I Satanisti ammazzano al sabato – di Selene Pascarella, 2a puntata (di 3)

Il sogno del PM e la suadente melodia della pista satanico-esoterica.
[Louis-Léopold Boilly, «Il sogno di Tartini», incisione, 1840.]

[Dopo la prima puntata, pubblicata giovedì scorso, l’inchiesta di Selene Pascarella entra nel vivo della cronaca nera e giudiziaria italiana degli ultimi decenni, fino a prendere di petto la più celebre tra le «piste esoteriche» e/o «sataniche»: quella relativa al «Mostro di Firenze», una teoria del complotto contestata da gran parte degli addetti ai lavori ma divenuta verità giudiziaria con le condanne dei cosiddetti «compagni di merende». Verità giudiziaria alla quale si è arrivati seguendo le «dritte» di alcuni «esperti del mondo occulto» e indossando particolari “occhiali”, e che si ferma alle soglie di un mai rinvenuto «secondo livello», quello dei mandanti. È solo l’inizio della ricognizione, che proseguirà nella terza e ultima puntata. Buona lettura. WM]

di Selene Pascarella *

INDICE DELLA SECONDA PUNTATA

1. Gli orecchini del diavolo

2. Caccia alle streghe a Bitonto


3. Sbatti Lucifero in prima pagina


4. La bufala della Trinità


5. Occultisti, acidi e satanisti con la F


6. Sulla scena del crimine (satanico)


7. Occultisti vs. acidi, lotta generazionale all’inferno


8. Il Mostro e la pista esoterica


9. Tritolo & Beretta, una pista esoterica di copertura

10. Cerchi magici e piramidi tronche


11. Il metodo dei cacciatori di streghe

1. Gli orecchini del diavolo

Nell’approccio investigativo al satanismo c’è un continuo rimbalzare tra pratiche religiose, condotte delittuose e consumi culturali. Libri sulla magia nera, romanzi perfino, dischi maledetti e talvolta banali pubblicazioni new age trovati nelle abitazioni dei sospettati diventano prove a sostegno dell’ipotesi accusatoria.

Un esempio su tutti: la figura dell’«infermiere satanista» (variante dell’infermiere killer) cucita sulla pelle di Alfonso De Martino. Nonostante la condanna in via definitiva per omicidio plurimo di pazienti affidati alle sue cure, nel caso De Martino il movente è sempre apparso borderline, oscillante tra mera avidità (prendere mazzette dalle agenzie funebri), mania da angelo della morte e, appunto, delirio satanista. Si parla di riti diabolici e offerte rituali ma, scrive Massimo Lugli nel 1995 su La Repubblica, «l’unica prova sono alcuni strani gioielli vagamente esoterici (pentacoli, teste di caprone e alcuni simboli tratti dall’oleografia massonica) che l’infermiere ordinò a un orefice del paese».

Ninnoli per i quali il perito nominato dal tribunale, l’antropologo Alfonso Maria di Nola, esclude qualsiasi collegamento a rituali o gruppi esoterici riconosciuti. Ma questo non basta a dileguare l’ombra satanica, che è esempio massimo di resilienza. «Forse faceva parte di una confraternita di cui non si sa nulla» dice il Pm secondo il resoconto di Lugli e del resto, ricorda il giornalista, Albano, la cittadina teatro dei crimini di De Martino, «è una delle cittadine del “triangolo maledetto” dove magia nera e satanismo sembrano divenuti una vera e propria epidemia».

L’iperstizione non è schizzinosa e assorbe quello che può dalla fiction di genere, dai giornali e dalle arringhe di avvocati e pubblici ministeri. I suoi effetti, però, sono reali. Costringono imputati, investigatori, criminologi, scrittori e giornalisti a un eterno retcon per ristabilire la continuità narrativa.

Io non faccio eccezione, perciò mi concedo un’ultima scorribanda nella fiction di genere, una deviazione che riallinea il mio viaggio alla scoperta delle fake news sataniche.

Nell’autunno del 1972 arriva nelle sale italiane Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci. Il film, considerato il capolavoro del regista, mette in scena una serie di omicidi di minorenni avvenuta in un immaginario paesino del Meridione. Nel cast ci sono Marc Porel, Tomas Milian, Florinda Bolkan e Barbara Bouchet, rispettivamente nei panni di parroco, cronista di nera, maga ed ereditiera. Il film è ispirato alla morte di cinque bambini avvenuta nei pozzi di Bitonto tra il 1971 e il 1972. Un’informazione che ricorre in quasi ogni scheda sulla pellicola, nota a margine trascurabile, curiosità da cinefili.

Nell’estate del 2018 io sono perfettamente consapevole di questo particolare, ricordo di averlo appuntato con diligenza compilando la mia tesi di laurea dedicata anche a Fulci, nell’ormai lontano 2001. Eppure mi sembra di vederlo per la prima volta. Cinque bambini, uno di appena trenta giorni, morti in un modo orribile, sono tanti. Mi domando come mai in anni di militanza nella sezione gialli all’italiana non solo non ne abbia mai scritto, ma nemmeno sentito parlare. In qualche modo la vicenda ricorda quella delle tre bambine uccise da Michele Vinci, eppure nel mio archivio di nera c’è un “Mostro di Marsala”, non un “Mostro di Bitonto”. In più il caso, dopo varie vicende processuali, si è chiuso, o meglio è rimasto in sospeso, senza un colpevole. Un cold case da manuale, di cui nessuno pare ricordare nulla, come se un sortilegio lo avesse cancellato dalla memoria collettiva. Sembra uno di quei classici della fantascienza o dell’orrore dove il protagonista è l’unico a riconoscere una mostruosa verità rimossa, che ha lasciato dietro di sé una voragine. Siccome la realtà è un po’ più noiosa, internet taglia le gambe alla mia linea paranormale. Negli archivi on line dei giornali dell’epoca il “Giallo dei bambini nei pozzi” prende nuova vita, mi piomba addosso con la forza delle ultime notizie in esclusiva e un titolo da far girare la testa: «Il diavolo a Bitonto».

2. Caccia alle streghe a Bitonto

Giugno 1972: seguendo uno schema che in tempi recenti ho visto a Novi Ligure, Cogne o Avetrana, i grandi giornali si riversano in Puglia per spiegare all’opinione pubblica le ragioni di un crimine odioso, inumano, puntando subito il dito contro un diabolico genius loci, entità infestante di un ghetto abitato da sottoproletari, zingari, giostrai, borseggiatori, conosciuti con lo sprezzante nome di «Truscianti». «La brutalità della cronaca ha superato la fantasia più nera» (Epoca), «Cinque morti, cinque bambini in pochi mesi: chi è il vampiro che trama nell’ombra l’infame ragnatela di delitti?» (Il Corriere della Sera) «Basta un episodio come questo ad alimentare miti e leggende sul gruppo dei “truscianti”, quasi fosse gente predestinata al “male”, alla degradazione, alla crudeltà senza confini» (L’Unità).

