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News: : COMPLICANO TITOLI E CHIARISCONO IDEE QUEGLI ESOTISMI VENUTI DA ORIENTE
(Categoria: GENEALOGIE)
Scritto da wuming1
Tuesday 10 June 2008 - 02:17:59

Da "Musica Jazz", anno 64, n.6, giugno 2008:

Le religioni e filosofie di origine orientale: tradizionali o post-moderne, ascetiche o aziendaliste, serissime o cialtronesche. Induismi, buddhismi, Ba'hai, Osho, Transcendental Meditation®, sincretismi vari... Nella popular culture euro-americana (musica, cinema, moda, grafica, design) il passaggio dai '60 ai '70 fu il periodo dell'entusiasmo da convertiti. Entusiasmo di massa. Spesso artefatto, a volte sincero. Spesso effimero, a volte duraturo. Nel jazz, i dischi si riempirono di intriganti polisillabi indiani, tibetani, giapponesi: Alice Turiyasangitananda Coltrane proponeva viaggi in Satchidananda e gite sul lago Paramahansa cantando "Om Sri Rama Jaya Rama Jaya Jaya Rama", mentre la Mahavishnu Orchestra volava sulle ali del Karma.
La fascinazione dell'Occidente per spiritualità o - più spesso - estetiche "esotiche" non è un'invenzione del Novecento, basta leggere Orientalismo di Edward Said, a lungo livre de chevet di tutti gli artisti e pensatori post-coloniali.
Schopenhauer è il primo filosofo europeo a riconoscere l'influenza del buddhismo. Si avvicina il Novecento, lenta si prepara una tempesta perfetta. Le guerre mondiali lasciano l'Europa debilitata, incapace di mantenere i propri imperi, anzi, delegittimata a farlo: dopo essere scampati ai nazisti, è dura scoprirsi i nazisti di qualcun altro. A partire dal '54 (sconfitta dei francesi a Dien Bien Phu, Indocina), le potenze coloniali perdono le colonie una dopo l'altra. L'indebolimento del vecchio mondo mette in crisi l'eurocentrismo e iniziano a farsi conoscere altri punti di vista. Da tempo, in alcuni circoli e nicchie culturali, va crescendo l'interesse per l'Asia e le sue culture, grazie a personaggi molto diversi tra loro come Krishnamurti, Guenon, D.T. Suzuki, Alan Watts... Ora quell'interesse deborda, scende in strada divulgato dai beat. The Dharma Bums di Kerouac esce nel '58. Nelle sue poesie, Allen Ginsberg sgancia nomi come Swami Shivananda, Khaki Baba e Citaram Onkar Das Thakur, tra sutra di girasoli e vortici, e mantra del Re di Maggio. Sono già gli anni Sessanta, l'onda sale e sale, nel jazz (Coltrane) e nel rock (Harrison) irrompono i raga indiani, Ravi Shankar porta il sitar nelle sale da concerti. Nel '68 la permanenza dei Beatles e altre celebrità presso il Maharishi è la definitiva esplosione pop, da lì in avanti è epidemia. L'edificio culturale che ne risulta è decisamente neo-barocco, bricolage di pagode, minareti, tempietti, altorilievi, rutilanti ornamenti multicolori.
Quarant'anni dopo, di acqua sotto i ponti tra culture ne è passata tanta, nessuno è più un neofita e l'approccio è più tranquillo. Anche nei titoli di brani jazz: meno "aggressioni" criptiche e polisillabiche, meno barocchismi, fiamme interiori, proiettili-zaffiro d'amore puro, visioni di un Oltre color smeraldo, aforismi del guru Sri Chinmoy, beatitudini dell'Eterno Ora etc. E le copertine degli album? Più sobrie, meno mandala psichedelici e motivi floreali, anzi, Renunciation del David S. Ware Quartet, pur iniziando con un - commovente - ringraziamento a Ganesh (il dio elefante dell'induismo, figlio di Shiva e Parvati), ha la copertina completamente nera. E la musica? Meno "cosmica", meno gonfia, con meno horror vacui.
Un disco come Nivesana di Daniel Carter e Ravi Padmanabha, "indologico" quanto e più di certi album di una volta, non è per nulla vistoso o fracassone, anzi, è un piccolo gioiello discreto. E il titolo non è appiccicato con lo sputo, come a volte capita, ma ha un senso, è coerente con la musica. Nivesana è un termine pali, la lingua liturgica del buddhismo theravada, usata in India, Bangladesh, Nepal e Sud-Est Asiatico. Significa "casa", "abitazione", "il proprio luogo", ma ha più connotazioni, perché è il sostantivo del verbo nivisati, che significa "abitare" ma anche "entrare", ed è collegato a nivasana che significa "indumento" e a un altro verbo, nivedeti, che significa "rendere noto". Forzando, penso si possa rendere nivesana con "il posto di cui si sa che mi calza come un guanto". Come faccio a sapere queste cose? Grazie al Concise Pali-English Buddhist Dictionary, compilato dal venerabile Buddhadatta Mahathera. Si trova in rete. La musica di Carter e Padmanabha fa precisamente questo: crea un luogo che diventa subito nostro, un luogo che possiamo indossare. Infatti la title-track è quieta e meditativa, il sax di Carter si muove sognante su un tappeto di tintinnii, rimbombi lontani, piccoli clangori. Siamo a casa, senza che questo implichi alcun chiudersi, alcuna ristrettezza di vedute. Abbiamo dovuto attraversare gli esotismi, prima di giungere a questo.
Wu Ming 1



Questa News è tratta da:NEW THING di Wu Ming 1
( http://www.wumingfoundation.com/ourbooks/comment.php?comment.news.comment.78 )


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