/i> la fatica finisce per dar linfa a quelli che vorrebbero trasformare l&#8217;Italia in un parco tematico composto da operosi artigiani che mettono in scena la loro vita genuina? Mi spiego meglio: il lavoro manuale indipendente e di piccola filiera <i>non<\/i> contiene <i>di per s\u00e9 <\/i>prospettive radiose. A me pare che la trasposizione di questa etica individuale nella societ\u00e0 dei consumi produca una superficiale \u201cetica del consumo\u201d in base alla quale basterebbe comprare in maniera informata e cosciente o diventare dei perfezionisti della raccolta differenziata nei salotti di casa nostra, per risolvere <i>dall&#8217;interno <\/i>e in nome di uno dei pilastri dell&#8217;utopia liberista (la circolazione delle informazioni e l&#8217;uguaglianza degli attori) alcune distorsioni. In altre parole: dire che agendo \u201cda consumatori\u201d possiamo cambiare lo stato di cose presenti non significa in fondo aderire alla dittatura del libero mercato, in base alla quale la concorrenza premia sempre il migliore, quindi anche il pi\u00f9 <i>buono<\/i>? La rivoluzione, come \u00e8 noto, non sar\u00e0 teletrasmessa. Ma credo possiamo dire che non sar\u00e0 neanche venduta in un qualche tipo di negozio.<\/p>\n<p><strong>Wolf. <\/strong>Oggi, dopo sconfitte storiche clamorose, \u00e8 come se fossimo in un lunghissimo post-48. Se respingiamo Ruskin non ci viene in aiuto neppure il gi\u00e0 citato Feuerbach, che nel 1850 conia il famoso \u201cl&#8217;uomo \u00e8 ci\u00f2 che mangia\u201d e la contestuale proposta di una dieta di lenticchie per restituire al popolo tedesco la forza di fare la rivoluzione. Per\u00f2 Feuerbach amava i paradossi e, con tutti i limiti del suo materialismo acerbo, nella rivoluzione sociale ci credeva davvero. Invece, chi oggi ne cita la frase, come fanno tra i tanti Carlin Petrini e <strong>Andrea Segr\u00e8<\/strong>, vuole suggerire che cambiando alimentazione, \u201cconsumando eticamente\u201d si pu\u00f2 cambiare il mondo. Cos\u00ec, mentre il consumatore si rode nei sensi di colpa per la sua esistenza mai abbastanza etica, il capitale riscrive i percorsi della produzione e del consumo alimentare a sua immagine e somiglianza travolgendo ogni ostacolo sociale e naturale. Compresa la biologia, che viene piegata al profitto tramite le tecnologie genetiche e la propriet\u00e0 dei semi. Nell&#8217;idea che il mercato premi i migliori, e quindi eventualmente anche i pi\u00f9 buoni, quegli intellettuali della sinistra Slow si dimostrano seguaci di un liberismo fantasioso e moralista. Secondo il quale la \u201cmano invisibile\u201d, se guidata dall&#8217;etica e non dall&#8217;egoismo, garantir\u00e0 il benessere sociale e ambientale. Ma se gi\u00e0 quella dei \u201cvizi privati\u201d che diventano \u201cpubbliche virt\u00f9\u201d <a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Mano_invisibile\">era una storiella incredibile<\/a>, questa delle virt\u00f9 private che salvano il mondo, proprio mentre il capitale lo rende invivibile, non \u00e8 buona neppure per uno spot del Mulino Bianco.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/xxo4vClmvrQ\" width=\"237\" height=\"178\" frameborder=\"0\" align=\"right\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><b>Nicola.<\/b> Tutta la diffidenza possibile nei confronti della Gdo non pu\u00f2 certo farci rimpiangere i pizzicagnoli di un tempo (\u201c<i>Banchieri, pizzicagnoli, notai \/ coi ventri obesi e le mani sudate \/ coi cuori a forma di salvadanai\u201d <\/i>cantava non a caso De Andr\u00e8). Per restare in tema di citazioni musicali, se a canzoni non si fan rivoluzioni \u00e8 certamente vero che nemmeno riempiendo i carrelli della spesa faremo rivoluzioni. Su questo ha ragione Wolf: c\u2019\u00e8 certamente una retorica eccessiva nei propagandisti (tra cui mi ci metto volentieri) del consumo critico, ma non mi pare particolarmente utile eccedere nell\u2019esagerazione opposta, estremizzando la critica del consumo critico.