{"id":13861,"date":"2013-08-10T10:05:05","date_gmt":"2013-08-10T08:05:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=13861"},"modified":"2013-08-10T17:56:07","modified_gmt":"2013-08-10T15:56:07","slug":"quale-razza-genere-classe-e-colore-in-timira-e-lottava-vibrazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2013\/08\/quale-razza-genere-classe-e-colore-in-timira-e-lottava-vibrazione\/","title":{"rendered":"Quale razza? Genere, classe e colore in \u00abTimira\u00bb e \u00abL\u2019ottava vibrazione\u00bb"},"content":{"rendered":"<h5 style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/08\/balotelli-custom-1642498652.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-13863\" alt=\"balotelli-custom-1642498652\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/08\/balotelli-custom-1642498652.jpg\" width=\"500\" height=\"594\" \/><\/a><\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">[Il 12 agosto 2012 veniva inaugurato ad Affile (RM) <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=9360\">il<\/a> <em>Vespasiano di Sangue<\/em> in memoria di <strong>Rodolfo Graziani<\/strong>, macellaio d&#8217;Italia. Nonostante le polemiche, le maledizioni abissine e la revoca dei fondi regionali, il monumento \u00e8 ancora l\u00ec e non pi\u00f9 tardi del 29 giugno scorso, ha visto riunirsi a convegno <a href=\"http:\/\/www.ilmessaggero.it\/roma\/cronaca\/rodolfo_graziani_saluti_romani_affile\/notizie\/298563.shtml\">un centinaio di fascisti<\/a>, con il solito corredo di saluti romani. Per non dimenticare questa vergogna, nei prossimi giorni pubblicheremo qui su <em>Giap <\/em>due articoli sulla memoria del colonialismo italiano.<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">Cominciamo con il nuovo numero di <em>Studi Culturali <\/em>(n\u00b02, Anno X), rivista pubblicata dalla casa editrice <em><strong>Il Mulino<\/strong><\/em>. In copertina, la notissima foto di Mario Balotelli in versione <em>Hulk<\/em>, e all&#8217;interno una &#8220;tavola rotonda&#8221; a cura di Gaia Giuliani intitolata: <em>La sottile linea bianca. Intersezioni di razza, genere e classe nell&#8217;Italia postcoloniale. <\/em>Obiettivo di questa sezione &#8220;\u00e8 raccogliere suggestioni provenienti da un numero ampio e interconnesso di discipline al fine di indagare le dimensioni sia discorsive sia materiali dell&#8217;immaginario razzista italiano&#8221;. Qui di seguito riportiamo\u00a0 l&#8217;intervento di <strong>Sonia Sabelli<\/strong> &#8211; su\u00a0<em>Timira\u00a0<\/em>e\u00a0<em>L&#8217;ottava vibrazione<\/em> &#8211; preceduto dalla &#8220;didascalia&#8221; scritta da <strong>Daniele Salerno<\/strong> per commentare l&#8217;immagine di copertina. Buona lettura.]<\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L\u2019incredibile Hulk \u201cazzurro\u201d<\/em>. Cos\u00ec molti giornali italiani e stranieri, riprendendo il titolo di <em>El Pa\u00eds,<\/em> definirono <strong>Mario Balotelli<\/strong> all\u2019indomani della semifinale dell\u2019Europeo 2012, vinta dall\u2019Italia grazie a una doppietta del calciatore nato nel 1990 a Palermo da genitori ghanesi e cresciuto in una famiglia bresciana.<!--more--><br \/>\nLa definizione si deve alla foto che pubblichiamo in copertina. Balotelli esulta dopo il secondo goal, quello della vittoria, segnato contro la nazionale tedesca: messa la palla in rete, il giocatore si sfila la maglia, lasciandola cadere ai suoi piedi, e tende i muscoli; sul braccio destro \u00e8 ben visibile il lutto indossato dalla squadra per ricordare Manuele Braj, soldato italiano morto pochi giorni prima in Afghanistan. Le ginocchia sbucano tra i calzettoni azzurri &#8211; orlati dal tricolore &#8211; e i pantaloncini bianchi con il gagliardetto della nazionale e la scritta Italia.