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prima di passare alle maniere forti con noi. 
Agnoletto e i parlamentari continuano a discutere, ma i poliziotti si stanno innervosendo. Sento un rumore di legno sbattuto e intravedo uno di loro che nasconde un mazzo di manganelli nella stanza del controllo bagagli. Dove gli sbirri vogliono convincerci a entrare uno a uno, per perquisirci. 
Merda.
Cercano di spingerci dentro stringendo il cerchio.
Con una rapida consultazione decidiamo di sederci e incordonarci tra noi. Ci trascineranno via come hanno fatto con gli altri.
Una poliziotta si china a parlare con Agnoletto. 
- Se fate cosi' dovremo usare la forza.
- Non avete alcun diritto di espellerci. Siamo pacifici e non abbiamo fatto niente.
Un energumeno in divisa alto due metri scosta la poliziotta e prende su di forza il piccoletto. Lo sfila come unacciuga dal barattolo e senza nessuna fatica lo lancia dentro la stanza delle perquisizioni. Gli altri ci impediscono di muoverci. Nadalini, che, forse per via della telecamera a tracolla, pensano sia un giornalista, viene afferrato e bloccato sulla porta. Lui deve vedere cosa ci aspetta.
Agnoletto viene sbattuto sul bancale, un braccio girato dietro la schiena. Il poliziotto gli preme il ginocchio sulla spina dorsale e altri tre lo prendono a calci e pugni. Le urla si sentono da fuori. Dura tutto pochi secondi, poi lo rispediscono fuori.
- Ragazzi, questi menano... - dice con gli occhi sbarrati e la voce strozzata.
Lo soccorriamo. Non ha niente di rotto, anche se sembra potersi spezzare come un grissino. Solo qualche bozzo in faccia.
E la volta di Marco Revelli. Lo trascinano dentro per la collottola, mentre lo riempiono di calci alle costole. Quindi afferrano Egidio, che per fortuna se la cava con poco.
Noi siamo ormai tutti in piedi e urliamo. Accenti emiliani e romaneschi si mescolano in un coro di Basta!, Stop the violence!.
Siamo in mezzo a un aeroporto internazionale. Un aeroporto come tutti gli altri. Stesse luci troppo forti, stesse tensiostrutture del cazzo, stessa organizzazione dello spazio, stesso ferro e cemento. La polizia sta pestando un piccoletto di quaranta chili e un signore di sessantanni. Mi guardo intorno, cerco di incrociare gli sguardi della gente che affolla la sala. Sono indifferenti. Nessuno dice nulla. 
Mormoro tra i denti: - Siete finiti.
Basta cosi'. Non ha senso farci massacrare tutti quanti. Sono disposti a farlo. Non gliene frega niente. Ne' alla polizia ne' a chi sta assistendo ala scena senza battere ciglio. Loro sono in guerra. Noi siamo nemici. O amici dei nemici. Dobbiamo andare a farci fottere a casa nostra.
Rassegnati entriamo uno dopo laltro a farci perquisire. Risparmiano solo i parlamentari.
Io resto per ultimo.
Quando mi fanno entrare mi trovo di fronte un ragazzino. Avra' al massimo ventanni, i capelli rossi e le lentiggini. E almeno trenta centimetri piu' basso di me. Dietro di lui, gli energumeni mi fissano.
Prima la giacca. Poi il marsupio, oggetto per oggetto. I liquidi per le lenti a contatto.
Il ragazzino si ferma. Mi guarda e dice: - Stand! - indicando un punto davanti a se' e mimando il gesto delle braccia allargate.
Deve perquisirmi.
Resto fermo. Guardo lui. Guardo gli sbirri che hanno picchiato i miei compagni di viaggio. E davvero finita. Ci cacciano via, ci timbreranno il passaporto, memorizzeranno i nostri nomi. Probabilmente non potremo piu' rimettere piede in questo paese. Non ci abbiamo mai messo piede, a dire il vero. I nostri compagni sono nellospedale di Ramallah, a tenere aperto lo spiraglio di una debole speranza. I nostri compagni hanno sfidato i cecchini e i posti di blocco per consegnare cibo alla popolazione civile. Hanno scortato le ambulanze. Sono stati testimoni oculari dellorrore. Del cecchinaggio e delle esecuzioni. Dei civili massacrati.
Avremmo dovuto dare loro il cambio. Accompagnare i deputati di un parlamento europeo a vedere cosa succedeva a Ramallah. A garantire la sicurezza per i convogli umanitari e a difendere i medici
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