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il gas al massimo inserendo a memoria una marcia dopo l'altra, e in forse quattro secondi la Ducati schizzava avanti a cento chilometri orari, schivando agile i passanti allibiti. 
La dottoressa Landi si alzo' e prese a correre, per come puo' correre una donna di quarantasei anni, verso l'uomo che giaceva sul marciapiede di fianco alla portiera spalancata del taxi. Lo raggiunse e si inginocchio' sul corpo straziato. Gli occhi di Della Ghiaia erano fissi verso il cielo, a guardare nulla. "Si alzi", imploro' la dottoressa. Cerco' di sollevargli la testa, poi vide il sangue dell'uomo sulle maniche del proprio vestito e dovette ricacciare indietro un moto di nausea. 
"Perche'", la dottoressa disse. Nella mano destra Della Ghiaia stringeva ancora il telefono cellulare. Una valigetta di cuoio lucido giaceva a mezzo braccio dalla sinistra socchiusa, sul marciapiede picchiettato di macchie scure e cristalli dei finestrini. Anche l'uomo dentro il taxi aveva un disperato bisogno d'aiuto. Mentre chiudeva gli occhi, Della Ghiaia provo' a dire qualcosa. Sembrava ripetesse una parola, ma tutto il sangue che gli riempiva la bocca impedi' alla dottoressa di capire quale fosse. 
Capi' invece che qualcuno stava accorrendo alle sue spalle. Si giro' e vide gli uomini di guardia, i colleghi e gli inservienti della procura che lungo il marciapiede, con cautela le si facevano incontro.
Allora si tiro' in piedi, alzo' le braccia e con l'ultimo fiato che le restava ordino' che nessuno si azzardasse a spostare un granello di polvere.

Gli occhi luccicavano nella penombra dello studiolo situato nell'ala est della villa appena fuori dalla metropoli che si era accaparrato a meta' degli anni '80, nel periodo della pacchia e degli appalti spartiti tra i pochi che contavano. 
In piedi di fronte alla grande finestra affacciata sul parco, il Presidente pensava al vecchio amico Marcello, alla lealta' che gli aveva dimostrato negli anni. Se quel tal Gennaio di cui gli aveva parlato il Generale S. era dovuto arrivare a rapirgli la figlia e farle mozzare un dito, significava che l'avvocato Marcello Della Ghiaia sapeva essere tenace. Certo, non si era mosso nel migliore dei modi, ma anche il Presidente aveva figli, e poteva capire che certi ricatti possono arrivare a confondere il raziocinio di un padre. Per fortuna, ci aveva pensato Cadorna a sistemare le cose, a sottrarre la piccola Lea dalle mani degli aguzzini, a permettere che Della Ghiaia facesse la solita cantata tutta bolle di sapone. 
Il Presidente ando' verso la scrivania e prese a giochicchiare con un fermacarte. 
Al prossimo rimpasto, chissa', quel Cadorna poteva tornare buono.
Magari come sottosegretario. O come senatore, chissa'.
Senatore Cadorna gli pareva suonasse bene. 

Non era la prima volta che moriva qualcuno con cui la dottoressa Landi aveva avuto a che fare. Magari qualcuno che la mattina aveva fatto colazione con lei, o bevuto il caffe' dopo pranzo e che la sera giaceva in obitorio con la testa schiantata da una pallottola a punta cava. Ma mai aveva visto un uomo morire davvero. La sensazione della vita che si allontana dal corpo, tutto quel sangue in bocca e la brutalita' di un'esistenza spezzata. 
Le avevano chiesto il motivo del loro incontro. 
Poi per cortesia istituzionale l'avevano lasciata in pace, sola in ufficio con le sue congetture. Immersa com'era a decifrare i pensieri che le attraversavano la mente, sulle prime si era dimenticata della busta di plastica trasparente, sigillata di persona poche ore prima, che insieme al cellulare conteneva la valigetta di Della Ghiaia. 
Era sul tavolo accanto al computer. 
La dottoressa Landi ruppe i sigilli, allungo' una mano dentro la busta e, tirando la valigetta verso di se', ebbe la sensazione che quel cuoio lucido e i molti documenti che sembrava contenere, pesassero il peso di un'intera vita.
Capitolo 7

21 e 22 settembre

-Al momentosarebbe occupato - si scuso' il grassone con il pizzo storto, indicando col pollice un punto
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