<br \/>\nIn quella definizione sta tutto il <em>meaning of Mario<\/em>, per riprendere il titolo della copertina che <em>Time<\/em> dedicher\u00e0 qualche mese dopo a Balotelli: un <em>Hulk<\/em>, ma azzurro; un italiano, ma nero. Due aggettivi di colore che vanno a mutare un tratto semantico dei sostantivi cui si riferiscono: l\u2019essere verde di <em>Hulk<\/em> e soprattutto la, storicamente costruita, bianchezza dell\u2019italiano, argomento della tavola rotonda curata da Gaia Giuliani che costituisce il cuore di questo numero di <em>Studi Culturali<\/em>.<br \/>\nLa figura di Balotelli invade lo spazio semantico della bianchezza italiana e lo fa da un luogo discorsivo centrale dell\u2019immaginario nazionale e maschile: il campo di calcio. E non un campo di calcio qualsiasi, ma il rettangolo di gioco dove va in scena il rito sportivo per eccellenza: l\u2019eterna sfida <em>Italia-Germania<\/em>, che rinnova ogni volta la memoria di uno dei miti (ri)fondativi dell\u2019identit\u00e0 nazionale del secondo dopoguerra, <em>Italia &#8211; Germania 4 a 3<\/em> (anche quella una semifinale).<br \/>\nCome il protagonista di <em>Autobiografia del rosso<\/em>, un romanzo di <strong>Anne Carson<\/strong>, Balotelli costringe all\u2019aggettivazione, cos\u00ec da modificare sostantivi che non ne includono l\u2019identit\u00e0 e di cui il calciatore, con l\u2019esposizione del suo stesso corpo, mette in crisi i significati: a cominciare proprio da quelli legati al campo semantico dell\u2019italianit\u00e0. La parola aggettivo, come ci ricorda sempre Carson, \u00e8 a sua volta un aggettivo: <em>ep\u00edtheton<\/em> che in greco significa \u201capposto\u201d, \u201caggiunto\u201d, e quindi \u201cimportato\u201d, \u201cstraniero\u201d, e il cui prefisso &#8211; <em>ep\u00ed<\/em> &#8211; usiamo ancora oggi per formare la parola <em>epidermide<\/em>. <em>L\u2019incredibile Hulk \u201cazzurro\u201d<\/em>, dunque. L\u2019italiano nero. E forse, un giorno, molto pi\u00f9 semplicemente: l\u2019italiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">\u00a0***<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quale razza? Genere, classe e colore in Timira e L\u2019ottava vibrazione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di <strong>Sonia Sabelli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi ultimi giorni la stampa italiana ha definito la neoministra italocongolese <strong>C\u00e9cile Kyenge<\/strong> come la prima donna \u00abdi colore\u00bb (come se dire \u00abnera\u00bb fosse un insulto e come se il bianco fosse un non-colore) ad assumere l\u2019incarico di \u00abministro\u00bb (al maschile, come se un ministro non potesse essere una donna e come se la gente nera non avesse un sesso). Non \u00e8 dunque un caso che l\u2019interessata abbia dovuto ribadire di essere una donna nera e di esserne fiera. Evidentemente, come ci insegnano le femministe e le lesbiche afroamericane, sessismo e razzismo agiscono sempre simultaneamente: sono \u00absistemi interconnessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda\u00bb (hooks 1991, 39). A partire da questa consapevolezza, riprendo qui alcuni degli stimoli offerti dall\u2019intervento di apertura di Gaia Giuliani sull\u2019identificazione tra bianchezza e italianit\u00e0 e sulle intersezioni di genere, classe e colore, per verificare come tali temi siano rappresentati nella letteratura italiana contemporanea. Il mio intervento si concentra in particolare su due romanzi, <em>L\u2019ottava vibrazione<\/em> di <strong>Carlo Lucarelli<\/strong> (2008) e <em>Timira. Romanzo meticcio<\/em> di Wu \u2028Ming 2 e Antar Mohamed (2012), che testimoniano il recente interesse mostrato da alcuni scrittori molto noti per la storia coloniale italiana.