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cocker. E questo? Se ne trovo uno, faccio dei segnali luminosi contro il soffitto. Un dalmata, un affare grosso e nero che puo' essere tutto ma non un sanbernardo, un altro pastore tedesco
Il fascio di luce illumina due gambe e un muso di cane. Le gabbie sono finite. Le gambe sono di Gaia e il muso e' quello di un sanbernardo, suppongo.
L'ha trovato. Gli ha messo il guinzaglio. Possiamo andare.

- Basta, Charlie. Smettila
La fase di rientro presentava qualche imprevisto. Dettagli tecnici non calcolati a dovere. Salire una scala di legno con in braccio un sanbernardo che non sta nella pelle dalla felicita', e vuole leccarti la faccia e dimenare la coda, e' piuttosto arduo se non sei trapezista. Gaia si offri' di fare da parapetto, occupando il piolo subito sotto a quello del cavernicolo e salendo insieme a lui, che stava aggrappato alla scala con i cinquanta chili di Charles Bronson in bilico sulle braccia.  
Arrivati in cima, il sanbernardo decise che ne aveva abbastanza. Si libero' dall'abbraccio mentre Gaia recuperava la scala, scivolo' sul vetro del vasistas neanche fosse un toboga da piscina e atterro' sano e salvo quattro metri piu' sotto
Gaia lo vide intero ed evito' per un soffio di farsi venire un infarto. Sudore a litri la bagnava dalla vita in su, solito mal di testa e schiena gelata, nonostante l'aria calda di quella notte. Se non raggiungeva un luogo orizzontale e bianco nel giro di mezz'ora, rischiava il cedimento strutturale. 
Era tutto finito. Aveva ritrovato Charlie. Aveva vinto lei.
La mano del cavernicolo fece segno di aspettare. Di avanzare piano. Di dare un occhio nel punto indicato.
Luci da un capannone sulla destra. Faretti puntati sullo spiazzo di fronte. Voci.
- Io vado, eh? - avverti' Gaia - L'hai detto tu niente cazzate


42. La voce della coscienza

Qualcosa si e' spezzato. Inutile negarlo.
Venerdi' sera, Zanne d'Oro sputa sulla pietra e ripassa il filo dell'ascia. Poltiglia grigiastra ricopre la lama. Il gesto circolare della mano sembra ipnotizzarla. Un prototipo di automa arrotino.
Anche Bianco e' piu' nervoso del solito. Raccoglie le maschere afro e le infila nello zaino. Lo sguardo vaga per la stanza. Cerca la corda, o forse altro. Si sforza di comportarsi come se niente fosse. Apre di nuovo lo zaino per infilarci il rotolo di nastro adesivo. Con scatto improvviso, tira fuori una delle maschere e la manda in frantumi contro il muro. Non serve piu'. Erimanto s'e' dato.
- Non ci pensare, Blanco - cerca di calmarlo la bionda. 
- Giusto. E' solo un infame.
Zanne d'Oro scuote la testa: - Vedi che sbagli? Se lo chiami cosi', come fai a stare calmo? Ti metti a pensare che tra noi c'era un infame, almeno potenziale, e che tu ci sei stato a fianco tanto tempo senza nemmeno accorgertene. Ci pensi, ci ripensi, e finisce che perdi il controllo, sei poco lucido, fai cazzate.
Il presidente guarda la bionda e aggrotta le sopracciglia. Un misto di curiosita' e di sfida.
- Interessante. E come dovrei chiamarlo, secondo te?
- Egoista. Uno che ha perso la concentrazione per dare ascolto ai dubbi. 
- Egoista - Bianco si lascia andare a un sorriso beato - Mi sento gia' piu' calmo. Egoista. - Chiude gli occhi, come se recitasse un mantra. - D'accordo. Ma perche' proprio egoista? 
- Perche' va dietro a se stesso invece che all'illuminazione comune. Sempre a far domande, a chiedersi perche' questo, perche' quest'altro. Che bisogno c'e'? Abbiamo un compito, abbiamo un obiettivo. Cosa vuoi di piu'? Fallo bene, fallo meglio che puoi, e stai sereno. Ogni domanda e' una distrazione inutile. Eri convinto all'inizio? Basta. Non inquinare quell'intuizione. Anzi, guarda: dimenticala proprio. Non starci nemmeno a pensare. Lasciala perdere e procedi. 
Bianco annuisce con una certa ammirazione. Raccoglie la corda e comincia ad arrotolarla sull'avambraccio destro.
- Mi piace. Pero', aspetta: non e' lo stesso discorso dei nazi?
- In che senso?
- Che loro obbedivano solo a degli ordini e nient'altro.
- C'e' una
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