Gli effetti di queste narrazioni su una comunità già duramente colpita dalla miseria e dallo stigma sociale, i Truscianti del ghetto di Bitonto, detto il Cicciovizzo, vengono riassunti con efficacia dal sociologo Giandomenico Amendola, durante una puntata della trasmissione di Rai Uno Az: «Possiamo vedere un atteggiamento generalizzato di caccia alle streghe che si è creato sia a Bitonto, sia in uno spazio più vasto» sottolinea Amendola, alludendo a come la questione locale del Cicciovizzo abbia innescato un’ondata indignatoria nazionale. Consultando la versione on line del dizionario della lingua italiana di De Mauro, noto che il verbo «trusciare», ovvero «rubare con abilità», ma anche «chiedere l’elemosina», sia attestato a partire dal 1972, anno in cui “esplode” sulle grandi testate mainstream il «Caso Bitonto». I truscianti, a malapena conosciuti dai loro stessi vicini di casa, diventano uno spauracchio nazionale, non solo simbolo di povertà ma incarnazione di una cattiveria che ha qualcosa di metafisico.

«L’indice accusatore della cosiddetta “opinione pubblica” si è alzato simultaneamente su tre personaggi» annota Amendola, «il primo è un epilettico, soggetto a crisi ricorrenti (si dice che uccida in questi momenti di furore), alcolizzato anche; il secondo è questa singolare figura della vecchia nonna, della matriarca dalle fattezze pesanti, dure, deformi; il terzo personaggio è un ragazzo subnormale, che si dice sevizi gli animali, con grande raccapriccio, tardivo, di tutto il paese». Figure tutt’altro che casuali: «sono i tre personaggi, tipici, della caccia alle streghe, che nel Seicento erano bruciati perché posseduti dal demonio». Anche nella narrazione degli inquirenti i principali sospettati sono «l’epilettico», «la vecchia strega deforme», «il giovane che fa “sacrifici di sangue” per il demonio».

Personaggi che, pur assolti in tribunale, non si libereranno più dell’ombra del satanismo. Sarebbe facile imputare la caccia alle streghe di Bitonto all’arretratezza meridionale e all’oscurantismo dell’Italia degli anni settanta. Invece chiunque abbia seguito, anche distrattamente, la cronaca nera dell’ultimo decennio l’ha vista all’opera da nord a sud, nei più svariati contesti sociali.

3. Sbatti Lucifero in prima pagina

Non può scrollarsi fin dal primo momento l’ombra satanica il «Giallo di Perugia», ovvero l’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto la notte di Ognissanti del 2007, al punto che la grande accusata del delitto, la ventenne Amanda Knox, viene descritta in tribunale come una sorta di strega adolescente, capace di manipolare il fidanzato, Raffaele Sollecito fino a spingerlo all’omicidio della sua coinquilina.

Un delitto senza movente, quello di Perugia, che si presta alla lettura esoterica sulla base, tutta da dimostrare, della premeditazione. Meredith uccisa in un rito, scrive nel 2008 il Corriere della Sera, «da celebrare in occasione della notte di Halloween. Un rito sessuale e sacrificale di per sé, che si potrebbe definire “casalingo”, senza uno sfondo vero riconducibile all’esoterismo né tantomeno al satanismo». Ma c’è chi è disposto a dare a Satana il beneficio del dubbio, sulla base del fatto che nella “villetta degli orrori” sono stati ritrovati coltelli (da cucina) e una candela.

Nel 2011 l’uso reiterato dell’arma bianca, la presenza di tagli superficiali vagamente riconducibili a una svastica, un laccio emostatico e una siringa conficcata nel cadavere di Melania Rea raccontano, per qualcuno, un omicidio rituale. Un maldestro tentativo da parte del killer di depistare le indagini, stabilirà, invece, l’inchiesta e di “falsa firma” esoterica parla lo psichiatra Alessandro Meluzzi, che per chiarire fa un paragone con il caso di Yara Gambirasio.

Sul corpo della tredicenne scomparsa a Brembate e trovata morta in un campo tre mesi dopo sono presenti ferite da arma da taglio. In base alla relazione del medico legale Cristina Cattaneo, che ha effettuato l’autopsia sulla ragazzina, sono state inferte quando Yara non era in grado di muoversi o reagire e non sono state letali. Anche Meluzzi concorda sulla datazione. I segni sul cadavere della Gambirasio sono stati lasciati il giorno stesso della morte. Non per uccidere, piuttosto come forma di messaggio. All’occhio del conoscitore del linguaggio rituale appaiono «immagini esoteriche di un culto nordico con radici antiche o, più semplicemente, legate a qualche setta satanica». A onor del vero, alcuni commentatori ritengono che la natura rituale delle ferite sia dimostrata da una lettura più banale, «formano una X vagamente runica». Però Meluzzi usa la faccenda solo come metro di paragone: nel caso di Yara le ferite sono state inferte al momento dell’omicidio, quindi sono probabilmente più “genuine”; nel caso Melania si tratta di segni lasciati in un secondo momento e questo dimostrerebbe che sono sì opera dell’assassino ma solo come «messa in scena esoterica».

Ma se si chiede all’ex sostituto procuratore delle Repubblica Paolo Ferraro, essi sono di nuovo lo strumento per sghembare la storia dell’omicidio Rea. E intendo sghembarla alla grande…

Per l’omicidio di Melania viene fermato e poi condannato il marito della donna, il caporalmaggiore e istruttore dell’esercito Salvatore Parolisi. Il coinvolgimento di Parolisi, che tradiva la moglie con una delle allieve, apre un filone parallelo sulla “caserma a luci rosse” e vede alla sbarra non solo Salvatore ma altri ufficiali colpevoli di molestie sessuali a danno di sei soldatesse. Ferraro, al quale non è mai stato assegnato il caso Rea, nel novembre del 2011 viene ascoltato dalla Procura di Teramo a causa di una indagine riguardante il satanismo in ambiente militare che sta seguendo da mesi a titolo personale, ma soprattutto in relazione alla dichiarazione in cui ha sostenuto di aver incontrato Melania nei corridoi della Procura a Roma pochi giorni prima del delitto. Per la sua indagine privata Ferraro è stato sottoposto a un Tso dopo il quale è stato dichiarato nel pieno delle sue facoltà mentali. Il suo “avvistamento” di Melania è stato in parte ritrattato dal momento che si è detto non certo che fosse proprio lei ma forse solo una donna che le somigliava molto.

La tesi centrale di Ferraro non è mai stata presa in considerazione dagli inquirenti per il caso Rea ma è comunque interessante per capire come nasce, esplode e infine ritorna a covare sotto la cenere una narrazione tossica satanista.

Ferraro ritiene che le violenze sessuali nelle caserme avvenissero all’interno di una cornice rituale, ordinate da un «secondo esercito», una struttura ombra che usava le soldatesse come «sacerdotesse del sesso». Sostiene di essere entrato in possesso della registrazione di uno degli incontri della congrega avvenuto in caserma e lo fa ascoltare a un giornalista di Corsera magazine, che ce lo descrive: zeppo di «suoni e rumori sconcertanti e comandi esoterici», una testimonianza audio che fa emergere l’omicidio «dalle tenebre, le ombre e le vampate di un Inferno». Il movente satanico, compendia l’intervistatore, «è scritto sul volto di Carmela Melania Rea, scolpito con il sangue sceso sul terreno, con i capelli arruffati, il volto sbranato da belve feroci, la pelle scheggiata dalle coltellate […] Se non è questa la vera rappresentazione dell’Inferno, dobbiamo chiederci allora quale sia la verità o la realtà che hanno accertato i ROS o il procuratore Monti?».

