Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, 3a parte | Leggende metropolitane e ricatti morali. Con un appello agli storici: rialzate la testa!

Due operazioni editoriali su Norma Cossetto

Ad accomunare questi due libri non è solo il titolo quasi uguale.

[WM: Nella prima puntata di questa miniserie, il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki ha smontato il film Red Land – Rosso Istria, elencandone anche i committenti politici e i mandanti ideologici.
Nella seconda puntata, ha ricostruito la genealogia delle innumerevoli dicerie che circondano la morte di Norma Cossetto e allontanano qualunque possibilità di capire cosa avvenne davvero.
In questa terza e ultima puntata, Nicoletta analizza altre due opere: il semi-romanzo Foibe rosse di Frediano Sessi e il quasi omonimo Foiba rossa, fumetto di chiarissima – e facilmente verificabile – matrice neofascista.
■ Prima di scrivere di foibe (stiamo per vedere come), Frediano Sessi era già noto come narratore e divulgatore della Shoah e dei crimini nazisti. Nel 2002 aveva curato l’edizione italiana del testo definitivo del diario di Anne Frank. Col nome dell’autore a gettare un simbolico ponte tra due storie completamente diverse, e grazie all’espediente narrativo del «diario» (fittizio), Foibe rosse ha dunque contribuito alla paradossale «annafrankizzazione» di Norma Cossetto – martire di una famiglia convintamente fascista e collaborazionista – e al più generale processo di «olocaustizzazione delle foibe», ben descritto dallo storico Federico Tenca Montini.
Allo smontaggio di Foibe rosse è linkato un approfondimento su Guido Rumici, consulente storico di Red Land e fonte di Sessi.

■ Quanto al fumetto Foiba rossa, si tratta di un prodotto dozzinale, sciatto e pieno zeppo di incredibili sfondoni storici e non solo. Se ce ne occupiamo, è per tre motivi:
1) la Regione Veneto ne ha appena acquistate migliaia di copie per distribuirle nelle scuole medie;
2) a quest’operazione editoriale hanno partecipato molte nostre “vecchie conoscenze”;
3) è il perfetto anello di congiunzione tra il libro di Sessi e Red Land.

La miniserie si chiude con alcune riflessioni sull’uso distorto, censorio e ricattatorio dell’epiteto «negazionisti», e con un appello alla comunità dei ricercatori storici.
Buona lettura.]


di Nicoletta Bourbaki *

INDICE DELLA TERZA PUNTATA
0. Premessa
1. Come si fa e come non si fa storia orale
2. L’«interlocutore privilegiato» di Sessi: Pierpaolo Silvestri
3. «Lampi di verità»? Il finto diario di Norma e il fascismo politically correct
4. «Ricostruire i fatti come se accadessero davanti a noi»
5. Il fascismo «terzo» e il partito della nazione
6. Un fumetto neofascista nelle scuole medie: Foiba rossa
7. Come e perché è stato capovolto il senso del termine «negazionismo»

Premessa

Frediano Sessi

Il volume di Frediano Sessi Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ’43 (Marsilio, Venezia 2007) è stato definito «ben costruito e di gran pregio» e di esso si è scritto che il suo «forte impatto emotivo» è dovuto «all’abile penna» dell’autore, «che è riuscito a ricucire in una narrazione sospesa tra realtà storica ed immaginazione numerose testimonianze».

Allontanandoci da questo giudizio, criticheremo il libro di Sessi per il suo scarso rigore metodologico, che a nostro avviso si traduce in un’ambigua e poco felice commistione di storia, memoria e letteratura, in uno di quelli che Wu Ming 1, con particolare riferimento alle produzioni di Giampaolo Pansa, ha definito «oggetti narrativi male identificati».

1. Come si fa e come non si fa storia orale

A più riprese (pp. 8; 15; 18; 21; 65; 66; 112) Sessi sottolinea la scarsità di documentazione rimasta sulla vicenda della tragica morte di Norma Cossetto. A fronte di tale ammessa carenza, la scelta dichiarata è quella di «privilegiare quel che resta della memoria del dolore, e di dare voce a una morte che in ogni caso, quale ne sia l’interpretazione che si vuole autentica, fu atroce e ingiustificata» (p. 15).

Le pagine che sembrano più coerenti con il programma di recupero memoriale intrapreso da Sessi sono quelle delle lunghe interviste dell’autore ad Andreina Festi Bresciani, compagna di università di Norma Cossetto (pp. 21-31), e a Licia Cossetto, sorella di Norma (pp. 33-49). Ci troviamo forse di fronte alla complessa problematica che è propria ad ogni saggio di storia orale?

Il metodo della storia orale, secondo quanto scrive Giovanni Contini nella voce dell’Enciclopedia Treccani dedicata all’argomento, pone «in relazione dialogica non solo due individui, intervistato e intervistatore, ma i due fondamentali modi di trasmissione-elaborazione della memoria del passato»: quello della tradizione orale – «ossia il ricordo collettivo e spontaneo, familiare, del passato (il punto di vista dell’intervistato)» – e quello della storiografia – in cui «il passato viene trattato da specialisti i quali selezionano una memoria che non è più quella della famiglia o del clan, ma è memoria generale e fin dall’inizio si pone il problema della scientificità degli assunti».

Lo storico orale, dunque, non si limita a riportare passivamente il racconto del suo intervistato, ma (dopo averlo fedelmente registrato) lo assume criticamente, mettendolo continuamente a confronto con i risultati della scienza storica.

Consideriamo, ad esempio, le indicazioni di metodo premesse da Alessandro Portelli al suo L’ordine è già stato eseguito (ultima edizione, Feltrinelli 2012), un classico della storia orale. Portelli enuncia tempi e luoghi del suo lavoro di raccolta delle fonti orali, i criteri della trascrizione e le modalità della «presentazione finale della ricerca» (pp. 25-27).

Il lavoro dello storico orale, «faticoso e difficile perché chiede […] di lavorare sia sulla dimensione fattuale sia su quella narrativa, sul referente e sul significante, sul passato e sul presente, e soprattutto sullo spazio che intercorre fra i due», prevede fra l’altro il confronto con le fonti scritte, le quali servono «soprattutto a disporre di un quadro problematico ma plausibile degli eventi, su cui verificare e misurare il lavoro creativo della memoria e del racconto» (pp. 23-24).

Tutto ciò è puntualmente documentato nell’apparato critico del volume, fittissimo di note.

Tale consapevolezza metodologica si cercherebbe invano nel libro di Frediano Sessi, pressoché privo di apparato critico, tolte una Bibliografia essenziale comprendente meno di cinquanta titoli (pp. 145-147) e una breve nota di Ringraziamenti in cui sono sommariamente indicate le fonti orali e scritte utilizzate (p. 149). Le interviste ad Andreina Festi Bresciani e a Licia Cossetto, inoltre, appaiono condotte secondo modalità di tipo giornalistico; le risposte sono inframmezzate da frequenti commenti dell’autore, talora di carattere fortemente retorico, come questo:

«Il suo risentimento è forte, ma altrettanto forte è il ricordo della condizione di abbandono in cui la sua famiglia, la sua gente, italiani come gli altri, sono stati lasciati a partire dal 1945. Per non parlare dell’esodo, e dei campi profughi. Quando si riusciva a sopravvivere alla furia degli slavi, rimanevano la tristezza dell’esilio, la miseria della nuova condizione di nullatenenti e la vergogna del campo profughi, se non la fuga (pp. 23-24).»

O quest’altro:

«Che cosa significa tutto questo? Perché mai, nel dopoguerra, si è detto che fu Concetto Marchesi a seguire la tesi di Norma? […] Oppure si tratta di un vero e proprio falso, costruito allo scopo di manipolare la storia e di nascondere la tragedia delle foibe istriane, opera criminale delle milizie comuniste titoiste, pur affermando il dovere di “onorare la memoria” di Norma Cossetto, come dice la lapide dell’Università di Padova, “caduta per la libertà”? Quale libertà? Caduta per mano di barbari criminali in nome del comunismo e di un progetto di colonizzazione di alcune parti dell’Italia da parte della Jugoslavia! Resto in silenzio, perché non riesco a dare un ordine a questi pensieri forti e poco ponderati.» (p. 26)

Al posto del reciproco riscontro critico tra fonti orali e fonti scritte, di cui parlano Contini e Portelli, in queste pagine troviamo invece la dichiarata volontà dell’autore di colmare il vuoto dato dalla «scarsa documentazione» (p. 21). Vediamo come.

2. L’«interlocutore privilegiato» di Sessi: Pierpaolo Silvestri

Pierpaolo Silvestri. In questa foto la sua «passione» è ben evidente. Clicca per ingrandire.

Dopo la testimonianza di Licia Cossetto un paio di capitoli, basati prevalentemente su fonti documentali, sono dedicati alle vicende di alcuni familiari di Norma Cossetto e del suo fidanzato, poi alla vicenda del conferimento della laurea postuma da parte dell’Università di Padova e infine a una succinta esposizione del contenuto del Rapporto Harzarich (un resoconto del ritrovamento del cadavere di Norma) (pp. 51-64).

L’individuazione delle fonti documentali non è sempre possibile, dato che il più delle volte manca una loro puntuale indicazione (come abbiamo detto, il testo di Sessi è totalmente privo di note). Viene comunque indicato il principale fornitore del materiale d’archivio di cui si è servito Sessi in questi capitoli, ossia Pierpaolo Silvestri, già organizzatore di una «mostra itinerante» su Norma Cossetto:

«Tra le informazioni che ricevo da Licia ci sono un nome e un numero di telefono di un certo Pierpaolo Silvestri, che si è occupato a lungo della storia di Norma e che ha raccolto del materiale d’archivio (fotografie, documenti, testimonianze, ritagli di giornali ecc.) con il quale ha organizzato una mostra itinerante. La sua chiave di lettura del fenomeno più generale delle foibe è semplice: gli eccidi perpetrati in Istria furono programmati dagli uomini di Tito per cancellare definitivamente ogni traccia di italianità nella zona. Simili posizioni comportano di solito una rivalutazione nostalgica del fascismo: ma la passione con cui Silvestri ha cercato di restituire una trama di memoria alla vita perduta di Norma è toccante.» (p.51)

Dopo aver messo le mani avanti – come per dirci: «non sono così ingenuo da non riconoscere un fascista» – Sessi usa una circonlocuzione per dire che, se anche la «passione» di Silvestri dovesse rivelarsi una passione fascista, andrebbe bene comunque.

«Ancora una volta, non serve giudicare i propositi o le idee. I fatti e le azioni che si collocano nella sfera pubblica non possono essere valutati esclusivamente in rapporto alle intenzioni che li hanno motivati. Quel che appare della nostra esistenza, la vita pubblica, dipende più dall’etica della responsabilità che da quella della convinzione. Sono gli effetti che ci parlano più che le idee che li motivano.» (p.51)

È sulla base di queste considerazioni che Sessi definisce Silvestri

«un interlocutore privilegiato; un testimone indiretto, vale a dire un “terzo” che non avendo partecipato direttamente agli avvenimenti se ne fa carico. E la memoria per parlarci ha bisogno anche di questi passatori (Ivi).»

Ricapitoliamo: è lo stesso Sessi a dirci che la chiave di lettura del fenomeno delle foibe proposta da Silvestri – le foibe come momento di un piano deliberato di genocidio anti-italiano – comporta di solito «una rivalutazione nostalgica del fascismo». Sessi non ci dice se il suo «interlocutore privilegiato» sia effettivamente un nostalgico del fascismo. Alcune cronache successive alla pubblicazione di Foiba rossa vedono la presenza di un Pierpaolo Silvestri a Milano, il 23 marzo 2014, ad una commemorazione della fondazione dei Fasci di combattimento. Certo, potrebbe sempre trattarsi di un omonimo con la stessa identica «passione», anche per Norma Cossetto.

