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"Per nessun motivo si dovranno modificare i generi della musica, dato che, in tal caso, non si potrebbe evitare di scuotere ai suoi fondamenti la costituzione dello Stato" Platone, La Repubblica, IV, 424c New Thing - il romanzo "solista" di Wu Ming 1 Einaudi Stile Libero Big, 14 euro, in libreria dal 26 ottobre 2004. I contenuti di questa sezione sono visibili a tutti, compresi i commenti dei lettori. Per scrivere commenti e/o partecipare a discussioni è necessario registrarsi, vedi colonna di sinistra.
WU MING 1 & FRANCESCO CUSA - LIVE EN BARCELONA - SE TI DIMENTICHI
Wu Ming 1 & Francesco Cusa SE TI DIMENTICHI (Unplugged Grindcore Version) MP3 192k, 4:43, 6.8 mega Live al festival della cultura libera Gran Gala de los Oxcars, Sala Apolo, Barcelona, 28 ottobre 2008 Fonazione cap. 0 di Wu Ming 1: sbraitamenti e vociferazioni Francesco Cusa: batteria e verso del coyote Light MP3, 128k, 4.5 mega "...Wu Ming 1, distinguido en el apartado literario, ha publicado la novela New thing (Acuarela), de la que leyó a gritos algunas páginas, de espaldas al público y con la compañía de un batería de ritmo frenético."
MUSICANDO AL PASSO DEI BUOI TRA VECCHIO E NUOVO MONDO
[Da "Musica Jazz" n.11, anno 64°, novembre 2008.] La domanda è: come mai l'ultimo album di Evan Parker con il Transatlantic Art Ensemble si chiama “Boustrophedon”? Che è diverso dal chiedersi cosa significhi boustrophedon. Il significato del vocabolo è facilmente rinvenibile: in greco boustrophedon vuol dire “giramento di buoi”. E' l'azione che compie il bustròphos, ovvero chi conduce i buoi che tirano l'aratro e li fa girare quando arrivano in fondo al campo, per arare nell'altro senso. “Boustrophedon” (o “bustrophedon”, come si scrive in latino) è una metafora, il nome di un antico sistema di scrittura in cui, anziché procedere sempre da sinistra a destra, si cambia direzione ogni volta che si va a capo: giunti al margine destro del foglio, la riga successiva va scritta da destra a sinistra, poi di nuovo dietro-front. Una versione “bustrofica” di quanto appena scritto è disponibile qui [vedi immagine]. Per chi non lo sapesse, il Transatlantic Art Ensemble è un'orchestra di quattordici elementi messa insieme da Roscoe Mitchell ed Evan Parker. E' formato, come precisa il nome, da musicisti che vivono su entrambe le sponde dell'Atlantico. Sei fiati, un trio d'archi, un pianoforte, due contrabbassi e due batterie. “Boustrophedon”, uscito nel maggio scorso per l'ECM, è “fratello” di un altro album, “Composition/Improvisation Nos. 1, 2 & 3” di Roscoe Mitchell e gli stessi musicisti. I dischi sono stati registrati a Monaco nel settembre 2004, a ventiquattr'ore di distanza. “Boustrophedon” è composto da un'Overture, cinque “solchi” (“furrows”) e un Finale. Ciascun solco, ciascun percorso lungo il campo da arare, è affidato a una coppia di bustrophoi, uno delle Americhe, l'altro del vecchio mondo (ma con intriganti “chiasmi”, come si vedrà). Furrow 1 è il dialogo tra il flauto di Neil Metcalfe (Regno Unito) e il piano di Craig Taborn (USA). Furrow 2 è l'intreccio cameristico tra il violino di Phil Wachsmann (nascita ugandese, cittadinanza britannica) e la viola di Nils Bultmann (statunitense di origine tedesca). Furrow 3 è