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gia' parlato, dall'architettura magniloquente, sporca, dove la gente parla spagnolo. Una bella citta'. Vedo questa scena: c'e' un uomo baffuto, con una camicia colorata, che dice all'autista, seduto davanti, di fermarsi. Pare, cochero! E' un ordine. E' il ritornello della canzone che mi attraversa la testa da mesi. L'uomo dalla camicia colorata si precipita fuori dall'auto. Sembra... un'auto americana del prossimo decennio.
L'ordigno cessa di trillare. Quel suono e' tra i piu' odiati in questa porzione di mondo e in questo tempo, ma a me piace. Mi toglie dalla problematicita' dei sogni, mi riconduce alla vita reale. Vita reale! Gioia tranquilla: so di poter fare tutto. 
Sono completamente libero.
L'unico mio vincolo e' la Missione.
Incomincia la mia giornata di piccolo borghese del 1944. Amo vestirmi con quel completo grigio, i gesti necessari per legare la cravatta, entrare un po' a fatica nelle scarpe nere. Un senso di tranquilla comunione con gli uomini mi pervade. 
Penso agli uomini impegnati in guerra, dall'altra parte del mondo. I Nemici.
Non sanno quello che li attende.
Impazzirebbero.
Mi pare di ricordare una storia curiosa, si', che i sovietici si servivano di veggenti... astrologi, ecco. Chissa' cosa hanno letto nelle stelle al momento del mio arrivo. 


35

Sono passati due giorni. L'aria entra nel vagone sempre piu' secca, polverosa. Il convoglio si e' fermato in molte stazioni. Nessuno si e' accorto della presenza.
Niente di vivo rotola sui binari, nulla tranne topi & insetti, e gli uomini laggiu', nella motrice. 
Granoturco. Maiz. Il caldo e' quasi insopportabile, nelle ore di luce. 
Lo sbalzo termico e' durissimo.
L'acqua dell'unica borraccia e' finita. Kurtz non mangia da quaranta ore.
Ci siamo. Il treno e' fermo. Kurtz sale sulla montagna di grani, a fatica. Guarda fuori, dal lucernario aperto.
Una stazione di legno e pietra.
Gli occhi si adattano alle condizioni di luce dell'esterno. La stazione e' poco illuminata.
Ma il segnale e' scritto a lettere cubitali. Bianche.
San Jose'. 
Utah, Colorado sono alle spalle.
Ora di scendere.
Si tratta di issarsi, una sciocchezza.
Riserve di energia?
Nada.
Kurtz respira profondamente. Decide che non puo' rimanere piu' a lungo su quel vagone.
La forza della disperazione. (Disperazione? sembra adattarsi a mala pena. Poiche' Kurtz non ha mai sperato in nulla).
L'aria quasi fredda accarezza il volto. Rinfrancante. Non c'e' piu' il tetto metallico a soffocare il respiro.
La circospezione della Spia e' proverbiale.
Kurtz e' un'ottima spia. Nascosto dai vagoni, coi piedi finalmente a terra, Kurtz procede verso la meta. Sorride. Si chiede come cazzo ha potuto uscire vivo da quella bara.


36

Come se l'ombra di una pesante consapevolezza premesse al di sotto della coscienza. Sono allarmato. Tengo l'allarme in sottofondo al flusso di coscienza. Prima di dormire lo analizzo, ma ancora non mi e' riuscito di svelare quale natura adombri.
Presentimento.
Pre-avvertimento.
Memoria?
La vita continua tra pratiche e tragitti regolari fino all'ufficio, pranzi e cene solitarie, da poco prezzo. 
Comincio a capire il valore profondo della routine. E' come disporre tessere in un mosaico. Un mosaico pompeiano, uno smisurato fallo eretto. Un continuo scongiuro contro l'irruzione del caos. Sono un uomo che potrebbe adattarsi a una routine. Proseguirla fino alla fine dei giorni. 
Mi rendo conto che le mie uscite e i miei rientri scandiscono il flusso degli istanti con regolarita' pressoche' assoluta. 
Come le passeggiate di Kant per la sua Konigsberg. La gente regolava gli orologi quando lo vedeva aprire il portone di casa. 
Routine. 
Si'. Potrei adattarmi. 
Dovrei conoscere qualcosa di simile alla paura, pero'. 


37

Kurtz puo' dormire in un granaio diroccato. Resistere ai morsi della fame. La volonta' della spia e' sovrumana. Lassu' in alto, nell'empireo tragico dove (circonfusi dalla luce del Furher) vivono gerarchi e generali,  i Grandi Uomini del Nazionalsocialismo
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