Perché la verità giudiziaria non sempre abbraccia quella esoterica. A volte la trasfigura o la rigetta. E questo, se credi nei delitti di Satana, è il primo segno del potere di chi li pratica, della loro capacità di infiltrazione nei livelli più alti della giustizia e dello stato, il punto in cui la narrazione sghemba di nuovo, verso il complotto.

Quando i fidanzati Trifone Ragone e Teresa Costanza vengono trovati assassinati nel parcheggio di un centro sportivo di Pordenone, nel 2015, la presenza di un mazzo di rose (o di petali di rosa, l’informazione è confusa) nell’area dove è avvenuto il crimine alimenta in contemporanea la pista passionale e il movente esoterico. Io stessa uso il particolare per cucire un pezzo colorito, con un sapore romance più che orrorifico, perfetto per il target (donne over 45) della rivista per cui lavoro. Ma ognuno ha il suo pubblico e l’ombra di Satana fa presa anche sulle tranquille pensionate che presidiano la tv del pomeriggio. Così qualcuno coglie al volo l’occasione per associare il ritrovamento floreale al movente esoterico: a uccidere Trifone e Teresa è stata la setta massonica della Rosa Rossa, che ha lasciato la sua firma come messaggio criptato agli adepti o ai suoi nemici. Intervistato in merito, l’esperto di Rosa Rossa Paolo Franceschetti spiega: «La rosa rossa può essere la firma di un delitto rapportabile in qualche modo a organizzazioni che risalgono alla cosiddetta Rosacroce deviata».

Non basta però una rosa rossa per dire che è così, mette in guardia Franceschetti, sta agli inquirenti fare le verifiche del caso. Purtroppo, specifica, succede che gli esperti di delitti esoterici che riescono ad accedere alle scene del crimine vengano guardati con sospetto e che coloro che non sono addentro al fenomeno (più o meno tutti) non siano in grado di indentificarlo.

«Il magistrato, poliziotto o carabiniere preposto all’indagine non comprende di trovarsi davanti a un delitto rituale. Non comprende i segni, i simboli, le circostanze. Così durante la repertazione si escludono magari prove importanti, per esempio oggetti rituali, perché all’occhio inesperto queste appaiono senza valore».

Franceschetti nell’intervista, concessa a Ignazio Dessì, cita almeno due casi in cui non è stato fatto un collegamento cruciale con il gruppo esoterico dei rosacroce, la morte del ciclista Marco Pantani e la strage di Erba (come si chiama la parte più in vista della diabolica coppia assassina? Rosa!), senza contare quello più eclatante, i delitti del Mostro di Firenze.

Le vie che l’interpretazione satanica batte per arrivare al largo pubblico, se non in tribunale, sono spesso sotterranee, segnate da improvvisi entusiasmi e rapidi picchi di oblio. All’interno di un’informazione che ricicla se stessa è difficile rintracciarne l’origine.

Nel corso di questa inchiesta mi è capitato però un caso in cui il primo sasso nello stagno delle narrazioni tossiche ha deciso di fare coming out, spiegando come ha diffuso alla tv nazionale la bufala della pista esoterica nell’omicidio di Elisa Claps.

4. La bufala della Trinità

Danilo Restivo

Elisa, quindicenne di Potenza, esce di casa per andare in chiesa nel 1993. Il suo cadavere viene ritrovato diciassette anni dopo, nel sottotetto della Santissima Trinità. Il ritrovamento porta all’arresto e alla condanna a trent’anni di Danilo Restivo, già in carcere in Inghilterra per l’uccisione della sua vicina di casa, Heather Barnett.

Nei lunghi anni in cui resta rinchiusa nella chiesa più importante della sua città, Elisa alimenta, suo malgrado, le più improbabili piste.

Il furore mediatico intorno al caso Claps colpisce l’attenzione di Luigi Corvaglia. Oggi Corvaglia, che nella prima puntata mi ha aiutato a riportare a numeri meno enfatici il fenomeno degli abusi e degli omicidi rituali satanici, è presidente del Cesap. Un’organizzazione che si occupa «di prevenzione degli abusi psicologici, particolarmente quelli operati da gruppi organizzati, a carattere religioso o anche no, di informazione sui culti abusanti e consulenza psicologica e legale alle vittime».

Quando viene in contatto con le tante assurde interpretazioni della morte di Elisa, che vede diffuse non solo su oscuri blog complottistici ma su emittenti e quotidiani rispettabili, a tiratura nazionale, Corvaglia decide di fare un esperimento: portare la pista esoterica nel “tempio” televisivo della cronaca italiana, la trasmissione Chi l’ha visto?.

Gabriella Carlizzi

A spingerlo è anche un’esperienza personale, che gli ha fatto toccare con mano come sia facile ritrovarsi nella lista rossa degli “amici del diavolo”. Come la sottoscritta e tanti altri in Italia, Luigi Corvaglia frequenta forum dove si dibattono i grandi gialli e la tesi dominante è “tutti gli omicidi irrisolti hanno una motivazione esoterica”. Durante un’accesa discussione, in cui fa notare agli interlocutori l’assenza di prove che attestino l’elemento rituale in alcuni misteri famosi, Luigi si imbatte in Gabriella Carlizzi.

Non è facile riassumere in poche parole la biografia di questa giornalista, scrittrice ed esperta di esoterismo che ha scovato inconfessate verità in ogni grande faldone giudiziario, dal caso Moro all’omicidio Kercher. Diciamo solo che la Carlizzi è considerata l’artefice della pista esoterica nel caso del Mostro di Firenze.

La Carlizzi invita tutti gli utenti del forum a ignorare Corvaglia. Del resto (la frase viene riportata da Corvaglia nel suo blog) «LUIS CIFER ringhia e sbava ogni volta che si scoprono i misteri ingannevoli dentro i quali manovra i suoi adepti…». Gli utenti si scatenano e ben presto fioccano gli indizi numerologici che provano la fede diabolica di Luis Cifer, ovvero Luigi.

Memore di quella disavventura, Corvaglia sceglie di utilizzare solo dati reperibili sui media, come quelli usati dagli smanettoni del forum, e parte dalla numerologia, mettendo insieme le date del caso Claps: «Di nascita della ragazza, di sparizione, di ritrovamento, etc.» Fa subito “centro”, trova «una ricorrenza del numero 12, cabalisticamente 2+1: 3, cioè la Trinità, come la chiesa della Trinità in cui fu trovato il corpo della povera Elisa».

