{"id":11255,"date":"2013-02-03T19:55:24","date_gmt":"2013-02-03T18:55:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=11255"},"modified":"2018-04-02T12:42:13","modified_gmt":"2018-04-02T10:42:13","slug":"conversazione-con-alberto-prunetti-autore-di-amianto-una-storia-operaia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2013\/02\/conversazione-con-alberto-prunetti-autore-di-amianto-una-storia-operaia\/","title":{"rendered":"Classe operaia, anima precaria. Conversazione con Alberto Prunetti, autore di \u00abAmianto\u00bb"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_11615\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11615\" class=\"size-full wp-image-11615 \" title=\"Alberto Prunetti. fotografia del compagno Stefano Pacini\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/02\/alberto-prunetti.jpg\" alt=\"Alberto Prunetti. fotografia del compagno Stefano Pacini\" width=\"500\" height=\"337\" \/><p id=\"caption-attachment-11615\" class=\"wp-caption-text\">Alberto Prunetti (fotografia di Stefano Pacini)<\/p><\/div>\n<h5 style=\"text-align: left;\">[Dopo le bestemmie col groppo in gola,\u00a0<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=11052\">il commento viscerale<\/a>\u00a0e la &#8220;decantazione&#8221; del libro, ecco la chiacchierata col Prunetti. Partecipa il collega <strong>Girolamo De Michele<\/strong>. La particolarit\u00e0 del terzetto di scrittori \u00e8 questa: si \u00e8 tutti e tre figlioli della classe operaia (famiglie piene di braccianti, metalmeccanici e quant&#8217;altro) e tutti e tre si viene da zone di nocivit\u00e0 e alta mortalit\u00e0 operaia: la Taranto dell&#8217;Italsider\/Ilva, la Maremma maiala avvelenata fino al midollo,\u00a0la Ferrara del polo petrolchimico (le morti causate a Ferrara dalla Solvay sono raccontate nel romanzo breve di Girolamo <em>Con la faccia di cera<\/em>, Edizioni Ambiente, Milano 2008).<br \/>\nCome sempre, vi ricordiamo che in calce al post ci sono due link molto utili: uno apre la versione ottimizzata per stampa\/pdf, l&#8217;altro permette di salvare il post in formato ePub. Buona lettura.]<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/h5>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Wu Ming 1<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Quando si suicid\u00f2 il compagno <strong><a href=\"http:\/\/www.carmillaonline.com\/archives\/2005\/09\/001516.html\">Riccardo Bonavita<\/a><\/strong> &#8211; vicenda che mi dilania ancora, per motivi personali legati al mio rapporto\/non-rapporto con lui, e ormai parliamo di pi\u00f9 di sette anni fa: andai al funerale con mia figlia neonata in braccio e oggi mi arriva allo sterno &#8211; tu scrivesti\u00a0<a href=\"http:\/\/www.carmillaonline.com\/archives\/2005\/10\/001528.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">una riflessione breve ma molto incisiva<\/a>\u00a0sulla precariet\u00e0 intellettuale, che apparve su <em>Carmilla<\/em>. Incisiva perch\u00e9 molto materiale, concreta, e perch\u00e9 diceva una cosa che spesso non \u00e8 chiara ai commentatori: il &#8220;precario intellettuale&#8221; di oggi non fa solo &#8220;lavoro intellettuale&#8221;; c&#8217;\u00e8 un continuo rimpasto di &#8220;manuale&#8221; e &#8220;intellettuale&#8221;, si rimbalza da un cantiere a una pizzeria a una traduzione o che altro. Quelli che una volta erano i &#8220;lavoretti&#8221; che uno faceva in giovent\u00f9 prima di trovare &#8220;la propria strada&#8221;, oggi li fai per anni e anni e anni, ti ritrovi quarantenne, anche cinquantenne, e sei ancora l\u00ec che fai i &#8220;lavoretti&#8221;, e ti accorgi con orrore che sono proprio i &#8220;lavoretti&#8221;&#8230; la tua strada.<!--more--> Al fondo si \u00e8 tutti &#8220;trasfertisti&#8221;, in una maniera diversa da quella che conobbe il tubista Renato, che pure fece in tempo a vedere l&#8217;alba di questa precariet\u00e0, addirittura pot\u00e9 far parte del grande popolo delle &#8220;finte partite IVA&#8221;, nominalmente lavoratori autonomi ma nel concreto lavoratori subordinati, per giunta con meno diritti dei lavoratori ufficialmente dipendenti. Oggi si \u00e8 &#8220;trasfertisti&#8221; nel senso che non si lavora mai &#8220;in sede&#8221;, perch\u00e9 la &#8220;sede&#8221; non c&#8217;\u00e8. Un tempo si associava lo sradicamento alla libert\u00e0 di muoversi, si sognava la &#8220;flessibilit\u00e0&#8221; come nomadismo, ma lo sradicamento si \u00e8 realizzato come schiavit\u00f9, oggi si \u00e8 sradicati in una maniera\u00a0scombinata, aleatoria e deprimente. Ed \u00e8 successo nel giro di una generazione. Tempo fa, su <em>Giap<\/em>, <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=8742&amp;cpage=1#comment-13448\">mi ha colpito molto un tuo commento<\/a>, che poi hai sviluppato in\u00a0<em>Amianto<\/em>\u00a0ma vale la pena riportare anche nella forma &#8220;compatta&#8221; del commento:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: left;\">\u00abQuello che \u00e8 sconvolgente (e riguarda la volont\u00e0 del capitale di sfruttare la manodopera rappresentata dalla nostra generazione) \u00e8 anche un elemento generazionale.\u00a0Mio padre era un discreto saldatore e un tubista con la terza media: ha sempre fatto solo quello e gli \u00e8 bastato per comprarsi la casa e farci campare e studiare fino all&#8217;universit\u00e0; io conosco 4 lingue, sono un fotografo passabile, ho scritto e tradotto libri (quasi 25) senza parlare di cose come il ghost writing, ho vissuto, studiato e lavorato in tre continenti, dove ho insegnato italiano, so fare qualcosa in ambito di idraulica, avicultura e di equitazione, \u00a0in agricoltura sono in grado da solo (e lo faccio ogni anno) di fare olio, vino, passata di pomodoro, ortaggi&#8230; tutto questo e ancora non riesco a camparci oltre il livello di povert\u00e0! Vi rendete conto che razza di impoverimento hanno realizzato in una generazione? Altro che continuare a formarci, a studiare, come dicono \u00a0gli alfieri di questa capitalismo morto e risorto vampiro&#8230; altro che debito pubblico: \u00e8 la societ\u00e0 che alla nostra generazione deve qualcosa, ed \u00e8 arrivato il momento di riprendercelo.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<div style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: left;\">Ecco, io diffido sempre di chi adotta un approccio &#8220;generazionale&#8221;, perch\u00e9 in questi tempi di false dicotomie \u00abvecchi vs. giovani\u00bb, \u00abgerontocrazia vs. rottamatori\u00bb, \u00abgarantiti di mezz&#8217;et\u00e0 vs. precari under 30\u00bb etc., la &#8220;generazione&#8221; \u00e8 un concetto funzionale alla guerra tra poveri. Ma tu qui &#8211; e nel libro &#8211; lo declini in modo totalmente diverso, qui il nemico non \u00e8 la generazione precedente, ma il capitale. Anzi, la generazione proletaria precedente (rappresentata da tuo padre) risulta sconfitta insieme alla successiva: i padri speravano che i figli, studiando, si sarebbero emancipati dalla condizione subalterna, e invece non \u00e8 andata cos\u00ec. Qui il discorso generazionale \u00e8 teso non alla rivalit\u00e0 ma alla solidariet\u00e0 ed empatia tra gli sfruttati di qualunque fascia anagrafica. Quello che mi piacerebbe facessi, a partire da questo, \u00e8 raccontarci le tue esperienze nel mondo del lavoro <em>in parallelo<\/em> a quelle di tuo padre: entrambi &#8220;nomadi&#8221;, lavoratori-viaggiatori, ma che differenza tra un percorso e l&#8217;altro!<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Alberto Prunetti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Per fare un parallelo tra la carriera professionale di mio padre e la mia, si potrebbe ipotizzare un confronto tra i due rispettivi curricula professionali. Io ho tre curricula distinti, a seconda dei profili, e in media ognuno va dalle 5 alle 7 pagine. Mio padre non aveva il curriculum ma il libretto di lavoro (e non era lunghissimo). Sostanzialmente ha avuto 4-5 diversi datori di lavoro e per un certo periodo \u00e8 stato un artigiano con partita iva (come carpentiere in ferro-installatore industriale). Per\u00f2 attenzione: lavorava per ditte che lo mandavano in cantieri sempre diversi e il nomadismo l&#8217;ha conosciuto anche lui. Inoltre il sistema delle ditte in appalto e in subappalto cominciava a farsi strada anche nella grande industria, quindi &#8211; come adesso &#8211; c&#8217;erano negli impianti gli operai assunti dalla propriet\u00e0 e gli esterni (che a volte stavano tre mesi, a volte ci stavano per anni in quell&#8217;impianto, e questa era una finta assunzione per conto terzi che permetteva di abbassare i costi del lavoro). Quindi di fatto anche il curriculum di mio padre era lungo pagine e pagine e infatti la difficolt\u00e0 che ho avuto io ai fini del riconoscimento dell&#8217;esposizione all&#8217;amianto \u00e8 stata quella di ricostruire il suo curriculum tra una raffineria e un&#8217;altra, tra un&#8217;acciaieria e un&#8217;altra. D&#8217;altro canto lui aveva orari fissi, tabella degli straordinari e della malattia, i pagamenti supplementari della diaria del trasfertista, il vitto e l&#8217;alloggio pagato, la formazione professionale e le ore di assemblea sindacale pagate, il diritto di sciopero e la possibilit\u00e0 di rivolgersi al sindacato per ogni problema contrattuale o per gli abusi padronali. Il risultato di un secolo di lotte sociali a partire dalla prima Internazionale. Soprattutto aveva un contratto collettivo, quello dei metalmeccanici, che fissava per la categoria tutti questi elementi contrattuali. I &#8220;lavoretti&#8221; li ha fatti da ragazzino, a quattordici anni (bagnino, cameriere&#8230;) e ha continuato fino ai venticinque anni saltuariamente: il Cardellino era un posto alla moda (era la discoteca beat migliore del posto) e lui con la paga da operaio non avrebbe mai potuto permettersi il biglietto d&#8217;entrata: cos\u00ec si \u00e8 fatto assumere come cameriere.