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dell'apocalisse.

Procedono in fila indiana, lungo la mulattiera, diretti alla foresta di San Crispino. 
Dietro le schiene, tipo faretra, custodie in pelle per stecche da biliardo. Dentro: le lance, svitate in due pezzi. In uno zaino da montagna, i finimenti. Pronti da indossare sul posto. I pitbull trottano a fianco dei cavalli. Strana scelta, ma non casuale. Nella caccia col fucile, ti serve un segugio che stani la selvaggina e la tenga in movimento, non troppo veloce. In quella medievale, ci pensano i cavalli a stancare la preda. Se si infratta, non deve aver tempo di riposarsi. Un cane possente come il pitbull intimorisce il cinghiale e riesce a smuoverlo piu' in fretta. All'occorrenza, puo' anche inchiodarlo, se un paio di lance infilate sulla schiena non lo convincono a lasciarsi morire.
Anche la scelta del luogo e' originale. Alberi non troppo fitti, terreno in pari. Una faggeta ad alto fusto vecchia quanto la valle. I cavalli hanno bisogno di spazio. Spazio significa sottobosco quasi assente. Sottobosco assente significa nascondigli rari e poco estesi. Significa niente branchi in giro, poca selvaggina, tutt'al piu' maschi solitari. Prede ideali per la caccia medievale, che non puo' contare sui grandi numeri. I colpi sono limitati, l'inseguimento e' rischioso: un solengo da un quintale e' gia' un ottimo bottino per quattro cavalieri. 
Quelli dell'Apocalisse conoscono la foresta come il salotto di casa: i cespugli piu' impenetrabili, le siepi di prugnolo. Passano da uno all'altra, battendo la zona palmo a palmo. Scrollano roveti con la punta delle lance. Spronano i cani ad addentrarsi nelle macchie. Scrutano gli intrichi piu' fitti. Gli avvallamenti piu' protetti. In attesa del grugnito rivelatore tra mille latrati o dell'ombra scura che schizzi fuori dal groviglio.
Taverna inspira fino a riempire i polmoni. Gli piace quel mescolarsi di odori, di cavalli e di terra, di foglie cadute l'anno prima e rivoltate dagli zoccoli, di corteccia umida e di muffe. Gli animali prendono un profumo diverso quando escono dalla stalla.
I cani scompaiono in un intreccio di rosa canina. Come un'antica processione, ad ogni sosta si ripete il rituale. Uno dei cavalieri si ferma all'inizio del nascondiglio. Un altro raggiunge l'angolo opposto. I due restanti, al passo, bordeggiano la macchia da poca distanza. 
Ogni volta puo' essere quella buona. Mano destra stringe la lancia, mano sinistra aggrappata alle briglie. Gli occhi fanno avanti e indietro lungo rami spinosi. Le orecchie valutano l'abbaiare dei cani. 
Niente da fare. La piccola muta torna allo scoperto e precede i cavalli lungo le navate del bosco. Avanza scomposta, in attesa della stazione successiva, su e giu' per la distesa di foglie brune, compatta e uniforme come una spiaggia bagnata. 
Il cavallo rallenta, supera un vecchio tronco caduto, radici all'aria. Raggiunge i cani nei pressi di un macchione. Taverna fa cenno agli altri e va a piazzarsi in cima. Il rituale procede liscio. Rinaldi e Casale risalgono sui lati. Il Giando tiene d'occhio l'imboccatura.
Ma non sempre e' questione di occhi.
Il rouff della bestia che parte ha una frequenza diversa dal latrare dei cani. Difficile non riconoscerlo.
A seguire, rumore di arbusti travolti dalla corsa.
Poi il selvatico nero erompe dalla macchia a testa bassa.
Taverna sprona il cavallo e lo lancia all'inseguimento.
Succede cosi'. Sul primo chilometro, il cinghiale mantiene un certo vantaggio. Niente di strano. La partenza lanciata gli consente un allungo. Inutile sprecare energie per riprenderlo subito. Basta non perderlo di vista, mentre i cani si impegnano per non farlo rintanare. Taverna lo sa, il difficile e' trattenere se' stessi e l'animale, trovare il giusto passo, mantenere la pressione sul fuggitivo e arrivargli addosso un po' per volta. E anche cosi', al galoppo ma senza strafare, in mezzo agli alberi, con le buche, i sassi e i cespugli improvvisi, non e' tanto semplice restare in sella, evitare che il cavallo si prenda una
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