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trovino a pochi chilometri di distanza da altre con piogge frequenti.
Prive di umidita', le regioni desertiche vengono facilmente erose e polverizzate, per opera dei venti e dei violenti sbalzi di temperatura. 
Le rocce si fratturano per le oscillazioni termiche tra il giorno e la notte, e l'aria trasporta particelle di sabbia che ne causano l'abrasione, creando i profili arditi tipici del paesaggio desertico. Le antiche rocce si trasformano in mari di sabbia, e la forza del vento modella le dune che nell'immaginazione popolare caratterizzano le estensioni desertiche. 
Ma niente e' piu' lontano dal vero che immaginare un mondo segnato solo dagli eventi insensibili del mondo minerale e del tempo atmosferico. 
Piante, animali e uomini vivono nelle regioni desertiche. 
Vaste solitudini di sabbia, deflagrazioni nucleari all'orizzonte: nulla e' realmente al riparo dalla volonta' e dall'uomo. 
Il sole batte sulla figura riversa di Kurtz. L'ottundimento causato dal veleno lo sospinge verso il buio dal quale non si ritorna. E il sole copre le distanze celesti scandendo le ore, i ritmi vitali, i destini. Quando il sole e' allo zenit, un furgone azzurro cielo appare arrancando lungo la salita dove giace Kurtz. Nemmeno il conducente del veicolo puo' vedere il corpo abbandonato sul ciglio della strada. Ma il veicolo si ferma, e dalla portiera fuoriesce un uomo massiccio, con una camicia azzurra e i capelli un po' piu' lunghi della norma. E' un Nativo. Un Navajo, o Dine'e' (come si autodefinirebbe nella lingua in cui pensa). Puo' avere cinquant'anni. E come espletando un compito sul quale sia stato edotto, l'uomo taglia il tessuto dei pantaloni con un coltello, libera la gamba offesa, incide nella carne e sugge. Compiuta l'operazione (corvi e gracchi di montagna osservano la scena incuriositi) issa il corpo sulle spalle e lo deposita dietro, tra due rotoli di corda e due sacchi di patate. Il furgone inverte la direzione di marcia e si avvia verso Ovest, verso l'interno della Nazione Navajo.
Durante tutta l'operazione, tranne gli istanti in cui ha provato a succhiar via il veleno, l'uomo ha mormorato qualcosa in una lingua incomprensibile, ritmicamente, con pause e accenti.


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J.F. odiava quelle convocazioni improvvise. Odiava la Sala Ovale. O forse odiava il vecchio, e tutto quello che lo riguardava, Sala Ovale e convocazioni improvvise comprese. Fare buon viso a cattivo gioco. Franklin Delano Roosevelt, il criptosocialista, il democratico, il paralitico, non avrebbe ostacolato i suoi piani per molto tempo ancora. Quando entro' nell'ufficio presidenziale, J.F si stupi' di trovare all'interno, seduto sulla poltrona alla destra della scrivania, il fido Clifton F. Carter, in abiti borghesi. Al di la' della scrivania il corpo emaciato del vecchio, sulla sua odiosa sedia a rotelle. Il corpo, e, quel che e' peggio, la mente. 
"Signor Forrestal, si sieda, la prego. Sorpeso di trovare qui il suo braccio destro? Ma io e lui abbiamo gia' parlato a lungo, sa." Forrestal gelo' il colonnello Carter con lo sguardo. La melliflua formalita' del vecchio alludeva a scenari spaventosi. Sapeva Tutto? Occorreva stare calmi. "L'uomo, quello che avete lasciato andare e ora e' sparito senza lasciare tracce, che ruolo aveva nei suoi disegni, signor Forrestal? Era una pedina importante? Era davvero la spia nazista Kurtz? O ne aveva paura per qualche motivo? E allora, perche' non eliminarlo subito? Si', farlo sparire, come tutto il personale governativo entrato in contatto con lui." Forrestal senti' il sangue gelarsi nelle vene. "Non era Kurtz. Il piano prevedeva di utilizzarlo per arrivare a lui. Era un agente nazista, di medio livello. La sua pericolosita' e' stata giudicata limitata. Stando sulle sue tracce, avremmo potuto arrivare a Kurtz e alla sua rete di informatori. Sospettiamo che Kurtz faccia un triplo gioco, che venda informazioni anche ai Russi." Franklin Delano sorrise. "Bene, bene". Porto' le mani giunte di fronte al capo, sospirando. "Non credo a una parola di
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