preso in carica dal violoncello di Marcio Mattos (brasiliano che da quarant'anni vive in Inghilterra), finché a metà non irrompe il sax contralto di Anders Svanoe (100% norvegese del Wisconsin), e l'ensemble pesta da vera big band, tra Ellington e l'Instabile. Furrow 4 riparte da un diradarsi dei suoni, rimangono solo il clarinetto di John Rangecroft (Londra) e la tromba di Corey Wilkes (Chicago, per la precisione Lesterbowieland), che si annusano, si strusciano, si sfidano, corrono mano nella mano fino a... ...Furrow 5, che è affidato ai contrabbassi di Jaribu Shahid (Detroit) e Barry Guy (Londra). Furrow 6 è, finalmente, Parker e Mitchell a confronto, in un pezzo che nei primi sei minuti - grazie a un Parker “psichedelico” - reminisce di raga indiani e famiglia Coltrane, poi con l'entrata di Mitchell si scioglie nel momento più jazz dell'intero album. Ogni brano sfocia naturalmente nell'altro, la mano continua a scrivere, la penna non abbandona mai il foglio. Recensendo “Boustrophedon” su allaboutjazz.com, Budd Kopman ha spiegato il significato del termine, dopodiché si è un po'... incartato: “Ciò non significa, tuttavia, che la musica sia intesa o possa dare l'idea di essere capovolta ad ogni sezione. Tuttavia, si deve concludere che il nome ha un qualche proposito.” [This does not mean, however, that the music is meant or can be heard as being reversed in each section. However, one must assume that the name has some intention.] Due “tuttavia” (however) uno in fila all'altro, il secondo dei quali seguito da una tautologia, sono un gioco a somma zero. Anzi, sono a loro volta un bel bustrophedon: porti il lettore da qui a là, e subito lo riporti da là a qui. Non ho a disposizione le liner notes di Steve Lake, perché l'album l'ho comprato su iTunes, privo di ogni ammennicolo e paratesto, ma per come la vedo io, il “campo da arare” è l'Atlantico. Ad ogni passaggio di vomere, due bustrophoi (uno americano, l'altro europeo) guidano l'ensemble, accompagnano le bestie e, giunti sulla sponda opposta, le fanno girare per tornare indietro. Se un lettore ha qualche indizio in più, o una teoria diversa, mi scriva. Prometto di riferirla qui, e senza aggiungervi alcun “tuttavia”.
SUN RA SULLA VIA DI NEFERTITI PERO' ALL'INVERSO, DA UNO A PIU' DEI
[Da "Musica Jazz" n.10, anno 64°, ottobre 2008.] Nel jazz degli anni Sessanta esistono due album, molto diversi e distanti tra loro ma accomunati dal titolo: Nefertiti. Il primo è di Cecil Taylor, registrato dal vivo a Copenaghen nel 1962, e a essere precisi il titolo completo è Nefertiti, The Beautiful One Has Come. Il secondo – ben più famoso - è di Miles Davis, ed esce cinque anni dopo. "La bella è arrivata" è la traduzione del nome di Nefertiti, regina egizia vissuta milletrecento anni prima di Cristo. Fu la sposa di Amenofi IV, faraone della XVIIIa dinastia che dal politeismo egizio si convertì al culto monoteistico del Sole ("Aton") e per questo cambiò nome e divenne Akhenaton ("Utile al Sole"), che è come lo ricordiamo oggi. Anche sua moglie cambiò nome e divenne Neferneferuaton, "Il sole è due volte bello", ovvero è perfetto; ma per tutti rimane Nefertiti. Di questa donna bellissima non sappiamo dove nacque, né quando e come morì. Non diede ad Akhenaton figli maschi, soltanto sei bambine. I