<br \/>\nNel mercato, e soprattutto nel mercato del cibo, ci stiamo tutti nostro malgrado, e se non possiamo cambiare il mondo scegliendo questo o quel prodotto certamente possiamo ottenere dei risultati attraverso le scelte e l\u2019impegno. Gli esempi potrebbero essere centinaia: nella sola Calabria stiamo lavorando ad un progetto per l\u2019attribuzione gratuita di terre demaniali a giovani e migranti, sosteniamo le esperienze delle cooperative che gestiscono i terreni confiscati alle mafie, distilliamo la birra artigianale insieme ai bambini di una casa di accoglienza per le vittime di abusi sessuali, impastiamo il pane che viene dai grani antichi recuperati da piccolissimi produttori e via dicendo: salviamo un po\u2019 di paesaggio e le nostre intelligenze, se proprio non possiamo salvare il mondo.<br \/>\nPiccole cose, certo, che forse suoneranno un po\u2019 retoriche a raccontarle tutte insieme, ma che spostano quelle piccole cose che sono le vite di alcuni in un pianeta abitato da miliardi di persone. Comunque un modo utile (il pi\u00f9 utile?) di accompagnare la battaglia globale per il cambiamento di questo sistema agroalimentare, perch\u00e9 la critica \u00e8 sempre utile \u2013 forse indispensabile per evitare che si costruiscano posizione di potere carismatico eccessive \u2013 ma sarebbe bene non sbagliare del tutto i nemici, e non dimenticare che la vera posta in gioco \u00e8 contrastare la colonizzazione totale dell\u2019immaginario collettivo e la trasformazione completa del cibo in una merce.<br \/>\nIl cibo deve essere un bene comune, accessibile a tutti. Da qui ripartiamo.<\/p>\n<p><b>Giuliano. <\/b>Mentre questa nostra discussione prendeva corpo, \u00e8 venuta fuori la notizia che comprare da Eataly <a href=\"http:\/\/www.giornalettismo.com\/archives\/1822245\/esselunga-eataly-spesa\/\">costa di pi\u00f9 che rivolgersi ad un normale supermercato<\/a>. Pochi giorni fa un piccolo produttore di liquori mi diceva che avrebbe la possibilit\u00e0 di entrare nella filiera di Farinetti, solo che farlo gli costerebbe pi\u00f9 di quanto gi\u00e0 gli costa avere a che fare con una catena tradizionale della grande distribuzione organizzata. Fatta chiarezza sulla necessit\u00e0 di evitare ogni rimpianto di (inesistenti peraltro) <i>bei tempi andati <\/i>e detto altrettanto nettamente che il consumo da solo non basta a cambiare il mondo,<i> <\/i>ci date due dritte su come scegliere i posti in cui andare a far la spesa?<\/p>\n<p><b>Nicola. <\/b>Un solo consiglio: se e quando possibile comprare direttamente dal produttore. Anzi, scegliere con cura il produttore a cui rivolgersi: perch\u00e9 l\u2019obiettivo principale deve essere quello di accorciare la filiera, ma evidentemente non tutto ci\u00f2 che \u00e8 diretto \u00e8 anche buono, pulito e giusto.<\/p>\n<p><b>Wolf:<\/b> Non me la sento di dare dritte, posso solo dirti dove faccio la spesa io. Quando posso dai produttori con cui ho anche un\u2019affinit\u00e0 politica, come quelli di <a href=\"http:\/\/genuinoclandestino.it\/\">Genuino Clandestino<\/a>, quando posso un po&#8217; meno da produttori qualsiasi purch\u00e9 almeno locali, ma poi anche al supermercato \u2013 quando la frenesia di una vita quasi impossibile mi stringe le mani intorno al collo. E non mi faccio problemi a dire che questo accade molto spesso. E se questo mi capita \u2013 se questo capita a tanti, quasi a tutti \u2013 \u00e8 in buona parte perch\u00e9, proprio mentre parliamo tanto di fare la spesa, abbiamo rinunciato a parlare di quanto dobbiamo lavorare e di quanto poco guadagniamo, di dove e come abitiamo, di quanto e come siamo costretti a spostarci. Allora: riapriamo tutte le partite, perch\u00e9 se continuiamo a giocare solo quella del consumo siamo sconfitti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Nicola Fiorita \u00e8 membro del collettivo di scrittori Lou Palanca e presidente di Slow Food Calabria. Wolf Bukowski \u00e8 l&#8217;autore di La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione (Alegre 2015). Lo scambio di pareri, &#8220;pungolato&#8221; da Giuliano Santoro, \u00e8 avvenuto via email dal 18 maggio al 12 giugno 2015. 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