Per giustificare la scelta di un personaggio dalle idee alquanto discutibili come «interlocutore privilegiato», Sessi si richiama – in modo non del tutto chiaro – alla distinzione weberiana tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, qui interpretata nel senso che «gli effetti ci parlano più che le idee che li motivano»: ossia, se abbiamo capito bene, non importa quali idee e quali propositi abbiano guidato Silvestri nella raccolta e nella presentazione di materiali d’archivio su Norma Cossetto; conta solo il risultato.

L’idea che il fine politicamente orientato di una ricerca possa influenzarne metodi e risultati sembra non sfiorare Sessi, il quale, qui come altrove, si affida alle sue fonti in modo totalmente acritico.

Tra gli effetti delle ricerche storiche di Silvestri, e ripresi da Sessi, vale comunque la pena di menzionare il resoconto – alquanto tragicomico, in verità – della morte, nel dopoguerra, di Alberto Jacobacci, già fidanzato di Norma Cossetto. Qui Sessi assume acriticamente anche i toni di Silvestri:

«Lo ritroviamo il 12 novembre del 1960, all’età di quarantatré anni, vittima della sua passione: il mare. […] Alberto Jacobacci era scomparso in mare. A bordo del suo panfilo, lungo quasi quindici metri, oltre a un battello di emergenza c’era uno di quei siluri chiamati “maiali” che, nel corso della Seconda guerra mondiale, lui stesso aveva cavalcato per violare le basi inglesi fortificate.» (p. 54)

E il tasso di “nostalgismo” negli interlocutori di Sessi si avvicina al 100% nel momento in cui apprendiamo che Andreina Festi Bresciani è stata consigliera missina e poi candidata alla Camera, sempre per il Movimento Sociale Italiano, nelle elezioni politiche del 1968. Non lo apprendiamo certo da Sessi medesimo, che in dieci pagine di intervista ha omesso di menzionare la circostanza, bensì dal “coccodrillo” pubblicato l’8 maggio 2018 sull’edizione locale de «La Nazione».

Sempre per quanto riguarda l’estrazione politica degli interlocutori di Sessi, a p. 58 quest’ultimo definisce Guido Rumici «un giovane ricercatore di area progressista». Non si capisce da cosa si deduca tale presunta estrazione. Sull’impronta ideologica del lavoro di Rumici segnaliamo un nostro approfondimento, scritto ad hoc come nota al presente testo. Si intitola: «Norma Cossetto, foibe e fiction: a proposito di un saggio di Guido Rumici». Qui basti far notare che, insieme a Marino Micich, Rumici ha fatto da consulente storico per Red Land – Rosso Istria, stando almeno a quanto dichiarato dal produttore del film Alessandro Centenaro.

3. «Lampi di verità»? Il finto diario di Norma e il fascismo politically correct

Giunto all’ottavo capitolo, Frediano Sessi introduce una sua «storia verosimile in forma di diario», con parole che meritano di essere riportate in modo esteso:

«Al punto in cui siamo, è possibile dare forma ai pensieri di Norma e a quella parte della sua vita che solo lei avrebbe potuto raccontare; farne una storia verosimile in forma di diario, a partire dai “lampi di verità” emersi dalle testimonianze e dalla scarna documentazione, per colmare i tanti, troppi vuoti lasciati dal tempo e dall’incuria degli amici e degli storici […] In questa ricostruzione realtà storica e immaginazione convergono nel tentativo di restituire corposità ai fatti e ai pensieri. Un metodo che si giustifica, almeno in parte, con la scarsa documentazione disponibile a fronte della ricchezza di particolari, spesso coincidenti, emersi dai racconti dei testimoni. Un azzardo storico? In fondo, tutte le storie fanno i conti con la finzione perché arrivano a noi solo attraverso il linguaggio e la scrittura. Una vita quando si avvera sulla pagina non è altro che una trama di parole. Tutto, proprio tutto è parola.» (p.65)

Come pezze d’appoggio per la sua decisione di colmare i buchi inventando, Sessi ricorre a due ipse dixit:


«Le lingue, scrive Michel Foucault, “stanno con il mondo in un rapporto di analogia più che di significazione; o piuttosto il loro valore di segno e la loro funzione di raddoppiamento si sovrappongono”. Sappiamo bene tuttavia che “se la scrittura della storia assume spesso la forma di un racconto, quest’ultimo è in ogni caso qualitativamente diverso da una fiction romanzesca. Non si tratta di negare la dimensione creatrice della scrittura storica” (Traverso), ma di riaffermare che il racconto storico si propone di prendere avvio da un contenuto di verità (che sia almeno verificabile). Certo ha ragione chi sostiene che occorre guardarsi dall’illusione positivista che vuole la storia ancorata in modo autosufficiente ai fatti. Gli archivi, che sono la principale fonte degli storici, non sono mai un riflesso neutro e incontaminato del reale, poiché possono occultare la verità o mentire. – Allora, se qualche testo scritto di Norma fosse pervenuto fino a noi, avrebbe potuto avere questa forma e questi contenuti.» (p. 66)

Partiamo dalle citazioni.

La frase di Foucault è tratta dal secondo capitolo de Le parole e le cose (edizione italiana, Rizzoli 1967, p. 52), testo peraltro assente dalla Bibliografia di Foibe rosse. In questo capitolo Foucault non parla delle lingue in generale, né del rapporto tra la realtà e il linguaggio in generale, bensì del ruolo rivestito dal linguaggio nella episteme del XVI secolo. La citazione di Foucault, avulsa dal suo contesto, viene usata da Sessi in modo del tutto arbitrario per suffragare la tesi secondo cui «tutto, proprio tutto è parola» e per avvalorare la «convergenza» tra «realtà storica e immaginazione».

Le parole di Enzo Traverso – stavolta l’opera da cui sono tratte appare menzionata in bibliografia: Enzo Traverso, Le passé modes d’emploi, La fabrique éditions, 2005 – vengono invece citate solo per essere subito contraddette: «ha ragione chi sostiene che occorre guardarsi dall’illusione positivista che vuole la storia ancorata in modo autosufficiente ai fatti».

E ora gli azzardi storici.

Carlo Ginzburg

A proposito di un’altra narrazione di tipo completamente diverso (ma l’interrogativo ha portata generale), Carlo Ginzburg si è chiesto:

«Ma è legittimo surrogare la mancanza di riscontri esterni sul comportamento di un individuo con dati non documentati, ma semplicemente compatibili con quanto è stato effettivamente accertato?» (Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Feltrinelli, Milano 2006, pp. 82-83).

Per rispondere a questa domanda, Ginzburg prende in esame alcuni casi tratti dalla letteratura storiografica, in cui, alla mancanza di documentazione diretta, studiosi anche celebri hanno supplito formulando congetture basate sul contesto storico. La storica inglese Eileen Power, ad esempio, nel suo Vita nel Medioevo, dopo aver delineato il contesto in cui visse Bodo, un contadino francese dell’epoca di Carlo Magno, tenta di immaginare una tipica giornata della sua vita. Pur legittimo, questo metodo presenta secondo Ginzburg alcuni limiti da tenere ben presenti:

«Quando leggiamo “Bodo si sarà preso certamente una vacanza e sarà andato alla fiera”, capiamo subito che si tratta di una congettura. Ma di fronte a una frase formalmente non congetturale come “Bodo se ne va fischiettando nell’aria fredda” sarebbe ingenuo chiedersi se è basata su una fonte. La prima integrazione è suggerita […] da un giudizio di compatibilità storica; la seconda, da una considerazione generica di plausibilità (i contadini fischiettano oggi, certo fischiettavano anche al tempo di Carlo Magno) decisamente discutibile (gli uomini non sono usignoli, il loro fischiettare non è un atto naturale).» (pp.87-88)

Conclude Ginzburg:

«Il contesto, inteso come luogo di possibilità storicamente determinate, serve dunque a colmare ciò che i documenti non ci dicono sulla vita di un individuo. Ma queste integrazioni sono possibilità, non conseguenze necessarie; congetture, non fatti accertati. Chi arrivasse a conclusioni diverse negherebbe la dimensione aleatoria e imprevedibile che costituisce una parte importante (anche se non esclusiva) della vita del singolo.» (Ivi)

Ma in Foibe rosse c’è qualcosa di più. Spesso le congetture proposte da Sessi circa la personalità, i comportamenti, i modi di pensare e di vivere di Norma Cossetto, quali lo stesso Sessi espone nel diario immaginario ma posto fin dall’inizio sotto il segno del «verosimile» (pp. 66-90), non sembrano formulate sulla base del contesto, ma sembrano direttamente contraddirlo; e tuttavia non appare chiaro sulla base di quale altra documentazione Sessi le abbia potute scrivere.

Un esempio. A un certo punto Sessi attribuisce a Norma le seguenti considerazioni:

«La violenza non fa per me e anche la mia esaltazione per le conquiste coloniali del regime non era certo legata all’elogio della guerra […]. Ma la guerra e la violenza no, perché accrescono l’odio tra i popoli e alimentano il loro spirito di vendetta. Per non parlare della persecuzione degli ebrei! Il solo pensiero mi fa rabbrividire. E del resto il Duce non ha mai aderito a questo aspetto della politica hitleriana.» (p. 86)

Qui e altrove Sessi dipinge una Norma Cossetto convintamente fascista, però non razzista, non imperialista, non bellicista e assolutamente non antisemita, e le attribuisce inoltre la – falsa, ma Sessi non lo precisa – convinzione che Mussolini non abbia «mai aderito» all’antisemitismo di Hitler.

Sorge spontanea la domanda: basandosi su quali pezze documentali o testimoniali Sessi avrà ricostruito queste idee e convinzioni che attribuisce a Norma Cossetto e che sembrano atipiche per un’aderente all’ideologia fascista nel 1943?

Non è dato saperlo, dal momento che in queste righe manca ogni riferimento a fonti. Non solo, ma tali caratteristiche non sembrano confermate da quanto Andreina Festi Bresciani riferisce a Sessi:

«aveva una vera e propria passione per la politica. Ricordo che partecipava con entusiasmo alle manifestazioni per la guerra d’Africa e non faceva mistero del suo nazionalismo spinto. Posso dire che sentiva molto decisamente la sua italianità. E diceva sempre che in Istria erano gli sloveni e i croati a essere fuori posto; perché gli italiani abitavano quella terra con più diritti. Su questo punto era molto intransigente.» (p. 31)

Si ha in realtà l’impressione che Frediano Sessi, quando cerca di ricostruire la personalità e le idee anche politiche di Norma Cossetto, si basi non tanto sull’effettivo contesto storico in cui si svolge la vicenda (l’Istria del 1943), quanto piuttosto sul contesto contemporaneo allo scrittore. In altre parole, Sessi sembra mosso dall’intento di disegnare un’immagine che possa essere percepita come positiva dal pubblico contemporaneo a lui, “adattando” perciò il personaggio di Norma Cossetto a determinati ideali di tolleranza, di nonviolenza e di “correttezza politica” che sembrano oggi ineludibili.

