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citta'. Cervelli splendidi, lo giuro. Ragazzi d'oro.
- Me li vedo, Cadorna - scandi' Gennaio. - Gia' me li vedo.
Forse lo stava prendendo in mezzo? Aveva sempre da parte un preambolo, e se quell'altro lo stava prendendo in mezzo, lui poteva sempre riciclare il preambolo e combinarlo con nuove considerazioni, anche argute. 
- Ci siamo - disse con voce sostenuta dal fervore. - Della Ghiaia e' pronto a cantare la canzone che spegnera' il sorriso del Presidente.
- La tua magnifica intelligenza ti sostiene, - Gennaio disse. - Ti ha sostenuto fin qui e continua a farlo in maniera ammirevole.
- Oh, non farai tanto lo schizzinoso, - gli ando' sulla voce Cadorna intenzionato a fare sfracelli. - Non farai tanto lo schizzinoso quando i tuoi amici che da ragazzi picchiavano i celerini saranno di nuovo a palazzo. Lascerai di corsa il tuo presepe e correrai a Roma per vegliare da vicino sul centro delle cose.
- Ci vedremo piu' spesso, allora - sospiro' Gennaio. - Perche' soprattutto a te, dovranno essere grati, onorevole.
Onorevole no, si disse Cadorna. Essere chiamato onorevole da Gennaio prima del tempo lo mandava in bestia, ma l'altro ormai era incontenibile. 
- Per un lavoro di questa impressionante portata, chiedere meno di un seggio in parlamento significa farsi fregare. Tanto, di questi tempi, la storia di Borgo Maggio non la ricorda piu' nessuno, vero, onorevole?
Ecco. Il maledetto l'aveva costretto alle corde, e adesso infieriva.
- Non capisco, amico mio, - mugolo'. - Stiamo per dare un volto piu' presentabile al Paese e tu prendi a minacciarmi.
- Conosci la mia storia e quella dei miei uomini. E tutti noi conosciamo abbastanza bene la tua.
Cadorna provo', senza successo, a deglutire. Per farsi forza, penso' che a minacciarlo era un uomo che non sapeva di essere gia' morto.
- Hai messo a lavorare il boscaiolo, - disse Gennaio con voce sprezzante. - Adesso, Cadorna, goditi il rumore dell'albero che cade.

Marcello Della Ghiaia penso' a dove avrebbe portato sua figlia, alla fine di quell'incubo: a Zurigo c'era una clinica specializzata in chirurgia ricostruttiva. Riattaccavano mani, braccia e gambe, come si fa con le bambole. Marcello Della Ghiaia penso' a domenica, a quando avrebbe rivisto il Presidente, sul palco imbandierato di piazzale Aldo Moro. Erano ormai due anni che non lo vedeva o sentiva di persona, due anni emarginato dalla Corte dei Miracoli, due anni a scontare una colpa non sua, due anni sacrificati perche' il Presidente potesse ancora parlare in televisione, andare allo stadio, cantare la sera e di giorno accusare gli altri di sabotarlo. Due anni nei quali l'amico di un tempo aveva accumulato ancora piu' potere e denaro; ma anche due anni in cui tutto gli era andato storto: l'economia, la politica internazionale, la guerra, la gente in piazza a milioni. Nemmeno le cariche feroci della polizia e l'informazione piu' inginocchiata del mondo, erano riuscite a nascondere lo sfacelo di quel piccolo impero in putrefazione. 

Ma a Marcello Della Ghiaia tutto questo non interessava piu'. Vincitori, perdenti. Combatteva solo per sua figlia, oramai. Non era odio, ricchezza o voglia di tornare al potere cio' che avrebbe spento per sempre il ghigno compiaciuto del Presidente.
Era soltanto l'amore di un padre.
Capitolo 4
di Ermete Trere'

21 settembre

Fu il dito a svegliarla, il dito che non c'era. Un dolore torbido e pulsante, che correva su e giu' lungo l'osso, dalla nocca all'unghia e poi dall'unghia alla nocca, piu' intenso dove si piegava la falange. Sapeva che non era possibile, perche' quel dito non c'era piu', glielo avevano troncato, l'avevano addormentata e glielo avevano portato via con un taglio netto che sotto la benda non voleva neanche immaginare. Quando si era svegliata la prima volta aveva visto il buco, tre dita in fila, bianche, dritte, le unghie laccate di rosso, e uno no, come un pianoforte a cui mancasse un tasto. Non si era spaventata, perche' il residuo di anestesia l'aveva trascinata in un
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