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vecchia Polar e, con la strada libera dai camion, arrivo' al passo in meno di un'ora.
Parcheggio' nel solito spiazzo dove di giorno si fermavano solo i raccoglitori di funghi e, fermandosi ad ogni svolta del sentiero per controllare che non lo seguissero, marciando all'ombra dei faggi raggiunse il prato che si apriva di fronte alla facciata del rudere.
Era da prima dell'inverno che non tornava, e traversando il prato noto' i segni dell'erba calpestata di recente. 
Il rudere conosceva una quantita' di segreti, ma le quattro pareti umide, e le marce travi che sostenevano il tetto non avevano bocca per raccontare. 
Lorenzo Carta respiro' a fondo e varco' la soglia che immetteva nell'orbita buia dell'ingresso.
Conosceva il posto da molto tempo, e la poca luce che filtrava attraverso gli occhi delle finestre era sufficiente per orientarsi. Ai piedi del muro orientale del rudere, coperto da pochi palmi di terra smossa, era interrato il tubo di cemento che gli serviva da casella postale.
Lorenzo Carta s'inginocchio' nella penombra e prese a scavare a due mani per liberare dalla terra il coperchio di piombo che chiudeva la sommita' del tubo.
Sollevo' per la maniglia il coperchio e lo deposito' sul terreno. 
Dentro il tubo, interrato in verticale e profondo meno d'un braccio, gli uomini di Gennaio avevano lasciato una busta imbottita e un piccolo zaino di tela bruna che doveva contenere una scatola o un astuccio.
Non poteva starci un'arma lunga, li' dentro, neppure smontata dal fabbricante in persona.
Lorenzo Carta si domando' se avrebbe trovato una pistola da riportare al rudere, una volta portato a termine il lavoro, o una pistola da dare in pasto ai giornali. 
Nel buio del suo cuore buio di brava persona, prego' che non fosse una pistola di quelle che parlano da sole, ne' una di quelle comandate a sparare levandosi sopra un mare di teste. 
Tanto valeva non farsi domande. Dentro la busta, in ogni caso, avrebbe trovato le risposte che gli servivano.
Sfilo' dalla buca la busta con i documenti e la nascose in una tasca del giaccone, poi prese lo zainetto e sigillo' di nuovo il tubo con il coperchio di piombo.
Nascose il coperchio lavorando con i piedi la terra smossa, poi sistemo' in spalla il piccolo zaino e, con l'incedere cauto e diagonale della brava persona appena risvegliata, usci' all'aperto e imbocco' a ritroso il sentiero.
Quando giunse allo spiazzo, il profilo di lucido pesce della vecchia Polar si stagliava solitario e fedele contro la quinta d'alberi.
Capitolo 2
di La Peggio Bestia

20 settembre

Lorenzo Carta arrivo' all'altezza del civico 16 poco prima delle dieci. Lo oltrepasso' e adocchio' un posto per l'auto poco distante, in un viuzza laterale d'una cinquantina di metri che s'immetteva direttamente su corso Tricampo. Veloce, poco trafficato. Perfetto. Parcheggio' la Polar. Raccolse la busta gialla dal sedile, la piego' e la mise nella tasca del giaccone. Ebbe un moto di disgusto che scaccio' subito. Prima di attraversare aspetto' che passasse una Punto molto lenta. Qualche secondo per guardarsi attorno: finte villette divise in due, tre appartamenti, finestre chiuse, cancelli avvolti da rampicanti. Un vecchio con la spesa. Tutti al lavoro. Silenzio. Solo l'incedere incalzante di quella suite del Kronos Quartet che gli piaceva ascoltare nelle occasioni importanti. Anche a Borgo Maggio il piccolo stereo aveva suonato spesso quelle note.
Attese la fine del fraseggio, poi spense l'autoradio, sfilo' la cassetta e scese. 
Il civico 16: pessima imitazione d'un cottage. Con la coda dell'occhio noto' una 145, parcheggiata poco piu' in la'. Il tizio alla guida rideva di un ragazzo che tentava di aprire la portiera, con un sacchetto di carta stretto fra il mento e lo sterno e due caffe' in mano, uno sull'altro.
Non e' possibile - penso' - ma non mi piace lo stesso. Sul citofono un solo nome. Il "problema" di Gennaio: Marcello Della Ghiaia. Carta apri' il cancello con la chiave che aveva trovato nello zainetto.
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