Un altro esempio di questo adattamento politically correct della figura di Norma (sempre nella sezione del “diario”) è l’episodio del dialogo fra la protagonista e Ivan, un personaggio presumibilmente immaginario, maestro elementare moderatamente antifascista, amico di Norma. Qui Ivan esprime il proprio misurato dissenso circa la politica di italianizzazione forzata condotta dal fascismo nei confronti delle popolazioni iugoslave:

«”Durante la ricreazione, mi sono accorto che i bambini parlavano piano tra loro usando la lingua croata, a me completamente sconosciuta, mentre in classe, come sai bene, devono esprimersi in italiano. Ti sembra giusto? Per non parlare dell’obbligo di cambiare i cognomi, e i nomi di persona e dei luoghi. […]”» (p.74)

Ecco come commenta queste frasi la Norma Cossetto di Sessi:

«Era una provocazione, una delle solite con cui Ivan cercava di farmi perdere la pazienza per mettere in discussione la mia fede fascista e soprattutto il mio convinto nazionalismo italiano. Con queste argomentazioni, toccava comunque un nodo politico di forte dibattito. Se il rispetto era dovuto a tutti gli esseri umani, perché mai impedire a delle popolazioni di mantenere le proprie tradizioni? Perché non far convivere la lingua croata e la lingua italiana? […] – Non che mi invitasse a diventare comunista. Nemmeno lui lo era. Mi proponeva una visione democratica della vita civile e sociale, venata di un moderato antifascismo. […] Idee che non condivido in generale, se escludiamo il rispetto per le persone e il diritto di tutti a vivere dignitosamente, ovviamente secondo quanto è consentito dalla classe di appartenenza. – Nonostante tutto, resto convinta dell’idea che il fascismo abbia in sé molte cose buone. – Quanto a Ivan, ciò che conta è la nostra amicizia. E nessuna idea che ci vede in contrasto ci potrà mai separare. Anche per me, prima di tutto, vengono le persone e le relazioni umane.» (pp. 74-75).

Questo monologo interiore inventato da Sessi non trova il minimo riscontro in nulla di quanto sappiamo di Norma Cossetto, della sua famiglia, del contesto storico e sociale in cui viveva e della sua fede politica.

Sessi afferma in altra parte del suo volume:

«Le tante testimonianze sui Cossetto dell’Istria ci dicono di una famiglia che si sente e vuole rimanere italiana, senza compromessi, che non ama gli slavi ma li rispetta, anche perché se ne serve per i propri poderi agricoli» (p. 56).

In verità niente di ciò che ci viene detto nel libro – al di fuori delle sezioni più marcatamente fictional – circa l’atteggiamento della famiglia Cossetto nei confronti degli iugoslavi sembra andare al di là di un generico paternalismo venato di senso di superiorità di classe. Non sembra infatti sufficiente a caratterizzare come particolarmente illuminista la mentalità di Giuseppe Cossetto il passo del maresciallo Harzarich citato da Licia Cossetto, secondo cui il padre «era un noto fascista, privo però, dalle voci circolanti sul suo conto, di idee violente» (p. 48).

Inoltre, Sessi tende a qualificare come violente le sole espressioni più scopertamente squadristiche e dittatoriali del fascismo, trascurando la violenza sistemica della dominazione italiana sulle popolazioni iugoslave, che si manifestava anche attraverso quello sfruttamento dei contadini ad opera dei proprietari terrieri (italiani) che Sessi sembra considerare del tutto ovvio e aproblematico.

Un tale atteggiamento si spiega, forse, nei testimoni intervistati. Gli stessi Raoul Pupo e Roberto Spazzali, in un libro non certo imputabile di giustificazionismo filoiugoslavo, scrivono che «la classe dirigente italiana non riusci[va] assolutamente a rendersi conto del cumulo di rancori, nazionali e sociali, che si era sedimentato nella società locale croata» (R. Pupo e R. Spazzali, Foibe, Milano 2018, p. 101). Lo stesso atteggiamento risulta meno spiegabile quando viene condiviso dallo stesso Sessi.

4. «Ricostruire i fatti come se accadessero davanti a noi»

La sezione dedicata al “diario” di Norma è immediatamente seguita da tre capitoli (Gli ultimi giorni di Norma Cossetto, Licia e Norma, Lo stupro) in cui la narrazione torna alla terza persona, ma conservando un carattere ampiamente romanzato:

«Adesso possiamo riprendere il racconto del primo incontro di Norma con un giovane di nome Giorgio, e ricostruire i fatti come se accadessero davanti a noi.
La chiesa di Santa Domenica di Visinada ha da poco fatto sentire i rintocchi del mezzogiorno. È il 26 settembre del 1943. Intorno, il silenzio è rotto solo dal rumore metallico del motore di una motocicletta.
Giorgio ha messo la prima e accelera, mentre Norma si regge forte tenendosi stretta alla maniglia del sedile.
“Non così” le dice, mentre affronta la prima curva, “sarai più sicura se ti stringi a me… e non avere paura di seguire le oscillazioni della moto. Fidati, sono anni che vado su queste strade”.
“Dove mi porti?”
“Al comando partigiano di Visignano. Ti vogliono parlare:”» (p. 91)

Sono pagine condotte secondo la tecnica classica del narratore onnisciente, cui nulla sfugge e che conosce e descrive anche i pensieri, le percezioni e i ricordi dei suoi personaggi:

«Norma ripensa a Giorgio e lo ricorda bene nell’ultimo banco della terza A della scuola magistrale: svogliato e sempre pronto a copiare. Non aveva nessuna voglia di fare il maestro, ed era lì perché lo avevano obbligato i genitori, ambedue insegnanti nelle scuole elementari. Un bel ragazzo che faceva girare la testa a tante sue compagne di classe e ad altre di classi e corsi diversi. Asciutto e muscoloso, viso altero e occhi decisi di un verde profondo. Vestiva da povero, ma aveva un portamento quasi nobile. Un giovane che mostrava un certo stile innato.» (p. 94).

In pagine che sembrano attendere una trasposizione cinematografica, talora l’uso ripetuto della locuzione «in realtà» sembra voler conferire un carattere di comprovato realismo alla narrazione:

«In realtà, Norma si chiedeva tante cose sulla sua vita.» (p. 101)
«In realtà i suoi pensieri non seguivano una linea logica.» (p. 102)
«In realtà Giorgio, come tutti coloro che costituivano il braccio esecutivo degli ordini del comando partigiano dell’Istria, era informato molto bene di quel che accadeva ai prigionieri.» (p. 104)

Queste modalità narrative suscitano perplessità che si infittiscono nel capitolo Lo stupro, in cui Sessi narra lo stupro collettivo subito da Norma immedesimandosi infine nella mente e nella carne della sua protagonista, in pagine che sembrano tratte da un pessimo romanzo d’appendice:

«”Che cosa volete da me? Che cosa mi fate”?» urlò, divincolandosi con rabbia, e con un residuo di forze che non spaventò affatto i quattro uomini che le erano saltati addosso. “Zitta, cagna fascista. Vedrai come ti divertirai! Non facciamo altro che applicare le regole dei tuoi camerati, quando arrestano le donne dei partigiani. Trattamento identico…” […] D’improvviso dolore, strazio, terrore sembrano come scomparsi per effetto di un’anestesia totale, inspiegabile. Norma pensa alla mamma e sa che la Madonna ha compiuto un miracolo, perché adesso non sente più nulla, non le sembra nemmeno di possedere un corpo. Anche il lamento, le urla non le escono più dalla bocca. L’anima è salva e con l’anima, che nessuno le ruberà mai, anche lei può dirsi liberata.» (pp. 124-126).

Non sembri irrispettosa la nostra scelta di non commentare tali pagine.

Ci sembra invece importante tornare su alcuni aspetti ideologici del libro di Sessi, che prima abbiamo solo accennato.

5. Il fascismo «terzo» e il partito della nazione

Per caratterizzare l’ideologia condivisa dalla famiglia Cossetto, Sessi introduce la categoria storiografica del «fascismo “terzo” »(p. 57; le virgolette sono nel testo). Vediamo meglio di cosa si tratta. Scrive Sessi (abbiamo già incontrato parte di questa citazione):

«Sembra utile […] parlare di differenti esperienze e percezioni del fascismo da parte di coloro che vi aderirono. Negli anni quaranta-cinquanta, con la spartizione del mondo e la guerra fredda, tutto fu considerato uguale; ma essere fascisti di fede e ideologia nelle campagne della Pianura padana emiliana o lombarda era assai diverso che sentirsi fascisti al Sud, o nelle terre di confine, dove la questione nazionale, per tradizioni storiche, per buona parte della popolazione italiana assumeva un carattere forte, a tratti irredentista e violento o semplicemente “romantico”.» (p.56)

A quel punto, Sessi si chiede: «perché si diventa fascisti in casa Cossetto?», e come risposta «più probabile» si dà questa:

«per adesione a una causa di italianità che poteva voler dire difesa della terra, delle proprietà e più in generale delle tradizioni nazionalistiche, contro i moti autonomistici delle minoranze slave e i propositi internazionalistici dei gruppi operai. In breve, per “sentimenti” non violenti [!], uniti a ragioni di ceto (o classe); per esempio un certo paternalismo, di tradizione fondiaria, in contrapposizione alla condizione di salariati, contadini e mezzadri di una popolazione povera, in prevalenza di origini slave.» (p.57)

Ergo, conclude Sessi:

«Quello di Norma non fu certamente un fascismo “romano” guerrafondaio e violento, assolutista e colonizzatore, carico di espressioni razziste e antisemite, sebbene partecipare alle grandi manifestazioni di piazza le piacesse. Fu semmai un fascismo “terzo” (assai diverso da quello di “confine”, espansionista e combattente), condiviso da Licia nel dopoguerra, anche a causa dei crimini subiti dalla sua famiglia, in nome e per conto del comunismo che propugnava una società “giusta” ed egualitaria oltre che slava.» (Ivi)

Non ci soffermiamo sulla significativa inversione cronologica in virtù della quale i crimini del comunismo sembrano chiamati a giustificare l’ideologia fascista condivisa dalla famiglia Cossetto (laddove tale ideologia evidentemente preesisteva ai crimini «subiti dalla sua famiglia» e addebitati senz’altro al comunismo «slavo»). Proviamo invece a chiarire meglio il significato dell’espressione «fascismo “terzo”» usata da Sessi e in verità non chiara (terzo rispetto a cosa?).

In un’analisi pubblicata undici anni prima del libro di Sessi, il politologo Marco Revelli parla di «tre anime» del fascismo:

Marco Revelli

«Intendiamoci: di “identità fasciste” ce ne sono più d’una. C’è il fascismo sovversivista della fase movimentista, di derivazione sindacalista-rivoluzionaria, socializzatore, anticapitalista, rodomontesco, erede del primo Mussolini, quello della retorica massimalista, dell’antropologia guerriera; e c’è il fascismo liberalautoritario o liberalnazionale dei Gentile, dei Rocco, dei teorici di uno Stato liberale forte, organico, disposto a sacrificare i diritti dei cittadini in nome dell’interesse della Nazione, di una patria identificata con i suoi poteri forti; né manca il fascismo conformistico, unanimistico, familistico dei pletorici, onnipervasivi ceti medi, l’anima più autentica del “fascismo-regime”, la base esistenziale del “consenso” degli anni trenta.» (Marco Revelli, Le due destre. Le derive politiche del postfordismo, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p. 57).

Sembra possibile identificare in tale fascismo conformistico dei ceti medi il fascismo “terzo” cui allude Sessi. Un fascismo che, in Sessi, pare a tratti perdere le proprie connotazioni politiche per assumere i tratti di quella «zona grigia» vagheggiata in alcuni scritti di Renzo De Felice, quella maggioranza silenziosa, apolitica, nella quale s’incarnava (secondo De Felice) la vera identità nazionale italiana e che, durante la guerra civile del 1943-45, sarebbe rimasta vittima incolpevole degli opposti estremismi (cfr. M. Revelli, op. cit., p. 70).

Vediamo ad esempio un brano tratto dalle prime pagine del volume di Sessi, in cui è appunto delineata l’immagine di un’Istria nel settembre 1943 ove la «maggioranza italiana» appare martire dello scontro selvaggio fra opposte ideologie:

«E così era in questa regione di confine per le fazioni in aperto conflitto in quelle ore. Nel mezzo una maggioranza italiana, a cui si univano non poche famiglie slave, di inermi che avrebbero preferito di gran lunga continuare le loro abituali occupazioni, sebbene qualcuno cominciasse a lasciarsi sedurre da quella anarchia di costumi e regole che bussava alle porte (p. 9).»

