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con un collare rigido, l'hanno scodellato su un'ambulanza e sono ripartiti.
Un gruppo di scavatori ha estratto Gaia da sotto le macerie. Talmente viva che hanno dovuto obbligarla a non camminare, a sdraiarsi in barella e farsi portare via.
La luna e' scesa oltre le cime e una nuova luce ha bagnato l'oriente.
Tre coppie di barellieri scendono verso la radura col loro carico di corpi. I corpi sono immobili, avvolti nella plastica come pesci da congelare.
Tre coppie di barellieri, tre corpi. La distanza non permette di riconoscerli, ma nessuno ha l'aria di essere un sanbernardo, e quegli altri parevano solo tre. Uno l'hanno gia' portato via. Ne restano due.
Il terzo dev'essere Sidney.

Mi hanno infilata qui dentro per il mio bene, dicono. Mi portano in ospedale a fare controlli, radiografie, tutti gli esami del caso.
Molte grazie, ma prima di impazzire preferirei sapere che fine hanno fatto Sidney, Charlie e il cavernicolo. Che senso ha rimettermi in sesto se intanto il cervello si aggranchisce come una spugna secca, diventa sempre piu' piccolo, prova a rannicchiarsi su stesso pur di non sentire l'altra voce urlare sempre piu' forte che se qualcuno spara in testa a un uomo, e quella testa si abbatte sull'erba, e il naso gocciola sangue, allora nemmeno in sogno ci si puo' illudere che sia vivo, che sia solo stordito, che basti spingere un tasto e riavvolgere il nastro. Tanto alla fine non c'e' pausa che tenga. Il nastro deve arrivare in fondo.
 
Bravo supereroe.
Un applauso per la civilta' che non spreca.
Un evviva per la civilta' che non conosce rifiuti, che non butta niente e restituisce ogni cosa. 
Avanti, allora: restituisci al mondo la vita sprecata di Sidney Kourjiba.
Sidney che doveva restare sull'albero e non fare cazzate. 
Sidney, che lottava contro i cani come un antico gladiatore. 
Sidney, inventore del piatto nazionale troglodita, polenta di ghiande alla nigeriana con salsa d'ortica
Nella nuova civilta', dicevi, nessun luogo vale un assedio. Ma pure i buchi hanno intorno qualcosa.
Parlare di civilta' e' parlare di accerchiamenti.
Non tutto il mondo e' qui, dicevi. Ma tu? Puoi evitare di essere qui, ovunque ti trovi? 
A fatica mi alzo, vestito di lacrime, spoglio di ogni certezza. 
Dai cespugli sulla sinistra sguscia fuori una sagoma scura. Si ferma allo scoperto, gira da questa parte quattro zanne inconfondibili e mi regala uno sguardo indulgente, quasi che le sibille dei boschi gli abbiano confidato un oracolo di speranza.
Poi scompare, a capofitto nel mare di felci.
Oltre le siepi di rosa canina, la traccia di sentiero sembra allargarsi, aprire un varco nel bosco, attraversare i pascoli sopra la linea degli alberi, tagliare il fianco della montagna e raggiungere la vetta con una serpentina di curve.
Chissa'  se l'alba e' migliore, vista da in cima.

Il bosco e' un vecchio castagneto da frutto lasciato a se' stesso. Carpini neri dal tronco sottile affollano gli spazi tra le piante secolari. Mucchi di foglie le circondano come un mare agitato.
Antichi patriarchi, cresciuti per mille inverni, allungano i rami sul sentiero in silenziose benedizioni.
Un frusciare di sterpi ruba i pensieri. Difficile capire se e' l'animale a essere grosso, o se e' questa roba secca, che trasforma guizzi di lucertola nell'incedere di un drago. Forse il Facocero ha deciso di seguirmi.
Immobile, punto lo sguardo in mezzo ai tronchi.
Un muso spunta dalla corteccia e torna a nascondersi fulmineo.
Riprendo a camminare e di nuovo lo sento muoversi tra le foglie, invisibile.
Meno di una mezz'ora piu' tardi, gli alberi finiscono di colpo, per far spazio a ciuffi di nardo e praterie. Duecento metri a monte, il crepitare di frasche continua. Pochi passi sulla costa erbosa, lasciandomi il bosco alle spalle. Aspetto.
Dopo qualche esitazione, lo sento uscire allo scoperto.
Non e' un facocero. E' un lupo. 
Mi osserva inquieto, quasi aspettasse qualcosa. Alza il muso per annusare l'aria sul limitare del pascolo. Una traccia nel pelo
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