Non resta che analizzare «simbolicamente una serie di “risultanze” fino ad ottenere un impressionante elenco di “indizi” concordanti». Il verdetto, «è omicidio rituale!», viene inviato alla trasmissione di Rai3 che in quel periodo si occupa spesso della Claps. Con grande sorpresa di Corvaglia, gli indizi del suo dossier vengono inseriti già nella puntata seguente e c’è addirittura una “prova” che non ha notato: «Il sottotetto in cui Elisa fu trovata era triangolare, un altro richiamo simbolico alla trinità!».

Il ritratto “ufficiale” di Luther Blissett fu realizzato nel 1994 da Andrea Alberti ed Edi Bianco, miscelando vecchie foto degli anni Trenta e Quaranta (tre prozii e una prozia del futuro Wu Ming 1).

L’esperimento di Corvaglia dimostra come sia possibile «costruire una narrazione coerente con dati senza relazione fra loro» e produrre la famosa ombra di satanismo. Altri prima di lui hanno messo a segno bufale molto più eclatanti, vedi il collettivo Luther Blissett, che non solo nel 1995 fu il primo a colpire proprio Chi l’ha visto?, spedendo la redazione sulle tracce di un artista scomparso inesistente, ma nel 1996-97 convinse giornalisti e politici ad affrontare una «epidemia satanista» nel viterbese.

«Per dodici mesi i quotidiani e i periodici viterbesi furono inondati di notizie e di lettere provenienti da studenti disillusi, casalinghe indignate, ingegneri di Heidelberg che tracciavano paralleli demoniaci tra Tuscia e Germania» annota Loredana Lipperini per La Repubblica, «Tutti falsi. Tutta opera dello stesso truffatore: Luther Blissett, appunto».
Blissett crea dal nulla un fantomatico «Comitato per la salvaguardia della morale» e lo sguinzaglia alla scoperta di scenari diabolici inventati dal collettivo di sana pianta, diffonde resoconti clamorosi, video fake che vengono ripresi dalla stampa locale e nazionale. Poi arriva la ciliegina sulla beffa: un video comunicato che svela i retroscena dei finti scoop e mette in sataniche mutande il sistema dell’informazione italiana.

Scuse, imbarazzo, recriminazioni e oblio scendono sulla Tuscia satanista. Ma ancora oggi è possibile ritrovare strascichi della burla dei blissettiani in blog, forum e persino quotidiani. Le schegge di una narrazione finta diventano i tasselli con cui incollare alla buona una narrazione che non deve essere verificabile, ma solo mostrarsi coerente a sé stessa.

«È quello che fanno i complottisti» spiega Luigi Corvaglia, «ecco perché bisogna stare attenti nel gridare al crimine rituale con troppa facilità».

Altrimenti, che ci crediamo o no, intorno alle nostre case si alza un muro oscuro di pregiudizio e odio, capace, lui sì, anche di uccidere.

5. Occultisti, acidi e satanisti con la F

«Oggi la messa nera viene celebrata in qualche cantina, ma i satanisti sono diventati tanto audaci e sono talmente pervasi dal male che, come è risaputo, tengono la stanza più spaziosa delle loro abitazioni permanentemente addobbata per questi abominevoli misteri. Una stanza è ornata da tendaggi neri e le finestre sono sempre serrate e ricoperte di tende. Il fatto che la porta sia fornita da una serratura Yale e di una chiave, non basta a sollevare i sospetti».

Nell’immaginario collettivo i satanisti vivono nell’ombra e praticano in segreto i loro rituali. La descrizione fatta da Montague Summers nel suo articolo La Messa Satanica (pubblicato in Italia nel 1971 nell’antologia curata dal già citato Peter Haining, I classici della magia nera) indugia con ansia e orrore su scantinati anonimi e insospettabili magazzini di negozio trasformati in blasfemi luoghi di culto, con altari drappeggiati di velluto nero e grotteschi crocefissi che oltraggiano l’immagine di Gesù. Tale supposta segretezza crea il terreno per il pregiudizio, sostiene il sospetto che il loro credo religioso sia solo una via per dedicarsi ad atti criminosi.

A poco serve alle tante chiese in mille modi diversi collegate al culto del diavolo aprire le porte ai curiosi, ai giornalisti e persino ai nemici della loro fede. Il pregiudizio si presta a essere rovesciato: agli occhi di tutti, agli occhi di nessuno, i satanisti “per bene” costituirebbero solo una facciata, l’ennesimo inganno del maligno e dei suoi adepti. La messa nera moderna, ammonisce Summers, non è meno sanguinosa di quelle antiche, «tiene ampiamente testa alle messe di una volta per blasfemie e condotta bestiale».

Tale approccio lascia il segno anche nei tentativi di inquadrare la devianza all’interno dei movimenti satanici dal punto di vista criminologico, di rispondere alla domanda rimasta in sospeso dalla prima puntata: come si identificano gli omicidi rituali e cosa può indicare per certo che sono imputabili a una mano satanista?

6. Sulla scena del crimine (satanista)

Nella prima parte di questo lavoro ho sottolineato l’apparente contraddizione tra la segretezza propria di un culto esoterico e il ritrovamento sulle supposte scene del crimine satanico di elementi magico-rituali propri della cultura pop: stelle a cinque punte, caproni, il numero 666.

Luigi Cavallo, appassionato studioso del tema, già intervenuto nel corso di questa inchiesta, mi “bacchetta”, ricordandomi che non è possibile alcuna valutazione “sulla carta” o dal chiuso di uno studio, arroccati sulla tastiera, guardando foto, magari a cattiva definizione. Bisogna sempre andare sul campo, solo tramite il sopralluogo sulla scena del crimine «si potrà constatare con chiarezza se ci si trovi davanti a un delitto a sfondo rituale oppure se si è in presenza di altra tipologia di reato». «L’investigatore che interviene su una scena del crimine presumibilmente a sfondo satanico deve infatti fare attenzione a molti elementi» spiega Cavallo, «tra i quali il fenomeno dello staging, ossia la manipolazione della scena da parte del reo per confondere le indagini, e la differenza tra satanismo acido ed occultista, in quanto, ad un occhio non esperto, la scena del crimine può risultare senza alcuna differenza».

Nel già citato dossier sulle sette del Ministero dell’Interno questa distinzione è ben chiarita. «Alcuni studi sociologici» inquadrano i satanisti in due grandi categorie: «quella dei solitari e quella degli affiliati a gruppi, all’interno delle quali si riconoscono varie tipologie (i tradizionali, gli acidi, gli psicotici, i sessuali, gli anticristiani, i baphomettisti, i carismatici, i razionalisti ed altre)».

In Italia sarebbero tutti rappresentati con una preponderanza di tradizionali o occultisti, cioè di coloro che condividono la visione del mondo della Bibbia, ma fanno il tifo per Lucifero e non per Dio. Persone strutturate, ben diverse dagli acidi, i quali trovano nel satanismo un «mero pretesto per dare sfogo ad intime perversioni, attraverso esperienze drogastiche, orgiastiche o atti di violenza». Spesso sono giovani e vengono definiti i più incontrollabili e pericolosi.