<\/p>\n<div id=\"attachment_11564\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11564\" class=\"size-full wp-image-11564\" title=\"Renato e Alberto, 1974\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/Renato-e-Alberto-1974.jpg\" alt=\"Renato e Alberto, 1974\" width=\"500\" height=\"368\" \/><p id=\"caption-attachment-11564\" class=\"wp-caption-text\">Renato e Alberto, 1974.<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: left;\">Quando avevo diciott&#8217;anni, Renato mi ha proposto di andare con lui a pulire delle cisterne in una fabbrica del nord ma poi ci ha ripensato (io avevo accettato) e mi ha detto: \u00abLascia perdere, \u00e8 l&#8217;ultimo pane\u00bb. Cos\u00ec, da studente all&#8217;universit\u00e0, d&#8217;estate facevo il barista e poi ho imparato a fare il pizzaiolo (ci ho scritto un racconto rimasto ancora inedito su carta ma pubblicato su Carmilla, <a href=\"http:\/\/www.carmillaonline.com\/archives\/2005\/09\/001510.html#001510\">la prima puntata \u00e8 qui<\/a>). Poi ai tempi dell&#8217;universit\u00e0 ho cominciato a lavorare anche d&#8217;inverno (ero tornato in Maremma) e ho fatto il boscaiolo (avevo letto <em>Il taglio del bosco<\/em> di Cassola ma non pensavo che la pratica fosse tanto pi\u00f9 dura della teoria). Dopo la laurea mi sono cimentato in qualche lavoretto per alcune agenzie di formazione e ho fatto anche del ghostwriting. Di seguito sono andato in Inghilterra. Mi avevano detto che si trovava lavoro facilmente, io avevo un inglese di merda, non ce la facevo pi\u00f9 a fare lavoracci stagionali in nero in Maremma (tipo svegliarsi alle sei del mattino per aprire gli ombrelloni nei bagni sulla spiaggia in cambio di due lire) e cos\u00ec sono partito: era il mio primo volo aereo, a ventotto anni. Sono entrato in un&#8217;agenzia interinale di Bristol, avevo i soldi per una settimana di albergo, mi hanno mandato a pulire i tavolini in un centro commerciale e a pulire i cessi. L&#8217;ho fatto. In seguito sono stato promosso a magazziniere. Dopo sei mesi mi sono trasferito sulla costa del Dorset e sono andato in un centro-vacanze scolastiche e ho fatto il kitchen assistant, cio\u00e8 lavoravo in una mensa somministrando il cibo agli studenti (e aiutando in cucina). Ci sono rimasto un altro anno, lavoravo anche in una finta pizzeria italiana come pizzaiolo il sabato sera (il proprietario era un turco che si spacciava per italiano). Tornato in Italia mi sono rimesso a studiare e ho fatto un inutile corso professionale post laurea con tirocinio fotografico non pagato. Intanto ho cominciato a lavorare saltuariamente (l&#8217;ho fatto per due anni, forse tre, a periodi) in un centro ippico come manovale-tuttofare. Portavo fuori i cavalli dai box, ripulivo le stalle e li rimettevo dentro. Li governavo e li spazzolavo. Tagliavo l&#8217;erba, verniciavo le palizzate, preparavo i campi per i concorsi ippici. Stavo per ripartire per lavorare in Inghilterra quando mio padre si \u00e8 ammalato. Cos\u00ec, per stargli vicino, sono tornato in Maremma e mi sono cercato un lavoro. Ho trovato un posto come pizzaiolo in un parco naturalistico sopra le miniere di Gavorrano, era un posto tranquillo. In quel periodo quasi per caso <a href=\"http:\/\/www.stampalternativa.it\/liberacultura\/?p=192\">ho pubblicato <em>Potassa<\/em><\/a> (scritto negli anni precedenti) e ho conosciuto dei lavoratori dell&#8217;editoria: cos\u00ec mi sono arrivate delle traduzioni. Mi sono trasferito a Siena e poi sono partito con la mia compagna per l&#8217;Argentina, dove lei era andata a insegnare italiano. Ho fatto alcuni reportage per il Manifesto ma non potevano pagarmi. Ho fatto qualche lezione di italiano a Buenos Aires come volontario, sono tornato, mi sono specializzato per insegnare italiano agli stranieri (si alternano sempre lavori manuali, lavori intellettuali precari e cicli di formazione a pagamento sperando di ottenere pi\u00f9 lavori meno di merda, questo nonostante il fatto che nessuna azienda abbia mai speso una lira nella mia formazione professionale, anche quelle per cui ho lavorato in maniera pi\u00f9 continuativa). Per anni ho insegnato italiano a lavoratori migranti stranieri, ho fatto formazione (nella fotografia e nella storia dell&#8217;arte) e ho anche aiutato alcuni amici in lavori fotografici (foto di cerimonia) saltando da un posto all&#8217;altro del centro nord. Ho avuto altre traduzioni (di recente ho tradotto <em>Debito<\/em> di <strong>David Graeber<\/strong>) e ho anche fatto lavori manuali per integrare (<a href=\"http:\/\/www.carmillaonline.com\/archives\/2009\/10\/003214.html\">ad esempio le vendemmie<\/a>). Sono anche andato a lavorare in India, ho insegnato italiano l\u00e0 per periodi alterni per un bel po&#8217;. Avevo anche la tessera blu da lavoratore immigrato in India, ero registrato nell&#8217;ufficio immigrati della questura di Mumbai. Quando sono tornato nel 2010 le tariffe di insegnamento sono diventate da 24 euro orari prima 15, poi 12.\u00a0 Poi (mi dicono) sette ma ormai me n&#8217;ero gi\u00e0 andato. Ho fatto di recente parecchia disoccupazione non retribuita, dal momento che qui in Italia non c&#8217;\u00e8 un reddito minimo garantito.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Negli ultimi tempi faccio agricoltura di sussistenza in un circuito amicale in Toscana. Ci scambiamo competenze, tempo, forza fisica. Adesso mi sto prendendo cura dei pollai di alcuni amici che sono in viaggio. Presto andr\u00f2 a aiutare un mio amico a potare la vigna che ha rilevato dalla vedova di un contadino, mi autoproduco molto cibo, quando ho bisogno di un tecnico in casa lo ripago con l&#8217;olio che faccio io, ad altri do la mia passata di pomodoro e in cambio mi regalano della carne di cinghiale o della legna da ardere per la stufa. Poi ogni tanto arriva qualche traduzione e mi rimetto alla tastiera. Oppure mi offrono un corso di formazione e insegno qualcosa di storia del territorio, per esempio. Si va avanti ma senza vedere vie d&#8217;uscita. Anche le traduzioni si sono ridotte e molti editori pagano sempre pi\u00f9 tardi (prima 30, poi 60, poi 90 giorni) e alcuni ti trattano con un&#8217;arroganza&#8230; Sto anche pensando di affittare un terreno e iscrivermi come coltivatore diretto (non come imprenditore agricolo), per\u00f2 devo farmi due conti in tasca. Quando mi chiedono che lavoro faccio, non so bene come rispondere. Quando vado al sindacato, non sanno cosa dirmi.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Rispetto a mio padre, io lavoro anche quando cerco lavoro, lui conosceva i suoi ritmi e sapeva quando poteva fermarsi. Non credo neanche che si annoiasse, nel cantiere (aveva i suoi compagni con cui univa il lavoro e il piacere di stare assieme). Io non riesco a collegarmi con altri lavoratori, siamo sempre posti gli uni contro gli altri, il gioco del potere \u00e8 quello. Non c&#8217;\u00e8 un contratto collettivo (per i formatori, o i traduttori, o gli insegnanti assunti da associazioni o scuole private) n\u00e9 un ente che ci rappresenti davvero, nonostante alcuni timidi tentativi in questa direzione. Al contrario di Renato, non posso chiedere la malattia n\u00e9 ho diritto a straordinari n\u00e9 a ferie pagate n\u00e9 a corsi di formazione pagati. Non posso neanche fare sciopero n\u00e9 ho diritto a ore di assemblea sindacale. Con la legge Biagi e le assunzioni occasionali hanno rimosso lustri di lotte sociali. Bisogna ripartire dagli IWW, che sindacalizzavano gli insindacalizzabili (come gli immigrati italiani).