successori del sovrano - uno dei quali fu Tutankhamon a.k.a. Tutankhaton, "A immagine del Sole" - erano figli di un'altra sposa. Uno dei pezzi di arte egizia più conosciuti e affascinanti è proprio il busto di Nefertiti esposto all'Altes Museum di Berlino, scolpito dall'artista Thutmosis e ritrovato nel 1912 da un archeologo tedesco, Ludwig Borchhardt. Negli anni Sessanta il jazz e l'intera cultura afroamericana sono in piena fase di riscoperta dell'Africa. Sovente l'approccio è ingenuo, indiscriminato. Martin Bernal è ancora ben lungi dallo scrivere la sua opera capitale Black Athena: The Afroasiatic Roots Of Classical Civilization, ma l'Egitto - "culla della civiltà" e consimili clichés - già offre ai neri d'America un esempio di antica potenza africana, di Età dell'oro edificata e vissuta da un popolo "di colore". E' un mito potente e icastico, da usare nella guerra culturale per il recupero della propria cultura e dignità. E' nota l'esistenza di una tradizione massonica afroamericana. E' probabile che nelle cerimonie di quelle logge, certa paccottiglia egizianoide venga sovra-codificata, e vibri di connotazioni che i bianchi non potrebbero cogliere. Un'iconografia Egypt-oriented è anche alla base dell'estetica di Herman Poole Blount, che - si parva licet - ripete il gesto di Amenofi IV e diventa "Sun Ra". Curiosamente, tuttavia, Blount compie il percorso inverso, e da un monoteismo per molti versi erede del culto del Sole (il cristianesimo) torna al primevo politeismo egizio: Ra è il dio del sole di quell'antico pantheon (Iside, Osiride, quella gente là). Non è quindi difficile capire il fascino esercitato da Nefertiti su un musicista nero. Scenario africano, "bei tempi andati", nome eufonico, donna bella come il sole, storia fitta di mistero, sensualità dal profondo dei secoli... Percival. Il secondo nome di Cecil Taylor annuncia un destino: Parsifal è colui che va in cerca del Graal. A sentire il terzetto Lincoln, Baigent & Leigh (nonché il loro epigono Dan Brown), "Saint Graal" sarebbe una storpiatura di "Sang réal", sangue reale, il sangue di chi discende in linea diretta da Gesù (il quale fecondò la Maddalena etc.). E non è "sangue reale" quello di Nefertiti? Non è in fondo una "cerca" del Graal quella degli afroamericani sulle tracce del proprio passato, reale o mitico che sia? Sulle prime, la cerca di questo "Graal africano" implica o comunque suggerisce un rovesciamento: l'autentica civiltà è quella nera; i bianchi non sono che barbari usurpatori. E' come nel mito dello scienziato malvagio Jacub propagandato dalla Nation of Islam: i bianchi sono l'errore di un demiurgo nero. E' un po' la versione grezza del Revised Ancient Model di Bernal, secondo cui la civiltà ellenica aveva radici africane e semitiche. Anche nella Nefertiti di Miles Davis (o meglio, di Wayne Shorter) si produce un rovesciamento, una vera e propria figura retorica. Gli strumenti solisti ripetono insistentemente il tema, mentre la sezione ritmica si sbizzarrisce, improvvisa, scoppietta, smuove. Il "sotto" diventa il "sopra". Il "basso" diventa l'alto. La "base" raggiunge il "vertice". Il "nero" soppianta il "bianco". Un giro largo, catena di libere associazioni, ci ha portati a collegare il titolo alla musica. Siam qui per questo, dopotutto.