Secondo Cavallo si possono indirizzare le indagini su un soggetto (o un gruppo) occultista oppure acido partendo dalla distinzione tra «la scena del crimine in un luogo chiuso e quella in un luogo aperto». «I crimini rituali che si consumano in luoghi chiusi sono collegabili soprattutto al satanismo occultista, in questo caso la scena del crimine potrà essere localizzata in grandi edifici isolati o ville ed appare molto ordinata e con elementi collegabili al satanismo ben precisi».

Quali elementi? Tendaggi neri o viola, candele nere e abiti dello stesso colore, scarpe scarlatte e manufatti esoterici (un cranio umano con occhi scavati oppure pietre rosse infilate in zoccoli di animali), gocce di cera o residui di sostanza ematica. E poi le tracce grafiche e figurative: disegni raffiguranti pentacoli rovesciati e il simbolo del Bafometto e la scritta «ANATAS», ossia Satana letto al contrario. Niente altare, con buona pace del defunto Summers, «dato che per questo tipo di adepti l’altare è sempre rappresentato da una donna completamente svestita». Un particolare che il reverendo cacciatore di occultismo avrebbe apprezzato, se è vero che il suo motto – inciso anche sulla lapide – era: «Raccontami cose strane…».

7. Occultisti vs acidi, lotta generazionale all’inferno

Stranezze che, in ogni caso, abbondano nella scena del crimine occultista che va esaminata stanza per stanza, verificando «la presenza di eventuali parti anatomiche umane o animali» nel frigo o nel congelatore. Staccandosi dalla valutazione del dossier ministeriale, Cavallo ritiene il satanismo occultista «la variante più pericolosa e proprio per tale motivo spesso sulla scena del crimine, non ci saranno solo le tracce di un rito satanico, ma vi sarà anche la presenza di un cadavere». Il cadavere stesso può offrire elementi che sostengono la pista satanica: «spesso si troverà posizionato a Nord, che indica la supremazia di Satana», presenterà tracce di cera colata «in particolari orifizi del corpo», o «tatuaggi che hanno un collegamento con questa subcultura».

Evenienze di cui si ignora la provenienza, dal momento che non esiste una casistica ufficiale di omicidi satanici e quindi di correlati cadaveri, in qualsivoglia posizione, da cui trarle.
Ma andiamo avanti.

Contrariamente agli occultisti, i satanisti acidi preferiscono stare all’aperto, o meglio, non hanno molta altra scelta. «I giovani che compiono riti satanici improvvisati, raramente si avvalgono di immobili per le loro malefatte, proprio perché, essendo giovani adolescenti, non hanno un appoggio sicuro e di proprietà da utilizzare». Perciò se mantengono un tetto sulla testa è all’interno di edifici abbandonati e chiese sconsacrate. Luoghi già fatiscenti e caratterizzati da un caos che il loro «satanismo improvvisato» non fa che acuire. Nella confusione, specifica Cavallo, è più difficile riconoscere gli elementi rituali che però non differiscono di molto da quelli seminati dai colleghi occultisti. Analizzando le loro location all’aperto bisogna allargare il campo, esaminare gli alberi alla ricerca di iscrizioni sul tronco, osservare con attenzione le vicinanze di ruscelli o laghetti. «I giovani satanisti infatti potrebbero infierire in queste zone perché interpretano l’elemento dell’acqua come elemento di purezza».

8. Il Mostro e la pista esoterica

Sulla scorta di queste indicazioni provo a verificare la matrice esoterico-satanica di uno dei casi più citati in questa inchiesta, gli otto duplici delitti attribuiti al Mostro di Firenze.

Tutte le vittime del Mostro sono state uccise di notte e all’aperto, in luoghi dove le coppiette erano solite appartarsi. Fin qui il quadro parrebbe tracciare una matrice “acida”, ma l’identikit non combacia in alcun modo a quello di Pacciani e i «compagni di merende»: i mostri ufficiali riconosciuti dalla giustizia sono – o meglio, erano – tutti soggetti di mezza età, adepti del fiasco di vino più che consumatori di droghe. Nessun pentacolo, capro e simbolo esoterico sulle scene dei loro crimini. Gli unici elementi diabolici si impongono per la loro assenza: le parti anatomiche delle vittime, portate via dai killer.

Ed è qui che la mia obiezione viene divorata dalla sghembatura della storia: nella vicenda del Mostro non esisterebbero solo le scene del crimine dove sono state ritrovate le vittime, ma anche quelle teatro di rituali blasfemi compiuti utilizzando i loro poveri resti. Scene immaginabili – e immaginate – come appartate ville a disposizione di una altolocata cerchia dedita all’esoterismo, perfettamente compatibili con una matrice occultista.

È la famosa teoria del «secondo livello» che, dopo l’uscita di scena della pista satanica, riesce a farla rientrare dalla finestra – e in tribunale – sotto forma di pista esoterica. Riassumerla è complicato, perciò chiedo la consulenza di Fabio Colaiuda, medico, criminologo e dottore di ricerca in Scienze Forensi, attualmente professore a contratto presso il Master in Scienze Forensi della Sapienza di Roma.

«Con il processo a Pietro Pacciani e quello successivo ai cosiddetti “Compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti», mi spiega Colaiuda, «gli investigatori ritennero di aver individuato il movente degli esecutori materiali, ovvero il denaro e le depravazioni sessuali. Successivamente, le indagini vennero orientate alla ricerca di un ulteriore movente, quello esoterico».

La definizione di «pista esoterica» collegata alla serie omicidiaria attribuita al Mostro di Firenze indica

«un filone di indagine che tentò di correlare i duplici omicidi ad un movente esoterico, sulla base di valutazioni interpretative molto spesso prive di fondamento criminologico e rintracciate “in ordine sparso”».

Prima di passare in rassegna queste valutazioni, mettendo a confronto l’analisi che di esse fa Luigi Cavallo, convinto che che i delitti del Mostro di Firenze «possano in qualche modo avere una matrice satanico/esoterica», e le criticità sollevate dal prof. Colaiuda, che si definisce «molto scettico sul punto», è doveroso raccontare come la pista esoterica sia entrata nei faldoni dell’inchiesta. Ovvero bisogna parlare di e con Gabriella Carlizzi.

Purtroppo la signora Carlizzi è scomparsa nel 2010 dopo una lunga malattia e non può intervenire in prima persona, perciò il suo punto di vista nelle righe che seguono sarà affidato alle dichiarazioni – citate alla lettera –presenti nei suoi scritti e in particolare nel testo Un caso di Schola. Il giubileo del Mostro di Firenze 1968-2018, pubblicato l’anno scorso da Mond&editori. In questo volume firmato dal marito di Gabriella, Carmelo Maria Carlizzi, sono riportati i dialoghi sul caso del Mostro (e non solo) tra la Carlizzi e il collega Paolo Franceschetti.