<\/p>\n<div id=\"attachment_11566\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Anna_LoPizzo\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11566\" class=\"size-full wp-image-11566\" title=\"Anna Lo Pizzo\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/anna-lopizzo.jpg\" alt=\"Anna Lo Pizzo\" width=\"500\" height=\"285\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-11566\" class=\"wp-caption-text\">La lapide di Anna Lo Pizzo (che forse si chiamava Anna Lo Monaco) a Lawrence, Massachusetts. Per approfondire, cliccare la foto.<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: left;\">Quanto a me, anche il nomadismo ormai mi \u00e8 venuto un po&#8217; a noia, ho quasi quarant&#8217;anni e sento il bisogno di provare a mettere qualche radice. Per non parlare degli acciacchi lavorativi (mal di schiena, male alle ginocchia, tendinite cronica da tastiera). Da un punto di vista fisico, alla mia et\u00e0, Renato cominci\u00f2 a dare i primi segni di disagio. Anch&#8217;io spesso mi ingrippo. Il capitale, nel nome della produttivit\u00e0, della flessibilit\u00e0, ci sta disumanizzando lentamente e le malattie sono il segno di questa sconfitta del nostro corpo: un&#8217;uscita orbitale del nostro organismo verso una degenerazione scheletrica, psicologica e cellulare (come i tumori). In ultima analisi, mentre faccio lavori intellettuali mi prendo acciacchi fisici concreti e mentre faccio lavori manuali cerco ormai sempre di pi\u00f9 di valorizzare certi saperi contadini per non avvilirmi troppo e dare dignit\u00e0 alla fatica corporale. Ma non ci riesco sempre. E se anche mangio biologico, aiuto un po&#8217; il mio stomaco ma non faccio niente per aiutare la categoria di quelli che si trovano nella mia situazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Girolamo De Michele<\/strong><\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: left;\">A me, in fondo, \u00e8 andata meglio: ho avuto culo, pi\u00f9 di Alberto. Ho attraversato la crisi strisciante della fine degli anni Ottanta (che c&#8217;era, ma veniva mascherata con l&#8217;esaltazione della flessibilit\u00e0, le cooperative e altri strumenti che servivano a &#8220;tastare il terreno&#8221; e a inoculare il virus della precariet\u00e0) e quella, violentissima, della prima met\u00e0 degli anni Novanta rimbalzando da un lavoro all&#8217;altro. Alla met\u00e0 dei &#8217;90 ero sposato, padre, disoccupato, e potevi incontrarmi sulla vespa a fare il pony express, o a fare il bidello. Poi, un paio di decisioni prese quasi per caso mi hanno portato a insegnare, e alla fine ad un contratto &#8220;a tempo indeterminato&#8221; come insegnante. Un mio amico, che ha iniziato pi\u00f9 o meno con me e ha solo due anni meno di me, \u00e8 ancora precario, e non \u00e8 neanche messo bene. \u00c8 una storia che ho raccontato all&#8217;inizio di <em>La scuola \u00e8 di tutti<\/em>, non sto a ritornarci. Per\u00f2 mi \u00e8 stata utile, sar\u00e0 che, mi dicono, sono uno che riesce a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno: attraversando la precariet\u00e0, e al tempo stesso facendone uno dei miei argomenti di studio quando era di moda esaltare la globalizzazione (l\u00ec, invece, le casette di marzapane e le porte di cioccolato fondente proprio non riuscivo a vederle, alla faccia dei bicchieri mezzi pieni) ho focalizzato non solo che, come diceva Roberto, il nemico non \u00e8 la generazione precedente, ma il Capitale: ma, soprattutto, che gli strumenti di cui si serve il Capitale per esercitare il proprio dominio ruotano attorno alla precarizzazione dell&#8217;esistenza. Precarizzazione che non \u00e8 solo una condizione lavorativa &#8211; sei un precario, ti sbatti tra un contratto a progetto e un lavoretto in nero, e anche se il tuo contratto dice &#8220;a tempo indeterminato&#8221; ci sono mille sottigliezze che ti fanno capire che il vero significato di quella frasetta giuridica \u00e8: \u00abnon credere di essere arrivato\u00bb; la precarizzazione \u00e8 una condizione esistenziale, ma non per un qualche destino o una qualche fatalit\u00e0. C&#8217;\u00e8 una precariet\u00e0 emotiva, relazionale, che si riverbera in una miriade di manifestazioni di insicurezza, di incapacit\u00e0 di stabilit\u00e0 passionale &#8211; il mio filosofo, Spinoza, le chiama &#8220;passioni tristi&#8221;. Non so se avete presente il film di <strong>Anna Negri<\/strong> <em>Riprendimi<\/em>, che usc\u00ec, se non ricordo male, pi\u00f9 o meno in contemporanea con <em>Tutta la vita davanti<\/em> di Virz\u00ec, altro film sulla precariet\u00e0, sui call center, di cui, grazie al cast, si \u00e8 parlato molto di pi\u00f9. Quello che <em>Riprendimi<\/em> cercava, secondo me riuscendoci, di comunicare \u00e8 come la precarizzazione ci \u00e8 entrata nell&#8217;anima e l&#8217;ha colonizzata. Abbiamo un&#8217;anima precaria, insomma: e quello che dovremmo fare tutti quanti (in parte alcuni di noi lo fanno, lo facciamo) \u00e8 capire con quali strumenti \u00e8 stata creata quest&#8217;anima precaria. Questa precariet\u00e0 dell&#8217;anima \u00e8 stata raccontata in molti film (ad esempio gli ultimi di <strong>Silvio Soldini<\/strong>), in molti romanzi mainstream (mi vengono in mente sono <em>Caos calmo<\/em>, <em>Come dio comanda<\/em>, <em>La solitudine dei numeri primi<\/em>): ma non basta mostrare le espressioni di queste cattive passioni, bisogna svelare i meccanismi che le generano. E secondo me la vita di Renato Prunetti lo fa: ci mostra un operaio &#8220;old style&#8221; &#8211; un labronico <em>working class hero<\/em> che non ha nulla di eroico &#8211; nel momento in cui quella generazione di operai, di proletari muoveva i primi passi, forse senza saperlo, in quella zona grigia della precariet\u00e0. E mentre lo fa la vediamo crescere, questa zona grigia, nella quale il semplice fatto di vivere non \u00e8 n\u00e9 scontato n\u00e9 banale, perch\u00e9 la stessa pericolosit\u00e0 del lavoro, il suo rapporto con la morte &#8211; altro che l&#8217;essere-per-la-morte di cui cianciavano gli accademici dalle loro cattedre &#8211; \u00e8 una forma di questa condizione.<\/p>\n<div id=\"attachment_11298\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11298\" class=\"size-full wp-image-11298\" title=\"Renato_1970_2005\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/Renato_1970_2005.png\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"299\" \/><p id=\"caption-attachment-11298\" class=\"wp-caption-text\">Distruzione del corpo proletario. Renato Prunetti nel luglio 1970 (a 25 anni) e dopo trent&#8217;anni di lavoro salariato e nocivit\u00e0.<\/p><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Wu Ming 1<\/strong><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<p style=\"text-align: left;\">Mi collego a quel che ha appena detto Giro. In un saggio intitolato <a href=\"http:\/\/www3.unibo.it\/boll900\/numeri\/2012-i\/Boscolo.html\">\u00abNarrativa del precariato e transmedialit\u00e0: il caso di Scrittori Precari\u00bb<\/a>\u00a0(apparso nella <a href=\"http:\/\/www3.unibo.it\/boll900\/numeri\/2012-i\/\">sezione &#8220;New Italian Epic&#8221;<\/a> dell&#8217;ultimo numero di <em>Bollettino &#8216;900<\/em>) <strong>Claudia Boscolo<\/strong> riflette materialisticamente sul rapporto tra condizioni di lavoro e raccontabilit\u00e0 del lavoro, e scrive:<\/p>\n<blockquote>\n<div style=\"text-align: left;\">\u00abI genitori della generazione precaria erano votati a obiettivi &#8220;a lungo termine&#8221;, e la linearit\u00e0 esistenziale ne compensava i sacrifici. Ci\u00f2 significa che, volgendosi indietro oppure guardando avanti, la vita assumeva un senso narrativo compiuto.\u00a0Oggi \u00e8 ancora possibile una narrativa che rappresenti il tema del lavoro, quando il suo protagonista, il precario, ha come carattere distintivo la sua irrappresentabilit\u00e0?\u00a0Questo tratto restituisce nel narrato la frammentazione esperita dagli autori nel loro personale vissuto [&#8230;]\u00a0L&#8217;assenza di tutele nel mondo del lavoro, disciplinato da una legislazione che da venti anni a questa parte\u00a0ha indebolito la posizione dei lavoratori a esclusivo vantaggio di quella dei datori di lavoro, ha avuto come effetto secondario l&#8217;introduzione pervasiva nella narrativa italiana contemporanea di temi legati al raggiungimento di certezze qui e ora, contrariamente a quelli legati alla progettazione del futuro, in relazione al fatto che la realt\u00e0 \u00e8 spezzettata e che il presente sembra essere divenuto eterno [&#8230;]\u00a0Nelle narrazioni a tema che hanno per oggetto la precariet\u00e0 lavorativa si riscontra per lo pi\u00f9 un&#8217;intensificazione del presente, il racconto di episodi spiccioli e quotidiani come unico orizzonte temporale possibile.