Le pagine di Marco Revelli da cui abbiamo tratto il brano citato sopra sono dedicate all’analisi delle tesi politiche approvate nel Congresso di Fiuggi del MSI-DN (gennaio 1995), quello che sancì la nascita di Alleanza Nazionale. Nel capitolo conclusivo di quelle tesi, intitolato «AN, partito degli italiani», secondo Revelli risulta particolarmente evidente l’impronta del «terzo tipo» di fascismo, quello «mediatore, tipica espressione dei ceti medi», ossia «la dimensione unanimistica, conformistica, ostile all’idea stessa del conflitto sociale e alla lotta delle idee». Sempre secondo Revelli, il partito degli italiani «si contrappone, qui, a tutte le altre forme di organizzazione politica e alle concezioni della politica basate sull’idea della separazione tra le posizioni, sulla loro parzialità» (M. Revelli, op. cit. p. 59).

Nei decenni successivi all’uscita del libro di Revelli l’appellativo di «partito degli italiani» fu rivendicato da altre forze politiche, mentre l’ideologia espressa da tale formula divenne egemone a tal punto da influenzare anche autori provenienti da aree politiche lontane da quella originaria. Tale, se non andiamo errati, è il caso rappresentato dal testo di Frediano Sessi che abbiamo cercato di analizzare.

Un fumetto neofascista nelle scuole medie: Foiba rossa

Da Foibe rosse sono stati tratti diversi adattamenti teatrali e al libro di Sessi si è liberamente ispirato un fumetto, fin dal titolo: Foiba rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana, pubblicato nel 2018 da Ferrogallico.

Ferrogallico, aka Signs Publishing S.r.l., è una casa editrice di fumetti vicinissima all’estrema destra, nel cui consiglio d’amministrazione siedono, tra gli altri, il cantautore fascista Federico Goglio, nome d’arte Skoll, e i dirigenti di Forza Nuova Alfredo Durantini (segretario provinciale a Milano) e Marco Carucci (responsabile della comunicazione, noto alle cronache per aver annunciato un rogo di libri «inneggianti all’omosessualità»).

Ferrogallico è anche unita da un «accordo di collaborazione» a un’altra casa editrice, Altaforte, che è espressione di Casapound e in particolare del suo esponente Francesco Polacchi, titolare anche del marchio d’abbigliamento Pivert. Sul sito di Altaforte c’è la categoria «Ferrogallico», il che produce una forte impressione di subalternità: Ferrogallico sembra proprio una collana di Altaforte. Giusto per capire chi oggi ha l’egemonia nella galassia nera.

Gli autori di Foiba rossa sono Beniamino Delvecchio (disegni) ed Emanuele Merlino (soggetto e sceneggiatura). Quest’ultimo è figlio di Mario Merlino, nome notissimo del neofascismo italiano.

La vicinanza al fascismo, del terzo o del secondo millennio, trasuda fin dalle prime vignette e balloon di quest’opera, dedicati alla storia dell’Istria, esposta con le omissioni e i falsi storici tipici della vulgata fascista: il passato mitico puramente italico con la presenza slava, pur millenaria, completamente rimossa; la riproduzione di una falsa ordinanza di pulizia etnica anti-italiana nel Trentino e sull’Adriatico orientale che sarebbe stata firmata dall’imperatore austriaco Francesco Giuseppe in persona (p. 13, completamente smentita dai fatti), per arrivare infine alla rappresentazione di un plebiscitario anelito all’Italia che si sarebbe espresso, secondo gli autori, nei nomi finalmente italiani dei fanciulli istriani dopo l’annessione al Regno d’Italia (p. 17) – mostrando dunque come entusiastica e spontanea quella che fu in molti casi un’italianizzazione forzata e una snazionalizzazione violenta.

Come al solito, l’anelito all’Italia si concretizza nell’anelito al fascismo: il buon patriarca italico di casa Cossetto esibisce la camicia nera in scene di altruismo e magnanimità e tutti i saluti fra i popolani assomigliano decisamente a saluti romani, persino le risposte all’appello dei bambini a scuola. Sembra quindi ovvio che, arrivati alla guerra, quando Tito ordina di cacciare i fascisti un suo compagno risponda perplesso «Ma anche in Istria? Li sono quasi tutti italiani», a completa sovrapposizione delle due categorie (p. 47). Così si arriva a un falso ordine di Tito, simile a quello di Francesco Giuseppe, che avrebbe ordinato sic et simpliciter di cacciare gli italiani dall’Istria (p. 48).

Elena Donazzan

Insomma il solito bric-à-brac fascista che mischia imperialismo, razzismo, irredentismo oltranzista e vittimismo, di cui non varrebbe neanche la pena occuparsi se non fosse di questi giorni la notizia che la Regione Veneto ha deliberato distribuirà il fumetto nelle scuole secondarie di primo grado in occasione del prossimo Giorno del Ricordo (10 febbraio). Ne ha dato annuncio alla fine di gennaio l’assessore regionale all’istruzione, la solita Elena Donazzan. Per Ferrogallico è un colpaccio: migliaia di copie piazzate non sul mercato – dove ci sarebbe il rischio d’impresa – ma grazie al potere politico, che le acquista coi soldi di tutti, anche degli antifascisti.

Il fumetto sarà distribuito assieme a «un opuscolo informativo curato dallo storico [ancora lui, N.d.R.] Guido Rumici che inquadra le complesse vicende storiche del confine orientale”».

Non varrebbe la pena, dicevamo, occuparsi di questo fumetto, dal momento che la sua qualità – da tutti i punti di vista: artistico, storiografico e anche come mero prodotto editoriale – è tale da renderlo pressoché insuscettibile di valutazione critica. L’attuale normativa sul copyright ci impedisce di riprodurre le immagini: dovete fidarvi se vi diciamo che è disegnato in modo [segue eufemismo:] dilettantesco.

Dal punto di vista ideologico, il fumetto è una sorta di anello di congiunzione tra Foibe rosse di Frediano Sessi e il film Red land – Rosso Istria. Il film non è che il grottesco punto d’arrivo di un «processo di produzione e demonizzazione del nemico» (Umberto Eco) che è già presente nel libro di Sessi e che viene fortemente accentuato nel fumetto.

Nel fumetto, infatti, è già nettissima e manichea la contrapposizione fra italiani, tutti buoni e generosi, e slavocomunisti tutti vili e perfidi. Emblematico da questo punto di vista è il personaggio di Drazen, uno dei contadini che lavorano le terre della famiglia Cossetto. A p. 31, prima della guerra, Giuseppe Cossetto gli salva la vita; a p. 54 lo stesso Giuseppe Cossetto, ferito in un agguato tesogli dai partigiani iugoslavi mentre sta correndo in soccorso di sua figlia, viene ucciso proprio da Drazen, che sul punto di finirlo con un colpo di pistola («Drazen… Ma sei tu? Come puoi farlo?») pronuncia la fatidica frase: «Istra je naš». Un improbabilissimo errore grammaticale: dice infatti «l’Istria è nostro», anziché «Istra je naša», nostra. Per avere la traduzione corretta basta Google Translate, ma sarebbe stata troppa fatica: Merlino Jr. ha semplicemente ricalcato alla cieca il motto partigiano «Trst je naš».

Renzo Codarin, presidente nazionale ANVGD, si lamenta di strumentalizzazioni politiche – «addirittura da parte di Casapound» – ma firma un contributo su un libro di una casa editrice vicinissima a Forza Nuova, unita da un «accordo di collaborazione» a una casa editrice vicinissima a Casapound.

Si direbbe che gran parte dei vertici delle associazioni che si arrogano la rappresentanza degli esuli «giuliano-dalmati» si siano dati convegno per la redazione di queste strisce. In appendice al volume sono infatti presenti interventi di Renzo Codarin (presidente nazionale ANVGD), Antonio Ballarin (presidente Federazione Associazioni Esuli Istriani Fiumani e Dalmati) e Michele Pigliucci (presidente Comitato 10 Febbraio).

Stupisce la recente esternazione di sdegno da parte di Codarin per le strumentalizzazioni politiche, tra gli altri di Casapound, del film Red Land – Rosso Istria, quando lo stesso Codarin ha partecipato a una pubblicazione del genere.

Da segnalare il capitolo «Le foibe» ( pp. 70-72) vergato da un vero esperto del settore: Lorenzo Salimbeni, uno dei tre membri del BUS (Buttignon – Urizio – Salimbeni) che qualche anno fa innescò la bufala della cosiddetta «foiba volante». La sua è una pagina di storia patria che contiene un unico, fuggevole accenno (una riga) a una minuzia come l’invasione nazifascista della Iugoslavia.

Interessante anche il valzer delle cifre degli infoibati nello stesso volume, prima quantificati in 10.000 (nel fumetto, p.60), poi  8.000 (da Codarin, p. 66) quindi da 5.000 a 12.000 (Salimbeni, p. 71). Si mettessero almeno d’accordo tra loro.

Vincenzo Bellini, in Foiba rossa confuso con Giacomo Puccini.

Sempre per illustrare la qualità generale di un volume che fra pochi giorni sarà distribuito nelle scuole della Regione Veneto: a p. 69 la sedicente «esule di terza generazione» di «sangue dalmata» Carla Isabella Elena Cace ci spiega che se «il nome è davvero lo specchio, come ritenevano i latini, del destino, quello della giovane istriana Norma Cossetto è legato indissolubilmente ai versi pucciniani». Il riferimento sarebbe alla Norma di Vincenzo Bellini (1801-1835), qui confuso con Giacomo Puccini (1858-1924).
Del resto a p. 62 ci viene detto che la Norma è stata «realizzata da Vincenzo Bellini nel 1931», spostando quindi in avanti esattamente di un secolo la data della prima rappresentazione.
Infine, nel fumetto, a p. 21, il verso «tempra ancor lo zelo audace», dall’aria Casta diva, diventa «Tempra ancora lo zero audace». Un consiglio a Merlino Jr.: meglio che non s’avventuri su terreni che non conosce.

La sciatteria non risparmia nemmeno i propri associati: è clamorosamente sbagliato anche il cognome di Andreina Bresciani, storpiato in «Benassi».

Ma la mancanza di rispetto persino per le persone che dicono di celebrare si evince soprattutto nella rappresentazione pruriginosa dello stupro presunto di Norma Cossetto con una vignetta finale esplicita con tanto di seno scoperto e schizzo di sangue tra le gambe, le cui macchie vanno a finire sul fantomatico titolo della sua tesi «Istria rossa». Un accostamento indecente come indecente è sottoporre questa roba ai ragazzi delle scuole medie.

Come e perché è stato capovolto il senso del termine «negazionismo»

Al processo che portò alla legge sul Giorno del Ricordo contribuirono anche alcuni storici, al prezzo però di chiudere un occhio sul metodo utilizzato per ricostruire le vicende delle foibe. Era infatti impossibile concedere un margine di “gioco” a discorsi  sviluppati in ambienti revanscisti senza che l’alchimia politica intaccasse il rigore del metodo, soprattutto rispetto alle foibe la cui narrazione è retta anche da fallacie logiche ad ignorantiam – la famosa «teiera di Russell» fluttuante nello spazio fino a impossibile prova contraria – e ragionamenti post hoc ergo propter hoc.

L’esempio più classico di fallacia ad ignorantiam: ci sono 1.700 “foibe” (cavità carsiche) in Istria, solo una minima parte fu setacciata dopo l’ottobre del ’43, ergo in tutte le foibe inesplorate si celavano cadaveri ora non più recuperabili.

