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storta o peggio. Perche' il cinghiale non conosce ostacoli, salta dove nemmeno i cani, scende a rotta di collo per dislivelli da stambecco, infila siepi spinose a tutta velocita'. E finche' ti mantieni distante, per quanto veloce, hai sempre tempo di scartare, bloccarti, al limite tentare il balzo. I veri problemi arrivano dopo.
La bestia perde terreno. I cavalli superano la fila dei pitbull e mangiano il vantaggio. Taverna vede avvicinarsi la preda, contro il grigio dei tronchi che riempie l'orizzonte. Venti metri. Vede la schiena irsuta sballottata dalla fuga. Vede setole impiastricciate di fango, muso basso a sfiorare il terreno. Arriva anche il Giando. Fa segno di stare a sinistra, lui coprira' l'altro fianco e attacchera' per secondo. Un unico colpo spesso non basta. Il cinghiale si inferocisce e diventa pericoloso. Meglio piazzare l'uno due e sperare che i cani arrivino in fretta. Taverna chiede al cavallo l'ultimo scatto, per affiancare l'animale ed essergli sopra. 
Il cavallo prende velocita'. Il cavaliere prende la mira. Non puo' guardare avanti, deve concentrarsi sulla preda. Qualsiasi ostacolo si presenti, non avra' tempo per reagire ne' spazio di frenata. Deve affidarsi agli occhi, agli zoccoli, all'istinto del cavallo come fossero suoi. 
Un centauro vero se la caverebbe meglio, sul piano della simbiosi.
Un centauro vero - due occhi soltanto - andrebbe a sbattere al primo tronco. 
Il cavaliere inspira, raccoglie le energie e le concentra nella spalla destra.
Ci vuole forza abbastanza per spingere il ferro fino al cuore. Il contraccolpo puo' sbalzarti di sella. Ci vuole forza abbastanza per scrollare dal braccio la paura, avvinghiata li' sopra come una scimmia. Paura di colpire troppo piano. Paura di colpire troppo a destra. Paura che il cinghiale si volti e venga dritto contro il cavallo. Paura della paura del cavallo. Paura della paura del cinghiale. 
Un centauro vero tremerebbe dai capelli alla coda. La divisione dei corpi e del lavoro offre ancora qualche vantaggio: uno corre, l'altro trema.
Il cavaliere si piega in avanti, testa sul collo dell'animale, odore di criniera che riempie le narici. Punta la lancia un metro sopra il bersaglio. Di scatto, drizza il busto, inspira ancora. Trattiene il fiato un secondo, due, in equilibrio perfetto. Poi colpisce, tutt'uno col respiro che scappa tra i denti, il braccio che frusta l'aria e la fronte appoggiata alla groppa del cavallo.
Con un attimo d'anticipo, il cinghiale scarta di lato, secco, senza mettere la freccia. Parte per la tangente ed evita la lancia. Parte e taglia la strada al Giando, che se lo trova davanti, quasi tra le zampe del cavallo, ed e' talmente vicino che vale la pena tentare, torsione del busto verso sinistra, affondo istintivo col ferro nella destra, la punta entra nel fianco, appena dietro la zampa, spezza le costole e scappa via, trascinata dalla corsa.
Il Giando si ferma, disarmato. Taverna prosegue, Rinaldi lo affianca. Il cinghiale e' agli sgoccioli: lento, pesante, ferito. Sa che la fuga non puo' piu' salvarlo. Sente gli zoccoli pestare il terreno dietro di se'. Sente le urla degli uomini incitarsi a vicenda. Sente i cani esultare all'odore del sangue. 
Ha una sola possibilita'. Voltarsi di scatto. Fare la faccia truce. Sbattere le zanne tra loro come per volerle affilare. Sperare che i cavalli si spaventino. 
Ha una sola possibilita'. La sceglie.
Taverna, d'istinto, trattiene il cavallo. Vede il ciuffo di pelo dietro la testa del solengo drizzarsi come una fiamma. Sente il rumore delle difese che scheggiano le coti. 
La scimmia e' ancora li', formato gorilla. Per togliersela di dosso, ci sarebbe da caricare un verro di centocinquanta chili, pronto a difendersi e a sventrare il cavallo. Tutt'altro che una buona idea.
Meglio tenersi il gorilla e contare sul gioco di squadra.
Rinaldi arriva da destra.
Casale da sinistra.
Eccesso di zelo. Chi non ha vie d'uscita, combatte fino alla morte.
Il cinghiale parte a muso basso contro il cavallo di
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