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Impermeabile di pelle nera e occhiali da sole cangianti. Che cazzo di abbigliamento.
Guardo tutti. Ne manca uno solo. Mi specchio in una vetrata. Eccolo qua: lo scrittore. 
Non ci faranno mai passare.


Tel Aviv, Israele, 4 aprile 02, h. 4.15

Gli aeroporti sono tutti uguali. Stesse luci a giorno. Stesse strutture. Stessi gabbiotti per il controllo passaporti. La prima persona che vedo quando entro e' Giovanni De Rose, presidente dellArci Emilia-Romagna. Faccio per salutarlo, ma mi fa un gesto impercettibile con la mano. Poi mi accorgo dello sbirro enorme che lo sta accompagnando. Faccio finta di niente e avverto gli altri. Lo portano in un ufficio sulla destra. Ci sono altri italiani. Un paio li riconosco: Claudio Scarface Sabbatini (ricordo una foto appesa nella stanza di suo figlio: lui e Arafat che si abbracciano) e Luciana Castellina. Sono una decina. La prima delegazione, quella arrivata unora fa con il primo aereo. 
Ci mettiamo in fila per il controllo passaporti. Ce' una ragazza dietro il vetro. Per la verita' la maggior parte degli sbirri in vista sono donne.  
Le nostre risposte, in un inglese approssimato, la fanno sogghignare.
- E la prima volta che vieni in Israele?
- Si'.
- Dove vuoi andare?
- A Gerusalemme.
- Credevo volessi andare a Ramallah.
- No. A Gerusalemme.
- Ah si'? E che attivita' svolgi?
- Volontariato sociale.
- Certo, certo, come no... E perche' vieni proprio in Israele? 
- Per partecipare a un progetto di pace al seguito dei nostri parlamentari.
- Certo, certo. Accomodati pure in ufficio.
Io mi metto in fila per ultimo. Ho il tempo di guardarla a lungo. Venticinque anni, brufoli in faccia, tono strafottente. Glieli leggo negli occhi i pensieri. Eccoli qua gli amici di Arafat, i fiancheggiatori dei terroristi. Comitiva di straccioni che pensano di venire a fare i loro comodi nel nostro paese.
- Perche' vieni in Israele?
- Accompagno i nostri parlamentari che sono qui per un progetto di pace.
Sbuffa annoiata. Raccoglie tutti i passaporti e dice: - Per accompagnarli a casa.
Quando raggiungo gli altri mi dicono che la prima delegazione e' stata gia' accompagnata al controllo bagagli. Nadalini telefona a De Rose.
- Ci stanno espellendo. Ci hanno gia' perquisito le valigie e ci hanno attaccato ladesivo per il prossimo volo su Linate. Hanno fatto passare soltanto i parlamentari.
Meglio che niente. Quelli a Ramallah devono arrivarci a tutti i costi.
- Voi cosa pensate di fare?
- Cercheremo di convincerli.
Il tempo passa. Piu' volte i parlamentari chiedono spiegazioni sul nostro fermo, ma i poliziotti non danno risposte. Le poliziotte sono tutte giovani. Luciano si accorge che le sto guardando.
- Hai notato che sono tutte dei cessi? Hanno tutte dei culi enormi. Come le nostre vigilesse. 
Sorridiamo.
- E tutta sta gente chi sara'?
In effetti nellaeroporto continuano ad arrivare centinaia di persone. Appena scese dagli aerei, si incolonnano ai gabbiotti riservati ai cittadini israeliani. Non ho mai visto una raffica di arrivi come questa, a questora di notte, in un aeroporto. In un paese in guerra, poi.
Un sospetto. I nostri sguardi si incrociano.
Un paese in guerra.
Un brivido ci percorre la schiena, mentre li osserviamo ammassarsi e passare in fretta. 
Riservisti. 
Cittadini israeliani residenti allestero che tornano per essere arruolati. Magari con voli speciali. Sharon ne ha richiamati gia' 40.000.
Li guardo e quasi non ci credo. Sono padri di famiglia, giovani in tenuta da mare che tornano dalle vacanze, ragazze in canottiera. Gente normale. Borghesi che rientrano dalle ferie, ma che domattina non andranno in ufficio. Indosseranno una tuta mimetica e imbracceranno un M16. Guideranno un carro armato. Forse ammazzeranno qualcuno.    
Deglutisco a fatica. Il brivido non mi abbandona piu'. 
Insieme a noi aspettano altri italiani. Sono dei Beati Costruttori di Pace. Ci dicono che sono fermi qui da dodici ore. Li stanno espellendo.
Mi avvicino a quattro tizi con pance e
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