L’esempio più classico di ragionamento post hoc:  dopo le foibe  – quanto dopo non importa –  gran parte degli italiani lasciarono l’Istria, ergo le foibe furono una pulizia etnica per mandare via gli italiani.

Proprio nel momento in cui si raffinava il metodo della storia orale, che guadagnava faticosamente riconoscimento scientifico grazie a regole rigorose, sul confine orientale si apriva invece la porta alle leggende metropolitane.

Per capire quanto sia facile imbastire storie da pochi dettagli basta dare un’occhiata a questo post pubblico di Pierpaolo Silvestri, proprio lui, l’«interlocutore privilegiato» di Sessi nella ricostruzione della morte di Norma Cossetto:

Silvestri all’opera, tra horror, splatter e madri profanate. «La memoria per parlarci ha bisogno anche di questi passatori.» (Frediano Sessi, parlando di Silvestri)

Partendo da una bislacca interpretazione dell’epitaffio sulla tomba di una giovane sposina istriana morta negli anni della guerra – in un’epoca peraltro in cui l’Istria era sotto il tallone di ferro nazista – viene tirata fuori da chissà dove un’allucinante storia splatter. Nessuno dei nominativi indicati risulta nemmeno nei più “generosi” tra gli elenchi di caduti RSI e martirologi degli infoibati.

Il discorso revanscista e nazionalista predilige gli articoli di fede alle evidenze storiche perché è un discorso che mira a persuadere e non ad analizzare, celando dietro il codice del lutto un intento eversivo sul piano storico. Così la ricerca storica viene sottoposta al ricatto morale del pietismo e un debunking sulle leggende non verificate sulle foibe viene respinto come un’offesa al dolore dei congiunti.

E se l’articolo di fede sostituisce l’evidenza storica è facile manipolare anche il concetto di negazionismo: da termine usato per qualificare coloro che negano le evidenze storiche dello sterminio nazista diventa interdizione a effettuare verifiche e contestualizzazioni storiche sulle foibe.

Un esempio di questo dispositivo lo troviamo nella risposta che a suo tempo una serie di personalità legate all’associazionismo nazionalista «giuliano-dalmata» firmò in reazione alla nostra lettera aperta ad Internazionale, dalla quale scaturì il relativo speciale:

«come sopravvissuti e testimoni della Shoah vengono interpellati in occasione del Giorno della Memoria ed i tentativi revisionisti o negazionisti vengono silenziati, così anche la comunità degli esuli chiede rispetto per i propri lutti, empatia per le proprie sofferenze e assenza di livore e di velleità giustificazioniste nelle ricerche storiche che li riguardano da vicino».

Lo stesso argomento lo troviamo usato dal senatore Maurizio Gasparri in un attacco ad ANPI Brescia, che aveva segnalato la prima puntata di questa miniserie.

A questo ribaltamento semantico contribuirono indirettamente anche quegli studiosi che avevano intrapreso un processo di negoziazione con le realtà politiche che volevano il Giorno del Ricordo. Raoul Pupo e Roberto Spazzali, nel loro volumetto Foibe uscito per Bruno Mondadori nel 2003, elaborarono una curiosa classificazione a mo’ di «gironi danteschi» di storici, ricercatori ed opinionisti che avevano trattato la storia del confine orientale nel secondo dopoguerra (perlopiù triestini e qualche sloveno).

Pur non richiamando esplicitamente i negazionisti della Shoah, Pupo e Spazzali annoverarono nella categoria «negazionismo e riduzionismo» sia i comunicati partigiani jugoslavi dell’epoca che tentavano di contrastare la propaganda nazifascista, come la relazione di Anton Vratuša al CLNAI, sia coloro che più di cinquant’anni dopo intrapresero verifiche sugli elenchi dei caduti come Claudia Cernigoi. Accomunati dal tentativo di «giustificare» le foibe.

Ma queste classificazioni che si propongono di sistematizzare in maniera definitiva un canone storiografico sono in realtà facilmente rinegoziabili. Basta un niente per ritrovarsi nel gradino più basso dell’’nferno. Nel 2011 uscì il libro Nel nome di Norma (Solfanelli) di Luciano Garibaldi e Rossana Mondoni che, dopo aver messo esplicitamente Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan accanto ai negazionisti della Shoah, infilava gli stessi Pupo e Spazzali in «quella storiografia che li annovera tra i cosiddetti “giustificazionisti”».

Forse è troppo tardi, forse il danno è già irreversibile, ma noi vogliamo comunque rivolgere un accorato appello a tutti gli storici: la storia non è negoziabile con chi rifiuta il metodo storico, farlo significa permettere a costoro di distruggere la credibilità delle istituzioni storiche, e fidatevi, non mostreranno alcuna pietà per chi li ha fatti entrare.

Fine della terza e ultima puntata.

Nicoletta Bourbaki* Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete, sulle false notizie a tema storico e sulle ideologie neofasciste, nato nel 2012 durante una discussione su Giap, il blog di Wu Ming. Ne fanno parte storici, ricercatori di varie discipline, scrittori, attivisti e semplici appassionati di storia. Il nome allude al collettivo di matematici noto con lo pseudonimo collettivo «Nicolas Bourbaki», attivo in Francia dagli anni Trenta agli anni Ottanta del ventesimo secolo.
Il metodo di lavoro di Nicoletta Bourbaki è illustrato nell’ebook Questo chi lo dice? E perché? (2018). Il gruppo ha all’attivo diverse inchieste – pubblicate su Giap e su Medium– sulle manipolazioni neofasciste della Wikipedia in lingua italiana e sui falsi storici in tema di foibe. Tra i vari risultati, ha contribuito a smontare la bufala della cosiddetta «foiba di Rosazzo», altrimenti detta «foiba volante».
Per l’edizione on line della rivista Internazionale, in occasione del Giorno del Ricordo 2017, Nicoletta Bourbaki ha curato lo speciale La storia intorno alle foibe.
Al momento, Nicoletta Bourbaki, coi suoi ricercatori sparsi in tutta Italia, sta lavorando sui materiali di diversi archivi per ricostruire, per la prima volta in modo storiograficamente sensato e accurato, il caso Giuseppina Ghersi.
Nicoletta Bourbaki è su Facebook.

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20 commenti su “Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, 3a parte | Leggende metropolitane e ricatti morali. Con un appello agli storici: rialzate la testa!

  1. […] N.d.R. Lo spazio dedicato ai commenti è in calce alla terza puntata. […]

  2. […] N.d.R. Lo spazio dedicato ai commenti è in calce alla terza puntata. […]

  3. MIA MODESTA RECENSIONE del film:
    La pellicola presenta una ricostruzione storica e non va quindi valutato solo da un punto di vista artistico-filmico, ma anche da quello storico. Dal mio modesto angolo visuale di scrittore di racconti di quel periodo, sono rimasto colpito da alcuni aspetti dell’opera, che mi sembrano errori/omissioni:
    Si parla continuamente dell’esercito “titino” in arrivo. Viceversa, le esecuzioni sommarie e le violenze del settembre-ottobre 1943 in Istria si devono a partigiani locali; le truppe titine arriveranno solo nell’aprile-maggio di due anni dopo;
    Si spiega che papà Cossetto era un gerarca fascista locale, ma si omette di raccontare che convintamente fascista era quasi tutta la famiglia, compresa la povera Norma (naturalmente, non per questo dovevano venire ammazzati). Un racconto onesto e completo avrebbe spiegato i motivi di risentimento di molti contadini istriani nei confronti dei “padroni” italiani-fascisti, che spesso li avevano trattati dall’alto in basso, vietandogli perfino di usare la loro lingua. Non a caso, alcuni storici accreditati (es.: Raoul Pupo) per le violenze dell’autunno 1943 hanno usato anche il termine di “jacquerie” (rivolte popolari-contadine). Tanto per dire dell’animus dei Cossetto, nel settembre del 1944 la sorella di Norma, Licia, volle andare a conoscere personalmente Mussolini anche per raccontargli gli avvenimenti istriani. A proposito di quell’incontro l’ormai anziana Licia Cossetto ha raccontato nel 2006 a “Il Secolo D’Italia”: «non dimenticherò mai quei due occhi di un azzurro profondo e intenso [di Mussolini; ndr] (…) nella mia vita mi capiterà una sola altra volta di vederne di simili: quelli di Giorgio Almirante» (articolo di L. Garibaldi, 12/1/2006). Intervistata da Frediano Sessi, Andreina Bresciani (compagna di Norma Cossetto al liceo, all’università e nella loro camera di Padova) descrive l’amica in questi termini: “Aveva una vera e propria passione per la politica. Ricordo che partecipava con entusiasmo alle manifestazioni per la guerra d’Africa e non faceva mistero del suo nazionalismo spinto. Posso dire che sentiva molto decisamente la sua italianità. E diceva sempre che in Istria erano gli sloveni e i croati a essere fuori posto; perché gli italiani abitavano quella terra con più diritti”.
    Noterete che nel film i contadini italiani, che si piegano/convertono al comunismo, soffrono comunque dubbi/contraddizioni; gli unici ad essere feroci senza sfumature sono gli slavi;
    In questo senso, al presunto ufficiale titino il regista impone un ruolo talmente malvagio e maniacale da risultare caricaturale. (Curiosamente, Romeo Grebenšek, l’attore sloveno cui hanno voluto far impersonare la perfidia etnica assoluta, è la figura centrale del manifesto del film ma tra gli interpreti viene sempre citato per ultimo).
    In conclusione, purtroppo la storia di Norma Cossetto è da decenni oggetto di strumentalizzazioni nazionalistiche intese ad attizzare l’odio tra italiani e “slavi”. E questo film – secondo me – dà un ulteriore contributo in questo senso.
    La persecuzione anti-slovena e anti-croata esercitata in Istria da noi italiani, proibendo le scuole, l’uso della lingua etc., nel film viene accennata una volta sola di sfuggita quando un anziano (croato) esorta un bambino a non parlare nella loro lingua.
    Colpisce infine che nel film i nazisti vengano visti come liberatori, senza che la sceneggiatura aiuti a storicizzare tale situazione (stato d’animo per altro comprensibile da parte di chi temeva per la propria vita a causa di prevedibili vendette).
    In conclusione, il film mi ha fatto paura, lo trovo pericoloso perché eccita gli animi all’odio etnico.

