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un taccuino.
"Circa un mese. E' datata dieci settembre."
Marcela Fuentes fisso' l'uomo.
"Quale interesse riveste per la rivoluzione socialista e per la Patria la vita artistica di un simile personaggio?"
L'uomo sorrise. "Ti renderai conto da sola che a nessuno di noi interessano le implicazioni, diciamo cosi', artistiche. Leggiti la documentazione. E', diciamo cosi', interessante. La faccenda e' potenzialmente molto seria. Le direttive al momento sono chiare. Nessun commento sulle prese di posizione del signor Jones, o Bowie. Dobbiamo studiare seriamente la faccenda, diciamo cosi'."
"Io mi occupo di cose serie, compagno Generale. I miei uomini sono sparsi per il mondo a rischiare la pelle. Martinez e Torres sono appena rientrati da Kingston e se la sono vista brutta. Posso capire che la faccenda rivesta una certa importanza- a quanto ho capito questo Jones e' un personaggio famoso. Ma perche' proprio io? Io non so nulla di musica nordamericana." 
L'uomo coi baffi a spazzola puntualizzo'. "Inglese".
"Certo, inglese. Come i Beatles. Non credo di essere competente, comunque."
"Non puoi rifiutare l'incarico. Se non ti senti competente, documentati. Studia. Cerca di capire. Lassu' pensano che tu sia l'uomo piu' adatto, Fuentes. Anche se sei una donna".
"Va bene, va bene. Dovro' ristudiare l'inglese. Ho capito la meta' di quello che dicevano. E, toglimi una curiosita': che cosa e' un mod?"
"Non chiederlo a me, Fuentes. Ufficialmente, l'esperta sei gia' tu." 

Marcela Fuentes era vestita impeccabilmente. Camicetta bianca, tailleur grigio, scarpe nere. Sembrava piu' un'hostess di qualche compagnia aerea capitalista che uno sbirro. E ogni suo gesto sembrava calibrato con un regolo: anche la traiettoria che la mano descriveva per raggiungere l'accendino, sulla scrivania, e per tornare verso la bocca, accendere una sigaretta. E le boccate, calibrate in modo che ognuna introducesse nei polmoni piu' o meno la stessa quantita' di nicotina. Marcela Fuentes era bella.
Questa era una considerazione che veniva molto dopo molte altre considerazioni. 
Marcela Fuentes era una giovane donna mulatta che occupava un posto di tremenda responsabilita'. Era fredda, efficiente, spietata. Di intelligenza superiore. Marcela Fuentes non era una persona che metteva a proprio agio. Solo quelli piu' potenti di lei si sentivano tranquilli, in sua presenza. E non era il caso di Rosendo Martinez, ne' di Diego Dieguez Torres, alias DDT. Anche se quest'ultimo, ufficialmente, era un suo pari grado.
Marcela Fuentes trasse una piu' lunga e voluttuosa boccata: tutto regolare.  
L'ultima boccata era sempre piu' lunga e voluttuosa. 
"Datemi una mano a studiare questi". La donna trasse da un cassetto due incartamenti. DDT prese la risma di fogli, due-trecento pagine, e lesse ad alte voce l'intestazione. "Storia del Rock and Roll". 

Marcela era nata a Pina'r del Rio, l'otto settembre del 1947. 
La madre, Camille, era originaria dell'Orie'nte, ed era nera, nerissima. Era bella. 
Per tutta la vita aveva sgobbato in casa e fuori, come lavapiatti, come cuoca, come cameriera, come qualsiasi cosa: doveva mantenere la bambina e il padre, Anselmo, che ci aveva rimesso una gamba, sulla Sierra. 
Anselmo era bianco, veniva da una famiglia benestante. Aveva rotto i rapporti con la famiglia, prima per sposare Camille, poi per questioni politiche.
 Aveva creduto in Fidel e nel nazionalismo cubano. Fin dal 1955 era entrato nel movimento del 26 luglio, l'M-26-7. Si era addestrato in Messico. Aveva combattuto. Si era beccato una raffica. Cinque buchi, dalla coscia al piede sinistro. 
Avevano dovuto amputare. Camille e Marcela l'avevano venerato come un eroe: Anselmo era un uomo affascinante. 
Ma dopo la Rivoluzione era imploso. 
Il padre, la madre, tutta la famiglia aveva riparato a Miami. Se ne erano andati lanciando anatemi. I Fuentes rimasti, lui, la moglie e la figlia, avevano preso casa all'Avana, a Ciudad Libertad, nei pressi dell'Avenida 31.
Lui si era chiuso in se stesso. Non faceva 
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