La giornalista traccia un “pre” e “post” Carlizzi nell’inchiesta sul Mostro. «Già negli anni precedenti fra interrogatori e verbali nelle indagini sul Mostro sia magia che esoterismo si erano più volte affacciati, ma senza dare loro l’importanza che ne sarebbe scaturita in seguito alle mie dichiarazioni». Solo quando lei “sbarca” a Firenze, secondo la sua versione, «esoterismo, occultismo e massoneria» entrano nell’inchiesta in «maniera sistematica» (p. 88). La Carlizzi viene ascoltata per la prima volta dal pubblico ministero Paolo Canessa e dal procuratore Piero Luigi Vigna in seguito alle accuse lanciate da lei e da Anna Maria Ragni allo scrittore Alberto Bevilacqua, indicato come il vero mostro. «Vero», perché come scrive la Carlizzi, fino al 94-95 «il Mostro ufficialmente accettato e accertato» è «per lei come per tutti Pietro Pacciani». Ma l’incontro con la Ragni e la scoperta dell’esistenza di una schola esoterica collegata ai delitti stravolge le certezze della giornalista e le permette di portare «Satana in tribunale, sul banco degli imputati! (p.89)»

È la Carlizzi che, rispondendo alla domanda di Vigna «Chi è il mostro di Firenze?», traccia la definizione cardine: «Un’organizzazione piramidale a più teste e composta da vari livelli».

La Carlizzi non è disposta a lasciare meriti agli inquirenti, anzi specifica che «Vigna non aveva voglia di ricominciare daccapo tutte le cose dopo averle appena sistemate (p. 95)». Dove «tutte le cose» sta per l’istruttoria a carico di Pacciani. Ancora sua sarebbe l’imbeccata a Canessa e Giuttari sull’esistenza della setta della Rosa Rossa, simbolo magico presente nei quadri di Pacciani, che hanno avuto un ruolo non da poco nell’inchiesta. Ed è qui che la Carlizzi riconosce di aver avuto una folgorazione sulla rosa rossa solo dopo aver letto Coniglio il martedì di Aurelio Mattei.

Si tratta di uno dei tanti romanzi ispirati alla vicenda fiorentina, l’unico, però, ad aver assunto contorni leggendari. Proprio come la Carlizzi, molti appassionati del giallo del Mostro ritengono che dietro alla finzione narrativa Mattei abbia voluto lanciare un messaggio in codice, anticipando l’entrata in scena di Pacciani nell’inchiesta e lanciando per la prima volta la pista esoterica.

9. Tritolo & Beretta, una pista esoterica di copertura?

Francesco Bruno

Nel libro l’assassino lascia sul corpo di una delle vittime una rosa rossa. La Carlizzi non ha bisogno di altre prove, si mette sulle tracce di Mattei e “scopre” che condivide lo studio con il criminologo Francesco Bruno, collaboratore del Sisde, e che lui stesso ha lavorato per i servizi. La leggenda di Coniglio il martedì prende corpo: Mattei lo avrebbe scritto sulla falsa riga di un altro documento avvolto dal mistero, il fantomatico “primo” dossier di Bruno sul Mostro in cui l’esperto parla apertamente di pista esoterica. Una pista che lo stesso Bruno abbandonerà completamente ma che la sparizione del documento dal circuito mediatico ha finito per mettere al centro di un complicato complotto.

Il dossier Bruno, sostiene la vulgata dietrologica, sarebbe stato fatto sparire perché troppo scottante e capace di mettere a rischio il famoso “secondo livello”, e poi sostituito da un secondo studio in cui Bruno faceva marcia indietro, sposando una pista completamente diversa.

Un mistero nel mistero che, guardato da vicino, suona molto meno misterioso. Mi affido di nuovo alla precisione e alla capacità di sintesi del dott. Colaiuda: «Francesco Bruno ha redatto negli anni ‘80, su incarico del Direttore dei Servizi dell’epoca, Vincenzo Parisi, due studi nei quali delineava il profilo dell’omicida. Negli stessi, il Professor Bruno si soffermava anche sul significato religioso dei delitti, analizzandolo sotto il profilo criminologico. Proprio da questi documenti deriva lo studio psico-criminologico sui delitti del Mostro di Firenze, redatto dal Professor Francesco Bruno e Collaboratori, sul quale, ancora oggi, i Frequentanti del Master in Scienze Forensi dell’Università La Sapienza di Roma studiano, sotto un profilo scientifico, gli atti della serie omicidiaria».

Nessun dossier sparito, fatto sparire e rimpiazzato, ma l’evoluzione, piuttosto naturale, visto lo sviluppo temporale ampissimo dell’inchiesta, dell’analisi condotta da Bruno ormai divenuta oggetto di studio universitario.

A ben guardare anche Mattei non parla mai di esoterismo nel suo romanzo. L’unico riferimento è contenuto in una frase che si espone a molte interpretazioni: «Quando un delitto di una certa importanza non veniva risolto, sposava e propagandava la tesi di gruppi occulti» (p. 35). Gruppi responsabili di azioni «senza apparenti motivazioni, al solo scopo di terrorizzare l’opinione pubblica e di far apparire le istituzioni incapaci di affrontare il fenomeno (p.35)».

Giampiero Vigilanti

La verità di Coniglio il martedì è anch’essa sghemba e, stabilendo una connessione tra «gli omicidi dei ragazzi» e le «stragi sui treni», mette in campo un’altra pista, quella neofascista-eversiva. Un’interpretazione tornata alla ribalta dopo che l’inchiesta si è concentrata nel 2016/17 sull’ex legionario Giampiero Vigilanti come possibile Mostro.

Potrei dilungarmi sulle somiglianze tra i verbali di perquisizione di Vigilanti, che in passato è stato toccato dalle indagini in due occasioni, e la descrizione fatta da Mattei delle carte segrete del killer nella sua fiction. Oppure elencare le coincidenze nelle date tra le stragi nazifasciste e i delitti del mostro e la somiglianza tra il cadavere straziato di una delle vittime, Stefania Pettini, e i corpi delle donne trucidate dalle SS di Walter Reder nel 1944. Potrei addirittura convincervi, creare una narrazione coerente…

…Ma la verità è che anche la pista eversiva, se ancorata a sparse considerazione su elementi simbolici e numerici, si riduce all’ennesima riedizione dell’interpretazione satanica. Ovvero sghemba verso la mitologia, annega nelle narrazioni tossiche dei media e finisce per diventare una delle mille distopie sul Mostro. E invece, leggendola attraverso i fatti, ha molto da svelare sull’Italia del Mostro e l’autore – o gli autori – dei delitti. Ma questa è un’altra storia.

Per raccontarla non serve discutere di particolari esoterici, fondamentali, invece, se si vuole sottoporre la pista rituale a un processo di validazione di tipo scientifico che manca del tutto a lavori come quello della Carlizzi. E che avrebbe dovuto essere il faro di chi ne ha fatto una verità giudiziaria, proprio per dimostrare, come è stato detto, che non si fondava solo sulle teorie complottiste di una giornalista sempre a caccia di misteri.