STOP AI COMMENTI
Gli attacchi di spammer automatici si sono fatti sempre più frequenti. C'è stata un'ondata di messaggi fatti soltanto di link a siti-truffa. Cancellarli richiedeva tempo ed energie. Tempo ed energie che al momento non ho. Meglio "lucchettare" i post e buonanotte. Tuttavia, la chiusura non riguarda il forum di discussione (colonna di sinistra, "COMMENTI DEI LETTORI"). Lì è ancora possibile - e gradito - scrivere, anche se... ...anche se il torrente del 2004-2005 si è fatto rivolo nel 2006, per poi prosciugarsi nel 2007-2008. E' normale, New Thing è uscito da tempo e in Italia, dopo un primo anno promettente, non è che abbia più venduto granché, quindi anche il dibattito si è fermato. Però questo spazio rimane a disposizione, perché: - prima o poi NT ri-uscirà in tascabile e il titolo tornerà a muoversi in libreria, attirando qui nuovi lettori e curiosi; - prima o poi posterò una selezione di recensioni e commenti alle edizioni francese, spagnola e brasiliana; - io continuo a scrivere di musica e cultura afro-americana, e da qualche mese tengo una rubrica mensile sulla rivista "Musica Jazz" (le cui puntate sono volta per volta riproposte in questo spazio), e quale luogo migliore del forum per accogliere chi volesse discuterne? Grazie a tutt* quell* che ogni tanto tornano a dare un'occhiata. Il lavoro continua.
COMPLICANO TITOLI E CHIARISCONO IDEE QUEGLI ESOTISMI VENUTI DA ORIENTE
Da "Musica Jazz", anno 64, n.6, giugno 2008: Le religioni e filosofie di origine orientale: tradizionali o post-moderne, ascetiche o aziendaliste, serissime o cialtronesche. Induismi, buddhismi, Ba'hai, Osho, Transcendental Meditation®, sincretismi vari... Nella popular culture euro-americana (musica, cinema, moda, grafica, design) il passaggio dai '60 ai '70 fu il periodo dell'entusiasmo da convertiti. Entusiasmo di massa. Spesso artefatto, a volte sincero. Spesso effimero, a volte duraturo. Nel jazz, i dischi si riempirono di intriganti polisillabi indiani, tibetani, giapponesi: Alice Turiyasangitananda Coltrane proponeva viaggi in Satchidananda e gite sul lago Paramahansa cantando "Om Sri Rama Jaya Rama Jaya Jaya Rama", mentre la Mahavishnu Orchestra volava sulle ali del Karma. La fascinazione dell'Occidente per spiritualità o - più spesso - estetiche "esotiche" non è un'invenzione del Novecento, basta leggere Orientalismo di Edward Said, a lungo livre de chevet di tutti gli artisti e pensatori post-coloniali. Schopenhauer è il primo filosofo europeo a riconoscere l'influenza del buddhismo. Si avvicina il Novecento, lenta si prepara una tempesta perfetta. Le guerre mondiali lasciano l'Europa debilitata, incapace di mantenere i propri imperi, anzi, delegittimata a farlo: dopo essere scampati ai nazisti, è dura scoprirsi i nazisti di qualcun altro. A partire dal '54 (sconfitta dei francesi a Dien Bien Phu, Indocina), le potenze coloniali perdono le colonie una dopo l'altra. L'indebolimento del vecchio mondo mette in crisi l'eurocentrismo e iniziano a farsi conoscere altri punti di vista. Da tempo, in alcuni circoli e nicchie culturali, va crescendo l'interesse per l'Asia e le sue culture, grazie a personaggi molto diversi tra loro come Krishnamurti, Guenon, D.T. Suzuki, Alan Watts... Ora quell'interesse deborda, scende in strada divulgato dai beat. The Dharma Bums di Kerouac esce nel '58. Nelle sue poesie, Allen Ginsberg sgancia nomi come Swami Shivananda, Khaki Baba e Citaram Onkar Das Thakur, tra sutra di girasoli e vortici, e mantra del Re di Maggio. Sono già gli anni Sessanta, l'onda sale e sale, nel jazz (Coltrane) e nel rock (Harrison) irrompono i raga indiani, Ravi Shankar porta il sitar nelle sale da concerti. Nel '68 la permanenza dei Beatles e altre celebrità presso il Maharishi è la definitiva esplosione pop, da lì in