<A HREF="guerra_agli_umani125"><</A>
smosse le gambe con la punta del piede. Quello apri' gli occhi a fatica: una melma rossastra gli impiastricciava le palpebre. Si massaggio' la fronte,  lecco' via il sangue dalle dita e allungo' la mano verso il compare.
Pinta finse di non vederlo. Tentare di rimetterlo in piedi poteva risultare lungo e improduttivo. Invece avevano fretta, e improduttivi lo erano gia' stati abbastanza. 
Tirare il coglione fuori di li' era la priorita' numero uno.
Pinta decise alla svelta: afferro' il piede del compare e comincio' a trascinarlo, indietreggiando verso la porta, la pistola puntata sulla penombra di fronte a se'.

Per quanto nativo di un paese di giungle, mezz'ora di albero gli avevano trasformato la schiena in un rottame. Del resto, l'unica giungla che conosceva era fatta di cemento e ondulina. Aveva imparato ad arrampicarsi con le grondaie di Lagos Island, e i frutti che raccoglieva lassu' non erano proprio banane.
Stiro' la spina dorsale premendoci contro una mano e risali' con un balzo gli ultimi gradini della rampa. Il tizio di guardia era appena andato dentro. L'altro non s'era piu' fatto vedere. 
Momento ideale per guadagnare posizioni.
Divoro' i dieci metri che lo separavano dall'angolo della casa e ci si appiatti' contro. Sporse la testa per controllare la situazione. Via libera.
Scatto' verso l'orto, tra le zolle rivoltate che attendevano ancora la prima semina. Il badile pieghevole era li', dove ricordava di esserselo dimenticato, esposto alle intemperie e all'umidita' della notte.
Lo afferro' al volo e di nuovo rimbalzo' verso la canonica, per incollarsi come un mollusco allo stipite della porta.

L'elastico era di nuovo teso, la fionda in posizione. Il braccio si spostava lento e teneva il tizio sotto tiro. 
Ma Gaia sapeva che non avrebbe sparato ancora. La biglia pareva incastonata tra le dita come una perla di incertezza.
Charles Bronson, steso sul pavimento, rivolse verso la botola i grandi occhi increduli. Mando' un paio di guaiti all'indirizzo della padrona, poi, non ricevendo risposta, penso' che fosse lei ad aver bisogno di aiuto. Provo' a rialzarsi, ma la ferita gli tagliava le gambe.
Il nuovo arrivato stava trascinando via il corpo di quell'altro.
Gaia abbasso' la fionda e scivolo' con le spalle sotto il legno della credenza. 
Doveva uscire fuori, recuperare Charlie, trascinarlo di sotto. 
Calcolo' una trentina di secondi. Spero' che il tizio non avesse fretta di tornare.
E mentre sperava, strisciava fuori dal buco come un paguro dalla conchiglia. 
E mentre sperava, vide un'ombra sulla porta, alle spalle del tizio, e senti' un rumore di metallo contro osso.
Guardo' il tizio andare giu', tipo statua di Stalin nel centro di Kiev. Dritto, senza scomporsi. Quasi marziale.
Poi senti' la voce di Sidney, spinse fuori la testa, chiese aiuto.
Il gladiatore si precipito'. Inciampo'. Ando' giu' pure lui.
Scomposto, non come Stalin.  
Come se qualcuno lo avesse sgambettato. 

Marcio sollevo' il busto puntellandosi sul braccio, stile antico romano. 
Vide che il negro si rialzava e gli sparo' nella schiena.
La testa gli faceva ancora un male cane. Il collo pure. Pareva che il cervello si fosse liquefatto e stesse ribollendo nella scatola cranica. Si piego' su Pinta, che quanto a emicranie gli dava comunque dei punti. La nuca del compare riposava su un cuscino di sangue e terriccio. Gli afferro' il collo per sentire la giugulare, nella classica presa da telefilm di Pronto Soccorso. Tasto' il petto con entrambe le mani, in cerca di un respiro strozzato, un residuo di battito cardiaco. Niente.
Afferro' l'orlo della maglia a righe e gliela stese sulla faccia. Piu' che morto, sembrava un attaccante del Barletta che fa il 'fantasma' dopo un goal.
Il Marcio si fece il segno di croce con bacio finale. Dentro casa, tutto tranquillo. La coda dell'occhio lo informo' che Sidney provava a rialzarsi. Senza fretta, si diresse verso di lui e gli sedette sulla schiena.
- Il capo ha chiesto di non sparare - disse - Ma io
<A HREF="guerra_agli_umani127">></A>