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vecchio non se la passava benissimo, da quando, lanno prima si era fatto venire un mezzo colpo per il crollo delle sue azioni. Gli investimenti si erano ripresi, lui no.
Era bastata una telefonata a mio cugino Mitch Sorcino, dellImmigrazione, per raccogliere le notizie necessarie.
Ero costretto a portarmi dietro Pluto, sul sedile posteriore, perche' tra una cosa e laltra erano piu' di 24 ore che non usciva di casa e avevo gia' trovato alcuni preziosi ricordi sul pavimento della cucina. Il vecchio sacco di pulci sembrava contento di una sgambata in campagna, se la rideva, la lingua a penzoloni e la testa fuori dal finestrino. Lo osservavo nel retrovisore e mi chiedevo quanto ci avrei messo ancora a decidermi a farlo fuori. Certi giorni faceva davvero pena, tipo quando perdeva un dente o si grattava la rogna a sangue.
Aprii lo sportellino sotto il cruscotto e controllai che lautomatica fosse sempre li'. Cera. Sorrisi al bastardo giallo: - Ehi, Pluto, che ne dici? Oggi e' un buon giorno per morire?
Ma dovetti tornare a concentrarmi sulla strada, perche' la curva che mi veniva incontro era piu' stretta di quello che pensavo. Le ruote stridettero sullasfalto e lauto sbando' leggermente. Pluto mollo' un peto sonoro che impesto' labitacolo e lo maledissi in tre lingue.
Quando ne fummo fuori la tenuta del duca ci stava proprio davanti.
La casa, il giardino, i cavalli, perfino il cielo azzurro dietro. Tutto sapeva disgustosamente di gente che non aveva mai fatto un cazzo in vita sua, e se aveva un callo era dovuto solo alleccesso di masturbazione. 
Personalmente li avevo sempre odiati dal profondo. Erano una manica di ipocriti che fingevano di non dover mai fare la piscia e la cacca. E poi, quando per caso ti trovavi a scavare nelle loro vite private, saltava fuori il peggio: incesti, puttane, gioco dazzardo e droga in tali quantita' che avresti potuto riempirci il deposito di De Paperoni. 
Imboccai il vialetto e fermai la macchina accanto a una Rolls metallizzata che a occhio e croce valeva piu' di casa mia. Pluto salto' giu' prima che potessi agguantare il guinzaglio e corse verso il parco. Non ebbi il tempo di inseguirlo, perche' un ominide in livrea mi venne incontro con laria del Chi-siete-cosa-volete. Certo, per quanto un umano zoomorfo possa avere una qualsiasi aria. Anche se forse i suoi padroni gli avevano insegnato a parlare, decisi di fargli risparmiare fiato e dissi subito: - Mi chiamo Topolino, sono un investigatore privato e vorrei vedere il duca.
Mi squadro' dalla testa ai piedi, lancio' unocchiata al macinino e quello che vide non dovette piacergli granche', perche' grugni', fece dietrofont e rientro' in casa senza dire niente. 
Mi accesi una sigaretta e aspettai ben cinque minuti prima che il maggiordomo uscisse e mi intimasse di seguirlo con un cenno del capo scimmiesco.
Raggiungemmo una serra, dentro la quale cresceva un angolo di giungla, con le stesse condizioni climatiche dellEquatore, sufficienti a farmi venire su la colazione. 
Lominide provo' a pronunciare il mio nome in direzione di una vecchia coperta di tweed su due ruote.
Poi mi accorsi che sotto la coperta cera un uomo. O quello che ne rimaneva. 
- Prego, Mr. Topolino.
La voce stonava con le condizioni fisiche del duca, era piuttosto squillante, con quel maledetto accento di superiorita' britannica che a ogni sillaba sembra volerti rinfacciare dessere un selvaggio delle colonie. 
Fui li' li' per dirgli che dopo i negri e gli ebrei nella mia lista personale di candidati allespulsione dal paese venivano proprio gli aristocratici inglesi, ma invece dissi: - Dovrei parlarle a proposito del rapimento di sua nipote.
Il vecchio si accartoccio' ancora di piu' su se stesso e a un suo cenno il maggiordomo lo accosto' a un tavolino di vimini.
- Vuole qualcosa da bere?
Mi asciugai il sudore sulla fronte: - Volentieri. Qualcosa di fresco, possibilmente.
Il servitore spari' oltre la macchia, le mani che quasi strisciavano per terra.
Mi sedetti su una poltrona
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