<br \/>\nNella postfazione, Lucarelli presenta il suo bestseller come \u00abun romanzo \u2028storico ambientato in Eritrea attorno alla battaglia di Adua\u00bb (1896). Passata alla storia come una \u00abdisfatta\u00bb &#8211; secondo la prospettiva colonialista incarnata dal narratore del romanzo \u00e8 \u00abla pi\u00f9 grande sconfitta mai subita da un esercito coloniale europeo\u00bb (Lucarelli 2008, 441) &#8211; Adua si configura piuttosto, agli occhi del popolo etiope e dei movimenti panafricani, come quella \u00abvittoria africana\u00bb (vedi Haile Gerima, <a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=jTixsxuyjD4\"><em>Adwa. An African Victory<\/em><\/a>, documentario, Etiopia, 1999) che ha messo in questione \u00abla \u201csupremazia bianca\u201d dei discorsi europei e il progetto di intensificazione dello sfruttamento dell\u2019Africa\u00bb (Derobertis 2010, 16). Il romanzo di Lucarelli, per\u00f2, col suo sguardo esotista, saturo di stereotipi razzializzanti che riecheggiano la letteratura e la fotografia di epoca coloniale, non opera quel rovesciamento dei punti di vista che ci si aspetterebbe da un romanzo contemporaneo, confermando quanto la prospettiva postcoloniale non sia una questione cronologica ma di consapevolezza critica. <em>Timira<\/em>, invece, fin dal sottotitolo, si propone esplicitamente di attraversare la linea del colore, mescolando memoria, documenti d\u2019archivio e invenzione narrativa: nella quarta di copertina si spiega che il romanzo \u00e8 stato scritto a sei mani da \u00abun cantastorie italiano dal nome cinese [Wu Ming 2], insieme a un\u2019attrice italosomala ottantacinquenne [Isabella Marincola, sorella del partigiano nero Giorgio] e a un esule somalo con quattro lauree e due \u2028cittadinanze [suo figlio Antar Mohamed]\u00bb &#8211; anche se poi sar\u00e0 pubblicato dopo la morte di Isabella, che perci\u00f2 compare solo come protagonista e non come figura autoriale. Un particolare non secondario, se affiancato alla consapevolezza (che emerge negli \u00abinterludi\u00bb) della relazione gerarchica che si instaura necessariamente tra chi detiene il potere di raccontare la propria versione delle storia e chi invece viene raccontata\/o, oltre che dei rischi connessi all\u2019interiorizzazione di una mentalit\u00e0 coloniale, sempre in agguato nelle nostre teste di occidentali (Wu Ming 2 e Mohamed 2012, 345).<br \/>\nQui analizzo in particolare le rappresentazioni della bianchezza e della nerezza che compaiono nei due testi, a partire dalle loro intersezioni con la costruzione del genere e dell\u2019italianit\u00e0. La costruzione dell\u2019italianit\u00e0 segue percorsi \u2028diametralmente opposti nei due testi, per ovvi motivi di ambientazione storica: \u2028se <em>Timira<\/em> costituisce un tentativo di decostruire l\u2019identificazione tra colore e nazione nell\u2019Italia dei respingimenti e del pacchetto sicurezza, <em>L\u2019ottava vibrazione<\/em> si inserisce senza soluzione di continuit\u00e0 in quella tradizione letteraria che narra l\u2019Africa come \u00abil lato oscuro\u00bb, il \u00abcuore di tenebra\u00bb (vedi i versi in epigrafe che spiegano il titolo del romanzo) e che legge il colonialismo come una metafora avventurosa e come uno dei miti fondativi della nazione e della maschilit\u00e0 bianca, oppure, per usare le parole dell\u2019autore, come \u00abil nostro Far West\u00bb . Certo, si deve riconoscere a Lucarelli la capacit\u00e0 di evidenziare le continuit\u00e0, spesso dimenticate, nella storia del colonialismo italiano, dall\u2019et\u00e0 liberale, in cui si svolge il romanzo, all\u2019impero fascista, che si distinguer\u00e0 per l\u2019aspetto specifico delle politiche