10. Cerchi magici e piramidi tronche

I delitti attribuiti al Mostro di Firenze sono stati compiuti tra il 1968 e il 1985 e in base alla valutazione di Luigi Cavallo ognuno dei duplici omicidi ha elementi che possono ricondurre all’esoterismo: l’asportazione rituale del pube e della mammella sinistra; l’attacco a una coppia in procinto di un rapporto sessuale; l’accanimento sulla vittima femminile; la concomitanza con festività rilevanti per la liturgia cattolica al fine di “dissacrarle”…

«L’asportazione del pube è un elemento da non sottovalutare quando si segue una pista satanica/esoterica» mi dice Cavallo, «in quanto può riferirsi alla credenza per cui nel corso dell’atto sessuale il pube sprigionerebbe energie sessuali da utilizzare in particolari riti o messe nere e che il famoso occultista Franz Hartmann definisce “balsamo della vita”».

Resta da valutare se il fluido suddetto venga sprigionato anche se l’atto sessuale è solo “in procinto di” compiersi e va considerato che la mutilazione non avviene in tutti i delitti del Mostro.

Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, uccisi a Sagginale (FI) il 14 settembre 1974. Avevano rispettivamente 18 e 19 anni.

Passando oltre, l’elemento rituale più citato è sicuramente il tralcio di vite trovato appoggiato sulla zona genitale di Stefania Pettini, uccisa nel delitto numero due della serie, assieme al fidanzato Pasquale Gentilcore e colpita da 96 coltellate. Per Cavallo «potrebbe essere letto come una sfida o una beffa al mondo cristiano, dal momento in cui la vite simboleggia il popolo di Dio» e sarebbe non casuale anche il numero delle ferite da arma bianca: «È 96, e sia il nove che il sei sono numeri importanti nel mondo esoterico e satanico».

L’accanimento sulle vittime femminili è rilevante in quanto «nel mondo occultista la donna ha un ruolo molto importante, molto spesso viene sottomessa e difficilmente riesce a raggiungere posizioni gestionali all’interno di sette o gruppi organizzati». Non solo nel mondo occultista, mi verrebbe da obiettare…

In due casi l’assassino prende di mira simboli religiosi: una catenina, «presumibilmente un crocefisso», appoggiata sulla bocca della terza donna uccisa, Carmela De Nuccio e un’altra strappata dal collo di Pia Rontini, uccisa nel penultimo delitto della serie.

Anche Fabio Colaiuda mi segnala alcune argomentazioni addotte dai sostenitori dell’interpretazione esoterica, come il numero delle vittime, 14, che si collegherebbe al culto di Osiride mutilato della mitologia egizia, smembrato in 14 parti da Seth, ma solo se non si attribuisce al Mostro – come qualcuno fa – il primo duplice delitto del 1968.

C’è poi la constatazione che alcuni delitti avvengono in prossimità della mezzanotte del sabato, «giorno collegato etimologicamente al “sabba” della stregoneria, la riunione notturna delle streghe in presenza del diavolo, durante il quale venivano compiuti rituali magici».

Mario Spezi

A Travalle di Calenzano, dove il 22 ottobre 1981 vengono uccisi Stefano Baldi e Susanna Cambi, viene rinvenuta «una piramide tronca in pietra, parzialmente colorata di rosso». Un oggetto rituale dove l’assenza di sommità «racchiude in sé l’idea dell’iniziazione incompleta secondo gli esoteristi, la più tipica caratteristica della “magia nera” e di quella “satanica”». Ma non solo secondo gli esoteristi, considerando che il giornalista Mario Spezi, autore di numerose indagini sul mostro ed entrato persino nell’inchiesta come imputato, si è visto sequestrare da casa a fini probatori un fermaporta di pietra tipico delle campagne fiorentine che somigliava a una piramide tronca.

Nel 1985 le due ultime vittime del Mostro, Jean-Michel Kraveichvilj e Nadine Mauriot, sono avvistate da un guardiacaccia «a pochi metri da una radura ai piedi del Monte Morello, a nord di Firenze, dove si sarebbero accampati il 4 settembre». Nadine e Jean-Michel verranno ritrovati morti solo alcuni giorni dopo, nella piazzola degli Scopeti. Al Monte Morello il guardacaccia che li ha riconosciuti, quando sono finiti su tutti i giornali, fotografa «tre cerchi “magici”, due aperti e uno chiuso, realizzati con pietre». Proprio queste fotografie, ricorda Colaiuda, vengono definite da Michele Giuttari, all’epoca capo della Squadra Mobile di Firenze, «il tassello definitivo» della pista esoterica.

11. Il metodo dei cacciatori di streghe

Ma la coerenza interna del quadro esoterico sul Mostro regge solo a un esame superficiale, si materializza per chi, come direbbe la Carlizzi, inforca «gli occhiali» speciali che permettono di leggere i misteri italiani come giganteschi complotti individuando particolari (simboli, date, numeri, etc.) che al resto del mondo – privo di tali magiche lenti – appaiono incoerenti, ininfluenti e casuali.

La questione, puntualizza Colaiuda, è innanzitutto metodologica: «le interpretazioni proposte sono, molto spesso, frutto di ipotesi generiche, disancorate dalla obiettività dei fatti e vengono formulate a prescindere dall’osservanza del metodo e del rigore scientifico, che sono invece i cardini dello studio criminologico, giungendo, in ultimo, a conclusioni scientificamente errate».

Un esempio fornito dal dott. Colaiuda e comprensibile anche a chi non conosce il caso aiuta a inquadrare i limiti di questo modus operandi.

«Quando si pone a fondamento del movente esoterico il fatto che i delitti avvennero in prossimità della mezzanotte del sabato, non si tiene conto del dato fattuale: il 22 ottobre 1981 (duplice omicidio di Calenzano) era giovedì; il 9 settembre 1983 (duplice delitto di Giogoli) era venerdì; il 29 luglio 1984 (duplice omicidio di Vicchio) era domenica».

Questi satanisti fiorentini, dunque, non ammazzano al sabato…

Tornando ai cerchi magici spunta fuori un alto grande «errore metodologico», ovvero «collocare Jean-Michel Kraveichvilj e Nadine Mauriot in una radura ai piedi del Monte Morello la mattina del 4 settembre 1985, presenza sulla quale verrà poi fondata da parte degli inquirenti, in associazione alle fotografie dei presunti “cerchi magici”, la definitiva conferma della pista esoterica».

Nel collocare i due francesi a Nord di Firenze quello specifico giorno, gli inquirenti non tengono conto di alcuni scontrini ritrovati nella loro auto, che provano, senza alcun dubbio, che, dopo aver passato la frontiera tra Svizzera e Italia si fermano in un bar a Binasco, vicino a Milano, e poi presso una stazione di servizio in provincia di Alessandria. Di conseguenza «non possono trovarsi la mattina del 4 settembre nella radura ai piedi del Monte Morello, a nord di Firenze: non erano loro i due turisti francesi avvistati dal guardiacaccia».

Giancarlo Lotti

La matrice esoterica non regge alla validazione scientifica, eppure resiste in tribunale, allo stesso tempo corollario e presupposto della teoria dei compagni di merende al soldo del secondo livello di mandanti. Ma anche quest’ultima, specifica Colaiuda, ha piedi d’argilla e il suo primo limite è nel teste chiave, Giancarlo Lotti, ribattezzato Beta” dalla Procura di Firenze al termine del processo d’Appello a carico di Pietro Pacciani.