  4. Lorenzo Salimbeni chiude il suo contributo a Foiba rossa sostenendo che il governo italiano pagò il debito di guerra con la Jugoslavia con i beni degli esuli istriani e dalmati i quali a distanza di settant’anni, ancora attenderebbero “il giusto indennizzo”. Non è che l’ultimo dei tanti luoghi comuni riversati nella relazione, ma vale la pena approfondire il punto per farsi un’idea della complessità della realtà.
    Con la legge 269 del 18/3/58 il governo italiano dispose la corresponsione di un indennizzo moltiplicato per coefficienti inversamente proporzionali al valore dei beni, subordinato però alla cessione dei propri diritti allo Stato italiano o al fatto di non avere già recepito somme liquidative da parte delle autorità jugoslave. In pratica chi accettava la liquidazione delle proprietà in base a questa legge perdeva la possibilità di rivendicare in futuro il bene stesso in quanto i diritti su di esso, al momento della corresponsione dell’indennizzo, passavano allo stato italiano (anche se, nella realtà, l’effettiva proprietà del bene era ormai jugoslava). Gli esuli che accettarono questo indennizzo di fatto rinunciarono a qualsiasi rifusione futura. Con il Trattato di Roma del 1983 la Jugoslavia si impegnò a versare 110 milioni di dollari in tredici rate a titolo di indennizzo dei beni abbandonati ed a restituire 179 immobili ai proprietari. L’accordo fu ratificato a Belgrado nel 1988 e negli anni seguenti vennero pagate la prime due rate. La dissoluzione della Jugoslavia però interruppe momentaneamente la corresponsione del pagamento sia perché da parte italiana si tentò di ottenere una restituzione in natura (in pratica case da riconsegnare agli ex proprietari), sia per i negoziati tra Slovenia e Croazia sulla divisione della somma da versare (che, escluso il pagamento già corrisposto, ammontava ora a 94 milioni di dollari), sia ancora perché Roma rifiutava di fornire al governo sloveno un numero di conto corrente in una banca italiana, dove effettuare i versamenti delle rate mancanti. In seguito Slovenia e Croazia si accordarono sulla ripartizione del debito secondo una rapporto di 6:4 (56 milioni di dollari a carico di Lubiana e 37 a carico di Zagabria). Non avendo ottenuto dal governo italiano alcun numero di conto, la Slovenia procedette di propria iniziativa al versamento delle rate mancanti su un conto fiduciario aperto presso la Dresdner Bank del Lussemburgo, dove fu depositata in pochi anni l’intera quota (precisamente 57.707.679 dollari), rispettando la scadenza del 31 gennaio 2002 fissata dal Trattato di Roma. Non sono riuscito a reperire informazioni sicure relative al pagamento da parte della Croazia: secondo alcune fonti Zagabria non avrebbe ancora chiuso la pendenza, secondo altre avrebbe terminato di versare la propria quota tra il 2008 e il 2010 (la conclusione della questione indennizzi sarebbe stata uno dei punti necessari all’ingresso della Croazia nell’Unione Europea), ma anche in questo caso l’Italia non avrebbe fornito le coordinate bancarie e il governo croato avrebbe depositato il denaro – analogamente a quanto fatto dalla Slovenia – su un conto fiduciario in una banca del Lussemburgo. A tutt’oggi l’Italia non ha mai ritirato la somma (che con il pagamento della Croazia e gli interessi maturati supererebbe abbondantemente i 100 milioni di dollari), che giace tuttora nell’istituto lussemburghese. Nel 1998 e nel 2015 il governo italiano sembrò pronto a sbloccare il denaro, ma poi non se ne fece nulla: accettare il pagamento significherebbe infatti rinunciare definitivamente a qualsiasi ulteriore rivendicazione nei confronti di Slovenia e Croazia e soprattutto prendersi la responsabilità politica davanti agli esuli di riconoscere che chi ha già accettato in precedenza l’indennizzo non ha più diritto a nulla.

  5. APPENDICE ALL’INCHIESTA: MA ALLORA CHI HA UCCISO NORMA COSSETTO?
    (con un approfondimento su come fu introdotto lo stupro nella narrazione)

    Norma Cossetto viene sempre associata al suo (presunto) stupro, al punto da renderlo quasi un elemento più importante della stessa uccisione. Le prove addotte, come abbiamo visto, sono quantomeno traballanti: la testimonianza di una sconosciuta e lo stato della salma, sulla quale peraltro i resoconti si contraddicono. Sembra che la violenza sessuale sia un “a priori” incontestabile per una giovane donna italiana rivenuta in una foiba, di cui si sottolinea ossessivamente il bell’aspetto. Le ricostruzioni s’avvitano più che altro nel cercare di spiegare come questa certezza sia potuta giungere fino a noi, visto che a parte i presunti colpevoli non ci sono testimoni.

    La certezza di una violenza sessuale particolarmente efferata è legata a doppio filo all’identità dei responsabili, sempre invariabilmente “slavi”, sebbene a tutt’oggi non siano mai stati fatti dei nomi precisi. La prima fonte a insistere sulla «barbarie balcano-comunista» come causa della morte, lo abbiamo visto, fu il necrologio pubblicato il 16 dicembre 1943 sul quotidiano «Il Piccolo», allora alle dipendenze dirette del ministero di Goebbels. Nell’articolo che rendeva conto delle riesumazioni, nello stesso numero, si diceva che nella foiba sarebbero state rinvenute 17 bustine con la stella rossa. Si riferiva inoltre che i partigiani avrebbero trasferito i prigionieri da Parenzo ad Antignana.

    È lo zio di Norma, l’ammiraglio Emanuele Cossetto, a riportare per primo il giorno esatto dell’arresto: 26 settembre 1943 (relazione datata 1° marzo 1945), aggiungendo inoltre che la nipote sarebbe stata rilasciata e poi riarrestata tre volte. Dalla sua relazione si viene a conoscenza che i particolari del suo supplizio sarebbero stati estorti a partigiani catturati dai tedeschi. Per molto tempo, fino a quando non spunterà la storia della «dirimpettaia nascosta dietro le imposte», questa rimarrà la giustificazione alla dovizia di dettagli sull’episodio.

    Quando il 12 luglio del ’45 gli Alleati interrogano Arnaldo Harzarich, capo dei vigili del fuoco reclutati a suo tempo dai tedeschi per il recupero degli infoibati, lui si limita a riferire la vox populi, che sembra cercare di unire i puntini incongrui di questa storia: Norma Cossetto sarebbe stata legata ad un tavolo della caserma dei Carabinieri di Antignana (identificato da Il Piccolo come luogo di detenzione «logico» – data la vicinanza alla foiba di Surani) e qui violentata da ben 17 partigiani “slavi” (i «balcano-comunisti»), ovvero il numero delle bustine rinvenute nella foiba secondo «Il Piccolo», gettate quindi da ogni singolo stupratore per “firmare” sprezzantemente il delitto. Un vero e proprio controsenso: la tumulazione dei corpi in una foiba serviva ad occultarli velocemente per evitare le rappresaglie.

    Quando nel 1949 l’ex-collaborazionista Luigi Papo pubblica il suo libello Foibe emergono le prime testimonianze conflittuali sulla salma e sui responsabili, nonché l’unico nome mai fatto fino ad oggi: tale Antonio Paizan, capo dei partigiani di Antignana. Papo lo qualifica come un doppiogiochista che «tradì l’Italia, gli slavi, i tedeschi, gli slavi ancora e da questi, alla fine, fu arrestato per furto». Nel testo si allude vagamente a un primo abuso subito da Norma Cossetto proprio da parte di Paizan. Anche qui gli aguzzini sono comunque slavi ma ridotti a 16, poi catturati dai tedeschi su delazione estorta da altri partigiani prigionieri (come riferito da Emanuele Cossetto) dai quali sarebbe venuta «così alla luce la verità». Costoro sarebbero poi stati rinchiusi nella cappella di Castellier di Visinada a vegliare sulla salma semi-decomposta di Norma Cossetto. Tre partigiani sarebbero impazziti per il rimorso prima di venir tutti falciati dai mitra tedeschi.

    La ricostruzione di Papo – altamente contraddittoria rispetto alle altre – verrà dimenticata e con essa sparirà il nome di Antonio Paizan, ma curiosamente il dettaglio dei prigionieri impazziti nella veglia alla salma sarà mantenuto nei successivi racconti, a testimonianza di come nella narrazione del martirio di Norma Cossetto vengano selezionati i dettagli più suggestivi rispetto a quelli più verosimili.

    In teoria dunque i responsabili sarebbero stati presi e trucidati anche se rimanevano ignoti.

    Il caso Cossetto viee “riaperto” dall’articolo di Antonio Pitamitz del 1983 e da quel momento cominciano a moltiplicarsi le varianti della storia. Nella cronistoria degli arresti sparisce la detenzione a Parenzo per essere sostituita da quella più vicina a Visignano. I dettagli delle sevizie sarebbero poi stati confessati dalla stessa Norma a una misteriosa donna accorsa in seguito ai suoi lamenti e non dai partigiani catturati. Nella ricostruzione di Guido Rumici del 2002 i particolari dissonanti anziché contraddirsi si sommano, per cui Norma Cossetto sarebbe andata prima a Visignano (volontariamente assieme a un partigiano che conosceva), poi rilasciata dopo le presunte offerte di collaborazione e quindi riarrestata e condotta a Parenzo, infine tradotta ad Antignana per ordine del Comitato Popolare di Liberazione di Parenzo (italiano). I presunti responsabili catturati e poi giustiziati sarebbero stati però solo 6 sui famigerati 17 (tre dei quali impazziti).

    Da allora i divulgatori, i parenti più o meno lontani – tutti testimoni – e i cultori vari di Norma Cossetto, come Pierpaolo Silvestri e Mario Varesi, cominciano a moltiplicarsi e con essi si moltiplicano le già molteplici versioni a seconda dell’estro del narratore, non rendendo certo un buon servigio alla memoria di Norma Cossetto, a prescindere dalle opinioni che si possano avere sulla sua figura. A Sessi Licia Cossetto dichiara addirittura che l’omicidio della sorella non avrebbe avuto ragioni politiche ma proprio sessuali e che le presunte profferte dei partigiani rifiutate da Norma sarebbero state «proposte indecenti».

    Negli ultimi tempi le commemorazioni vengono officiate da una cugina “acquisita”, Erminia Dionis Bernobi, che dichiara di essere scappata dall’Istria per aver pubblicamente dato del vigliacco a un uomo che si stava vantando di aver personalmente ucciso Norma Cossetto, fatto che avrebbe deciso di rivelare solo di recente dopo la sua morte, eppure continuano a mancare i nomi e i cognomi.

    Claudia Cernigoi ha addirittura ventilato l’ipotesi che Norma Cossetto possa essere stata uccisa dai tedeschi assieme ai partigiani. Ciò potrebbe giustificare il dettaglio delle bustine rinvenute nella foiba. L’ipotesi non è del tutto peregrina: la data della sua uccisione corrisponde in effetti con l’arrivo dei tedeschi nella zona e assieme al suo corpo furono ritrovati dei cadaveri non identificati, peraltro non mancarono casi in cui i nazisti abbiano ucciso sia i carcerieri che i loro prigionieri, sospettati di essere passati dall’altra parte, come avvenne con il podestà di Grisignana.

    Tuttavia sembra più logico che Norma Cossetto sia stata uccisa dagli insorti, assieme agli altri prigionieri, per evitare di venir identificati all’arrivo dei tedeschi, che è poi quello che Licia Cossetto dichiara di aver fatto con i famosi sei partigiani ammazzati dai tedeschi (senza chiarire se fossero i reali responsabili della morte della sorella).

    Rimane il fatto che i colpevoli rimangono a tutt’oggi ignoti, e forse anche questo dettaglio non è casuale: non conoscendo l’identità dei responsabili, i loro moventi e i loro eventuali precedenti, non si può escludere nemmeno l’ipotesi dello stupro che tuttavia rimane improbabile, specie se Norma Cossetto – come appare abbastanza chiaro – fosse stata sotto la custodia dei partigiani, in quella fase letteralmente braccati dai tedeschi.

    Sarebbe pertanto corretto ricorrere perlomeno al condizionale quando se ne parla, cosa che non avviene mai: l’impressione è che sia assolutamente “necessario” dire che Norma fu violentata – e da “slavi”.

  6. “Storici rialzate la testa”… mmm mi sa che dopo l’uscita di Mattarella di oggi, sarà ancora più difficile, non credete?

    • A maggior ragione bisogna rialzare la testa.

      Ecco un contributo di Eric Gobetti proprio su questo.

      La caccia alle streghe per il #GiornodelRicordo

      Sugli attacchi che gli storici stanno subendo (anche da parte del Quirinale, appunto) e su quanto sia diventato difficile fare vera ricerca storiografica su foibe e confine orientale.

