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guardare il signore che urlava paonazzo contro il suo finestrino chiuso, detto' al tassista l'indirizzo di un tale che conosceva un altro tale che sapeva dove stava un cascinale che Alfano aveva quasi individuato ai tempi in cui lui e Carta stavano su sponde che almeno sembravano opposte. Un'informazione che non aveva mai scritto in nessun rapporto, nel caso che un giorno, chissa', potesse tornargli utile.

Il Gorilla si avvicino', e Lea lo riconobbe da come strinse il pugno davanti alla sua testa. Tiro' le ginocchia al petto, perche' era l'unica cosa che poteva fare, ammanettata alla testiera del letto per il polso della mano sana, in maglietta e mutandine. L'uomo si avvicino' ancora e lei lo colpi' in mezzo al torace con la pianta del piede nudo, strappandogli solo un fiato tronco come un singhiozzo e niente di piu'. Lui la afferro' al volo per una caviglia e le getto' la gamba di lato, poi afferro' anche l'altra e fece lo stesso, prima che lei potesse impedirglielo. Al punto in cui era avrebbe potuto anche chiudere gli occhi e lasciarlo fare, ma era il pensiero che poi, comunque, l'avrebbe uccisa a farle rabbia, e poi c'era la storia del dito. Cosi', d'istinto, quando lui si chino' in avanti, lei stese le gambe e gliele strinse al collo, e inarcando la schiena, e tirando col polso nella manetta per restare attaccata al letto, le caviglie incrociate e i piedi nudi avvinghiati uno sull'altro, strinse con tutta la forza che aveva, sbattuta a destra e a sinistra, le dita dell'uomo piantate nelle coscie a graffiare e tirare, le sue braccia tese fino a lambirle l'orlo della maglietta con le mani, il suo pugno chiuso che non arrivava da nessuna parte e che solo una volta la colpi' sulla pancia, ma Lea non smise di stringere finche' non senti' che il Gorilla non si muoveva piu', e anche allora non lo mollo', almeno per un pezzo. Poi lo spinse giu' dal letto, con un calcio. Si sporse oltre al materasso e con la mano fasciata gli frugo' nel taschino della camicia. Insieme alle Diana rosse e un pacchetto di cerini, c'erano ancora le chiavi.
Capitolo 5
di Agente PeggioBestia Smith

21 settembre

Erano da poco trascorse le 8 quando Cadorna abbasso' il ricevitore e si accorse di avere le mani mortalmente sudate.
I rumori della strada risalivano fin li' attutiti dai doppi vetri, e a Cadorna sembro' di riascoltare la propria voce farsi plumbea, le pause interminabili fra una frase e l'altra, i mugugni d'attesa e il respiro del Generale S. che entrava nei fori del ricevitore e lo raggiungeva come un ronzio basso.
Al Dipartimento di Sicurezza se la sono bevuta, Cadorna penso'. Se la sono bevuta davvero. 
Penso' al Generale S., l'amico di famiglia, il vecchio compagno di corso di suo padre che, in quel preciso momento, era gia' impegnato a raccattare nel suo repertorio di militare di carriera i termini meno ansiogeni per comunicare al Presidente un fatto semplicissimo e drammatico. 
Un fatto che, in altre circostanze, avrebbe stipato con voce allarmata in un nome, un verbo e un complemento: Della Ghiaia ha preso contatti con la magistratura. 
Se le toghe daranno retta a Della Ghiaia e i corpi dei fratelli Lossanto verranno riesumati, aveva detto Cadorna, i giornalisti rossi potrebbero scatenare il terremoto.
"Il nostro, Generale, e' uno strano Paese", aveva aggiunto lasciando venire in superficie una sorta di devozione per quel vecchio del quale un giorno forse avrebbe preso il posto. "Lo sa meglio di me", aveva detto "che bastano due delinquenti morti a rovinare per sempre un galantuomo".
Il Presidente avrebbe ascoltato il Generale S. parlare dei metodi inaccettabili messi in atto dalla squadra di Gennaio, di schegge impazzite del Servizio che hanno preso a ricattare Della Ghiaia per rovinarli tutti. Il Generale avrebbe riferito di ex terroristi pagati dallo Stato che girano armati e sparano ai militari, fanno saltare intercettazioni di mesi e non provano orrore all'idea di impiegare come ostaggio una ragazzina.
Oh, si'. Gennaio e la sua 
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