\u00bb<\/div>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: left;\"><em>Amianto<\/em> sfugge a questa trappola <em>storicizzando<\/em> la precarizzazione, mostrando che <em>la precarizzazione ha un divenire e un passato<\/em>, non soltanto un inspiegabile &#8220;esserci&#8221; e un incontestabile presente. Alberto ottiene questo narrando la vicenda famigliare e il passaggio di testimone tra padre e figlio. Passaggio reso in modo letterariamente fortissimo quando Renato appare in sogno ad Alberto e gli d\u00e0 certosine istruzioni&#8230; sulla manutenzione dell&#8217;auto! \u00a0Anche in <em>Amianto<\/em> ci sono gli \u00abepisodi spiccioli e quotidiani\u00bb, e sono parecchio divertenti, ma sono contestualizzati, inseriti in una prospettiva storica. Quel che manca in molte narrazioni del precariato \u00e8, azzardo, la buona vecchia <em>coscienza di classe.<\/em>\u00a0E&#8217; la coscienza di un &#8220;lignaggio&#8221; proletario che permette ad Alberto di confrontare due storie lavorative (la sua e quella del su&#8217; babbo) senza mettere una generazione contro l&#8217;altra. Certo, Alberto conosce bene la storia del movimento operaio (in particolare della sua componente anarchica), ma prima di essere un sapere studiato e imparato, il suo \u00e8 un sapere respirato in famiglia (il nonno che gli raccontava di <strong>Pietro Gori<\/strong> etc.) Su <em>Giap<\/em> mi sembra che ci abbia preso in pieno il compagno <strong>Mastacchi<\/strong> quando <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=11052&amp;cpage=1#comment-16641\">in un suo commento<\/a> ha parlato di<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: left;\">\u00aboperai che hanno fatto studia\u2019 i bimbi, ma che son riusciti a tirarli su in modo da non fargli mai scordare d\u2019esse\u2019 figlioli d\u2019operai, e con la coscienza di riconoscersi anch\u2019essi come operai, seppure d\u2019un tipo nuovo e diverso, ma con meccanismi di sfruttamento che si ripropongono.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: left;\">E allora continuo con l&#8217;azzardo: la situazione descritta dalla compagna Boscolo non deriver\u00e0 proprio dal fatto \u00a0che molti dei precari che scrivono e si raccontano non hanno una storia famigliare proletaria, ma appartengono a un ceto medio che si \u00e8 &#8220;proletarizzato&#8221; solo di recente, quindi non &#8220;ereditano&#8221; alcun passato, nessuna consapevolezza pregressa sulla condizione dello sfruttato e sull&#8217;inconciliabilit\u00e0 del punto di vista operaio con quello padronale, e gli tocca partire da zero? Magari i loro genitori erano quel genere di piccoli borghesi che mugugnavano contro gli operai che &#8220;stanno sempre a \u00a0scioperare&#8221;, e adesso i loro figli non fanno mugugnare nessuno, perch\u00e9 di scioperare non hanno nemmeno il diritto. Ci vorrebbero pi\u00f9 opere come <em>Amianto<\/em>, che mettano in collegamento i precari di oggi con la classe operaia di ieri (e di oggi, <em>\u00e7a va sans dire<\/em>). O Prunetti, che te ne pare di quest&#8217;analisi?<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Alberto Prunetti<\/strong><\/p>\n<p>Spero di &#8216;un pisci\u00e0 troppo f\u00f3ri dal vaso (going off topic):\u00a0la prendo un po\u2019 lunga ma comincio dal lavoro. Anzi: ho cominciato dal lavoro. Ho scritto il mio primo racconto attingendo alla mia esperienza come lavoratore in una pizzeria. Volevo raccontare il lavoro vivo perch\u00e9 non avevo altro da cui cominciare. Di che dovevo parlare, di musica classica? Quello era il mio mondo. E all&#8217;inizio volevo scrivere per vendicarmi dei miei datori di lavoro. La scrittura doveva essere un modo per colpire i padroni. Col tempo (e qui vengo a chi su Giap <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=11052&amp;cpage=1#comment-16689\">ha sollevato analogie con <em>Timira<\/em><\/a>) ho capito che si poteva scrivere &#8220;non per vendetta ma per mettere radici&#8221;. Perch\u00e9 mettere radici \u00e8 un modo per picchiare pi\u00f9 duro.<br \/>\nCome fare per raccontare questo mondo, quello evanescente di mio padre e quello marcescente che abbiamo trovato infestato dalla miseria del Capitale? I ricordi bisogna stimolarli, bisogna riattivarli. Mi ha aiutato la convivialit\u00e0 con i miei amici, molti sono figli di operai, alcuni colleghi di mio padre (che lavoravano in altri reparti alle acciaierie di Piombino o al Casone di Scarlino, oppure erano emigrati per andare alla BMW in Germania e poi sono tornati, sono amico sia dei figli miei coetanei che dei padri\u2026). Parlavo con loro, tra una cosa e l&#8217;altra&#8230; chi si lamentava della silicosi del nonno, chi del respiro corto del babbo, delle pensioni Inail sempre pi\u00f9 magre&#8230; non c&#8217;\u00e8 solo il mio di padre in <em>Amianto<\/em>, ci sono i babbi di tanti altri amici miei riassunti nella figura di Renato.<\/p>\n<div id=\"attachment_11623\" style=\"width: 507px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11623\" class=\"size-full wp-image-11623\" title=\"renato_in_raffineria\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/02\/renato_in_raffineria1.jpg\" alt=\"Renato in raffineria\" width=\"497\" height=\"374\" \/><p id=\"caption-attachment-11623\" class=\"wp-caption-text\">Renato Prunetti (a sinistra) con un collega in una raffineria, primi anni Ottanta.<\/p><\/div>\n<p>Un altro elemento metodologico importante: non bastano i ricordi, che sono ingannatori. Le storie che si vuole raccontare bisogna andarsele a cercare. Andarci coi piedi e imparare con gli occhi. In campagna si dice: il mestiere si ruba cogli occhi e s&#8217;impara col cuore. Certa gente non ti da istruzioni, se vuoi conoscere le storie, vai a lavorare con loro. Vai in campagna, vai nell\u2019orto dell\u2019emigrato tornato dalla Rhur e fatti raccontare, mentre spacchiamo la legna, la sua vita. Ma ovviamente i calli non bastano. Non basta sudare assieme a qualcuno per saper raccontare la sua storia in maniera avvincente, me ne rendo conto.<\/p>\n<p>Infatti in <em>Amianto<\/em> non c&#8217;\u00e8 solo \u201cspontaneismo operaio\u201d, c&#8217;\u00e8 anche mestiere. C&#8217;\u00e8 la ricerca nei documenti, anche quelli privati (buste paga, certificati medici e pensionistici). C\u2019\u00e8 la facilit\u00e0 di scrittura elaborata in anni di correzione di bozze e di traduzione. C&#8217;\u00e8 la capacit\u00e0 di muoversi sul crinale della storia e della storiografia e su quello dei tribunali. C\u2019\u00e8 la testardaggine di smontare le dichiarazioni del potere e ribaltarle producendo nuova documentazione, elaborando una controinchiesta rispetto a quella ufficiale. C&#8217;\u00e8 mestiere, certo, ma come \u201centra\u201d il mestiere? Da piccolo quando agonizzavo su un campo di calcio per qualche colpo, c&#8217;era sempre un grande, un &#8220;mister&#8221; (di solito un operaio che si improvvisava allenatore) che mi diceva placido: \u00abTranquillo, passa: \u00e8 tutto mestiere che entra\u00bb. Il mestiere entra con le cicatrici e il dolore. E il libro \u00e8 gonfio di entrambe, anzi: \u00e8 una cicatrice, una cicatrice che si \u00e8 rimarginata col filo di sutura della scrittura.<\/p>\n<p>Ritornando all&#8217;intervento di Claudia Boscolo, condivido quel che dice lei ma anche e soprattutto quello che tu aggiungi alla sua osservazione. La precariet\u00e0 si esprime in forme non lineari, ma l&#8217;appiattimento sul presente io proprio non lo percepisco, perch\u00e9 ragiono molto su base stagionale, questo \u00e8 un retaggio pi\u00f9 contadino, che ritrovo in mia nonna materna&#8230; il mio nonno materno non l\u2019ho mai conosciuto perch\u00e9 \u00e8 morto prima della mia nascita ma ci sono alberi, dei mandorli, che lui ha piantato lungo la ferrovia: esistono ancora e quasi mi parlano quando parcheggio sotto l\u2019ombra della loro chioma la vecchia Audi di mio padre, che ha quasi 25 anni. Se hai questa comprensione della durata, quasi biologica, e vedi cicli e stagioni che si accavallano, allora il presente non \u00e8 altro che la somma delle forze del passato e delle potenzialit\u00e0 del futuro\u2026 bisogna prepararsi in tempo, limare i ferri del mestiere, armare la propria potenzialit\u00e0 per le stagioni calde&#8230; gettare semi e poi aspettare il fango e il sole. Un seme che io lancio oggi porter\u00e0 refrigerio a chi porter\u00e0 innanzi la mia lotta tra trent\u2019anni. Non credo che i ceti medi, che hanno sviluppato pi\u00f9 facilmente la logica consumista e il divertimento individualista, coltivino questa forma di memoria storica che si espande come gli anelli di un albero, succhiando linfa dalle radici per alimentare il verde delle foglie.