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realta', ci ha pensato il freddo a tenermi sveglio. Il caffe' si e' reso utile come antigelo. Risultato: imbottito di caffeina, non riesco a chiudere occhio. Gli alberi finiscono per somigliarsi tutti. Pose diverse di una stessa allegoria. L'Insonnia.
Fare la sentinella e' un compito ingrato. Magari anche denso di pregnanza filosofica, non lo nego, ma appena la notte infiltra le giunture, anche la pregnanza va a farsi benedire. 
Tempo fa, durante un vagabondaggio sui Monti della Laga, mi sono messo in testa di fotografare l'alba. Il cielo terso prometteva bene e per sicurezza ho puntato la sveglia alle quattro e mezza. Ma era ancora buio pesto, quando sono uscito dalla tenda, e ho dovuto aspettare un'ora sotto la sferza del vento. Nel frattempo, posizionavo e riposizionavo il cavalletto, per essere certo dell'inquadratura. Cambiavo tempo di esposizione e apertura del diaframma, cercando di prevedere quanta luce sarebbe entrata nell'obiettivo al momento di scattare. Mi chiedevo in quale punto esatto sarebbe salito il sole. Forse non mi ero orientato bene, forse la montagna sulla destra l'avrebbe coperto. Ogni piccola variazione di luce mi faceva riesaminare le variabili. Quando la linea dell'orizzonte comincio' a scaldarsi, andai a mettermi in posizione. Mi avevano detto che il fenomeno e' piuttosto rapido, che in pochi minuti il sole acquisita troppa potenza, perde il colore romantico, e diventa impossibile da impressionare su pellicola. 
Avevo le ultime due foto del rullino. Mi ero svegliato alle quattro e mezzo. Non potevo permettermi errori.
Intanto la luce aumentava. Il profilo dei monti sussurrava il suo antico linguaggio. La fascia bassa del cielo si riempiva di sfumature. Lo spettacolo era gia' talmente incantato che non potevano esserci dubbi: quella era l'alba, e il sole doveva essere sorto da qualche altra parte, forse proprio dietro la montagna. Scattai la prima foto. Aspettai qualche secondo, mentre le sfumature si allungavano. Scattai ancora e riavvolsi il rullino, girando il solito avvolgitore. Il sole non aspettava altro. Salto' fuori, quasi lo stessi tirando su con un mulinello da pesca. Si scrollo' di dosso l'orizzonte, fece un lungo sbadiglio arancione, si tuffo' nell'unica nuvola del circondario e ne riemerse sparando raggi all'intorno, come se posasse per un santino sull'onnipresenza di Dio.
- In compenso, niente freddo - e il termometro segnava meno sei. Perche' puoi coprirti quanto vuoi, ma non hai speranze se lasci la testa vuota, col gelo che ti entra dentro e fa corrente nei corridoi del cervello.
La sentinella lo sa, ma deve fissare l'orizzonte e non distrarsi. Non puo' alzare gli occhi sulle stelle e nemmeno prepararsi al cambio o chiedersi a che punto e' la notte. Il cambio non sempre arriva e non sempre le notti finiscono all'alba.
Il sottoscritto ha scrutato la strada e non e' passato un cane. Nove ore per niente. Non permettero' a nessuno di raccontarmi che l'attesa basta a se' stessa. 
Almeno non adesso, con tutto il sonno arretrato e troppa, troppa caffeina.

Lo sgabuzzino delle scope faceva da spogliatoio. Sidney entro', ripose secchio e spazzolone, comincio' a cambiarsi. Una piccola finestra aperta consentiva l'ultimo sguardo sul cortile. L'ultimo controllo, prima di immergersi nell'allenamento. 
Dall'ingresso del Capannone randagi spuntava il muso di un furgone sconosciuto. Non quello verde scuro della Guardia zoofila e nemmeno il Transit di servizio al canile. Un Maivistoprima cabinato alle prese con operazioni di carico e scarico. Operazioni che non era dato vedere, ma che era facile immaginare. Il capannone conteneva una sola merce. Cani. Tra questi, un sanbernardo di nome Charles Bronson.
- Allora? Basta seghe!
La voce di Pinta chiamava impaziente. Il tempo a disposizione era scaduto. Sidney afferro' la ricetrasmittente nascosta nella camicia, la accese e comincio' a urlare sottovoce. Sperando che il sonno del cavernicolo non fosse gia' troppo profondo.

Col Mago di Vattelapesca il
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