      • Di quali “storici” stiamo parlando? Se una parte di essi ha CONTRIBUITO in maniera decisiva alla istituzione della giornata del ricordo e alla legittimazione del termine negazionista per chi non si adeguava al loro racconto (Pupo, Spazzali)? Mentre altri se ne stavano zitti e buoni, quando non “abbozzavano”, per la “carriera”? Quelli? Cosa dovrebbero rialzare? Il testo di Gobetti più che un rialzare la testa è un giustificarsi, nascondendosi un pochino dietro la “scientificità” del proprio mestiere di storico.
        Faccio umilmente notare che forse più di Gobetti e Purich, a cui va comunque la mia solidarietà, forse la solidarietà andrebbe espressa a qualcun altro, che magari in sta cosa ci ha rimesso di più, da prima e senza i quali – i “negazionisti” doc (a proposito, Pupo si è beccato del negazionista, cioé l’inventore del termine se lo ritrova rigirato contro, è bellissimo!!!!). Che magari si occupava (senza gran entusiasmo, ma per un dovere rispetto a quanto stava accadendo) quando altri facevano altro o menavano chi contestava le celebrazioni dei “martiri” delle foibe. Ben venga che il numero di coloro che di ste cose si occupano nella maniera giusta si sia allargato, ma pretendere di essere – adesso – l”avanguardia” paladini della battaglia contro la mistificazione (e il rilancio dello sciovinismo più becero) mi pare un po esagerato e immodesto. Nonché leggermente autoreferenziale.
        Dopo il discorso di Salvini – che ha messo sullo stesso piano Auschwitz e foibe – credo o gli storici vanno ad aspettarlo sotto casa, perché altrimenti significa che hanno rinunciato anche a quel grammo di dignità che gli è ancora rimasto.
        Scusate lo sfogo – Vi allego la mia risposta a Salvini e Co. rispetto alla gazzarra fatta per l’iniziativa di Parma.
        Lettera aperta – con richiesta di pubblicazione

        A
        Matteo Salvini, Ministro degli Affari Interni
        Massimiliano Fedriga, Presidente della Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia
        Carla Nespolo, Presidente nazionale dell’ANPI

        Leggo le vs. dichiarazioni in merito all’iniziativa che da oltre dieci anni diverse associazioni antifasciste organizzano a Parma in occasione del Giorno del Ricordo e che quest’anno (come già in anni passati) mi vede onorato dell’invito a portarvi un mio contributo. Essendo direttamente coinvolto vorrei dirvi alcune cose in merito.
        Vorrei innanzitutto invitare tutti e tre a LEGGERE quello che scriviamo io e i miei colleghi in merito alla Giornata del Ricordo e delle foibe prima di sparare giudizi. Definirci negazionisti (cosa che non mi farà certamente adeguare alla vulgata, anche pseudo-storica, sulla vicenda) è non solo sbagliato, ma un assurdo, dato che quelli che veniamo definiti “negazionisti” siamo gli unici a fare vera ricerca sul tema. Personalmente mi occupo da anni di raccogliere i nomi (dato che non esiste un elenco ufficiale) delle persone alla cui memoria ogni 10 febbraio vengono assegnati i riconoscimenti. Dove starebbe il negazionismo? Nel fatto che le persone alla cui memoria è stato concesso il riconoscimento sono in tutto 354 (al 10/2(2018)? Che tra i c.d. infoibati a cui è stato concesso il riconoscimento c’è pure una persona per la quale è accertato che è morta da partigiano, uccisa dai nazisti? Che di un altra la stessa motivazione ufficiale per la concessione del riconoscimento afferma che è stata fucilata dai nazisti? Che gran parte dei riconoscimenti sono stati concessi alla memoria di persone cadute in combattimento, o facenti parte di formazioni armate al servizio dei nazisti, o, ancora, condannate a morte dopo un processo che ne aveva accertato la responsabilità per delitti efferati, che stando alla lettera della legge dovrebbero essere escluse dalla possibilità di avere il riconoscimento?
        Vogliamo confrontarci su questo in maniera seria, argomentata e documentata? Non ci siamo mai tirati indietro, anzi.
        Al Ministro degli Interni ho da dire solo un bel – e credo che apprezzerà – “me ne frego” delle sue contumelie. Perché se una volta mi facevano arrabbiare ora le considero scontate, il ripetersi di un copione, che non fa che confermare che quanto sto e stiamo facendo è giusto e sta dando risultati. Visto che di “negazionisti” ce n’è sempre di più e sempre più autorevoli e che pian pianino la realtà sulle fandonie che vengono raccontate ogni 10 febbraio si sta facendo sempre più strada.
        Al Presidente della Regione FVG Fedriga dico che sono assolutamente d’accordo quando afferma che usare il dolore “..per alimentare divisioni e riaprire ferite che hanno lacerato il confine orientale nel secondo dopoguerra è un esercizio che la Regione non può che condannare con forza …“, solo che a farlo non sono certamente gli organizzatori dell’iniziativa di Parma, ma altri. Ad esempio l’Associazione nazionale congiunti infoibati, che nell’aprile del 2016 ha indicato al sindaco di Osilia, in Sardegna, il nominativo di un cittadino osiliese che, a dire dell’associazione, sarebbe stato “infoibato”, ma che il Ministero della Difesa ha accertato essere morto …. in Russia (vedi La Nuova Sardegna, 20.2.2017)!
        Alla presidente dell’ANPI vorrei chiedere un minimo di coerenza. Perché non è possibile fare appelli all’antifascismo e poi considerare “non condivisibile” quanto fanno coloro che l’impegno antifascista lo hanno pagato e lo pagano con licenziamenti, attacchi, insulti e minacce. Perché o si sta con gli antifascisti, oppure si sta con chi fa, lui si, il gioco degli amici di Casapound: i “fascisti del terzo millennio” l’occupazione dello stabile in cui hanno la loro sede nazionale a Roma l’hanno “regolarizzata” all’epoca del sindaco Veltroni, e sono diversi gli esponenti del PD che con Casapound hanno “democraticamente” interloquito, anche partecipando a incontri nelle sedi dell’associazione fascista. Questi sono coloro che hanno sdoganato Casapound e simili, che hanno avuto nel Giorno del Ricordo lo strumento della ri-legittimazione ufficiale del fascismo e dei fascisti, passati ed attuali. A dimostrarlo c’è proprio quanto accade ad ogni 10 febbraio, quando le varie organizzazioni fasciste fanno a gara per onorare pubblicamente e con la benedizione dello Stato (nonché con finanziamenti e sponsorizzazioni pubbliche) i “loro” caduti e diffondere le loro teorizzazioni.
        Cordiali saluti.
        Sandi Volk
        Trieste, 5/2/2018

        • Faccio umilmente notare che:

          -qui la solidarietà alle storiche e agli storici che giustamente citi – te compreso – si è sempre data;

          – i loro/vostri libri sono stati segnalati più volte e il sito della casa editrice per cui sono usciti è stato linkato svariate volte sia qui sia dal nostro profilo Twitter (e dalle statistiche risulta che nel corso degli anni abbiamo mandato anche un bel po’ di traffico);

          – a un libro collettaneo di quella casa editrice come WM abbiamo contribuito con un testo e anche un altro libro collettaneo che è in lavorazione da anni dovrebbe contenere un nostro intervento;

          – il sito dove la maggior parte degli scritti di quelle storiche e storici vengono raccolti, archiviati, condivisi è stato *più volte* linkato su Giap ed è linkato anche nel post qui sopra;

          uno dei post più visitati di Giap su questo argomento, nel suo penultimo capoverso, dice così:

          «Se ci sono ricercatori che in quest’epoca mitomane non si sono mai rassegnati, e hanno continuato a inchiodare quel che scrivevano ai fatti riscontrabili, sono quelli della collana Resistenza Storica delle edizioni KappaVu. Per la loro coerenza hanno subito attacchi e calunnie, e hanno sempre avuto la nostra solidarietà.»

          Né a noi né a Nicoletta Bourbaki interessa rappresentarci come «l’avanguardia», tantomeno ci interessa chi abbia o meno «diritto di prelazione» su un tema o chi abbia la precedenza in questa fantomatica rotatoria.

          • Aggiungo questo link, dove, sempre qui su Giap, Nicoletta Bourbaki ricostruisce la genealogia dell’accusa di «negazionismo» a Cernigoi, Kersevan, Volk e altri. Riporto in particolare un capoverso:

            «L’aspetto più odioso del libro, tuttavia, è l’accusa infamante di “negazionismo” affibbiata ai ricercatori di oggi non in linea con il pensiero di Pupo e Spazzali. Per denigrare Claudia Cernigoi, i due ricorrono a improponibili scritti del fascista Giorgio Rustia, respinti nei passaggi in cui l’autore attacca l’IRSML ma sdoganati in quelli dove si scaglia contro Cernigoi.
            Proprio da quelle pagine di Foibe ha avuto origine la leggenda metropolitana su “quelli che negano le foibe”, leggenda nera che aleggia come uno stigma intorno a storici che hanno il solo torto di condurre ricerche sgradite a Pupo e Spazzali. Questo stigma, come stiamo per vedere, continua ad avere pesanti conseguenze concrete.»

            Vicenda che è richiamata anche nel post qui sopra, ultimo paragrafo:

            «Pur non richiamando esplicitamente i negazionisti della Shoah, Pupo e Spazzali annoverarono nella categoria “negazionismo e riduzionismo” sia i comunicati partigiani jugoslavi dell’epoca che tentavano di contrastare la propaganda nazifascista, come la relazione di Anton Vratuša al CLNAI, sia coloro che più di cinquant’anni dopo intrapresero verifiche sugli elenchi dei caduti come Claudia Cernigoi. Accomunati dal tentativo di “giustificare” le foibe.»

            • Io mi riferivo in particolare all’attacco di Salvini e Co. all’iniziativa di Parma con la correlata (e forse ancor peggio) “non condivisione” di quella iniziativa da parte della presidente dell’ANPI nazionale. Avrei apprezzato una espressione di solidarietà da parte vostra, proprio per quanto state facendo. Capisco che non sempre – io compreso – si ha la sensibilità di farlo, magari dandolo per scontato, ma credo sia sbagliato (e sbaglio anch’io).

              • Abbiamo segnalato la vicenda su Twitter, dopodiché, sì, spesso si tende a dare il sostegno per inteso, e proprio perché lo si è già espresso più volte. Resta che per noi ogni attestato di solidarietà su questo tema, ogni smontaggio della retorica che muove questi attacchi, è fatto per difendere tutte e tutti coloro che li subiscono.

  7. Buongiorno. Commento per porre un quesito che negli ultimi giorni mi sta attanagliando. Vedendo praticamente chiunque lanciarsi in questo mare di panzane sulla questione “foibe” (tralasciando i soliti noti penso ai Mattarella, agli Zingaretti ecc…) mi sorge il sospetto che questi lo facciano perché realmente convinti che “a grandi linee” le cose siano andate così, in un certo senso approcciandosi alla storia calcolandone la media (sigh!). Mi spiego: io penso che le persone veramente in mala fede siano relativamente poche (tra l’altro anche voi in un thread su Twitter se non ricordo male segnalavate come caratteristica dei complotti il fatto che siano organizzati da gruppi molto ristretti). Gli altri sono perlopiù un misto di ignoranza e ingenuità a cui al massimo (fosse poco) si potrebbe imputare la mala fede di non fare uno sforzo di approfondimento in più perché questo sarebbe percepito come ininfluente – o addirittura dannoso – alla conquista di un maggiore consenso. Questo ci sta spostando verso un polo di assorbimento che è quello che ben conosciamo. Ora la mia domanda: è davvero possibile invertire questa tendenza anche con tutti gli sforzi di smontare queste narrazioni tossiche? Soprattutto nella misura in cui le persone sembrano essere spesso alla ricerca di almeno alcuni punti fermi e non hanno voglia di cambiare idea su ogni argomento ad ogni giro di giostra. Esempio: mi sono trovato con diversi cattolici a “smontare” i miti di Padre Pio e Karol Wojtila. Per il tempo della conversazione loro apparivano sconvolti dalle rivelazioni ma tempo pochi mesi e me li ritrovavo di nuovo in pellegrinaggio sulle loro tombe. Ora il timore è che il grande pubblico si sia messo nell’ottica di accettare questa visione della questione sul confine orientale (forte ahimé del consenso trasversale che ha avuto su tutto l’asse politico più in evidenza) e a prescindere dai vostri/nostri sforzi potrebbe non avere proprio la voglia di cambiare idea su un argomento che – ci piaccia o no – non interessa veramente ai più. Ed è anche questo che libera il campo ai revisionisti: se domani questi rimaneggiamenti finiranno nei libri di storia delle scuole temo sarà quasi impossibile venirne fuori, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.