<\/p>\n<p>Con questo non voglio dire che se non hai il padre operaio e la nonna coltivatrice diretta non capisci il libro. Io non ho avuto nessun indottrinamento politico in famiglia. Era la convivialit\u00e0 a darti certi valori, era l&#8217;ironia tagliente livornese, il gusto grossetano per l&#8217;improperio,\u00a0 il fatto di fare i lavori assieme, di dare una mano, di fare le vendemmie e le olive assieme, di \u00abpassami una chiave del quindici che devo sbullon\u00e0 st\u2019affare\u00bb, di \u00absent\u00ec se c\u2019hanno un cavolo nell\u2019orto e intanto regalagli sei coppie d\u2019ova\u00bb, era chiedere a babbo:\u00a0\u00abPerch\u00e9 a Rosignano al cimitero invece che la croce c\u2019\u00e8 la falce e il martello sulle tombe?\u00bb che ti cambiava la vita. Pi\u00f9 di un comizio o di una festa de L\u2019Unit\u00e0. Senza tutte quelle storie, quei lavoretti fatti assieme agli operai in pensione, quei cancelletti e quei balconi spazzolati e riverniciati a tempo perso assieme a Renato, senza tutto questo non avrei mai scritto in quel modo il libro. Per questo Renato non \u00e8 neanche il Renato storico ma una somma dei tanti Renati che ho incontrato, inclusi quelli ancora vivi con cui condivido ogni tanto un bicchierino. Se sei passato attraverso queste cose, in <em>Amianto<\/em> ti ci ritrovi anche di pi\u00f9, con orgoglio. E soprattutto dici a te stesso: cazzo, ma non \u00e8 tutta da buttar via la nostra storia dal basso. Perch\u00e9 io credo che a un certo punto ci hanno fatto quasi vergognare delle nostre origini, negli anni ottanta-novanta. Rimanevano gli operai, sempre meno eppure tanti, ma veniva meno la classe operaia. Scompariva la lotta di classe perch\u00e9 ormai la facevano solo i padroni e usavano gli operai leghizzandoli, berlusconizzandoli, trasformandoli &#8211; come suggerisce Evangelisti nell&#8217;introduzione a <em>Amianto<\/em> &#8211; in ombre servili. Io volevo affermare la voglia di riscatto e il senso di solidariet\u00e0 che c&#8217;era e che c&#8217;\u00e8 in certi posti e che \u00e8 una forma di comunismo latente (<strong>David Graeber<\/strong> scrive che il comunismo \u00e8 gi\u00e0 attivo nelle societ\u00e0 dentro alle strutture capitaliste, si tratta di tirarlo fuori, portarlo in atto, a partire dalle forme quotidiane di solidariet\u00e0).<\/p>\n<div id=\"attachment_11646\" style=\"width: 168px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11646\" class=\"size-full wp-image-11646\" title=\"padre Ernesto Balducci\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/02\/balducci.jpg\" alt=\"padre Ernesto Balducci\" width=\"158\" height=\"248\" \/><p id=\"caption-attachment-11646\" class=\"wp-caption-text\">Padre Ernesto Balducci<\/p><\/div>\n<p>Quanto all&#8217;impoverimento dei ceti intellettuali, di recente ho sentito una delle tante conferenze sul precariato. Ero d&#8217;accordo su tutto. Quando l&#8217;oratore ha parlato di ceti medi impoveriti, l\u00ec ho accennato a un sorriso. Quando io sono arrivato &#8220;al piano di sopra&#8221;, ci ho trovato solo macerie. Io ho preso una fregatura ma non comprendo quelli che si strappano i capelli. Sono d&#8217;accordo, sono miei amici e miei compagni e miei colleghi i ceti medi impoveriti, per\u00f2 non \u00e8 la miseria quella che mi fa paura. La miseria bisognava combatterla anche prima che riguardasse i ceti medi. Quel che mi offende \u00e8 la subordinazione, \u00e8 essere divisi, \u00e8 non potere nemmeno fare sciopero assieme. Quel che mi offende nella precariet\u00e0 moderna \u00e8 piuttosto non aver mai fatto sciopero (non essendo assunto) nonostante mio padre fosse delegato nella rsu. \u00a0Vivo questa cosa con un senso di colpa tremendo. Lo stesso senso di colpa di <strong>Ernesto Balducci<\/strong> (ne ho parlato sull\u2019Amiata con una compagna e proprio lei mi ha raccontato questa storia): figlio di minatori, racconta di essere andato a fare il prete mentre i suoi compagni di classe continuarono il lavoro dei padri. Quei suoi compagni di classe, il suo stesso compagno di banco, morirono nell&#8217;eccidio nazifascista dei minatori di Niccioleta e lui rimase vivo solo perch\u00e9 per farlo studiare l\u2019avevano mandato dai preti invece che in miniera. Questo gli dette un senso di colpa tremendo ma perlomeno la sua risposta a quello che lui viveva come un tradimento verso i suoi compagni e la loro classe, quella del proletariato di miniera, fu una spinta a lottare contro ogni fascismo. Questi meccanismi di colpevolizzazione esistono, \u00e8 inutile ignorarli. In Argentina i familiari dei desaparecidos si chiedono perch\u00e9 loro sono sopravvissuti. E lo stesso \u00e8 capitato a chi \u00e8 tornato dai campi di concentramento nazisti: si sentivano in colpa per essere sopravvissuti. Anche i figli delle vittime del lavoro (me ne sono reso conto di recente, facendo brutti sogni dopo aver incontrato operai ammalati) si sentono in colpa. C\u2019\u00e8 un rimosso che torna, nella morte cos\u00ec sacrificale del padre. Perch\u00e9 con il martirio del padre hai vissuto, hai studiato, hai mangiato. Ma non bisogna colpevolizzarsi e fare il gioco del potere ma bisogna rivoltare la nostra rabbia e determinazione verso i mandanti di quelle morti, verso il capitale, che su quelle morti si \u00e8 arricchito. Quindi non bisogna cadere nel tranello del senso di colpa ma bisogna reagire. Scrivere questo libro era un modo per salutare la memoria di chi si \u00e8 ammalato o \u00e8 morto a causa del lavoro, senza celebrare per forza il lavoro come in un romanzo socialista. Pi\u00f9 che celebrare il lavoro volevo ricordare quel senso di condivisione e di solidariet\u00e0 che c&#8217;era in quel mondo e quale miseria ha creato il capitale e i suoi armigeri, che hanno vinto lasciando la terra desolata e sciapa, perch\u00e9 il sale della terra eravamo noi, loro sono solo gli utilizzatori finali di un mondo al collasso.<\/p>\n<p>Riassumendo, credo di poter dire che sono d\u2019accordo con la tua analisi e che il fatto di aver nutrito la mia coscienza politica non solo di libri ma anche di convivialit\u00e0, di tempo passato con contadini e operai \u2500 mio padre, i suoi amici, i genitori dei miei amici, che son quasi tutti operai, che ormai sono\u00a0essi stessi miei amici, tanto che negli ultimi tempi quando esco la sera a Follonica frequento un vecchio minatore in pensione reduce da un\u2019emigrazione in Francia e un pensionato dell\u2019Italsider \u2500 tutto questo insomma ha alimentato la mia consapevolezza (e credo anche la mia scrittura) di una capacit\u00e0 e di uno sguardo verso il mondo operaio che non \u00e8 esterno, non \u00e8 funzionale, non \u00e8 furbetto. Io non ho scritto un libro sull\u2019Amianto perch\u00e9 il tema \u00e8 scottante e serviva un instant book visto che l\u2019apice dei casi di morti per amianto sar\u00e0 tra il 2015 e il 2025\u2026 \u00e8 perch\u00e9 quest\u2019apice si sta avvicinando che statisticamente era probabile che mio padre morisse qualche anno fa ed \u00e8 proprio perch\u00e9 lui \u00e8 morto che io ho scritto il libro.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Girolamo De Michele<\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_11570\" style=\"width: 260px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-11570\" class=\"size-full wp-image-11570\" title=\"250px-Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/250px-Leopardi_Giacomo_1798-1837_-_ritr._A_Ferrazzi_Recanati_casa_Leopardi.jpg\" alt=\"Giacomo Leopardi\" width=\"250\" height=\"260\" \/><p id=\"caption-attachment-11570\" class=\"wp-caption-text\">Giacomo Leopardi<\/p><\/div>\n<p>Mi colpisce molto la tua (di Alberto) riflessione sui ceti medi e la dimensione temporale, e il modo in cui tu e Roberto riprendete quell&#8217;intervento di Claudia Boscolo. Perch\u00e9 \u00e8 una riflessione che si colloca all&#8217;interno di un quadro concettuale che \u00e8 stato definito, e secondo me una volta per tutte (in modo &#8220;strutturale&#8221;, si sarebbe detto una volta) nientemeno che da <strong>Giacomo Leopardi,<\/strong> in un testo che scrisse negli anni Venti dell&#8217;Ottocento, e poi non pubblic\u00f2: il <a href=\"http:\/\/www.leopardi.it\/discorso_stato.php\"><em>Discorso sopra lo stato presente dei costumi morali degl&#8217;italiani<\/em><\/a>. L\u00ec il conte Giacomo prendeva una strada che con facilit\u00e0 poteva sfociare in una distinzione caratteriale tra italiani e francesi motivata con degli universali immodificabili: gli italiani cazzeggioni e sarcastici, i francesi ragionatori e illuministi. Quante volte