sessuali improntate sulle leggi razziali, con la criminalizzazione delle unioni miste e il divieto di riconoscere i figli nati da esse. Inoltre, \u00e8 significativa la presenza tra i soldati coloniali di un socialista che ammira <strong>Andrea Costa<\/strong> (il deputato che nel 1887, durante il dibattito parlamentare sul rifinanziamento della missione coloniale seguito al massacro di Dogali, aveva affermato \u00abn\u00e9 un uomo n\u00e9 un soldo\u00bb) e dell\u2019anarchico internazionalista Pasolini, che non perde occasione per mettere in evidenza \u00able contraddizioni del sistema\u00bb e si rifiuta di combattere declamando ad alta voce i versi di <strong>Ulisse Barbieri<\/strong>: \u00abma non capite, o branco di cretini, che i patrioti sono gli abissini?\u00bb (Lucarelli 2008, 36 e 257). Ma vi sono altri elementi che ripropongono la funzione storica del colonialismo in quanto metafora della costruzione della maschilit\u00e0 italiana come bianca e coloniale. Ad esempio, la descrizione del soldato \u00abinsabbiato\u00bb Sciortino come un contadino meridionale poco intelligente, che non ha pensieri ma solo sensazioni, e agli occhi dei commilitoni \u00absembra un abissino\u00bb (ivi, 389), riproduce gli stereotipi razzisti sul Mezzogiorno d\u2019Italia come sinonimo di arretratezza e sottosviluppo. Mentre l\u2019insistenza quasi ossessiva sulle variet\u00e0 regionali dell\u2019italiano che caratterizzano la parlata dei soldati \u00e8 un segno della mancanza di omogeneit\u00e0 linguistica e culturale di una nazione che ha appena avviato il suo processo di unificazione linguistica e culturale; in questo contesto, si inserisce la percezione della Colonia Eritrea come il luogo in cui i soldati e i funzionari coloniali che popolano il romanzo di Lucarelli possono realizzare il sogno di coprirsi di gloria e soddisfare il desiderio di provare emozioni forti, diventando degli eroi. Se \u00e8 vero che queste rappresentazioni corrispondono alla necessit\u00e0 di costruire una memoria del colonialismo italiano, \u00e8 anche vero che quella di Lucarelli &#8211; come ha affermato <strong>Paolo Jedlowski<\/strong> &#8211; \u00e8 \u00abuna memoria che non prende posizione\u00bb oppure &#8211; come ha precisato <strong>Giulietta Stefani<\/strong> &#8211; \u00abquesta posizione \u00e8 a tratti ambivalente\u00bb, proprio per la mancanza di una problematizzazione, evidente soprattutto nelle rappresentazioni stereotipate dei personaggi, sia colonizzati che colonizzatori, e delle relazioni tra i due gruppi. \u2028Ritengo invece che siano proprio le relazioni tra i due gruppi, e in particolare le rappresentazioni del colore, del genere e della sessualit\u00e0, i nodi cruciali su cui si gioca la possibilit\u00e0 di rilevare in questi testi una prospettiva postcoloniale, che contribuisca a decostruire gli stereotipi razzisti, sessisti e disumanizzanti, oppure a rinforzarli.<br \/>\nIn un documentario che significativamente si intitola <a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=ivqZeYkMCm0\"><em>Quale razza<\/em><\/a> (A.Amadei, video-intervista con Isabella Marincola, Motoproduzioni, 2008 ) Isabella Marincola incalza cos\u00ec il suo intervistatore: \u00abIo sono un\u2019italiana, con la pelle scura. ti va bene a te? O sei anche tu un razzista? [&#8230;] mi ricordo che qualcuno mi ha detto: \u201csei la vergogna della razza!\u201d Allora mi sono chiesta: \u201cquale razza?