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l'orizzonte. 

Passa un'ora. La foschia dirada su un cielo elettrico.
Torno verso la grotta. Ho la gola secca e diverse faccende da sbrigare. Pulire tuberi per la cena di stasera. Migliorare l'illuminazione interna. Ascoltare Marvin Gaye fino a diventare nero.
Scendendo dal cocuzzolo, intravedo qualcuno di fronte alla porta di roverelle. Sento voci. Mi fermo.
Non ho voglia di incontrare nessuno. Grazie, non compro niente. Si', la Bibbia la leggo. Lei la legge? Mi sa spiegare come mai il Buon Ladrone non e' tra i santi del calendario? 
Mi dissetero' giu' al torrente e aspettero' che se ne vadano.
Una coppia di fagiani si alza dal fitto del bosco, lanciando richiami alla vetta del Ceraso. Appena si allontanano, torna il silenzio. Un silenzio troppo vuoto, qualcosa non torna. Forse anche il Re del Mondo ha deciso di starsene zitto, una buona volta. Ha tutta la mia approvazione. Meglio godersi il panorama. Meglio tacere, che essere fraintesi.
Ma quando aggiro l'ultimo costone, e le erbe amanti dei terreni umidi allargano le foglie e si alzano fino alla coscia, capisco cosa manca, nel silenzio della mattina.
Manca l'acqua. Manca la corsa del ruscello sulle marne scure. 
Affretto il passo, mi faccio largo tra le felci, raggiungo il sentiero che scende dalla grotta. 
Via. Piu' veloce della lepre.
Il cadavere del Rio Conco e' li', sdraiato nell'erba. Un filo d'acqua increspa a fatica la superficie dei sassi. Cola dal muschio come bava sulla barba di un moribondo. Cola come sangue da una ferita letale.
Mi inginocchio. Appoggio la mano di traverso sul letto del torrente. L'acqua fatica ad aggirare la diga del palmo. Prova a infilarsi tra le dita. Ne raccolgo una cucchiaiata e la porto alle labbra. E' sempre fresca, ma il sapore di polvere e' piu' concentrato.
Polvere. La polvere del cantiere per la galleria. La galleria che scava sotto il Belvedere. Sotto il Belvedere pieno di sorgenti.
Se fossi stato piu' convincente, quel giorno al cantiere, se davvero avessi preso due piccioni con una fava, se non mi fossi accontentato di rimpinzarli di more, forse il Rio Conco sarebbe ancora vivo.
Se invece di scegliermi questa grotta sperduta, andavo a vivere dentro la galleria, appena scavata, e mi incatenavo ai caterpillar e alle perforatrici, e cucinavo per tutti frittelle di sambuco, raccontando storie meravigliose per distrarre gli operai dal lavoro, forse il Rio Conco sarebbe ancora vivo.
Sarebbe ancora vivo, ma a nessuno fregherebbe granche'. Il paese prende acqua dal Madero, e le frazioni hanno le loro cisterne. Se non ci fosse il sottoscritto, che abita nella grotta qui sopra, e ogni mattina viene ad attingere acqua preziosa, e una volta - ma una soltanto - ha persino mangiato un pesce che il torrente aveva deciso di offrirgli, se non ci fosse il sottoscritto, la morte del Rio Conco non cambierebbe la vita di nessuno. Non ci sarebbero funerali, ne' pianti, ne' parenti della vittima straziati dal dolore. Giusto qualche fungarolo se ne accorgerebbe -Toh, e' andata via l'acqua - e poi di nuovo a testa bassa tra le piante di mirtillo a cercare porcini.
Tanto meglio.
Vorra' dire che faro' i bagagli. Trovero' un'altra sistemazione. 
Per fortuna, non tutto il mondo e' qui. La nuova civilta' respinge con fermezza il concetto di casa.
Del resto, nemmeno la vecchia ce l'aveva poi tanto chiaro. Cosa significa 'casa', quando il viaggio piu' lungo per tornarci dura al massimo 24 ore? Torno a casa o ci sono gia'? La Nuova Zelanda e' il cortile sul retro, coi panni stesi, squadre di bambini e la palla ovale invece che tonda.
E' deciso. Risalgo il sentiero che porta alla grotta. Non fara' in tempo a diventare autostrada.
I due seccatori di prima se ne sono andati. O hanno subito una mutazione. Adesso sono due sbirri, con tanto di cani lupo. Non sempre le mutazioni migliorano la specie.
Amen. Andro' a piazzarmi sul sentiero che sale dalla strada. Aspettero' Sidney, per evitare che arrivi alla grotta e finisca nei guai. Insieme lasceremo che se ne
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