<A HREF="guerra_agli_umani123"><</A>
staff. I professionisti di citta'. Quelli seri.
Poco prima di girare l'angolo, gli cadde l'occhio su un vecchio lavandino abbandonato per terra.
Dentro: una decina di mele. Selvatiche, ma di bell'aspetto. Lo stomaco di Mahmeti si ricordo' di non aver cenato. Il braccio si allungo' per accontentarlo.
Dietro le spalle, l'orecchio percepi' rumore di rami secchi.
Mahmeti si giro' di scatto. Beretta in una mano, mela nell'altra.
Un cinghiale enorme stava uscendo allo scoperto.
Il cinghiale si fermo', alzo' gli occhi porcini e lo interrogo' con un grugnito.
D'istinto, Mahmeti tiro' il grilletto.
Uno sparo fece tremare la notte.
Mahmeti guardo' la pistola. Gli sarebbe piaciuto credere al miracolo, ma le armi scariche fanno solo cilecca.
Il cinghiale guardo' la pistola. Di miracoli se ne intendeva poco, in compenso aveva l'udito fine. Fine abbastanza da localizzare uno sparo. Talmente fine da distinguere il clic del colpo a vuoto anche in mezzo all'uragano.
- Via, scio' - provo' a ringhiare l'albanese pestando il terreno davanti a se'.
Il cinghiale schiumo' rabbia dalle narici e carico' a testa bassa, mentre il bosco pulsava di colori come un'insegna al neon. Mahmeti non ebbe nemmeno il tempo di gridare. 
Con un colpo secco del collo l'animale pianto' le difese nella pancia dell'uomo. Lo proietto' in alto. Lo colpi' piu' volte mentre strisciava in cerca di fiato.
Quando gli sali' sopra con gli zoccoli, Jakup Mahmeti non respirava piu'. La mela era rotolata qualche metro piu' in la'
Il cinghiale scavalco' il cadavere, fiuto' il terreno e ingollo' trionfante il pomo della discordia.

Non era morto. Rantolava. 
La pallottola era entrata sotto la coscia destra. Forse era pure uscita.
Senza abbassare la pistola, il Marcio avanzo' qualche passo. Un rimestare di foglie lo mise in allerta. Sbuffi animali. Bestie in calore che amoreggiavano la' dietro. Mahmeti le avrebbe fatte sloggiare.
Accucciato sul fianco,  il cane rovistava tra i calcinacci come in cerca di un appiglio. Faticava a respirare. Faticava a capire cosa gli fosse successo. Un dolore sconosciuto paralizzava la zampa. Stupore e sofferenza grondavano dagli occhi. Domande.
Le armi da fuoco sono una brutta sorpresa, se sei cresciuto senza sapere che esistono. 
Il Marcio esamino' il cane con attenzione. Sembrava proprio lui. Jim Morrison. Quindi: nascosti da qualche parte dovevano esserci i suoi amichetti. Per forza. Solo che Mahmeti voleva essere sicuro. Laveva detto chiaro. La sola presenza del cane non bastava. Chissa'. Doveva uscire, andare dal capo, chiedere lumi? Di certo il cane non si sarebbe mosso. Di certo gli amichetti non sarebbero scappati: le uscite erano sotto controllo. Pero' che cazzo, doveva dimostrare di saper decidere da solo. Non poteva confrontarsi sempre: dai collaboratori di un certo livello, ci si aspetta pure una certa autonomia.
Bene. Il fatto che Jim non fosse ancora morto poteva tornare utile. Molto utile.
Allungo' la gamba e gli mollo' un calcio nelle costole. Il cane rispose con un guaito.
- Lo sentite? - la punta del piede si abbatte' ancora sullanimale. - Lo sentite, no? E il vostro amato cagnino, quello che per salvarlo da noi cattivi avete messo su tutto 'sto bordello. Bene, gente: i cattivi sono tornati. 
La voce del cocainomane era acuta, gonfia di eccitazione, diversi decibel piu' del normale.
- Allora: se siete nascosti qua dentro, meglio che uscite. Se uscite, il cane se la cava con la pallottola che gli ho appena tirato e un buon veterinario ve lo rimette a nuovo. Se invece state nascosti, il cane passa un bruttissimo quarto dora, il peggiore della sua vita da cane.
Il Marcio si fermo' un attimo. Mahmeti doveva aver sentito. Se taceva, significava che non aveva niente in contrario. Altrimenti, lavrebbe fatto capire, in un modo o nellaltro.
Marcio conto' fino a sessanta. Troppo in fretta. Aggiunse venti per star sul sicuro. 
Silenzio. Silenzio assenso.
Raccolse qualcosa dal pavimento e riprese a parlare.
- Okay, vedo che
<A HREF="guerra_agli_umani125">></A>