\u201d\u00bb. Gli stessi interrogativi ritornano in <em>Timira<\/em>, quando la protagonista reagisce agli insulti razzisti decidendo di dedicarsi \u00abcon grande entusiasmo\u00bb a questa particolare abilit\u00e0, essere \u00abla vergogna della razza\u00bb, che ha il potere di disorientare i suoi interlocutori (Wu Ming 2 e Mohamed 2012, 279-80). Figlia di una donna somala e di un soldato coloniale che decide di allevare lei e il fratello in Italia, perch\u00e9 convinto che \u00abil figlio meticcio, quando educato da italiano, possa aspirare \u2028alle stesse conquiste di un italiano intero\u00bb (ivi, 50), da bambina Isabella \u00e8 convinta di avere la pelle nera per via del sole di Mogadiscio (ivi, 103). Da adulta, invece, reagisce al razzismo identitario che la considera automaticamente una straniera, una \u00abprofuga in patria\u00bb (ivi, 181), perch\u00e9 non coincide con la norma somatica bianca, rivendicando la possibilit\u00e0 di identificare nerezza, meticciato e italianit\u00e0.<br \/>\nIsabella si autodefinisce infatti come \u00abun\u2019italiana dalla pelle scura\u00bb (ivi, 395), ma sa bene che per la mentalit\u00e0 comune questo \u00e8 ancora un ossimoro: \u00abse sei italiano e hai la pelle scura, sei una contraddizione vivente. Devi dimostrare che sei davvero italiano, devi essere pi\u00f9 italiano degli altri\u00bb (ivi, 449). Paradossalmente, lo stesso trattamento le viene riservato sia dall\u2019amica albanese Merushe &#8211; di fronte alla quale deve ribadire di essere italiana nonostante la propria nerezza (ivi, 120) &#8211; sia in Somalia, dove la chiamano \u00abgaal\u00bb, infedele, e dove suo figlio si rifiuta di frequentare la scuola italiana perch\u00e9 vorrebbe dire che si vergogna di essere somalo (ivi, 425). L\u2019unica soluzione che le permetta di sfuggire alla logica nazionalista, identitaria e razzializzante in cui si trova intrappolata suo malgrado, \u00e8 quella di riaffermare una duplice appartenenza: \u00abla mia patria era l\u2019Italia, mentre la Somalia era la mia matria\u00bb (ivi, 282), conclude Isabella citando implicitamente <strong>Igiaba Scego<\/strong>: \u00abEravamo dei dismatriati, qualcuno &#8211; forse per sempre &#8211; aveva tagliato il cordone ombelicale che ci legava alla nostra matria, alla Somalia\u00bb (Scego 2005, 11).<br \/>\nIn entrambi i romanzi, l\u2019affermazione della bianchezza come sinonimo di \u2028italianit\u00e0 \u00e8 complementare alla svalutazione della nerezza, considerata come \u2028la quintessenza dell\u2019alterit\u00e0. Nell\u2019Ottava vibrazione, in particolare, l\u2019avanzare \u2028dell\u2019esercito del Negus ad Adua, anticipato dal rombo assordante dei tamburi e da un \u00abpuzzo aspro e feroce\u00bb che \u00e8 l\u2019\u00abodore di altra gente, di altri soldati\u00bb, \u00e8 descritto come \u00abun\u2019onda nera\u00bb, una \u00abmarea che cresce, un flusso inarrestabile, che arriva di corsa, urlando\u00bb (Lucarelli 2008, 425-426), quasi a riprodurre le immagini minacciose e inquietanti di \u00aborde\u00bb ed \u00abesodi biblici\u00bb spesso associate alle migrazioni contemporanee. In perfetta continuit\u00e0 con l\u2019immaginario coloniale, i soggetti colonizzati sono rappresentati sempre come esseri inferiori e animaleschi: c\u2019\u00e8 un ascaro con la \u00abfaccia da cavallo\u00bb (ivi, 16, 19), il piccolo Ber\u00e8 squittisce \u00abcome un topo\u00bb (ivi, 69), un altro bambino \u00e8 \u00abnero e irsuto proprio come una scimmietta\u00bb (ivi, 242) e Sab\u00e0 si aggrappa al suo soldato \u00abcome una scimmia\u00bb (ivi, 138), fino all\u2019estremo di Aicha che, dall\u2019inizio alla fine del romanzo, \u00e8 apostrofata soltanto come \u00abla cagna nera\u00bb (ivi, 11, 12, 14, 80, 194, 446). secondo il narratore \u00abAicha \u00e8 un animale, \u00e8 una iena, un gatto nero, che filtra il mondo attorno soltanto con i sensi\u00bb (ivi, 233) e come un animale non possiede nemmeno la capacit\u00e0 di parlare: \u00abAicha non ha parola, non ha pensieri, solo sensazioni, come una iena o un gatto nero\u00bb (ivi, 