<A HREF="sorriso_presidente006"><</A>
sonno amaro, da cui era emersa per un momento soltanto quando si era sentita tirare per le gambe. Lo aveva capito subito cosa stava succedendo, e forse si sarebbe opposta, ma l'uomo le aveva dato un pugno in testa, un colpo duro sulla tempia che le era rimbombato dentro come un tuono e le aveva fatto perdere i sensi di nuovo. Adesso era la terza volta che si risvegliava.

Quando la dottoressa Landi vide l'avvocato che si avvicinava socchiuse la bocca, in un moto che se glielo avessero chiesto avrebbe al massimo riconosciuto di stupore, e invece era paura. L'avvocato Della Ghiaia era solo, era stato un uomo di potere e non di violenza e contro di lei non avrebbe neppure alzato la voce, soprattutto tra il primo e il secondo grado di giudizio. Pero' lei era la dottoressa che lo aveva fatto condannare, anche se non proprio nel modo che avrebbe desiderato, e non lui soltanto. Era abituata a girare da sola, la scorta gliela avevano tolta da un pezzo, e ormai non sobbalzava piu' quando si trovava accanto qualcuno, ma proprio lui, e proprio li', davanti ai camerini di prova di un negozio di moda femminile, beh, quello davvero non se lo aspettava.

- Mi serviva una gonna, - disse la dottoressa. Assurdamente, se ne accorse appena l'ebbe mormorato. L'avvocato annui', altrettanto assurdamente. C'era solo una tenda tirata a chiudere il camerino e lui l'apri', si accerto' che nessuno guardasse, poi afferro' la dottoressa per il braccio e la spinse dentro, contro lo specchio.
- Vorrei fare una dichiarazione spontanea, - disse l'avvocato.
- Qui? - chiese la dottoressa e l'avvocato fece no, con la testa.
- Vengo da lei domani mattina, ma deve essere tutto pronto. Devo essere protetto. Dal momento che entro nel suo ufficio, subito. Voglio parlare del Presidente e del genere di decisioni che venivano prese nella tenuta dei Lossanto. 
La dottoressa Landi rimase muta. 
- So dove sono finite un po' di persone - disse Della Ghiaia, - ho le maledette foto e ho tutto quello che serve. Ci sono decine di testimoni pronti a confermare ogni parola, se vedranno che mi proteggete.
Lei strinse la gonna sul seno come fosse stata nuda e di nuovo socchiuse la bocca, la spalanco', anzi, e questa volta si', di stupore.

Sindrome dell'arto fantasma, penso' Lea, cosi' si chiama e subito le venne una rabbia, ma una rabbia dentro che le fece stringere i denti fino a farli scricchiolare. Fantasma vuol dire che non c'e' piu', e questo a Lea, quindici anni, sempre a dieta, sempre in palestra, tutti i maschi giusti dietro e non solo per i soldi del padre, questo a Lea non andava bene. Del resto, del primo sangue che le si era rappreso, leggero, tra le gambe, non le importava niente.
Quando la porta del cascinale si apri' ed entro' il Gorilla, Lea non fece in tempo a fingere di dormire e lui la vide con gli occhi aperti. Doveva essere convinto che fosse ancora addormentata, perche' non aveva il cappuccio, e dallo sguardo che le lancio', appena una frazione di secondo di luce dura negli occhi, Lea capi' di essere gia' morta.
- Tranquilla, - disse l'uomo. - Il messaggio e' arrivato e tutto va come deve andare. Domani sei di nuovo a casa.

- 'Sti cazzi - penso' Alfano guardando l'aereo che saliva piano verso il cielo, quasi facesse fatica. Da quel momento, no, anzi, dal momento in cui si era fermato in cima alla scala mobile, gli occhi fissi su Molosso e Pignatelli gia' in fila davanti al gate 21 con in mano la carta di imbarco, no, meglio, da quando la signora alle sue spalle aveva detto vada avanti, per favore, e lui invece aveva girato stretto attorno al corrimano della scala mobile e aveva imboccato quella che scendeva, da quel momento era gia' fuori legge. Niente piu' maggiore Alfano, e questo, nella particolare branca del servizio dove lavorava lui, piu' che un licenziamento era una diserzione.
- 'Sti cazzi - ripete' a se stesso saltando la fila per i taxi. - Io non mi lascio fregare cosi'. Io, quel figlio di puttana di Carta, me lo trovo da solo. 
E senza neppure 
<A HREF="sorriso_presidente008">></A>