lo abbiamo sentito dire, questo ritornello dei &#8220;soliti italiani&#8221;, della &#8220;nazione femmina&#8221;, del &#8220;solo da noi succede questo o quello&#8221;? Una forma di autoassoluzione, un po&#8217; come una collettiva visione di un film di <strong>Alberto Sordi<\/strong>, dove ridi dei tuoi vizi &#8220;da italiano&#8221;, e ridendo ti autoassolvi, e dopo la catarsi de noantri non fai nulla per cambiare te e il tuo mondo, e tutto resta uguale. Non a caso il massimo cantore (qui ci vorrebbero delle faccine) dell&#8217;eroicit\u00e0 italiota di Alberto Sordi \u00e8 stato <strong>Walter Veltroni<\/strong>: perch\u00e9 il correlato dell&#8217;italiano medio come eterno Alberto Sordi (o, se preferite, dell&#8217;albertosordit\u00e0 come categoria dello Spirito) \u00e8 il &#8220;quindi lascia fare a me, che ci so fare&#8221;. E invece Leopardi collegava la dimensione dell&#8217;eterno presente, contrapposta a quella della proiezione nel futuro &#8211; e dunque l&#8217;alternativa tra quale dimensione temporale sia prevalente nella propria visione del mondo &#8211; al posto occupato nella societ\u00e0, al genere di attivit\u00e0 svolta, alla dimensione economica come struttura che genera valori morali, caratteri, modi di dire e di fare: persino la differenza tra la risata demistificatoria e la battuta arguta ha un fondamento sociale. L&#8217;ho presa, come faccio spesso, alla lontana, ma per dire che i comportamenti del ceto medio al tempo della crisi sono tutti interni a quella fenomenologia dell&#8217;italiano senza coscienza, senza lingua, senza teatro, senza letteratura nazionali fotografati dal Recanatese. Il rischio &#8211; che Boscolo individua, e fa bene &#8211; delle narrazioni della precariet\u00e0 \u00e8 quella di fare del precario una variante dell&#8217;uomo del ceto medio, cio\u00e8 dell&#8217;impiegato. Non a caso per Leopardi l&#8217;uomo della &#8220;societ\u00e0 stretta&#8221; era un produttore, uno che progettava e costruiva il proprio futuro. In realt\u00e0 io nelle figure della precarizzazione &#8211; che non sono solo quelle della precariet\u00e0 lavorativa: basta pensare alle figure femminili, e al tema della femminilizzazione del lavoro e della messa a lavoro e a profitto di passioni, affetti, sentimenti (penso, in Italia, alle ricerche di <strong>Cristina Morini<\/strong>, soprattutto) &#8211; \u00e8 una sorta di temporalit\u00e0 schizofrenica, all&#8217;interno della quale si rimbalza da un tempo all&#8217;altro &#8211; presentificazione dell&#8217;esistenza, nostalgia e rimpianto, ansia e panico, senza riuscire ad andare oltre i confini di questa dimensione.<br \/>\nIn questo senso libri come <em>Amianto<\/em> sono importanti per ricordare, un po&#8217; come gli alberi piantati dai nonni di Alberto, che un altro modo di rapportarsi al mondo attraverso un&#8217;altra percezione del tempo \u00e8 stata possibile, e se lo \u00e8 stata la questione fondamentale \u00e8 come, in quali forme sia possibile riproporla: come sia possibile oggi pensare come possibile e realizzabile un mondo diverso, come progettarlo, in base a quali percezioni confliggere con l&#8217;esistente.<\/p>\n<p>Altra cosa: quando Alberto dice che non \u00e8 indispensabile avere il padre operaio e la nonna coltivatrice, ha al tempo stesso torto e ragione. Quello che ci accomuna, in questa discussione, \u00e8, tra le tante cose, di venire da famiglie di lavoratori (nella mia, prima che divenisse prevalente il mestiere di insegnante, ci sono stati operai metalmeccanici, ferrovieri, carpentieri, ostricultori, e l&#8217;immancabile nonno contadino); ora, io cosa sia la coscienza operaia l&#8217;ho imparato dal mio zio operaio che ha sempre votato DC, che era cattolico e conservatore: ma che non \u00e8 mai entrato in fabbrica in un giorno di sciopero, anche se non andava alle manifestazioni. Io credo che quello che ci si diceva in casa, magari a tavola, a cena, ha condizionato (in positivo) la mia e la nostra coscienza. Quella convivialit\u00e0 aveva uno spessore diverso da altre forme di convivialit\u00e0. Per\u00f2 \u00e8 anche vero che una coscienza non solo te la formi, ma devi anche curartela, e nel curartela la orienti: c&#8217;\u00e8 tutto un lavoro, lungo una vita, che ti porta a ritenere ancora importante quel mondo operaio e contadino che intorno a te non esiste pi\u00f9, o esiste in forme molto diverse da quelle di un tempo. \u00c8 per questo che non abbiamo alcuna vergogna da provare per le nostre origini, sia familiari che sociali e politiche: io sono fiero della faccia che mi guarda dallo specchio quando rientro a casa.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-11659 alignleft\" title=\"non_moriremo_a_norma_di_legge\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/02\/non_moriremo_a_norma_di_legge.jpg\" alt=\"Non moriremo a norma di legge\" width=\"275\" height=\"183\" \/>C&#8217;\u00e8 un altro tema su cui credo valga la pena spendere qualche parola, ed \u00e8 in fondo il tema principale del libro: la nocivit\u00e0 del lavoro. Qui si racconta di una nocivit\u00e0 che viene sempre venduta come frutto del caso, come un rischio in fondo accettabile &#8211; chi prende in mano il libro capisce di primo acchito che in qualche modo si parler\u00e0 di tumore. Quello che ancora non si \u00e8 fatta strada nell&#8217;opinione pubblica, nella coscienza generale, \u00e8 che non solo certe sostanze e certe lavorazioni possono essere nocive &#8211; a questo forse si sta arrivando -, ma che la nocivit\u00e0 \u00e8 un dato intrinseco, consustanziale del lavoro industriale come lo abbiamo conosciuto e accettato: perch\u00e9 &#8220;non c&#8217;\u00e8 acciaio senza amianto&#8221;. Quando ho pubblicato su Carmilla uno dei <a href=\"http:\/\/www.google.it\/search?hl=it&amp;as_q=ILVA+Taranto&amp;as_epq=&amp;as_oq=&amp;as_eq=&amp;as_nlo=&amp;as_nhi=&amp;lr=&amp;cr=&amp;as_qdr=all&amp;as_sitesearch=carmillaonline.com&amp;as_occt=any&amp;safe=images&amp;as_filetype=&amp;as_rights=\">pezzi che ho scritto sull&#8217;ILVA di Taranto<\/a>, con Alberto ci siamo scambiati una mail su una foto, uno striscione tarentino che diceva: \u00abNon moriremo &#8220;a norma di legge\u00bb. Io da quello striscione ho tratto il titolo del pezzo, senza sapere (il libro non era ancora uscito) che la stessa frase \u00e8 in <em>Amianto<\/em>, a pag. 132. \u00c8 uno dei tanti fili che lega questo libro, e la storia di Renato, alla storia dell&#8217;ILVA di Taranto, una fabbrica che ha preteso, come un minotauro metallurgico, il suo tributo di vittime da divorare (e la mia famiglia non ha fatto eccezione, purtroppo). E Taranto ha pagato, mentre i sindacati dicevano che non si pu\u00f2 sputare nel piatto in cui si mangia (\u00abPompieri, pompieri\u00bb, cantava <strong>Piero Ciampi<\/strong>). Pochi giorni fa\u00a0<strong>Adriano Sofri<\/strong> ha raccontato su &#8220;Repubblica&#8221; della scuola elementare &#8220;Grazia Deledda&#8221;, al rione tamburi, dove i livelli di diossina nelle aiuole sono il doppio del &#8220;consentito&#8221;: beh, quella scuola l&#8217;ha inaugurata e diretta al suo nascere mio padre. Leggendo il libro di Alberto provavo la stessa rabbia che provo leggendo ogni giorno le cronache di Taranto: la rabbia di chi \u00e8 consapevole del fatto che la direzione capitalistica del lavoro si basa sulla necessit\u00e0 che, in nome e a garanzia del profitto, qualcuno debba &#8220;morire a norma di legge&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Alberto Prunetti<\/strong><\/p>\n<p>Girolamo, \u00e8 proprio cos\u00ec che la legge, che la vecchia talpa vuole a garanzia degli interessi del capitale, si esprime. E le parole non sono neutrali. \u00abEsposto a norma di legge\u00bb \u00e8 stato Renato insieme a quelli come lui che, cito ancora l&#8217;idioletto legale, \u00abgodono dei benefici\u00bb di tale esposizione. Benefici INPS conteggiabili, immagino, sui cento euro al mese, mentre le dinastie dei padroni dell&#8217;acciaio e del petrolio godono di accumulazioni di capitali che sfuggono alla mia limitata immaginazione economica. \u00abEsposto\u00bb\u00a0\u00e8 un bel verbo, \u00e8 un participio passato in forma passiva, non implica un&#8217;azione attiva, una responsabilit\u00e0.