Durante il dibattimento, il Pm chiede a Lotti di descrivere la posizione delle vittime tedesche del mostro, uccise a Giogoli nel 1983 e rinvenute nella parte posteriore del furgone. Lotti risponde che si trovavano nella parte anteriore del furgone, «dov’è il volante». Il Pm, incredulo, riformula la domanda, chiedendo: «Ma dico: nel dietro del furgone, o nel davanti del furgone?» e il Lotti persevera, dimostrando di non aver mai messo piede sulla scena del crimine e di essere – la definizione è di Colaiuda ma io la sposo in toto – «un testimone assolutamente e totalmente inattendibile» come provato da questa e molte altre dichiarazioni incongruenti.

Sulla scorta di quest’analisi mi domando se prendere in considerazione la pista esoterica abbia portato l’inchiesta a imboccare una strada senza ritorno, facendo del Giallo del Mostro un cold case mascherato, che ha una verità giudiziaria messa in discussione da un alto numero di esperti criminologi e un colpevole – o più colpevoli – ancora a piede libero.

Fabio Colaiuda mi fa notare come l’errore «non sia rintracciabile tanto nel fatto di aver ipotizzato la cosiddetta “pista esoterica”, quanto piuttosto nel non aver sottoposto questa ipotesi al principio della falsificazione di Popper, secondo il quale una teoria, per poter essere scientifica, deve essere confutabile, dal momento che l’inconfutabilità di una teoria non è un pregio, bensì un difetto».

Se c’è una verità che emerge in questa inchiesta è che la pista satanica ed esoterica si impone proprio quando non è dimostrabile. Ma, nel caso del Mostro, «non esiste un “punto di non ritorno” oltre il quale l’errore metodologico non è stato più recuperabile, anche in considerazione del fatto che il primo elemento al quale è stato assegnato un forte significato simbolico/esoterico è stato il tralcio di vite nel delitto del 1974, il secondo della serie omicidiaria».

Cioè gli inquirenti avrebbero potuto sfilarsi gli occhiali esoterici in qualsiasi momento, accettando di avere fondato la loro teoria su un «dato fattuale deficitario». Un’opzione resa senza dubbio più difficile dalla grande pressione mediatica e alimentata da un’informazione preoccupata non tanto di dare notizia di fatti di grande rilevanza, ma di poter offrire prima della concorrenza dettagli e ipotesi «più o meno verosimili ma mai verificate» che, conclude Colaiuda, «hanno attirato la morbosa curiosità del pubblico ed hanno permesso di generare nuove occasioni di discussione».

Portando la storia del Mostro a sghembare all’infinito e permettendo all’ombra satanista di proiettare il suo cono d’ombra su un’inchiesta durata cinquant’anni.

Fine della seconda puntata – di 3.
La terza sarà pubblicata
giovedì 21 marzo 2019.

* Selene Pascarella è giornalista e criminologa. Si occupa di cronaca giudiziaria ed è una grande appassionata di fiction gialla e horror. È autrice di Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di nera, uscito nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1 per le Edizioni Alegre. Nel 2018 ha lanciato sul blog di Quinto Tipo (e su Medium) la serie ibrida Pozzi. Il diavolo a Bitonto.

Segui Selene su Twitter.

N.B. I commenti a quest’inchiesta saranno aperti dopo la pubblicazione della terza e ultima puntata.

INDICE DELLA TERZA E ULTIMA PUNTATA

1. Avvocati del diavolo
2. Lo spin-off diabolico del «dottore di Perugia»
3. Rossella, Meredith e la Rosa Rossa
4. Doppi livelli e carriere sataniche
5. Il veleno e la medicina collettiva

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2 commenti su “I Satanisti ammazzano al sabato – di Selene Pascarella, 2a puntata (di 3)

  1. Riceviamo dall’ex-PM Paolo Ferraro la seguente mail, che riportiamo qui esattamente come l’abbiamo ricevuta.

    «Nel valutare come oggetto di grave e voluta disinformaZione le porzioni dell’articolo https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/03/i-satanisti-ammazzano-al-sabato-2/ che attribuirebbero a me frasi giudizi e taglio analisi NON MIEI, vi allego il testo di mio articolo che dice cosa affatto diverse, e con taglio storico analizza i fatti allegando anche video audio.

    Onde evitare noiose riercussioni giudiziarie vi invito formalmente, trattandosi di invito cortese, a riportare esattamenre ed immediatamente l’articolo mio nel vostro SITO e vi allego a tal fine anche file di testo con la esatta versione html.

    Nel deprecare il fatto a mio avviso grave, ed agevolmente spiegabile anche nella “ispirazione”, mi riservo azione a tutela qualora non pubblicherete il TESTO INTEGRALE DEL MIO ARTICOLO A TITOLO DI IMMEDIATA SMENTITA.

    Cortesi saluti in attesa di urgente riscontro positivo.

    Mi trovo costretto a precisare che domani stesso preavvertirò con adeguata relazione difensore avvocato di mia fiducia.

    Roma 18 marzo 2018 [sic]»

    Il lunghissimo testo che Ferraro ci chiede di pubblicare si trova in realtà già on line, ergo lo segnaliamo e linkiamo, dopo averlo archiviato con Wayback Machine nella precisa versione in cui si trova oggi, 18 marzo 2019. Chiunque potrà farsi un’idea delle tesi investigative di Ferraro dalle sue stesse parole, come egli stesso ci chiede.

    In un paragrafo della seconda puntata dell’inchiesta I satanisti ammazzano al sabato Selene Pascarella linka e commenta un’intervista rilasciata dal dottor Ferraro a Corsera magazine, che lo stesso Ferraro linka sul suo sito e riguardo alla quale non ci risultano smentite né tantomeno azioni legali da parte sua. Anzi, poco meno di un anno dopo – 11 settembre 2014 – Ferraro l’ha riproposta ai suoi lettori, insieme ad altri quattro articoli usciti sulla medesima testata, elogiandola:

    «i cinque articoli di CORSERA.IT […] erano attenti al profilo “organizzatorio” e, avendo il cronista , sbalordito ma non tanto , ben ascoltato i file audio della Cecchignola, mettevano in risalto ciò che più direttamente emergeva dal diretto ascolto e dal vaglio delle presenze non secondarie nel nucleo della Cecchignola.»

    Se dunque a detta dello stesso Ferraro quell’intervista descriveva fedelmente le sue tesi investigative e prese di posizione, tanto da averla riproposta in più occasioni, la svista che egli rimprovera a Pascarella – aver attribuito direttamente all’intervistato una descrizione del reperto audio fatta dal giornalista – ci appare di poco conto e di impatto pressoché nullo sulla precisione dell’inchiesta. Ad ogni modo, abbiamo corretto il passaggio in oggetto.

    Compiuti questi passi, al dottor Ferraro riteniamo di non dovere più nulla.

  2. […] terza e ultima puntata della sua inchiesta (qui → la prima e la seconda), Selene Pascarella si interroga su quali siano i vizi di procedura, oltreché di mentalità degli […]