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cervello di Pinta arranco' in cerca di una scusa.
- Me l'ha detto Mahmeti. Arrivano verso le quattro, ma tu fatti trovare li' un'ora prima.
Il Marcio riflette' un attimo, poco convinto.
- Se t'ha detto cosi' dev'esserci un motivo, scusa. Non gli hai chiesto come mai? 
E Pinta: - Lo sai com'e' con Mahmeti: prima esegui, poi domandi.
- Stronzate - lo liquido' l'altro - Tu domandi eccome. Tu lo sai perche' siamo venuti in anticipo, ma non me lo dici, perche' Mahmeti di me non si fida, e allora ti ha chiesto di star zitto. E' cosi', vero?
 - Vaffanculo, Marcio. Mi fai venire mal di testa.
Per la seconda volta, un'aurora artificiale spunto' da dietro l'angolo, preannunciando il sorgere di due soli abbaglianti. La ghiaia crepito' sotto i pneumatici. 
Grazie a Dio, erano loro.
Pinta mise in moto il Transit e ando' a parcheggiare di fianco al camion, lo sportello posteriore girato verso il fiume.
Gli altri erano tre. Uno gli venne incontro con la mano tesa, uno rimase alla guida, l'ultimo si mise ad armeggiare con il portello. Dentro erano cinque. Tutti sul metro e ottanta, tutti grossi. Sguardi storditi dal viaggio e dall'aria viziata. Pinta se li immaginava legati. S'immaginava che i guardiani li minacciassero coi fucili. Si aspettava tentativi di fuga.
Invece niente. Uno dopo l'altro gli slavi scesero, si stirarono, si sgranchirono, presero una boccata d'aria e scomparvero nel Transit. 
Quello della stretta di mano passo' a Pinta un pacchetto di passaporti tenuti insieme con l'elastico.
- Per metterli in regola - aggiunse con un ghigno.
Pinta li infilo' nel cappotto, spense la sigaretta e sali' al posto di guida.
Il Marcio era gia' a bordo.
Stava preparando un tiro.
Non alzo' nemmeno la testa. Disse: - Adesso me la spieghi, questa cosa dell'anticipo?


30. Castel Madero

Il comune di Castel Madero fara' si' e no duemila abitanti. Mille il capoluogo, il resto le frazioni. 
Fino allOttocento era un punto di passaggio importante, sulla strada romana che scavalcava le montagne al Passo delle Vode. Poi hanno aperto la fondovalle e il paese e' rimasto tagliato fuori. I ruderi del castello e il palazzo dei Capitani testimoniano ancora lantico splendore. Per il resto, non ce' motivo di spingersi quassu'. Le trattorie cucinano bene ma senza essere famose. Il borgo e' grazioso, arroccato, ma un paio di inserti anni Sessanta guastano senza scampo l'atmosfera medievale. I dintorni sono belli ma poco battuti, con sentieri segnati male e niente rifugi. La sagra della castagna la fanno gia' ovunque. Inutile ramazzare le briciole. Con lo sci, non ce' da sperare. Il Belvedere e Monte Budadda sono esposti a sud: la neve si squaglia alle dieci di mattina e ghiaccia alle tre del pomeriggio. L'albergo per ultrasessantenni non e' mai decollato. Resta in fondo al paese, col suo cemento rosa e i terrazzoni puntati sulla valle, monumento sgraziato alle illusioni del turismo.
Un tempo, nelle domeniche di sole, truppe di villeggianti marciavano compatte sulle rive del Madero, armati di griglie, canne da pesca, nonni anchilosati e metri di salsiccia. Radioline si rimpallavano i risultati delle partite. Salici e ontani rubavano freesbee ai bambini. Contenitori minuscoli vomitavano immondizia. Chitarre, ghettoblaster e suonerie cellulari si sfidavano in gare di decibel. Lacqua del fiume era fresca. Le pozze erano limpide. I boschi golenali straripavano pattume. 
Da quando i cantieri per la ferrovia veloce hanno colonizzato la riva opposta, nemmeno un bagno ristoratore spinge piu' qualcuno in Alta Valmadero. 
Bisogna volerci capitare. Proprio come il sottoscritto.

A ricordarti che aspetto devi avere, bastano duecento metri e uno sguardo. I duecento metri tra il cartello castel madero e la prima casa del paese. Lo sguardo di una vecchia affacciato sul davanzale. Devessere di quelle che stanno li' tutto il giorno, programmate per il saluto o il sospetto. Viene da pensare che le paghi il Comune.  
Barba di due settimane. Profumo di bosco.
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