avanti è epidemia. L'edificio culturale che ne risulta è decisamente neo-barocco, bricolage di pagode, minareti, tempietti, altorilievi, rutilanti ornamenti multicolori. Quarant'anni dopo, di acqua sotto i ponti tra culture ne è passata tanta, nessuno è più un neofita e l'approccio è più tranquillo. Anche nei titoli di brani jazz: meno "aggressioni" criptiche e polisillabiche, meno barocchismi, fiamme interiori, proiettili-zaffiro d'amore puro, visioni di un Oltre color smeraldo, aforismi del guru Sri Chinmoy, beatitudini dell'Eterno Ora etc. E le copertine degli album? Più sobrie, meno mandala psichedelici e motivi floreali, anzi, Renunciation del David S. Ware Quartet, pur iniziando con un - commovente - ringraziamento a Ganesh (il dio elefante dell'induismo, figlio di Shiva e Parvati), ha la copertina completamente nera. E la musica? Meno "cosmica", meno gonfia, con meno horror vacui. Un disco come Nivesana di Daniel Carter e Ravi Padmanabha, "indologico" quanto e più di certi album di una volta, non è per nulla vistoso o fracassone, anzi, è un piccolo gioiello discreto. E il titolo non è appiccicato con lo sputo, come a volte capita, ma ha un senso, è coerente con la musica. Nivesana è un termine pali, la lingua liturgica del buddhismo theravada, usata in India, Bangladesh, Nepal e Sud-Est Asiatico. Significa "casa", "abitazione", "il proprio luogo", ma ha più connotazioni, perché è il sostantivo del verbo nivisati, che significa "abitare" ma anche "entrare", ed è collegato a nivasana che significa "indumento" e a un altro verbo, nivedeti, che significa "rendere noto". Forzando, penso si possa rendere nivesana con "il posto di cui si sa che mi calza come un guanto". Come faccio a sapere queste cose? Grazie al Concise Pali-English Buddhist Dictionary, compilato dal venerabile Buddhadatta Mahathera. Si trova in rete. La musica di Carter e Padmanabha fa precisamente questo: crea un luogo che diventa subito nostro, un luogo che possiamo indossare. Infatti la title-track è quieta e meditativa, il sax di Carter si muove sognante su un tappeto di tintinnii, rimbombi lontani, piccoli clangori. Siamo a casa, senza che questo implichi alcun chiudersi, alcuna ristrettezza di vedute. Abbiamo dovuto attraversare gli esotismi, prima di giungere a questo. Wu Ming 1
LA LAPIDAZIONE
Chi scrive in traduttese e chi invece "scarabottola" MARIO BAUDINO La letteratura italiana contemporanea è scritta, anziché nella sua propria lingua, in «traduttese», ovvero come se fosse tradotta dall’inglese? Se ne parla da tempo, e Giuseppe Antonelli, sul Sole 24 ore, propone alcuni esempi piuttosto interessanti in proposito. Quello più straordinario si cela però in Diario di un patriota perplesso negli Usa, di Filippo La Porta (Edizione e/o): parlando della «dipendenza dall'America» dei nostri scrittori più recenti, il critico ne coglie i segni. C’è il fatto piuttosto evidente che «ambientano le proprie storie... in un’America però mitica, tutta ricalcata su cinema e tv»; ma c’è anche, appunto, «un italiano che sembra una traduzione letterale dell’inglese, con commistioni ovvie». E fa una citazione puntuale, ancorché anonima: «Difficile ignorare il tanfo di merda, man». La frase sta in qualche libro, forse in un recente capolavoro. Forse addirittura in Wu Ming 1, New Thing (Einaudi). La Porta, però, tace. Forse non a torto. Uno così rischia la lapidazione*, ma chi di noi è senza peccato? [...] * Ti piacerebbe, eh? Ma io dico: c'era bisogno di rimuginarsela per quattro anni, in attesa dell'occasione giusta per tirarla fuori? :-) [N.d.WM1]
I TITOLI DEL MISTERO: TRA GONG SILENZIOSI, LINGUE INVENTATE E SUCCHI DI FRUTTA