235). Pi\u00f9 in generale, le rappresentazioni delle donne nere oscillano tra le due figure femminili tipiche dell\u2019immaginario coloniale &#8211; Aicha, la prostituta \u00abnuda, sporca e nera\u00bb (ivi, 13), dalla \u00absensualit\u00e0 selvaggia e rovente\u00bb (ivi, 87), che esiste solo per soddisfare i desideri sessuali dei maschi italiani, e Sab\u00e0, la madama dolce e servizievole, che \u00e8 un gradino pi\u00f9 in alto nella gerarchia razzializzante perch\u00e9 \u00abnon \u00e8 una selvaggia, \u00e8 \u2028una donna, \u00e8 la madama di un ufficiale italiano\u00bb (ivi, 71), e infatti parla l\u2019italiano e si prende cura del soldato Branciamore come se fosse sua moglie, anche se \u00ablui ce l\u2019ha gi\u00e0 una moglie, in Italia\u00bb (ivi, 137). Comunque, entrambe le figure sono sempre posizionate in una relazione di inferiorit\u00e0 gerarchica con l\u2019apparente candore, peraltro solo esteriore, delle donne bianche e italiane, come nel caso di Cristina (ivi, 86-87 e 96-97), la moglie del cavalier Leo Fumagalli, \u00abbello e ricco e troppo preso dal sogno di fare un giardino della Colonia italiana d\u2019Eritrea\u00bb (ivi, 24). Le donne nere rimangono dunque imprigionate nei soliti stereotipi razzisti, sessisti e disumanizzanti: \u00able negrette [&#8230;] con le poppe di fuori [&#8230;] la Venere nera, la Circe \u2028d\u2019Africa [&#8230;] vado in Colonia e me le trombo tutte\u00bb (ivi, 35); mentre gli uomini neri sono rappresentati come \u00abi negroni [&#8230;] che hanno fatto a pezzi gli inglesi [&#8230;] cos\u00ec cattivi, ma cos\u00ec cattivi, che si limano i denti a punta per mordere [&#8230;] vi tagliano l\u2019uccello [&#8230;] ve lo schiaffano nel culo [&#8230;] un\u2019orda di negri disumani\u00bb (ivi, 35-36), e dunque come una minaccia costante per la virilit\u00e0 bianca e italiana, che deve proteggersi dal rischio di una castrazione non solo simbolica (ivi, 118). Le uniche figure maschili che trasgrediscono la rappresentazione esclusivamente eteronormativa della sessualit\u00e0 &#8211; la coppia omosessuale composta dai due zapti\u00e8 (carabinieri indigeni) Ahmed e Gabr\u00e8, che in realt\u00e0 sono spie del Negus, e il maggiore Flaminio, l\u2019ufficiale \u00abeffeminato\u00bb che si eccita alla vista del sangue giovane &#8211; rimangono piuttosto marginali e appaiono come delle mere eccezioni che servono a riconfermare la regola e la superiorit\u00e0 di una maschilit\u00e0 bianca, italiana ed eterosessuale.<br \/>\nDecisamente pi\u00f9 complesse appaiono le rappresentazioni del genere, della classe e del colore in <em>Timira<\/em>, non solo in virt\u00f9 del pi\u00f9 dilatato arco temporale in cui si sviluppa il romanzo ma soprattutto grazie alla moltiplicazione delle voci e dei punti di vista, che offrono a chi legge la possibilit\u00e0 di una seria presa di distanza critica e non un mero rispecchiamento della prospettiva colonialista. \u2028La lettera con cui il maresciallo Marincola annuncia al fratello la decisione di far allevare in Italia i figli \u00abmeticci\u00bb ci restituisce immediatamente l\u2019assurdit\u00e0 di un razzismo paternalista che serve a confermare il potere civilizzatore del colonizzatore bianco. Inoltre, la reazione del suo superiore ribadisce subito il nesso gi\u00e0 rilevato sopra tra affermazione del potere coloniale e conferma della maschilit\u00e0 bianca ed eterosessuale: \u00abper quanto lo riguardava una sola cosa era fondamentale: che lo sfogo della nostra maschile esuberanza non facesse venire meno la virilit\u00e0, la spina dorsale e il prestigio, senza il quale centinaia di migliaia di individui non resterebbero sottomessi a poche migliaia\u00bb (Wu Ming 2 e Mohamed 2012, 51). \u2028Nel racconto delle