\u00a0\u00abGli operai sono esposti\u00bb&#8230; Bella frase. Suona pi\u00f9 pulita di \u00abI padroni hanno ammazzato degli operai&#8230;\u00bb: il modo indicativo implica una responsabilit\u00e0 che i tribunali faticano a riconoscere. E invece bisogna cominciare a usare l&#8217;indicativo, a indicare i responsabili con i loro nomi. Perch\u00e9 qui siamo tornati a <em>Germinal<\/em> di Zola, a Taranto e altrove. Nell&#8217;ottocento era la tubercolosi, poi la silicosi, ora l&#8217;asbestosi e i tumori. Si muore, si muore, altro che il pane. Sarebbe ingiusto morire per sfamare la propria famiglia, ma morire per arricchire i padroni (chiamarli imprenditori mi sembra un eufemismo)\u2026 che non vivono a Tamburi, ma ci vanno in culo e portano cinque, come si dice a Livorno, e se ne stanno in ben altre magioni&#8230; che senso ha? Io non credo che esista un capitalismo pulito, sai? Credo che il concetto di nocivit\u00e0 sia fondamentale per descrivere nella sua sostanza il capitalismo: dove arrivano i procacciatori d&#8217;affari delle multinazionali, non cresce pi\u00f9 l&#8217;erba. Dai campi del Paraguay alle scuole italiane.\u00a0 Credo che un&#8217;immagine del capitalismo dell&#8217;acciaio adeguata sia quella della fucina malefica che nel <em>Signore degli Anelli<\/em> distrugge le foreste per forgiare metalli per le corazze e le armi di un esercito di mostri che dovr\u00e0 andare a distruggere le citt\u00e0. \u00c8 questo il sogno del capitale. Forgiare metallo per distruggere il pianeta e le vite che lo abitano, espandendosi fino all&#8217;utilizzazione finale dell&#8217;ultimo albero e dell&#8217;ultimo operaio. Quest&#8217;impresa economica, o con parole pi\u00f9 adeguate questo modo neoschiavistico di gestire il pianeta \u00e8 talmente disumano da risultare fallimentare (infatti \u00e8 in crisi dichiarata su tutti i fronti) e si alimenta ormai, vampirescamente, solo del sangue e della carne dei propri sudditi, ridotti a zombie. E non vengano a dirmi che si ammalano anche gli &#8220;imprenditori&#8221; (ora va di moda parlare di &#8220;suicidi di imprenditori,&#8221; in televisione, da Santoro in avanti, giusto?) Qualcuno conosce i nomi dei tre operai che anche oggi sono morti in qualche cantiere edile o industriale, dei tre che muoiono ogni giorno?<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Girolamo De Michele<\/strong><\/p>\n<p>Qualcuno ricorda che il giorno in cui fu assassinato Marco Biagi a Bologna ci fu un secondo omicidio, un operaio extracomunitario morto sul lavoro in cantiere?<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Alberto Prunetti<\/strong><\/p>\n<p>Dopo questa, \u00abIl Giornale\u00bb grider\u00e0 ai terroristi.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Wu Ming 1<\/strong><\/p>\n<p>Capirai che novit\u00e0&#8230; Faccio notare una coincidenza curiosa: sempre quel giorno e sempre a Bologna, gli ex-padroni della Menarini furono <a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2002\/03\/20\/amianto-tocca-ai-menarini.html?ref=search\">rinviati a giudizio per omicidio colposo<\/a>, cio\u00e8 per l&#8217;esposizione degli operai all&#8217;amianto nel periodo 1977 &#8211; 1987. Le testimonianze raccolte dalla FIOM su quel che avveniva in fabbrica <a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2003\/03\/14\/palle-di-neve-con-amianto.html\">erano raggelanti<\/a>, sinistramente simili a <a href=\"http:\/\/www.carmillaonline.com\/archives\/2009\/03\/002960.html\">quelle degli ex-operai Solvay<\/a> di Ferrara.\u00a0Ebbene, i Menarini furono <a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2003\/06\/06\/amianto-assolti-menarini-per-la-morte-di.html\">assolti poco pi\u00f9 di un anno dopo<\/a>, con la motivazione che il fatto \u00abnon sussisteva\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Alberto Prunetti<\/strong><\/p>\n<p>Ora si parla dei suicidi degli imprenditori. Se noi ci ammazziamo (e penso a Bonavita) \u00e8 per l&#8217;urgenza di una vita che ci hanno rubato. Se i padroni si ammazzano (quanti sono poi, uno ogni due mesi?) \u00e8 perch\u00e9 sono vicini al fallimento, cio\u00e8 non possono pi\u00f9 giocare a fare i padroni&#8230; sai che non mi commuovono tanto quanto quei tre operai che ogni giorno muoiono ammazzati in Italia, costretti a un lavoro nocivo e pericoloso? I sedicenti imprenditori sono stati i rappresentanti mandatari del capitalismo e ora che la loro impresa assassina si dimostra per quel che \u00e8 (una campagna armata, una guerra di classe contro la vita e la terra&#8230;.) ora che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 n\u00e9 terra n\u00e9 sangue da succhiare, ora vorrebbero anche la mia compassione? Vengano a vivere al Cotone di Piombino o a Tamburi, vengano a viverci alla paga di un tubista di quarto livello e i soldi che risparmiamo sui loro stipendi vadano a bonificare totalmente i loro veleni&#8230; forza padroni, sveglia, al lavoro, otto ore ogni giorno a ripulire la cokeria, con la pala e il muletto, mentre noi, operai e operaie, figli e figlie di operai, lavoratori precari della conoscenza e commesse, disoccupati e cassaintegrati, professori sotto concorso a sessant\u2019anni e casalinghe, immigrati e traduttori con la tendinite, pisceremo negli altiforni e spengeremo quel fuoco che ci ha devastato la vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Wu Ming 1<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;ultima riflessione tocca a me? Bene. Negli studi di mitologia esiste un concetto proposto da <strong>K\u00e1roly\u00a0Ker\u00e9nyi<\/strong>: &#8220;mitologema&#8221;. Un mitologema \u00e8 un nucleo narrativo minimo dal quale si sviluppano leggende, miti, favole. I miti sono spesso storie molto ramificate e complesse, ma possono essere riassunti in poche parole, e quel riassunto \u00e8, appunto, il mitologema.<br \/>\n\u00abUn eroe scende agli inferi, incontra uno o pi\u00f9 morti, supera prove e ritorna in superficie\u00bb \u00e8 un mitologema. Certe volte, anzich\u00e9 tornare, muore all&#8217;ultimo momento perch\u00e9 fa una cazzata.<br \/>\n\u00abUn bambino viene perso o abbandonato ma sopravvive e da grande compie imprese importanti, fondative\u00bb \u00e8 un altro mitologema. A volte il protagonista incontra di nuovo i suoi genitori e insieme combattono un nemico, in altre storie li incontra ma non li riconosce, e si ingenera un equivoco fatale.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/spip.php?article388\">Ai tempi del &#8220;memorandum&#8221; sul New Italian Epic<\/a>, lo ricorderete, io proposi di cercare quello che chiamavo l&#8217;<em>allegoritmo<\/em> comune a molti libri scritti in Italia pi\u00f9 o meno a partire dal &#8217;93, dall&#8217;inizio della cosiddetta &#8220;Seconda repubblica&#8221;. Quel termine un po&#8217; bislacco e non utilissimo, &#8220;allegoritmo&#8221;, lo avevo preso dagli studi sui videogame, anche se il mio uso era diverso. Quel che intendevo dire era: cerchiamo l&#8217;<em>algoritmo delle allegorie,\u00a0<\/em>le allegorie profonde che stanno alla base di questi libri. Mi sembrava che al fondo, pur nella diversit\u00e0 apparente delle forme o delle ambientazioni, quei romanzi raccontassero una stessa storia di base, mettendo in atto una sequenza di &#8220;istruzioni&#8221; (appunto, una sorta di algoritmo) che ricevevano dall&#8217;ambiente e dalla fase storica. Lo facevano ciascuno a modo suo e senza che i loro autori fossero consapevoli della parentela, della strana &#8220;aria di famiglia&#8221; che trasmettevano i loro libri. Provvisoriamente, proposi di indicare quell&#8217;insieme di libri con l&#8217;espressione &#8220;New Italian Epic&#8221;. Scelta infelice, perch\u00e9 la maggior parte dei critici si ferm\u00f2 l\u00ec, spernacchiandomi per la scelta &#8220;esterofila&#8221; etc.<\/p>\n<p>A un certo punto mi \u00e8 sembrato che l&#8217;<em>allegoritmo<\/em> del New Italian Epic avesse a che fare, come ha scritto <strong>Wu Ming 2<\/strong>, con \u00abla difficolt\u00e0 di ereditare il mondo\u00bb. Ho ipotizzato che il mitologema su cui si costruivano le allegorie del NIE, e forse di buona parte della letteratura italiana coeva, fosse quello della &#8220;morte del Vecchio&#8221;: \u00abun fondatore \/ capostipite \/ capofamiglia muore, la sua morte coincide con la crisi terminale di un mondo e i figli \/ eredi \/ successori devono decidere come andare avanti in uno scenario radicalmente mutato\u00bb.<br \/>\nQuesto mitologema, questo nucleo narrativo, lo vedevo in libri in apparenza diversissimi tra loro, da <em>Medium<\/em>\u00a0e <em>Italia De Profundis<\/em> di Genna a <em>Nelle mani giuste<\/em> di De Cataldo, dal nostro <em>Manituana<\/em> a <em>L&#8217;uomo che volle essere Per\u00f3n<\/em>\u00a0di Bellu.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-11653 alignright\" title=\"Lavoro vivo\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/02\/lavorovivo23.jpg\" alt=\"Lavoro vivo\" width=\"200\" height=\"273\" \/>Le proposte critiche abbozzate nel &#8220;memorandum&#8221; furono descritte in modi caricaturali e poi rigettate in blocco, cos\u00ec anche il discorso sulla &#8220;morte del Vecchio&#8221; cadde nel vuoto e non se n&#8217;\u00e8 pi\u00f9 fatto nulla. \u00abPazienza\u00bb, mi son detto.