    Ora, chiaramente non sto suggerendo la resa. Vorrei sapere la vostra opinione sui rischi che stiamo correndo e le concrete possibilità di successo in relazione ai timori che ho espresso. Scusate il pippone.

    • Ciao
      in passato nei libri di storia non credo ci fosse molto di meglio, nonostante ciò non hanno potuto fermare i movimenti di massa, che poi hanno messo in discussione anche quelle cose. La ns. esistenza fa semplicemente si – e più siamo più è efficace – che quei racconti abbiano una possibile spiegazione diversa, poi la gente se ne fa quel che vuole. Perché quello che fa cambiare idea è la realtà, non i racconti della realtà (al massimo possono aiutare). Quindi i fedeli di Padre Pio o si convincono da soli, vivendo di persona quello che quella convinzione e quanto ci gira in torno significano, oppure non lo fanno, ma allora è una cosa da malattia mentale. Credo che nel caso del Giorno del Ricordo è molto più efficace vedere sfilare in celebrazione dei “martiri delle foibe” i fascisti dei vari gruppi e gruppetti che non 100 discorsi per rendersi conto di cosa si celebra quel giorno.

    • Secondo me hai centrato perfettamente la componente psicologica della questione: la stragrande maggioranza delle persone relativamente a questo argomento ha in buona fede un atteggiamento che, come scrivi tu, è “un misto di ignoranza e ingenuità”. Volendo generalizzare questo vale probabilmente per qualsiasi argomento: dato che nessuno può essere informato su tutto, ci si fida dell’interpretazione che ne dà qualcun altro che è considerato più informato sulla questione. Il problema è proprio questa fiducia fondamentalmente acritica: hai portato un esempio calzantissimo, padre Pio e Wojtyla. Subentra, nel loro caso come in quello delle foibe, la fede: la persona decide di credere a qualcosa e credere in qualcuno. Chi continua ad attenersi alla vulgata ufficiale (indifferentemente che si tratti di padre Pio, di Wojtyla o delle foibe) fa un atto di fede, decide di abdicare alle proprie facoltà critiche per affidarsi ad un’interpretazione già bella confezionata, che non viene messa socialmente in discussione e che, soprattutto, non costringe a mettere in crisi le proprie convinzioni e a ricostruire un sistema di interpretazione della realtà alternativo a quello socialmente approvato, decide di credere nell’apparato che ha stabilito che quell’episodio va interpretato in quel modo (la chiesa cattolica e lo stato-nazione italiano, ma lo stesso potrebbe valere anche per la comunità scientifica, la Uefa, il Fondo Monetario Internazionale, il comitato centrale del partito, ecc.). Uno studio che analizza in maniera molto approfondita queste dinamiche è “Nati per credere” di Vittorio Girotto, Telmo Pievani, Giorgio Vallortigara, te lo consiglio (anche se poi applicare le conclusioni tratte dagli autori al nostro caso è piuttosto deprimente).
      Chiaramente, come hai già scritto tu, questa analisi non vale per chi porta avanti le interpretazioni ufficiali in malafede, generalmente le stesse persone che utilizzano termini come negazionista, riduzionista o giustificazionista. Chi è in malafede ha tutto l’interesse a far sì che la vulgata resti com’è, perché dall’interpretazione ufficiale ottiene soldi, fama, visibilità, potere.
      Quali possibilità di scardinare questa impostazione abbiamo? In tempi brevi temo molto poche: da una parte ci siamo noi con le fionde, dall’altro l’intero apparato dello stato-nazione con media e leggi e non mi stupirebbe se prima o venissero adottati provvedimenti simili a quelli presi in Polonia, dove non si può più trattare il collaborazionismo polacco nella perpetrazione della Shoah.
      Però questa è Resistenza culturale e non la si fa con la speranza di risultati ne futuro prossimo: ricordiamoci che anche Galileo fu messo ai domiciliari ad Arcetri, ma dopo qualche secolo il sistema eliocentrico aveva ridicolizzato quello imposto dal papa…

  8. […] fascisti pullula di “imprecisioni” (eufemismo), sulle quali vi invito a leggere qui; non solo perché in prima serata su RaiTre, venerdì scorso, è andato in onda un film che […]

  9. Il film Red Land è una “cagata pazzesca” per dirla con le parole del ragionier Fantozzi! Pura propaganda revisionista postfascista in salsa sovranista! Non c’è un cenno alle cause della violenza che ammorba il film, alla terribile ventennale repressione della dittatura fascista in quelle zone, se non un rapido accenno al divieto della lingua slava in pubblico. Tutto il racconto, di fantasia tranne che per la vicenda parzialmente ricostruita di Norma Cossetto, è solo un susseguirsi dei vecchi stereotipi che parlano di slavi barbari e stupratori di donne italiane. La pellicola spinge lo spettatore al punto tale da far percepire la liberazione del Duce dalla prigionia del Gran Sasso come una buona notizia che ricolma di speranza per il futuro! Il film è zeppo di imprecisioni volute per trasmettere un messaggio distorto ben preciso: gli italiani brava gente sono stati massacrati dai barbari slavocomunisti che volevano rubargli la loro terra. In 150 minuti si intravede una sola volta una camicia nera con fez, tutti gli altri sono militari o funzionari italiani che indossano divise di ordinanza. Tutti i funzionari dello stato italiano hanno un accento istroveneto come se fossero autoctoni e non ci fosse stata la latinizzazione forzata con migliaia di funzionari meridionali trasferiti per colonizzare e cambiare le quote etniche delle regioni di oltreadriatico. La scena dello slavocomunista Darth Vader, poi, è uno dei momenti più bassi di Istria Wars. Per non parlare del fatto che è onnipresente il tema della componente etnica che trascende l’appartenenza politica, cosa che in realtà avverrà solo alcuni anni dopo e che invece in quella fase del ’43 vide gli antifascisti uniti a prescindere. Ottimo il personaggio interpretato Franco Nero, il professore che non solo paragona fascismo e comunismo ma che anzi lascia intendere come a ben vedere quest’ultimo sia anche peggio. Per non parlare dell’ossessione per i “titini”, termine che risuona centinaia di volte nella pelliccola e che non poteva ancora essere usato dagli istriani nel 1943. Anche il dettaglio del ragazzo che avvisa i prigionieri sul camion che stanno andando verso morte certa risuona propagandistico e sembra fare da contraltare agli ebrei che si recavano ignari al macello delle camere a gas. No comment invece per la incresciosa sequenza dello stupro, la sadica gang bang amplificata da ombre oscene, luci ballonzolanti e rumori tragicomici da film di Pierino che sono la vera offesa al ricordo delle povere vittime di quei tragici giorni di guerra e di capovolgimenti di fronte. Ma il capolavoro finale è rappresentato dai “liberatori” nazisti che finalmente, anche se con i loro comodi, si decidono a salvare l’Istria giusto in tempo per la fine del film. Insomma come pulirsi il deretano con i soldi pubblici di Rai Cinema, Regione Veneto e Regione Lazio.

  10. Oggi sul quotidiano «Il Piccolo» di Trieste la figlia di Noemi Cossetto denuncia gli sfondoni storici e la carica d’odio del film #RedLand.

    LA LETTERA DEL GIORNO

    Le imprecisioni del film “Red Land”sulla figura di Norma Cossetto

    Dopo aver visto al cinema “Red Land” (Terra Rossa) e averlo rivisto venerdì 8 febbraio alla televisione ritengo opportuno scrivere 2 righe di precisazione riguardo ai personaggi, alcuni dei quali miei parenti stretti. Innanzitutto vorrei sottolineare che Noemi Cossetto e Norma Cossetto, anche se portano lo stesso cognome, non sono cugine ma erano amiche strette. Il film è ambientato a Visinada ma in realtà il paese in cui si è svolta la sfortunata vicenda è Santa Domenica di Visinada dove effettivamente vivevano diverse famiglie tutte di nome Cossetto arrivate circa nel 1700 dal paese di Valpicetto (Carnia). All’inizio del film Norma parla con gli zii Eugenio e Amalia, che zii non sono perché sono i genitori di mia mamma Noemi Cossetto. La famiglia di mia madre era composta dai suoi genitori Eugenio e Amalia, la zia Clementina (senza figli), lo zio Zanetto col figlio Romano e lo zio Severino con i figli Adriano e Sandro. Tengo particolarmente a queste precisazioni perché già in passato, in testi quali Foibe rosse di Frediano Sessi e nel Nel nome di Norma di L. Garibaldi e R. Mondoni sono riportate delle inesattezze sulla mia famiglia. Nella parte finale del film Licia parla con Noemi, mia madre, ma Noemi non era più in Istria da tempo poiché, dopo essersi sposata, era venuta a vivere a Trieste con suo marito (mio padre) Mario Bellini.

    La storia di Norma è ormai divenuta famosa. Il giorno in cui è stata prelevata dai titini anche altri dovettero “lasciare” la loro casa a S. domenica di Visinada. Fra questi c’era mio nonno Eugenio che fu ritrovato nella stessa foiba. Mia nonna Amalia avvisò la figlia Noemi delle cose orribili che stavano accadendo dopo l’8 settembre. Purtroppo mio padre, giovane di 28 anni, decise di partire con il padre di Norma alla ricerca o per vendicare i suoi familiari. Mario Bellini lasciò la moglie Noemi, che lo scongiurava di non partire, con le parole: «Prima la patria e poi la famiglia». Erano sposati da soli 11 mesi e Noemi era incinta.

    Dopo 4 mesi dalla sua morte nacqui io al Sanatorio Triestino il 4 marzo del ’44. Mia madre, al ricordo di quel matrimonio così breve, decise di chiamarmi Mariella. Mio padre è stato campione triestino di boxe nel ‘32 e campione giuliano nel ’34 (pesi leggeri). Era stato invitato con altri studenti e sportivi italiani negli Stati Uniti e il trasferimento era stato effettuato con il favoloso piroscafo “Rex”. Mia madre non ha mai esaltato la sua figura dicendo semplicemente che suo marito era stato infoibato. In quest’ultimo decennio si è data sempre più importanza alle sofferenze degli italiani in terra istriana, mentre fino a quella data erano passate inosservate da tutti eccetto che dai parenti.

    Norma è ormai divenuta un simbolo che dovrebbe rappresentare tutti gli infoibati ma non dobbiamo dimenticare che i fatti sono accaduti in periodo di guerra. Io considero mio padre una vittima del periodo storico. I discorsi fatti domenica alla foiba non mi sono piaciuti, mi sembra che in questi 60 anni avevamo ristabilito un buon rapporto con i paesi dell’ex Jugoslavia.

    Mariella Bellini Tommasi
  11. Vi segnalo l’appoggio istituzionale del Comune di Terni (città a recente guida leghista) alla presentazione del libro di Merlino (ma è il figlio di..?) con tanto di patrocinio e concessione della sala comunale. http://www.umbriaon.it/patrocinio-casapound-il-sindaco-reagisce/

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