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gli gira intorno al collo come una cinghia. Ha l'aria familiare.
Dalle pieghe della valle si alza una nebbia sottile, lenta, sospinta da un vento ormai stanco, effetto mattutino di una notte troppo calda.
In capo a un'ora potrebbe cancellare l'alba e qualsiasi orizzonte. 
Meglio sbrigarsi.

C'e' un infermiere gentile, che mi tiene per mano e mi fa coraggio senza parole.
Gli spari. Il boato. L'odore del soffitto che crolla. Le mille alternative che non ho saputo afferrare. Siamo tutti rabdomanti, ma non sempre funzioniamo a dovere. Distratti da altri pensieri. Rapiti dal danzare di un'ombra, sul fondo della caverna. Dimentichi del baratro che si spalanca, oltre la siepe dei desideri. 

Gli ultimi tornanti sono cosi' stretti, che ogni curva sembra portare piu' in basso.
Il pascolo e' talmente ripido che il lupo sceglie di seguirmi lungo il sentiero. Ogni volta che mi giro, abbassa lo sguardo sulla vallata, quasi fosse qui per caso. 
Un ultimo passo, la cima. Trecentosessanta gradi di mondo a completa disposizione. Distese di alberi e macchie di pascolo. Costoni di roccia e vallette boscose. I capannoni del canile e lo scempio della galleria. Case solitarie e minuscoli paesi. Ovunque polvere, sospesa nell'aria. E decine di vette simili a questa, per osservare altre valli, altri boschi, altri pascoli e ruscelli. All'infinito. 
Forse e' possibile evitare l'assedio. Basta vivere del balzo tra un belvedere e il successivo.
O magari bisognerebbe sedersi qui, e mandare a memoria i nomi di tutti i ruscelli, di tutte le montagne, di ogni casolare abbandonato e di ogni ripiano per pascolare le bestie. Forse non si puo' andare via, prima di aver esplorato tutti i sentieri e le radure, gli anfratti della selva e le cavita' del suolo. Come quegli antichi patriarchi del bosco, che cambiano aspetto ad ogni stagione e ad ogni estate allungano le radici che li avvinghiano a terra. 
Poi viene l'autunno, con piogge dacqua e di semi, e alcuni attecchiscono nel bosco, e lo fanno piu' fitto e impenetrabile, resistente alle frane e maestoso; altri scivolano giu', e finiscono lungo il fiume, in mezzo ai pioppi, ai salici e alle piante acquatiche piu' diverse; altri ancora si aggrappano stretti alla pelliccia di un animale, e arrivano magari sul cocuzzolo di una collina, e col tempo diventano giganti solitari, additati da lontano e conosciuti per nome.
Poi l'autunno finisce, ed e' subito estate.
- Dove faremo la tana questa notte, lupo?
Porteremo altrove la civilta' troglodita? La porteremo sull'asfalto delle citta', per bloccare il traffico insieme a centinaia di ciclisti? O cammineremo intere giornate, per raggiungere paesi che disterebbero da casa un'ora di guida? Faremo saltare i viadotti dell'autostrada e balleremo come cerbiatti sulle macerie di cemento armato? O torneremo da quella fata, e le chiederemo di vivere insieme, sulle rive di un fiume, piu' fricchettoni che mai?
Per il momento, non credo proprio. Anch'io, come quel santo gigante, pensavo che il bambino fosse piu' leggero. 
Anch'io, come il Ladrone, pensavo bastasse voltarsi, all'ultimo momento, e regalare al Moribondo qualche parola di conforto. Ma quello ha chiuso un occhio gia' una volta. Le parole non bastano piu'.
Tra l'altro avrei pure un appuntamento. Martedi', stessa ora, davanti al supermercato.
E poi il facocero non ci sa ancora salire, sugli alberi.
Ma soprattutto: - Ho un debito da saldare, lupo.
Un debito col Rio Conco, torrente prosciugato. Per il sangue di un pesce e l'acqua fresca di ogni mattina. Un debito che rende quel luogo diverso da qualsiasi altro.
Non il centro del mondo. Non il fortino dell'ennesimo assedio. Solo un approdo, fino al prossimo balzo.
Perche' tra un salto e l'altro, c'e' bisogno d'acqua fresca per immergere i piedi.

L'ambulanza frena di colpo. L'infermiere gentile mi stringe la mano per non cadere. Un trespolo da flebo precipita a terra.
- Tutto bene li' dietro? - domanda l'autista prima di ripartire.
- Che cavolo succede? 
- Se te
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