[Seconda puntata della rubrica "Genealogie", che curo per il mensile "Musica Jazz". Questa è apparsa sul n.540, aprile 2008. La prima puntata si trova qui] "E' un mistero per tutti dove andrò a parare", scrivevo il mese scorso. Ribadisco: l'indagine sui perché di un titolo è sempre a rischio di sbandamenti e depistaggi. Lungi dall'evitarli, occorre trarne buon frutto. Si parte cercando una cosa e si finisce per portarne a casa tutt'altra, inatteso trofeo da mostrare agli amici. Stavo pensando all'influenza latina nella musica di matrice afroamericana. Non latina nel senso di “latino-americana”, ma nell'accezione originale: latina come la lingua dei Cesari, della vecchia liturgia cattolica, del Sacro Romano Impero. Per essere precisi, pensavo a certo latinorum che si trova nei titoli di album e brani, un uso della lingua distorto, bizzarro o addirittura immaginario. Nel campo del rock più “nero” e bluesy vengono in mente il roboante "Vincebus Eruptum" (Blue Cheer, 1969) e il giocoso motto "E Pluribus Funk" (Grand Funk Railroad, 1971). Nel jazz abbiamo, per limitarci a pochi esempi, Hora Decubitus di Mingus, poi il dittico "Vade Mecum" di Bill Dixon e Tony Oxley (1994-96), che contiene un brano intitolato Incunabula, e - della stessa coppia d'artisti - "Papyrus" (1999), che contiene un brano intitolato Sine Qua Non. Altri brani dixoniani con titoli latinizzanti: Vecctor, Negoro Codex e Interruptus. Il flusso dei pensieri mi ha portato al misterioso Illistrum dell'Art Ensemble of Chicago (da "Fanfare for the Warriors", 1974). Il titolo è – fino a prova contraria - un vocabolo inventato, fa pensare a trattati alchemici o segrete carte astronomiche, roba da Peter Kolosimo, che infatti coi suoi libri contribuì al mood degli anni Settanta. Illistrum è un poema mistico-teogonico africaneggiante, recitato da Joseph Jarman su musica composta da Malachi Favors. Vi si narra di come Odwalla (profeta? capostipite? eroe primigenio?) attraversò la "grigia foschia dei mondi-fantasma" per rivelarsi al Popolo del Sole e insegnare loro l'arte del tamburo nonché – delizioso ossimoro – del "gong silenzioso", il cui suono si può vedere. Nella poesia che sostituisce le liner notes dell'album, l'illistrum è definito "utensile della lunga luce" e si dice che "we", pronome dall'evidente implicazione afrocentrica, noi, noi siamo l'illistrum e "we are together / all of us / yes we are". Bene, ma da dove viene la parola? Quali suggestioni hanno portato Jarman a scegliere proprio quei nomi, "Illistrum", "Odwalla"? Quest'ultimo ricorre spesso nella storia dell'AEC, il "tema di Odwalla" è un pluri-decennale cavallo di battaglia del gruppo, disponibile in molte versioni studio e live, ma non mi risulta che Jarman e compagni abbiano mai fornito indizi "etimologici" (se lo hanno fatto, qualcuno me lo segnali). Scopro che "Odwala" significa "malato" in chichewa (lingua del gruppo bantù), ma il profeta del silent gong non sembra soffrire di alcuna malattia. E' a questo punto che la ricerca sbanda e l'esploratore, anziché trovare la sorgente, trova la foce. E quella che arriva al mare... non è acqua. Sì, perché negli USA "Odwalla" è una nota marca di succhi di frutta naturali, integratori e barrette energetiche. Sul sito ufficiale, www.odwalla.com, c'è scritto "how we got the name": "Fu il brano Illistrum, composto da Malachi Favors ed eseguito dall'Art Ensemble of Chicago [...] a ispirare i fondatori della compagnia, che adottarono il nome dell'eroe perché sentirono che la storia simboleggiava la loro missione. Noi odwalliani crediamo che i nostri succhi, con il loro gusto esuberante e i loro principii nutritivi, possano aprire uno spiraglio nella grigia foschia dei cibi senza vita e troppo elaborati." Nemmeno qui viene spiegato "where Jarman found the name", ma continuo a cercare, e ancora una volta scopro altro. Wikipedia riporta, citando fonti attendibili, che "nel 1996 l'attività della Odwalla fu