suore missionarie che la accompagnano in Italia, Isabella \u00e8 \u2028descritta, secondo il clich\u00e9 colonialista, come una \u00abbimba selvaggia\u00bb dal \u00abmusetto d\u2019ambra\u00bb (ivi, 64-67), mentre agli occhi di Flora Virdis, la moglie del padre, appare come \u00abl\u2019immagine del peccato di suo marito\u00bb (ivi, 68) ed \u00e8 \u00abstupida come una scimmia\u00bb (ivi, 91). Per il figlio Antar, che si prende cura di lei quando ritorna in Italia da \u00abprofuga nel suo paese\u00bb, questa donna indipendente e appassionata rappresenta una presenza scomoda e ingombrante, che arriva a mettere in crisi anche il suo rapporto di coppia; mentre per lo scrittore Wu Ming 2 \u00e8 una fonte inesauribile di storie da raccontare. La stessa protagonista, a tratti, interiorizza lo sguardo razzializzante che fa della nerezza un disvalore, simbolo di bruttezza e animalit\u00e0 (ivi, 94), tanto da convincersi di essere sterile, secondo la peggiore propaganda fascista \u00abche descriveva muli e mulatti come una razza bastarda di ibridi infecondi\u00bb (ivi, 307). Poi per\u00f2 ci regala pagine esilaranti, quando riesce a ironizzare sugli atteggiamenti sessisti, razzisti ed esotizzanti degli italiani: sul datore di lavoro che identifica la sua pelle nera con \u00abpromesse di sesso facile, selvaggio e caldo come una notte equatoriale\u00bb (ivi, 128) e sull\u2019ossessione degli italiani per \u00abil culo delle donne somale\u00bb (ivi, 295); su coloro che negli anni Trenta la vezzeggiano \u00abcome una bertuccia ammaestrata\u00bb perch\u00e9 vedono in lei \u00abl\u2019icona dell\u2019avventura coloniale\u00bb o sul commerciante che la sceglie per reclamizzare degli occhiali con la montatura d\u2019avorio \u00abperch\u00e9 il bianco risalta bene sulla pelle nera o perch\u00e9 l\u2019avorio, gli elefanti, l\u2019Africa, la venere nera&#8230;\u00bb (ivi, 169); su coloro che ridono della sua eleganza perch\u00e9 ai loro occhi evoca \u00abl\u2019immagine di una scimmia con gli occhiali\u00bb (ivi, 170) o su chi si stupisce della sua cultura \u00abperch\u00e9 una morettina cos\u00ec ben istruita, capace di tradurre dal greco e dal latino, non poteva discendere da una stirpe di cammellieri e bingobongo\u00bb (ivi, 205); ma anche su chi d\u00e0 per scontato che lei e il fratello Giorgio debbano avere l\u2019antifascismo nel sangue, perch\u00e9 \u00abfigli della colonia\u00bb, mentre durante il ventennio Isabella \u00e8 impegnata su un altro fronte, a combattere la sua \u00abresistenza da camera contro un duce in gonnella\u00bb (ivi, 187-188). La matrigna \u00e8 infatti colei che vorrebbe confinarla nei ruoli di \u00abmignotta\u00bb o \u00abservetta\u00bb (ivi, 206) che sono stati storicamente attribuiti alle donne nere e immigrate, quegli stessi ruoli che le verranno offerti quando intraprender\u00e0 la carriera cinematografica, interpretando proprio una schiava. Quando si trasferisce in Somalia, Isabella si rende conto che \u00abl\u2019alternativa secca tra madre e puttana non conosce confini\u00bb (ivi, 355) mentre, quando ritorna in Italia, si trova costretta a lavorare come assistente domestica per un\u2019anziana signora che, paradossalmente, si chiama Itala (ivi, 211). A partire dal rifiuto di omologarsi alla norma che ammette le donne nere e immigrate nel mercato del lavoro solo come \u00abcolf\u00bb e \u00abbadanti\u00bb (unica alternativa: lo sfruttamento nel mercato della prostituzione), tutta la vita di Isabella Marincola potrebbe essere letta allora come una strategia\u00a0 di resistenza contro sessismo e razzismo, come un rifiuto a lasciarsi imprigionare nei ruoli imposti dalle linee di genere, classe e colore.