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gli oggetti di casa. Confortante.
Tornare alla casa dell'infanzia e dell'adolescenza, come una terapia. 
Malinconia, ricordi come una zattera sulla corrente.
Ogni tanto e' giusto, decise Marcela. 
Ma l'autocompiacimento doveva terminare. 
Zio Hector voleva vederla.
Il vecchio presentiva le cose. Il vecchio ce li aveva di sicuro, i poteri e le caratteristiche di un buon babalao.
Non truffava nessuno.
Non sempre, almeno. Marcela sorrise. Di rimando, un sorriso illumino' il volto della madre.
"Non sei poi cosi' seria, stasera".
"No, mamma. Pensavo a Hector e a quella volta del russo."
La madre si asciugo' le mani sul grembiule e rise. Anche Marcela rise di cuore.
Aria di casa.
"A proposito. Dobbiamo andare. Che cosa gli portiamo, Marcela?"
"Vuole vedermi ora?"
"Si'. Ha detto al piu' presto."
"Va bene. Secondo me, una cassa di birra puo' andare."
"Scendo al bar di Consuelo. Che birra?"
"Hatuey, no?"

Un lampo nella coscienza. Il corpo di Raul Rizo.
Brutto presentimento. 
Veloce come una serpe, una sensazione inesplicabile, amara, attraverso' la mente della donna. Brutto presentimento, che altro era successo? 
Telefonare subito al Dipartimento?
Marcela rimase nel dubbio qualche istante, mentre la madre scendeva le scale.
No, meglio cacciar via dalla testa i pensieri cattivi. 
Oppure Hector, come faceva spesso, le avrebbe agitato le mani sopra la testa. 
Per "disperdere le nubi." 
E intanto il fumo del sigaro che Hector teneva perennemente in bocca avrebbe avvolto davvero quella testa riccia. 
Marcela fece un profondo respiro e trovo' il modo di sorridere.
Com'e' che diceva sempre, il vecchio?
Non c'e' nulla di cosi' serio nelle cose serie. E non c'e' nulla di futile nei giochi.
Libero' la tavola, si aggiusto' un grembiule e apri' il rubinetto dell'acquaio.
Lavare i piatti. Un'attivita' tranquilla, lenta. 
Nulla di male puo' accadere a una persona che lava i piatti, si disse Marcela.

"Che fai?"
"Oh, sei tu. Mi hai spaventata."
"Lascia stare i piatti, ci penso io. E' ora di andare."
Marcela prese la cassa di birra con le due braccia. La casa di Hector non era lontana: di la' dalla strada, centocinquanta metri piu' in giu' lungo la via.

Hector accolse le donne con una strana ansia. Le fece sedere, porto' dell'acqua e ringrazio' per il dono. 
Il vecchio doveva comunicare qualcosa di urgente.
E poi: Il vecchio non aveva nessun sigaro in bocca.
Il vecchio sedette dall'altra parte del tavolo.
"Marcela, ti conosco da quando eri una bambina."
Campanello di allarme. Nulla di buono.
Il vecchio diede un colpo di tosse.
Le pareti dell'appartamento mandarono una strana eco. Breve, metallica.
"Ho fatto un sogno. Credo che ti riguardi."
Hector si alzo' dalla sedia e fece un giro attorno al tavolo.
Sedette di nuovo. Estrasse un sigaro dal cassetto, gia' incominciato. Lo accese in una nube grigiastra.
Marcela si senti' un poco sollevata. Tutto tornava alla normalita'.
"Ecco quello che ho visto. C'era un negro, giovane, che parlava con un fantasma. Il fantasma era scuoiato e portava la propria pelle a mo' di mantello. Io potevo vedere la scena, ma loro non mi vedevano. Parlavano una strana lingua. Non yuma, pero' simile.
Il fantasma era molto triste. E c'era un cane nero, di fronte a me. Lui mi diceva cosa stava succedendo. Il fantasma diceva al ragazzo nero di non farsi ammazzare."
Marcela fissava il volto rugoso del vecchio. Il sigaro si spense. 
Insolito. 
Infastidito, Hector riaccese l'ordigno.
"Mi sono svegliato in un bagno di sudore. Il sogno era talmente reale che potevo sentire gli odori e i rumori."
Marcela soppeso' bene le parole prima di intervenire.
"In che modo credi che questo mi riguardi?"
Hector fece una strana smorfia, e il sigaro rischio' di cadere dalle labbra.
"Ti riguarda, l'ho saputo appena sveglio. Una voce mi ha detto: il giovane negro e' Marcela, e il fantasma e' un messo di Chango'. Fuoco e Guerra, Marcela. Nulla di buono. Prega Santa Barbara. Fai i sacrifici prescritti. Subito. E vestiti
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