sconvolta da una limitata epidemia di E.coli 057 che, sulla West Coast, provocò la morte di un bambino e 66 casi di infezione [...] La compagnia, in collaborazione con la Food & Drugs Administration, ritirò dagli scaffali tredici prodotti a base di succo di mela non pastorizzato. L'operazione toccò 4600 punti vendita negli USA e in Canada, costò 6,5 milioni di dollari e durò 48 ore. In seguito la Odwalla introdusse nei propri stabilimenti la pastorizzazione-lampo [...] Per la morte del bambino, la compagnia fu giudicata colpevole di negligenza" etc. Un caso isolato, sia chiaro, ma fa pensare a un sinistro "potere delle parole", un potere esercitato in modi che sfidano la nostra comprensione, e che le culture tradizionali sapevano temere. In Italia, dove c'è una forte cultura della scaramanzia, nessuna azienda si chiamerebbe “Malato”, né in italiano né in altre lingue. Compreso il chichewa.
EDIZIONI ESTERE DI "NEW THING": NOTIZIE E RECENSIONI
Nell'autunno scorso è uscito in Francia (in simultanea con Guerra agli Umani di WM2) per le edizioni Métailié, tradotto dal collega e amico Serge Quadruppani. Le recensioni apparse sulla stampa e su vari siti e blog sono state molto buone, spesso tendenti all'entusiastico.
Le Nouvel Observateur ha scritto: "New Thing intreccia le voci dei musicisti, dei giornalisti e della gente di strada. Gigantesco collage, equivalente letterario della tecnica musicale del remix (numerose frasi sono prese in prestito da altri testi, come doverosamente segnalato nell'appendice), New Thing è esso stesso una 'nuova cosa' letteraria, molto appassionante." (Il testo integrale non è più on line) Le Monde ha scritto: "Romanzo corale, indagine di polizia, ma anche jam session politica carica di poesia sincopata e desiderio di rivolta, New Thing fa apparire le ombre di Ornette Coleman e Sun Ra, Albert Ayler e Archie Shepp, Malcolm X e Martin Luther King. E, soprattutto, gli spettri di John Coltrane e Stokely Carmichael, il mago del sax e l'infaticabile militante che inventò il Black Power. [...] un avvincente romanzo polifonico che 'va ben oltre il free jazz'." Testo integrale qui. L'Humanité ha scritto: "New Thing è più sul versante del documentario, documentario punteggiato da improvvise esplosioni oniriche. Ci propone una sequenza di testimonianze fittizie che dicono una verità, di per se stesse o mediante la loro collisione. Quel che ci è dato scoprire è il ruolo dei musicisti neri, il loro status, le loro difficoltà e aspirazioni. [...] Ma la cosa più commovente, la più intrigante è senza dubbio - e semplicemente - il fatto che a scrivere questo libro sia stato un uomo giovane." Testo integrale qui. Il sito L'Italie à Paris ha scritto: "Realizzato in forma di intervista polifonica, o meglio alla maniera del free jazz, dove più personaggi, i cui discorsi si alternano senza essere incastrati tra loro a forza, questo libro è un piccolo capolavoro. La forma atipica della narrazione non toglie nulla al piacere della lettura [...] una galleria di personaggi esilaranti, commoventi, buffi, originali, senza mai essere caricaturali. Ma New Thing è anche un lungo e metodico lavoro d'archivio sull'ingloriosa storia degli Stati Uniti di quell'epoca, con strizzate d'occhio all'epoca nostra, non meno ingloriosa." Testo integrale qui. Recensioni molto approfondite e veri e propri mini-saggi sul libro si trovano su questi siti: Nelle prossime settimane il libro uscirà in Spagna per le edizioni Acuarela & Machado, splendidamente tradotto dalla persona che si cela dietro lo pseudonimo Nadie Enparticular ("Nessuno Inparticolare"), e in Brasile per la Conrad Editora, tradotto da Michele A. Vartuli (e anche questa traduzione è eccellente). Prossimamente, le recensioni in castigliano e portoghese. Vedete, vi tengo aggiornati.
