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volta e fa fuoco. Un bel buco in testa e tanti saluti. Poi l'avrebbero squartato: le interiora attirano le bestie. 
Si concesse l'ultima valutazione. Aprire lo sportello e rotolare tra gli alberi o puntare la pistola sulla nuca del capo? Si diede dieci secondi. Strinse i denti. Comincio' a contare.
sei, cinque Si interruppe. Sudava a dirotto. Il conto alla rovescia spezzettava ogni ragionamento.
Prese un respiro profondo. Allungo' le dita sulla maniglia. Le rimise a posto.
Espiro' fino a svuotare i polmoni. Si raccomando' a Padre Pio. Controllo' che la Glock avesse il colpo in canna. Come dicono gli americani, "quando la tua vita e' al dunque, affidati a una .45"
L'abbaiare di un cane perforo' il silenzio.
Il dito del Marcio sussulto' sul grilletto.
La pallottola perforo' l'imbottitura dello sportello e rimbalzo' nel sedile.  
Cinque dita piu' a sinistra e il ginocchio del pistolero non sarebbe piu' stato lo stesso.

Spesso capita cosi'. Capita che tra mille occasioni, pretesti e possibilita', uno si va a scegliere il momento peggiore, la situazione piu' scomoda e confusa. Fatto sta che la stanza e' umida, il pavimento sporco e il sottoscritto e' appena scampato a morte certa. Odori ammuffiti completano il quadretto. Da una feritoia dietro l'altare, un raggio di luna si proietta sul muro. Unica concessione a una certa atmosfera.
Eppure basta sederci un attimo, riprendere fiato, scambiarci uno sguardo appena piu' lungo del solito, e gia' i volti si avvicinano, le labbra si sfiorano, i vestiti si aprono in mille pertugi.
L'ho sempre detto che c'e' un modo piu' piacevole per sfogare certe tensioni.
Lei ha la pelle del collo liscia, quasi bambina, e i lobi carnosi, ideali da mordere.
Lei sorride, un sorriso verde come gli occhi. 
Lei mi carezza la barba talebana, mi stringe, mi avvinghia le gambe tra le sue.
Al piano di sopra, Charles Bronson abbaia. Magari e' geloso.
Lei si stacca di colpo.
Uno sparo. Uno soltanto. Vicino. 
Organi, buchi, ossa del sottoscritto si restringono come anemoni spaurite. 
Onde sonore affollano la vallata.
Sgusciano via dal fitto del querceto.  Scivolano su spiazzi d'erba e piante di mirtillo. S'inseguono lungo rigagnoli e corsi d'acqua, su su fino alle sorgenti. Rimbalzano sulle rocce scoperte delle cenge piu' alte e tornano indietro, scegliendo percorsi e angoli diversi.
Nel frattempo, gli orifizi del corpo tornano di dimensioni accettabili.

- Facciamola esplodere! - grido' il Marcio sottovoce, per rimediare con un'idea brillante al disastro di poco prima.
Sguardi storti piombarono sulla proposta. A vuoto. Lo sniffomane era di nuovo in pista. 
- Sono la' dentro, no? - si affretto' a spiegare - Bene. Con una sola bombetta risolviamo i nostri problemi. Disgrazia, tragedia, catastrofe: edificio pericolante crolla, morti alcuni escursionisti. E' un attimo. Liscio come l'olio. Niente complicazioni. Niente
- Chi ti dice che sono dentro? - interruppe Pinta con tono seccato.
- Ragiona, Pinta. Non fai questo casino per poi mollare il cane in un rudere in mezzo al bosco.
- Chi ti dice che e' il loro cane? - lo incalzo' Mahmeti con una punta di interesse.
- D'accordo - Marcio allargo' le braccia - Puo' essere anche un randagio. Va bene. Un randagio qualsiasi. E a noi che ci frega? Se c'e' solo un randagio, accoppiamo solo il randagio. Se invece sono dentro, facciamo filotto. Tanto vale tentare, no?
Mahmeti resto' in silenzio. Non era abituato alle idee altrui. Doveva concentrarsi. Evitare di lasciarsi convincere troppo in fretta. Attendere che le controindicazioni affiorassero nel cervello. Col Marcio era un'operazione delicata. Aveva il dono di stordirti a furia di stronzate. Di ipnotizzarti con finte sicurezze. 
Quello tento' di rincarare la dose.
Mahmeti alzo' una mano e ottenne silenzio. Fini' di fumare. Schiaccio' la cicca nel posacenere.
- Va bene - disse alla fine - ma bisogna essere sicuri. Non possiamo metterci a scavare, dopo. Dobbiamo saperlo prima. Sapere se sono la' dentro
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