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raccogliero' i doni del fiume, come frutti maturi. 
Con passo deciso mi appropinquo alla riva del Rio Conco. Nel punto dove attingo di solito, due grandi pietre piatte consentono di sdraiarsi e sfiorare lacqua con la faccia. Allora, nonostante la polvere che galleggia sulla corrente, alberi e cielo si riflettono insieme, e occhi impauriti paiono solo coleotteri sospesi a mezzaria.
Immergo un braccio fino al gomito, col palmo rivolto in alto e il dorso a strisciare sul fondo. Me lha insegnato mio padre: certi pesci si addormentano sotto i sassi e se ti muovi con calma, arrivi a sfiorarli da sotto. Allora bisogna prendere un bel fiato, chiudere gli occhi, sollevare la mano e serrare le dita senza esitazioni. Se no il pesce scivola via e tanti saluti.
Quando hai scandagliato tutta la pozza, ritiri il braccio mezzo congelato. Ci aliti sopra, lo sbatti sul ginocchio, lo sfreghi con l'altra mano e riparti. 
Primo tentativo, a vuoto. Secondo, anche.
Terzo ammollo. Le nocche strisciano nella fanghiglia. La mano si insinua tra le radici di un ontano. Il palmo avverte qualcosa. Non ho tempo di chiedermi se lho sfiorato davvero. Stringo le dita per afferrarlo e un brivido di repulsione sale lungo il braccio. Che sia un pesce, un pulcino, un ragno o dei vermi, non ho mai sopportato di chiudere la mano intorno a qualcosa di vivo.
Ma eccola, la mia riserva di proteine. Ecco il salvatore, che giunge a liberarmi dalla schiavitu' della castagna. Gli fracassero' la testa su una pietra, lo puliro' con cura, lo immolero' su braci di frassino. Sara' delizioso. 
Lui scodinzola. Si agita. Non si da' per vinto. Io lo osservo rapito e sento lacrime di una strana gioia scivolare sulle guance per tuffarsi nel fiume. Amo questo piccolo pesce, questo cristo dei boschi che mi redime da una dieta monotona. Lo bacio due, tre volte. Premo contro il viso il suo corpo squamoso, in un abbraccio caldo e riconoscente. 
- Grazie, pesce. Ti devo la vita.
Lo afferro per la coda e spam! Limpatto con la roccia mette fine alle sue sofferenze. Mezzo decapitato, lo adagio con cura su un letto di erba palustre. 
Ma leccitazione non accenna a svanire. 
Hai voglia di correre. Hai voglia di arrampicarti su un albero. Hai voglia di gridare a squarciagola.
Devo ricordarmi piu' spesso di lasciar spazio allo stomaco. Anche se brama qualche frutto proibito. Certe astinenze sono la droga peggiore.
Raccolgo la preda e gli do una sciacquata. Rivoli rossastri si perdono nella corrente. Globuli rossi canteranno le gesta del mio redentore ai popoli della vallata e a quelli che dimorano oltre il mare. Nasceranno feste per onorarne la memoria. Allora il mio gesto sara' perdonato e si celebrera' quel giorno di ottobre quando il Rio Conco fece dono di vita e proteine al fondatore della nuova civilta', ed egli decise che mai piu' avrebbe ucciso un animale senza il suo esplicito consenso.
Zanzare escluse, si intende. Schiacciarne una sul braccio, proprio mentre ti punge, e' un esercizio salutare. Giusto per alimentare l'illusione che il mondo sia ordinato secondo giustizia. 

Ritorno alla grotta colmo di speranze, saltando come cavalletta tra i massi ricoperti di muschio.
Gaia e' li'. Finge di leggere. Mi guarda e fa: - Ho saputo della tua impresa, giu' al cantiere. Hai un futuro nelle televendite, altro che supereroe.
- Piantala - dico.
- No, no, sul serio. Ti avanzano mica delle more?
- Spiacente. Successo pieno. Hanno spazzato via tutto. 
- I miei complimenti. E della civilta' troglodita, che ne pensa il proletariato?
- Per il momento niente, ma e' solo questione di tempo. Non puoi tirare i germogli per farli crescere. Intanto hanno la pancia piena. Lascia che ci ragionino su, poi ognuno fara' come crede. Il sottoscritto non e' un missionario, col Vangelo e la croce in mano.
E lei: - Dieci a uno che non li convinci nemmeno a venirla a vedere, la tua grotta.
- Dieci? Uno? Non ti sei resa conto che il sottoscritto ha rinunziato al denaro?
Queste scommesse cominciano a
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