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al centro c'e' il punto dove abbiamo lasciato il fuoristrada. Gaia lo suddivide in quattro parti uguali. Fa oscillare il pendolo. Il pendolo sceglie: in basso a sinistra. Una porzione di mappa che sta oltre il punto cruciale. Gli inseguitori hanno superato il blocco. 
Mi intrometto.
- Puoi capire se sono sulla mulattiera, a che punto stanno?
Nessuna risposta, ma la tecnica cambia. Con la punta della matita segue il tracciato della strada. Nell'altra mano, il pendolo. La matita avanza. Il pendolo oscilla. La matita avanza. Il pendolo cambia direzione di quarantacinque gradi. La matita segna il punto. 
Secondo tentativo. Reazione mezzo centimetro piu' avanti.
Gaia segna il punto.
- Eccoli - dice - Vengono di qua. In mezzo minuto hanno fatto questo tratto. - Misura la distanza tra prima e seconda rilevazione. - Sei millimetri.
Sei millimetri. Sei per venticinque fa centocinquanta. Centocinquanta metri in trenta secondi. Trecento metri al minuto. Sei per tre diciotto.
- Diciotto chilometri all'ora. - calcolo 
- Sono passati - conclude la fata. - Sono in macchina.
Sidney si alza e inizia a raccogliere le cose.
Sidney non verra', nella cripta. Abbiamo deciso di separarci. Il mondo non puo' permettersi di perderci entrambi. La nuova civilta' collasserebbe prima della vecchia. 
Ci guardera' scendere nel bunker, spingera' una credenza sopra la botola, andra' a mettersi in salvo tra i rami di un faggio e terra' d'occhio la pieve. In caso di pericolo ci avvertira', modulando il verso di qualche uccello africano. 
Andrei anch'io, se potessi. La fata me l'ha pure detto, che sa cavarsela da sola.
Per carita', non lo metto in dubbio.  
Ma mentre lo fa, preferisco guardare. 

Mele.
Aveva. Bisogno. Di mele.
Il corpo del Facocero era un concentrato di brividi. Ciuffi di peli si alzavano sulla schiena, come un riporto scompigliato dal vento. Mezza pinta di saliva colava dalle fauci tremanti. I muscoli guizzavano, sordi alle volonta' del cervello. 
Ormai ci aveva fatto l'abitudine. Prima che il corpo partisse per la tangente, il Facocero riusci' a dirigerlo sul trottoio.
Usci' dalla macchia di pruni, rivolse il muso alla luna e punto' dritto sul deposito di mele che l'Uomo delle Caverne aveva approntato per lui.

Sul sedile posteriore si ballava lo shake. 
Al Marcio sembrava di avere una maraca al posto della testa. Invece dei sassolini, "dobbiamo ammazzarlo".
Magari era proprio quello, che andavano a fare. E lui, coglione, li aveva pure aiutati.
In fondo, che speranze avevano di ritrovare i bastardi? Zero. Potevano essere ovunque. Potevano essersi nascosti, aspettando il momento per saltare fuori, riprendersi il fuoristrada e andare dritti dai carabinieri. 
Fortuna che il fuoristrada l'aveva sistemato per bene, ma il problema restava.
Potevano essere andati a Nord come a Sud. Lungo la strada o in mezzo al bosco. Verso monte o verso valle. Inseguirli non serviva a un cazzo. Solo una messinscena per non farlo pensare.
Una brusca frenata lo incastro' tra i sedili davanti.
- Perche' ci fermiamo? - domando' preoccupato.
- Per sentire il cane.
Pinta rimase in ascolto un paio di minuti. Niente. Un gesto di Mahmeti lo invito' a ripartire.
Dopo due chilometri, stesso schema. Frenata. Ascolto. Niente.
Come messinscena era un po complicata. Come inseguimento, anche.
- Il cane e' lunica speranza di beccarli - spiego' Pinta alla sosta successiva. - Non credo che hanno fatto la strada. Comunque, arriviamo alla chiesa, diamo un occhio in giro e scendiamo in paese. Se hanno tagliato per il bosco, arriviamo comunque prima noi.
- Cose', una gara? - scherzo' il Marcio - io pensavo che gli andavamo dietro.
Pinta lo mando' a cagare con la mano e riprese la guida.
Terza fermata. 
- Meglio arrivare in paese prima, no? Per controllare la situazione.
Marcio annui'. Sguardo attento. Pensavano di rincoglionirlo a forza di cazzate?
Quarta fermata. Tiro di coca. Dito passato sui residui. Dito passato sulle gengive. Partenza.
Alla quinta
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