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bosco, crepitare di foglie e di pensieri, per incollare note di sassofono a ogni riflesso di sole radente, sulle piante di ginepro e sui sassi, e pulsazioni di basso sulle ombre lunghe di alberi e steli d'erba, un colpo di charleston per una castagna che cade e il ritmo del rullante su un volo di cornacchie.
Dalla spalla di Gaia pende una sporta di tela. Dalla sporta fa capolino la costa di un libro. Il libro e' quello che sta leggendo. Ancora non ho capito quale. Provo a immaginare. Provo a sbirciare. Provo a dedurre.
Dei tre volumi che mi sono portato dietro, ancora non ho letto una pagina. Pensavo di avere piu' tempo, invece sono sempre in giro, fa buio presto e la luce della fiamma che rimbalza tra le righe mi da' il mal di mare. Il fuoco e' fatto per raccontare, non per leggere. Forse dovrei imparare a fabbricare candele, ma i manuali di sopravvivenza non dicono molto, in proposito. Spiegano tutto sulla cottura a vapore dentro una buca e l'essiccazione della carne su tralicci di legno, ma nessuno insegna a costruirsi un flauto, a ricavare colori dalle piante, a riempire lattesa, mentre le castagne abbrustoliscono sulla brace. 
Impostori. Questa 'sopravvivenza' non vale due pernacchie nel sax tenore di Coltrane.
Adesso la bacchetta di Gaia e' cosi' reattiva che la punta arriva a sfiorarle il naso. Con lultima svolta, abbandoniamo il sentiero, per addentrarci in una distesa di felci, ancora fradice per le piogge della notte. Mi chiedo che sapore abbiano. Magari grigliate.
La piantagione ci inzuppa per bene, poi s'interrompe di colpo, sull'orlo di una piccola scarpata che scende verso una strada. Gaia si guarda intorno: il posto le e' familiare ma non riesce a riconoscerlo. 
Scendiamo sull'asfalto e lo percorriamo in salita. 
Mezzo chilometro piu' avanti, la maga mi strappa le cuffie.
- Senti?
Un attimo. Cancello l'eco del sax di Coltrane. Sintonizzo le trombe di Eustachio.
- Cani? - domando incerto.
- Il canile, dietro la curva.
- Charles Bronson e' al canile? Non avevi detto
- Infatti. Si vede che sono stanca. Cerchi un cane, ne trovi duecento. Tipico. - Gira i tacchi e scrolla le spalle  - Cambiamo zona. Qui e' come usare la bussola di fianco a un magnete.

Torniamo nel bosco. Ci allontaniamo.
Dopo una mezzora, Gaia si ferma. E' stanca. Le chiedo di continuare. Mi passa una foto di Charles Bronson e le bacchette ad angolo. Voglio sperimentare il potere della musica nel cancellare dalla testa interferenze, dubbi, treni di domande che sfrecciano veloci da un capo all'altro del cervello. 
Di solito, se metto il volume abbastanza alto, faccio fatica a sentirmi i pensieri.
Rilasso le braccia agitandole verso il basso, infilo le cuffie e indirizzo la mente sulloggetto. 
Man mano che avanzo, la vegetazione si infittisce. Una zona del bosco che nessuno cura da tempo. Alberi talmente fasciati dedera da sembrare ununica pianta. Grovigli spinosi di rosa canina e pungitopo. Liane di vite selvatica da far invidia a Tarzan.
Okay, concentrato. Il cane. Scomparso. Gaia che mi osserva. Impronte di cane. Odore di cane bagnato. Orecchie di cane a penzoloni. Sanbernardo, fiaschetta di grappa, slavine. Scomparso. Montagne di fave. Oceani di marijuana.
Zero reazioni. Bacchette immobili. Equilibrio perfetto.
Non ero mai riuscito a tenerle cosi' ferme. Non e' affatto facile, camminando.
Potrebbe voler dire qualcosa. Potrebbe voler dire: sempre dritto.
Dove' lo scomparso? Dove? Dov'e' il sanbernardo?
Rami e arbusti mettono a dura prova l'equilibrio dei due pezzi di ferro. 
Trascurare le interferenze. Sempre dritto. Non intromettersi.
Ehi, cazzo, adesso si' che sono concentrato. Dove devo andare? Eh?
Le bacchette virano di scatto sulla destra. Un movimento improvviso, rapido. Un segnale.
A destra ce' un muro di rovi.
In basso, ramoscelli spezzati. Impronte animali nel fango.
Impronte canine.
- Gaia, vieni a vedere!
Lei sta seguendo tutt'altra direzione. Si ferma, viene da questa parte, si inginocchia sotto il mio indice
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