<br \/>\nSolo che negli anni successivi altre voci, fuori del campo letterario, si sono espresse &#8211; in modo ben pi\u00f9 strutturato e meno episodico del mio &#8211; sul tema del vuoto lasciato dal genitore, riprendendo il discorso lacaniano della \u00abevaporazione del nome del padre\u00bb etc. Penso soprattutto agli ultimi libri di <strong>Massimo Recalcati<\/strong>. Anche in narrativa continuo a imbattermi in questa storia: nel giro di poco tempo ho letto il racconto <em>Eqquessa\u00e8<\/em> di <strong>Giuseppe Ciarallo<\/strong> (dall&#8217;antologia <em>Lavoro vivo<\/em>, Alegre 2012, anche l\u00ec ci sono i documenti che spuntano dalle cose del padre operaio morto) e <em>Amianto<\/em> (<a href=\"http:\/\/www.clubdante.net\/cd\/faces\/includes\/public_agora.xhtml?own=AUTHOR&amp;item=646&amp;currentLanguage=it\">che infatti Ciarallo ha subito recensito<\/a>), e nel frattempo ho visto che sia <strong>Edoardo Albinati<\/strong> sia <strong>Valerio Magrelli<\/strong> hanno pubblicato libri dove raccontano le morti dei loro padri (rispettivamente: <em>Vita e morte di un ingegnere<\/em> e <em>Geologia di un padre<\/em>). Anche <em>Le meccaniche dell&#8217;infelicit\u00e0<\/em> di <strong>Pino Loperfido<\/strong> si svolge dopo &#8220;la morte del Vecchio&#8221;, e questi sono solo i titoli che mi vengono in mente adesso, su due piedi. Ecco, a me pare evidente il collegamento tra &#8220;morte del Vecchio&#8221; e &#8220;anima precaria&#8221;. Insomma, forse non avevo scritto una cazzata&#8230;<\/p>\n<p>Naturalmente, un mitologema pu\u00f2 essere sviluppato in modi diversissimi, e un&#8217;allegoria pu\u00f2 avere interpretazioni liberatorie o incatenanti, rivoluzionarie o reazionarie. La &#8220;morte del Vecchio&#8221; pu\u00f2 generare nostalgismi mefitici, tipo \u00abQuando c&#8217;era Lui\u00bb, <em>arid\u00e0tece er puzzone<\/em>&#8230; Pensiamo al &#8220;mussolinismo trascendentale&#8221; che condiziona la vita politica italiana, perfettamente descritto da <strong>Mimmo Franzinelli<\/strong> nel suo saggio <a href=\"http:\/\/www.mimmofranzinelli.it\/tool\/home.php?s=0,1,55,57,102\">&#8220;Mussolini, revisionato e pronto per l&#8217;uso&#8221;<\/a>. E solo pochi giorni fa abbiamo assistito a una manifestazione raccapricciante e bisunta di &#8220;nostalgia del puzzone&#8221;, con destra e &#8220;sinistra&#8221; unite a commemorare in modo acritico un personaggio nefasto, <strong>Gianni Agnelli<\/strong>. Un libro come <em>Amianto<\/em>, per tutti i motivi che abbiamo appena esposto, mi sembra un piccolo antidoto a <em>questi<\/em> sviluppi del mitologema. Insomma, io credo che abbiamo bisogno di narrazioni della &#8220;morte del Vecchio&#8221; che siano sfide, che rilancino il conflitto, che raccontino la lotta per <em>divenire genitori di noi stessi<\/em>, e perci\u00f2 stesso si oppongano alle puerili nostalgie del puzzone, del porcone, del padrone di turno.<\/p>\n<p>Proprio oggi, mentre chiudiamo questa conversazione via email durata un paio di settimane, su \u00abLa lettura\u00bb\u00a0&#8211; settimanale culturale del padronalissimo \u00abCorriere della Sera\u00bb &#8211; trova spazio <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/italiano\/giancotti_amianto.jpg\">un&#8217;inattesa, quasi impeccabile recensione di <em>Amianto<\/em><\/a> scritta da <strong>Matteo Giancotti<\/strong>.\u00a0Dico \u00abquasi\u00bb solo per via di una piccola sbavatura: mi sembra molto impreciso dire che Alberto \u00abrimpiange il cantiere\u00bb; non \u00e8 certo la &#8220;retrospezione rosea&#8221; la cifra del libro, ma il passaggio di testimone del conflitto. Appunto, il divenire \u00abgenitori di noi stessi\u00bb.<br \/>\nDi questa recensione vorrei citare un passaggio significativo:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abUno dei punti di forza di <em>Amianto<\/em> \u00e8 che non ha un genere di riferimento. Non \u00e8 inchiesta, non \u00e8 biografia, non \u00e8 romanzo, non \u00e8 saggio, ma ha ognuna di queste componenti in piccole dosi.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-11722\" title=\"Amianto. Una storia operaia\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2013\/02\/67A.jpg\" alt=\"Amianto. Una storia operaia\" width=\"180\" height=\"270\" \/>Pi\u00f9 o meno nel 2005, dentro Wu Ming cominciammo a riflettere su opere letterarie ibride, indefinibili, che vedevamo spuntare tutt&#8217;intorno. Le definimmo &#8220;oggetti narrativi non-identificati&#8221; (UNO, <em>Unidentified Narrative Objects<\/em>). Ipotizzammo che, negli anni a venire, sempre pi\u00f9 autori avrebbero battuto quelle piste, e gli UNO avrebbero acquisito rilievo e centralit\u00e0, a parziale scapito dei &#8220;romanzi-romanzi&#8221;, dei romanzi facilmente definibili come tali.<br \/>\nTra quelle opere ibride posizionammo <em>Gomorra<\/em>, cosa che\u00a0suscit\u00f2 <a href=\"http:\/\/www.ilprimoamore.com:7080\/old\/testo_204.html\">reazioni sproporzionatamente ostili<\/a>, perch\u00e9 all&#8217;epoca alcuni critici erano convinti che <em>Gomorra<\/em>\u00a0non contenesse <em>fiction<\/em>, fosse un reportage integralmente e strettamente autobiografico, e rappresentasse un ritorno al realismo &#8220;puro&#8221; e referenziale. Oggi, se nel mondo degli studi letterari (almeno quelli seri) sostieni una cosa del genere, ti ridono dietro e ne hanno ben donde.<br \/>\nApro un inciso: quest&#8217;equivoco &#8211; che l&#8217;autore stesso scelse di mantenere &#8211; contribu\u00ec non poco ad avviare la macchina mitologica che tramut\u00f2 Saviano in un martire, poi in un trombone, infine in una sorta di presidente-ombra dell&#8217;Italia &#8220;buona&#8221;. Un Napolitano pi\u00f9 giovane ma altrettanto insopportabile. Se Saviano avesse \u00abmostrato la sutura\u00bb, cio\u00e8 fosse stato pi\u00f9 trasparente sulle strategie testuali che aveva utilizzato per comporre <em>Gomorra<\/em>, forse sulla sua figura ci sarebbe stato meno investimento emotivo, e lui non si sarebbe calato cos\u00ec profondamente nella parte di quello-che-rischia-la-vita. Intendiamoci: l&#8217;ha rischiata e la rischia davvero, ma questo non pu\u00f2 funzionare da ricatto morale ed eterna scusante per tutte le sue scelte e \u00a0i suoi comportamenti. Chiuso l&#8217;inciso.<br \/>\nNel 2008 ripresi il concetto di UNO nel &#8220;memorandum&#8221;, e anche in quell&#8217;occasione non ebbe maggiore fortuna. Ora siamo nel 2013, e se facciamo caso ai libri (non solo italiani) che diventano &#8220;casi&#8221; e producono vera discussione, sono quasi tutti UNO, sono scritti da autori che se ne fottono altamente della frontiera tra narrativa e saggistica, non si pongono nemmeno il problema, passano di qua e di l\u00e0 quando vogliono, sfuggendo ai doganieri senza alcuno sforzo. Pensiamo, ad esempio, ai cerchi nell&#8217;acqua che sta producendo <em>Limonov<\/em> di <strong>Emmanuel Carr\u00e8re<\/strong>&#8230; Pensiamo a <em>HHhH<\/em> di <strong>Laurence Binet<\/strong>&#8230; E pensiamo ad <em>Amianto<\/em>.<\/p>\n<p>Dopodich\u00e9, avrei altre cose da dire e da chiedere, partendo da <em>Potassa<\/em>, da certe cose che Alberto scrive sui maremmani di ieri e di oggi e &#8220;risuonano&#8221; anche a me che sono nato, cresciuto e abitante in Emilia, ma l&#8217;abbiamo gi\u00e0 fatta fin troppo lunga, fermiamoci qui. La parola alle altre e agli altri giapster.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\n[<em>Amianto. Una storia operaia<\/em> \u00e8 <a href=\"http:\/\/www.agenziax.it\/?pid=67&amp;sid=30\">pubblicato da Agenzia X<\/a>. Il libro ha gi\u00e0 esaurito la tiratura un paio di volte, se non lo trovate subito abbiate fiducia: la casa editrice ristampa e fa i ricarichi, ma ogni volta ci vuole qualche giorno. Agenzia X \u00e8 una realt\u00e0 di valore, piccola e coraggiosa nelle scelte, &#8220;militante&#8221; e priva dei margini di manovra di una <em>major<\/em>. Investe quel che riesce a investire e fa del suo meglio, incoraggiamola ordinando il libro. <strong>Mail:<\/strong> ordini@agenziax.it]<\/h5>\n<h5>P.S. Poco dopo la &#8220;zona Cesarini&#8221;, sul sito de \u00abL&#8217;Indice\u00bb \u00e8 apparsa <a href=\"http:\/\/www.lindiceonline.com\/index.php\/56-l-indice\/febbraio-2013\/375-il-mastice-della-scrittura\">la recensione di<em> Amianto<\/em> scritta da Girolamo<\/a>.<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Dopo le bestemmie col groppo in gola,\u00a0il commento viscerale\u00a0e la &#8220;decantazione&#8221; del libro, ecco la chiacchierata col Prunetti. Partecipa il collega Girolamo De Michele. 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