<A HREF="new_thing024"><</A>
conosco il reverendo Bradley ne' le altre persone che mi nomina, non posso dire se siano o meno demagoghi o provocatori, so solo che hanno fatto sentire la loro voce in un momento importante, il Nypd dovrebbe ringraziarli anziche' rilasciare dichiarazioni irritate [...] Io sono solo un padre preoccupato. Il compagno di mia figlia e' stato ammazzato come un cane, mia figlia e' rimasta ferita ed e' tuttora in stato di shock. [...] No, non conosco il programma del Black Panther Party [...] Rischiamo di spostare l'attenzione dall'assassino alla polizia, al momento cio' che conta e' trovare l'assassino. La polizia si e' mossa a rilento, comunque ora si e' mossa, ed e' sotto pubblico scrutinio [...]  Certo, un giornale vicino alla comunita' puo' fare molto, credo che ora sia importante evitare reazioni di isteria collettiva [...] Si', credo che un buon giornalista investigativo potrebbe rendere piu' chiari certi aspetti [...]" 

***

The Brooklynite, domenica 21 maggio 1967:

Il "Figlio di Whiteman" entra nel folklore di Brooklyn
"E' un modo per battere la paura", dice lustrascarpe esperto di giochi verbali.

Sonia Langmut

Bedford-Stuyvesant. A nemmeno due mesi dalla sua comparsa, l'assassino di musicisti soprannominato il "Figlio di Whiteman" sembra avere gia' preso posto nella cultura orale delle comunita' nere. I fatti di questa primavera di sangue lasciano il loro strascico nelle filastrocche e canzoncine dei bambini, negli scambi rituali di insulti e nelle gare di abilita' verbale conosciute come "playing the dozens", "sounding" o "signifying". Alcuni giochi consistono nell'inventare forbite scurrilita' sulla madre dell'avversario, altri nell'insultare quest'ultimo o descrivere in rime improvvisate la propria superiorita' su di lui. 
Per un intero pomeriggio Bill Sayler, 37 anni, proprietario di un piccolo negozio di lustrascarpe in Nostrand Avenue, ha guidato il Brooklynite in una bizzarra spedizione antropologica. Mr. Sayler e' nato a Brooklyn e da ragazzo giocava alle dozens: "Ero bravissimo, sono sempre tornato a casa vincitore. I ragazzini di oggi ci giocano di fianco al mio negozio tutti i pomeriggi e nelle ultime settimane ho sentito che il Figlio di Whiteman compariva sempre piu' spesso. Credo sia un modo di far vedere che non abbiamo paura di lui. Anche questo e' black power, no?". 
Sicura del fatto che la presenza di una giornalista bianca avrebbe inibito le capacita' espressive degli adolescenti di Bed-Stuy, mi sono appostata nel bagno sul retro del negozio, la cui finestrella e' a meno di due metri dal punto in cui si giocano le dozens. Nel giro di due ore ho sentito tali e tante oscenita' sulle madri di quei ragazzini da avere le orecchie in fiamme. In diversi casi veniva chiamato in causa il Figlio di Whiteman. 
Chiuso il negozio, Mr. Sayler mi ha accompagnata in un giro del quartiere, a incontrare i personaggi piu' "hip". Alcuni hanno preferito non parlare con una giornalista, altri hanno risposto con entusiasmo alle domande, snocciolando le ultime battute e barzellette che riguardano in un modo o nell'altro il "Figlio di Whiteman". Il piu' disposto a collaborare e' stato James Macon, meglio noto come "Sweet Blood", elegante personaggio dalla professione indefinibile che trascorre gran parte delle sue giornate nel negozio di barbiere di Jitterbuggin' Joe  al 1499 di Fulton Street. 
I princi'pi di decenza a cui si conforma il nostro giornale impediscono di riportare tutte le elaborate ingiurie che ho sentito, ma e' possibile fare qualche esempio. 
Nelle dozens, il "figlio di Whiteman" viene usato come pietra di paragone dell'appetito sessuale della madre altrui, grazie alle due diverse accezioni (letterale e figurata) del verbo "f---": "tua madre f---- i negri piu' del figlio di Whiteman".
Piu' complesso il discorso per quanto riguarda il signifying: come in gran parte della cultura afro-americana, vi si trovano immagini di velocita', ritmo e armonia nei movimenti: il protagonista si definisce "swinger" o "hustler",
<A HREF="new_thing026">></A>