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tania on [thread: SCIAMB] E' una associazione studentesca dell'unipa che ha come obiettivo quello di sensibilizzare l'opinione pubblica sui temi ambientali. Siamo nati da poco e [continua] giemmevi on [re: "New Thing" nella blogosfera] Mi sono laureato con una tesi su "Stokely Carmichael e la Retorica del Black Power" l'anno scorso e tra la consegna della tesi e la sua discussione ho letto tra [continua] paperino ramone on [thread: una goccia più che altro.] Tra un pò rileggerò NT, che tral'altro è stato il primo libro dela band che ho letto, curioso questo fatto, e curioso, almeno per me, che dopo averlo letto la p [continua] wuming1 on [re: solo una domanda] Auguri! :-) Poi mandamelo, mi raccomando. giorgiofontana on [re: solo una domanda] grazie mille. mi interessava proprio capire la gestione di queste contraddizioni orali, che mettono le cariche esplosive sotto la storia e la fanno saltare in a [continua] wuming1 on [re: solo una domanda] ciao Giorgio, sì, il testo è pieno zeppo di contraddizioni come quella che esemplifichi. Per dirne una, varie voci non concordano sull'effettiva importanza che [continua] giorgiofontana on [re: solo una domanda] Caro 1, sto iniziando a scrivere un pezzo su New Thing. Un debito verso me stesso che ho da troppo tempo. Mentre raccolgo il materiale, mi viene in mente una co [continua] leo on [re: solo una domanda] Ciao Francesco! volevo farti una domanda riguardante il tuo sito; Sto provando il cms e107, volevo chiederti come posso cambiare l'immagine de [continua] wuming1 on [re: solo una domanda] Uhm... Strana domanda. Non l'ho messo perché, in tutti gli anni in cui ho lavorato a NT, non l'ho mai avuto in mente. "Sei pezzi da mille" non è stato una fonte [continua] kiki on [thread: solo una domanda] Caro 1, cari Blissets per chi come me adora la storia e il Jazz, siete davvero una miniera. In più, i vostri libri si leggono di un fiato. Certo, anche [continua] wuming1 on [re: lezione su 300] No, non è legato al film, intorno a "Le porte del fuoco" era in ballo un altro progetto di film, se n'è parlato per anni, sembrava dovesse andare in produzione [continua] vito antonio on [thread: lezione su 300] molto buona la lezione mi è servita per disintossicarmi e metabolizzare un film in cui si mescola il latte del mito e il veleno del fascismo di oggi. Volevo ag [continua] Francesco on [re: Lemuri - Chad Oliver] Scusate se faccio una prova.... wuming1 on [re: Lemuri - Chad Oliver] No, non lo conoscevo. Mai letto niente di quell'autore. Mi procuro il racconto in qualche modo. Anche nell'ultimo di King, "Cell", c'è una mutazione della speci [continua] punkjazz69 on [thread: Lemuri - Chad Oliver] Ho appena finito il libro, che mi è piaciuto molto. A proposito dei lemuri mi è venuto in mente un racconto di fantascienza che ho in una vecchia antol [continua] |
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