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un racconto, ma era una promessa gia' tradita. Sentivo le vibrazioni dell'arrivare tardi, del capire a meta', dell'io so che tu sai che io so ma c'e' sempre qualcosa che manca. Ci siamo scambiati un'occhiata, io e l'assassino, complici di un attimo triste.       

ROWDY-DOW La radio del bar era sintonizzata sulla Wccb, l'orologio faceva le sei, ero alla terza tazza di caffe' e mi facevo domande sul pedinare la gente. Tenevo d'occhio il portone, il naso a pochi pollici dalla vetrata, ascoltando Lonnie's Lament di Trane col vecchio quartetto, un pezzo che mi ha sempre ipnotizzato. 
A un certo punto un'ombra. Alzo lo sguardo: in piedi di fronte al vetro Ramirez mi fissa. In un cantone del cervello si forma il pensiero: a quei bianchi tipo Marlowe o Sam Spade 'ste cose non capitano mai. 
Mi alzo, esco e lo affronto? 
Rimango seduto e faccio finta di niente, tipo che c'e' di strano, uno non puo' bersi un caffe' a Williamsburg? 
Se scegli questa linea non devi cagarlo piu' di tanto, lui per te non e' niente. 
Ma e' troppo tardi, ci stiamo gia' squadrando. 
Non ha un'espressione ostile, e nemmeno sorpresa, come fosse la cosa piu' normale vedermi sotto casa sua. Mentre si allontana riparto con le domande: che faccio? Lo raggiungo e lo inchiodo? Poi vedo che infila il portone. Cazzo, e se sta rientrando solo adesso? Forse quello che cantava era un altro. Gli spics, quando gorgheggiano, sembrano tutti uguali. 
Mi ha visto per caso o mi stava pedinando?
Basta caffe', sono cosi' nervoso che a ogni mossa mi do' scacco matto. 
Seconda cosa: parlarne con qualcuno.    
Con chi?

SONIA/SECONDO CD Le nove. Ho chiuso l'ingresso, ricostruito i miei movimenti: non avevo toccato niente. A parte il dente urtato col ginocchio, la scena era come l'avevo trovata. Asciugate le lacrime, calmato il singhiozzo che non m'ero accorta di avere, mi e' tornato un po' di raziocinio: inerme, senza copertura, sola con un pluriomicida. He'ctor seduto in poltrona, mani sui braccioli, camicia incollata al petto, volto squarciato, in attesa di parlare e sanguinare a morte. Aveva tentato in tutti i modi di farsi fermare, dare indizi sulle prossime mosse, ora stava per spiegarmi perche'. Mi servivano un po' di tempo, un po' di stomaco e un piccolo bluff. Improvvisare. Sono tornata all'ingresso e l'ho socchiuso, senza catenella. Mi sono affacciata alla finestra che dava sulla strada e ho agitato un braccio come per rispondere a un saluto, poi gli ho detto: non sono venuta da sola. Giu' in strada c'e' una macchina con due uomini del reverendo Alphonse Bradley. Non puoi scappare. Siamo al primo piano, se vedo che hai brutte intenzioni basta un cenno e non ci mettono niente a salire, la porta e' aperta e finiranno il lavoro cominciato dal mio amico Plotinus. Ora, dimmi, He'ctor: perche'?
Ho registrato tutto. Parlava, o meglio, farfugliava, gorgogliava e sputava sangue, s'interrompeva per tamponarsi il naso. Si confondeva, scivolava sempre piu' spesso nello spagnolo. Si ripeteva. Scoppiava a piangere. Ascoltarlo era una fatica di Sisifo: mi sembrava di avere afferrato il senso, poi una frase cambiava il quadro. Ho fatto appello a tutta la mia lucidita'. 
Al termine di una notte che ha ucciso tre volte, ho in grembo un nastro pieno di mugugni disperati. 



24. Il racconto di Ramirez 


"Che ne avra' a dire essa, la severa coscienza, 
quello spettro sul mio cammino?"
William Chamberlayne, Pharonnida 

Mi chiamo He'ctor Ramirez Delgado e tengo vergogna a dire il mio nome perche' e' come sporcare il registratore, He'ctor Ramirez Delgado ha fatto cose brutte, ha ammazzato persone, se racconto tutto quello stiamo qua due giorni pero' io mi muore prima. Sono nato en San Francisco de Macors, un pequeo pueblito en Repblica Dominicana, da una famiglia povera pero' non troppo. Sono a New York un anno fa e quando [incomprensibile]. L'altra persona che tiene il mio stesso nome, He'ctor Ramirez Delgado, la conosco da quand'ero un bambino, alla scuola. Il primo giorno la maestra fa
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