<br \/>\nCerto, non si pu\u00f2 fare a meno di rilevare che Isabella Marincola era una donna anziana mentre i due autori di <em>Timira<\/em> &#8211; che si propongono di disseppellire lo scrigno di storie intrecciate tra Europa e Africa di cui lei \u00e8 portatrice &#8211; sono giovani e maschi (vedi <a href=\"http:\/\/www.internazionale.it\/recensioni\/libri\/2012\/09\/17\/timira\/\">Randall 2012)<\/a>. Inoltre, la riflessione conclusiva che propone la condizione di profuga come una metafora del presente italiano, in cui saremmo tutte e tutti profughi in quanto cittadini di uno stato che non c\u2019\u00e8 (Wu Ming 2 e Mohamed 2012, 458-465), risulta piuttosto forzata, proprio perch\u00e9 rischia di cancellare le differenze e le gerarchie di potere inscritte sulle linee di genere, classe e colore. Ma, nel complesso, il risultato di quest\u2019esperimento di scrittura collettiva (ivi, 344-346) \u00e8 un\u2019efficace contronarrazione, che funziona come un potente antidoto contro il persistere della mentalit\u00e0 razzista e sessista, contribuendo attivamente all\u2019affermazione di una consapevolezza postcoloniale nella letteratura italiana contemporanea. Per questo credo che <em>Timira<\/em> debba essere letto anche alla luce dell\u2019emergere, negli ultimi venti anni, delle scritture migranti e postcoloniali nella letteratura italiana: da <strong>Nassera Chora<\/strong> e <strong>Genevi\u00e8ve Makaping,<\/strong> fino a <strong>Gabriella Ghermandi<\/strong> e <strong>Cristina Ali Farah<\/strong>, solo per menzionarne alcune, le opere di autori e autrici afroitaliane e originarie dalle ex colonie sono infatti i luoghi culturali chiave in cui oggi si costruisce una memoria critica del passato coloniale italiano e si decostruisce l\u2019idea che la bianchezza sia \u00abil colore legittimo\u00bb nell\u2019Italia contemporanea. La presa di parola dei soggetti che sono stati razzializzati \u00e8 infatti una strategia di resistenza contro il persistere di quegli stereotipi razzisti e sessisti che storicamente sono serviti a giustificare il colonialismo e che oggi invece sono funzionali a gestire i flussi migratori in tempo di crisi: influenzano la percezione della violenza maschile contro le donne e i discorsi pubblici sull\u2019immigrazione (, stratificano il mercato italiano del lavoro secondo le linee del genere, della classe e del colore (vedi Curcio e Mellino 2012) e riproducono disuguaglianze sociali che limitano l\u2019accesso ai diritti di cittadinanza. Sono queste le soggettivit\u00e0 che ci ricordano quanto sia necessario e urgente \u00abparlare di razza\u00bb nell\u2019Italia contemporanea, interrogarsi sui diversi significati che questa costruzione culturale assume e sugli effetti che produce, illuminando anche i nessi con la costruzione del genere e dell\u2019identit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Qualche link per approfondire:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/italiano\/Giap\/nandropausa14.htm#lucarelli\">WM1 recensisce <em>L&#8217;ottava vibrazione <\/em>su <strong>Nandropausa<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.mesogeamag.it\/voci-e-pensieri\/item\/7-la-memoria-pubblica-e-i-media-il-caso-del-passato-coloniale-italiano.html\">Paolo Jedlowski, <em>La memoria pubblica e i media: il caso del passato coloniale italiano.<\/em><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.storieinmovimento.org\/index.php?sezione=1&amp;sottosez=num23\">Giulietta Stefani, <em>Eroi e antieroi coloniali. Uomini italiani in Africa da Flaiano a Lucarelli.<\/em><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"&nbsp; [Il 12 agosto 2012 veniva inaugurato ad Affile (RM) il Vespasiano di Sangue in memoria di Rodolfo Graziani, macellaio d&#8217;Italia. 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