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fermata, Marcio non scese nemmeno. Per precauzione. 
Da li' in poi, decise, qualsiasi tappa poteva essere l'ultima.

Niente da fare. Charles Bronson non ne vuole sapere. Punta le zampe, oppone resistenza. 
Abbaia. 
Di scendere sotto, non se ne parla proprio. 
- Dai, Charles. Forza.
- Magari soffre di claustrofobia, che ne sai?
A malincuore, Gaia e' costretta a desistere. Il cane si accuccia vicino alla botola.
- Visto? Fa la guardia. Si rende utile. Cosa ci veniva a fare in cantina?
La risposta della padrona e' una smorfia stizzita, molto simile al muso del suo protetto. E a quello del vero Charles Bronson per i prodigi della proprieta' transitiva.
Scendiamo. 
La luce delle torce illumina il cunicolo. La porta sul fondo. L'altare in marmo al centro della cripta. Gli affreschi di San Cristoforo. La scena del diavolo che scappa di fronte alla croce e del gigante Cristoforo che osserva stupito.
- Ti sei incantato? - domanda Gaia tornando indietro.
- No. E' che non mi tornano delle scene, in questa storia.
- Come no, scusa? Allora: il padrone di Cristoforo muore. La gente dice: se l'e' portato il diavolo. E siccome Cristoforo vuole servire il piu' potente della terra, decide di andare dal diavolo. - La luce della torcia si sposta sulla scena incriminata - Ma quando vede che il diavolo ha paura della croce, allora lo molla. Scena tre: trova un eremita con una gran croce sull'uscio di casa. Gli chiede che deve fare per servire il signore della croce, e quello gli dice: prega. Ma Cristoforo non c'e' portato, s'annoia. Allora l'eremita gli dice: digiuna. Ma Cristoforo non ce la fa, ha troppa fame. Quello allora gli indica un fiume, e gli dice di aiutare la gente a traversarlo, che di certo il signore apprezzera' e non tardera' a mostrarsi. Il resto lo sai, no?
- Beh, piu' o meno. Il bambino leggero, il bambino pesante. Ma poi? L'ultima scena?
- Quella? Cristoforo non ci crede: come fa un bimbo a essere signore del mondo? Allora il bimbo gli dice di piantare il suo bastone per terra, che il giorno dopo lo trovera' pieno di rami, foglie e nidi d'uccelli. Il miracolo avviene e il selvaggio Cristoforo si converte. Capito adesso?
- Capito. E tu come lo sapevi?
- Mio fratello ci ha fatto il chierichetto, qua dentro. Per l'esame da titolare doveva sapere tutta la storia. Sai quante volte ce l'ha ripetuta? - Scuote la testa, come per far uscire un vecchio ricordo. - Magari finiamo di portar giu' la roba, che ne dici?
Dico che ha ragione. Meglio darsi da fare e non lasciare indizi. Sono stato li' li' per morire gia' una volta, questa notte.
Odio dovermi ripetere.

Muso nell'intreccio dei rovi, il facocero si fece largo a testa bassa, mentre le fiamme dell'astinenza accendevano il suo mondo in bianco e nero, colorando le ombre e la notte col verde sempreverde dei ginepri e il giallo ormai perfetto dei polloni di castagno. 
Impantanata la schiena nella melma di un rigagnolo, tremiti e spasmi parvero dargli tregua, assieme al prurito.
Ma mentre per quello era la giusta medicina, per tutto il resto non era che un palliativo.
Aveva bisogno di mele.
Ogni nuovo risveglio esigeva una dose maggiore.
Le due della sera prima non sarebbero bastate.

Alla sosta successiva, non scese nessuno. 
Pinta spense il motore. Mahmeti abbasso' il finestrino. Marcio tese l'orecchio.
Lo scirocco colava dal cielo come melassa. Lento e grasso. Odore di funghi saliva dal cuore del bosco. In fondo al silenzio, un ronzio appena accennato, sottile e continuo. Forse il respiro delle montagne. Forse le trivelle della galleria ferroviaria.
- Ripartiamo? - La domanda del Marcio era la punta scoperta in un iceberg di ansie.
Non ottenne risposta, neppure uno sguardo. 
Bene, penso'. Ultimo atto. Ultima possibilita' di salvare la pelle. Il posto era remoto, sperduto. Un grumo secco nel culo del mondo. Nessuno avrebbe sentito nulla. Nessuno avrebbe trovato il suo corpo, prima che i cinghiali lo consumassero fino all'ultima falange. Ancora pochi istanti. Mahmeti si 
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