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passi.
Uno.
Due.

ROWDY-DOW  Nel tardo pomeriggio di venerdi' arrivo a Williamsburg dopo aver cambiato due taxi, che non si sa mai, e trovo lo stabile in cui abita Ramirez. 
E adesso? Per fare un appostamento non so neanche da dove si comincia. 
Meglio prendere il toro per le corna, azzardare una mossa. Suono al campanello dell'ultimo piano: "Sono l'operaio della ditta tal dei tali, devo riparare la luce dell'androne che s'e' fulminata". Mi aprono. 
Quattro piani, dodici appartamenti, niente targhette sulle porte. Mi gratto la testa, ma gia' al primo piano capita una cosa che mi riempie di eccitazione, mi ride anche il culo: da dietro una porta, qualcuno canta. E' la sua voce. Quella canzone la massacrava facendo le pulizie dalla Thaddeus: "Reir, Reir, Reir / lindas campanitas de cristl / que ale'gran mis horas de dolor..." 
Guardo l'orologio: le sei. C'e' un sacco di tempo. Se esce posso seguirlo, forse scopro qualcosa che mi serve ad anticipare le sue mosse. Stringo la pistola nella tasca: i ruoli si invertono, pezzo di merda.  
M'infilo in una caffetteria all'angolo, siedo al tavolo piu' vicino alla vetrata in modo da tenere d'occhio il portone. Se Ramirez esce, mi incollo alla sua ombra.  
Io pero' un pedinamento non l'ho mai fatto. Quanta distanza devo lasciare tra lui e me? E se si gira? Meglio stare dall'altra parte della strada. E se prende la metro? Come faccio a stare nello stesso vagone senza che mi veda? Beh, e' venerdi' sera e la metro sara' piena di gente. 
E se entra qui dentro per un caffe', un drink di inizio serata? Cazzo, questo per lui e' il bar sotto casa, forse rimanere qui e' un errore? Ma qual e' l'alternativa? Mica posso appostarmi in mezzo alla strada. 
E se non esce? Che faccio? Non posso mica stare qui finche' chiude! 
Rowdy-Dow, sei negato per queste cose. Meglio se lasci perdere e chiami gli sbirri, o il Brooklynite. Nei film la fanno facile, i bianchi, invece e' un casino.

SONIA/SECONDO CD Mi sono chinata e ho chiesto perdono a Plotinus. Me ne fregavo della prudenza, del raziocinio, piangevo e singhiozzavo e cercavo di dire qualcosa... Muscoli del collo troppo tesi, tiravo su col naso, il mondo era un posto brutto in cui arrivavi sempre tardi, cercavo di dirlo a Plotinus, di chiedergli scusa ma non riuscivo, ed ero tanto folle da dare le spalle al carnefice, che pero' piangeva come me e si lamentava, faccia e mani piene di sangue, si tamponava la bocca con un lembo di camicia e parlava ma capivo soltanto "Lo hiento nusho", e "hegnohita Lanhut", cosi' mi chiamava e cercava di chiedermi scusa mentre io cercavo di chiedere scusa a Plotinus, in ginocchio sui cocci come per una penitenza. La testa schiacciata sotto il televisore. Moquette zuppa di sangue, vasi e soprammobili in mille pezzi. 
Quando mi sono alzata, ignara di quanto tempo era trascorso, sotto il ginocchio destro non c'erano solo cocci, ma anche un incisivo. Suo fratello stava poco piu' in la', con frammenti di altri denti. Pronuncia deturpata, l'uomo ripeteva che gli dispiaceva. Naso rotto, mento livido e gonfio, bocca... esplosa. Denti davanti volati via e labbro superiore quasi tranciato, ridotto a polpa sanguinolenta. Plotinus doveva averlo colpito in pieno, forse piu' di una volta, con un calcio dal basso in alto. Un vero miracolo che l'osso del naso non si fosse conficcato nel cervello, che il collo non si fosse spezzato, che luomo non fosse svenuto e soffocato nel suo sangue. Il dolore doveva essere lancinante, un'unica mareggiata di dolore dalle tempie alle scapole. 
Conciato com'era, e conciata com'ero io, ho faticato a riconoscere la voce. 
Ti ho sentito alla radio, gli ho detto. Ha annuito. Gli ho allungato un fazzoletto pulito per tamponarsi naso e bocca. Mi ha ringraziato, almeno credo, poi mi ha detto il nome, ma non l'ho capito. Lo ha ripetuto invano, si e' arreso e mi ha mostrato il passaporto. 
Solo in quel momento si e' accorto, e a me e' tornato in mente, che il Butoba era in funzione. Le bobine giravano e c'era la promessa di
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